GEOPOLITICA DELLA DISSONANZA E L’ALGORITMO DELLA VERITÀ

La propaganda occidentale sta mostrando i primi segni di logoramento, non per un crollo improvviso, ma per uno scricchiolio che si avverte tra le fessure di una narrazione che per troppi mesi è stata spacciata come monolitica e indiscutibile.

Lo stupore provato davanti alle recenti ammissioni di Paula Pinho, voce della Commissione Europea, non riguarda solo la sostanza diplomatica, che imporrebbe un dialogo con Vladimir Putin, ma svela un fenomeno sociologico ben più profondo: la fine dell’ubriacatura ideologica a favore di un ritorno, brusco e quasi violento, alla Realpolitik.

LA DIPLOMAZIA DEL “DOPO”

Per mesi, le cancellerie europee e la Commissione von der Leyen hanno dispensato una retorica bellicista senza precedenti. Chiunque osasse sussurrare la parola “negoziato” veniva immediatamente relegato ai margini del dibattito civile, bollato come un disertore del pensiero unico atlantista, come putiniano, come amico del nemico.

Oggi, però, la realtà ha bussato alle porte della Commissione e le dichiarazioni di Paula Pinho hanno il profumo di un segnale di fumo inviato per tastare il polso di un’opinione pubblica stanca.

La portavoce ammette ciò che la logica suggeriva fin dal primo giorno: la pace non si fa con gli amici, ma con i nemici. È sempre stato così nella storia, anche se i leader europei hanno tentato di riscriverla.

E il nemico ha un nome, un cognome e siede sul più potente deposito di armi nucleari del pianeta, oltre ad avere a disposizione missili imprendibili per gli attuali dispositivi NATO.

Si osserva così una dissonanza cognitiva collettiva. Leader come Meloni e Macron, dopo aver vestito ripetuto più volte di voler sostenere l’Ucraina fino alla vittoria finale, iniziano a ricalibrare il tiro, consci che il prolungamento infinito di un conflitto di logoramento non sta distruggendo solo il fronte ucraino, ma anche la stabilità economica del Vecchio Continente.

E, visto che Kaja Kallas non siederà mai al tavolo con Putin, viste le continue sparate contro Mosca che hanno azzerato la sua credibilità diplomatica, l’Italia potrebbe ritagliarsi un fondamentale ruolo di mediatrice se solo Meloni abbandonasse definitivamente il copione di scendiletto di Washington e tornasse ad abbracciare lo spirito pacifista della nostra Costituzione.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: TRA EROISMO E CRISI DI LEGITTIMITÀ

Volodymyr Zelensky dimostra di vivere in un mondo parallelo e l’Europa ha un “problema Zelensky” che va oltre la sua capacità di mobilitare le masse attraverso lo schermo. La sua legittimità politica, blindata dalla legge marziale e dalla proroga indefinita delle elezioni, sta diventando un’arma a doppio taglio.

Un leader che non rinnova il proprio mandato popolare è un interlocutore fragile intorno a un tavolo negoziale internazionale, perché non è affatto detto che gli ucraini lo rivoterebbero.

Ogni sua firma, ogni suo impegno, potrebbe essere impugnato domani da una Russia che non aspetta altro che minare la base giuridica di un eventuale accordo. Inoltre, i suoi piani di pace in dieci o venti punti appaiono sempre più come dei sabotaggi diplomatici preventivi, studiati per essere rifiutati e per garantire la prosecuzione di un conflitto che è diventato, tragicamente, il suo unico modo per restare alla guida del suo Paese.

L’IRAN E LA FABBRICA DEL “REGIME CHANGE”

La reazione di Zelensky alle proteste in Iran è emblematica di una visione del mondo riduzionista. Cavalcare l’onda del dissenso interno a Teheran solo perché i droni iraniani colpiscono Kiev è un esercizio di opportunismo geopolitico che ignora le lezioni della storia recente.

Abbiamo già visto questo film. Lo abbiamo visto in Ucraina nel 2014, con le rivolte di Piazza Maidan alimentate da spinte esterne che hanno trasformato una legittima aspirazione alla libertà in una guerra civile decennale.

Lo abbiamo visto in Venezuela, con il fallimentare esperimento di Guaidò e le sanzioni che hanno affamato un popolo senza scalfire minimamente il potere di Maduro.

Il “Regime Change” è un prodotto da esportazione che l’Occidente ha confezionato spesso, chiamandolo democrazia, ma che all’interno contiene quasi sempre lo stesso regalo: il controllo delle risorse energetiche e il riposizionamento delle sfere di influenza.

L’ipocrisia, dunque, è palpabile.

Ci commuoviamo per le donne iraniane se questo serve a indebolire un alleato di Mosca, ma chiudiamo entrambi gli occhi davanti alle teocrazie petrolifere “amiche” che calpestano i medesimi diritti con la stessa ferocia, a cominciare dal Qatar, perché hanno il vantaggio di essere nostri partner commerciali.

D’altro canto, anche Israele gode di una sorta di immunità dovuta alla nostra amicizia e al fatto che lo definiamo democrazia.

IL FEUDALESIMO DIGITALE: L’ALGORITMO COME CENSORRE SILENZIOSO

Tuttavia, la battaglia più insidiosa non si combatte con carri armati, i missili o i droni, ma nei server della Silicon Valley, per cui stiamo assistendo alla nascita di un nuovo feudalesimo digitale. Gli algoritmi di YouTube, TikTok e Instagram agiscono come inquisitori invisibili, capaci di silenziare il dissenso attraverso la tecnica dello shadowbanning.

Una strategia che anche noi di Tamago abbiamo subito più volte, soprattutto per articoli su Israele e gli USA.

Basta una parola chiave “sbagliata”, un riferimento critico a Israele, all’Iran o alle dinamiche della guerra, e il contenuto viene sepolto sotto strati di oblio.

Non è censura esplicita, nel senso che siamo abituati a conoscere, ma è evaporazione del messaggio.

E queste strategie creano una bolla informativa dove la complessità viene sacrificata sull’altare della “sicurezza pubblicitaria”.

Fare giornalismo indipendente, oggi, significa navigare in un mare infestato da mine algoritmiche, dove il successo economico di un canale, di un sito, di un magazine, dipendono dalla loro capacità di non disturbare il manovratore tecnologico.

UNA CHIAMATA ALLA RESISTENZA INTELLETTUALE

Possiamo continuare a essere spettatori passivi di un teatro delle ombre dove la diplomazia è una recita e la democrazia un pretesto economico, oppure possiamo esercitare il diritto al dubbio socratico.

La vera libertà non è quella che ci viene promessa dai droni o dalle rivoluzioni colorate progettate a tavolino, ma quella che nasce dalla capacità di decodificare il linguaggio del potere, di riconoscere la differenza tra un’aspirazione popolare e una strategia di destabilizzazione esterna.

Il mondo non è più diviso tra “buoni” e “cattivi”, ma tra chi accetta la narrazione preconfezionata e chi ha il coraggio di guardare oltre le propagande per cogliere anche verità scomode.

Ecco perché è fondamentale seguire e far crescere l’informazione indipendente, quella che non ha partiti alle spalle, né miliardari sulle teste. Sostenere l’informazione indipendente e libera è un atto di autodifesa cognitiva in un’epoca in cui la verità è l’unico bene che non può essere prodotto in serie, ma solo conquistato con fatica e onestà intellettuale.

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UCRAINA, IRAN E IL CORTOCIRCUITO DELLE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI

Mentre i missili ipersonici riducono al silenzio le reti elettriche ucraine e l’inflazione divora i bazaar persiani, il mondo scivola in una cecità collettiva nutrita dagli algoritmi di Tik Tok e dalla paura che la diplomazia possa portare alla pace.

In Ucraina, il sibilo del missile ipersonico Oreshnik ha tagliato il cielo come un bisturi, silenzioso e imprendibile per la contraerea di Zelensky già stremata dal freddo.

A migliaia di chilometri di distanza, l’Iran, dittatura seduta su oceani di petrolio e gas, annega in blackout sistematici e in una recessione che sa di paradosso venezuelano.

Questi due scenari, apparentemente distanti, in realtà, sono le due facce della stessa moneta; sono l’emblema del fallimento dell’architettura occidentale e la nascita di un’era in cui l’oscurità, fisica e intellettuale, è diventata l’arma definitiva.

IL PARADOSSO ENERGETICO: L’INGEGNERIA DELLA DISPERAZIONE

L’energia non è più un bene di consumo, ma un’arma psicologica. In Ucraina, la strategia russa è passata dal logoramento militare alla chirurgia infrastrutturale. Colpire i depositi di gas e le centrali elettriche non serve a conquistare territorio, ma a smantellare il contratto sociale.

Perché una popolazione al buio e al freddo è una popolazione che perde la percezione del futuro. Qui, la tecnologia ipersonica non viene usata per colpire reggimenti, ma per rendere l’Europa spettatrice impotente di un disastro umanitario programmato.

Dall’altra parte, l’Iran è il terzo produttore OPEC, eppure la sua gente fa la fila per beni di prima necessità mentre l’inflazione tocca punte del 70%.

Perché la ricchezza nel sottosuolo è inutile se la superficie è isolata dal mondo. Il calo del prezzo del greggio ha mandato in tilt il bilancio di Teheran, costringendo il regime a una pressione fiscale che è benzina sul fuoco delle proteste.

Quando una nazione che esporta energia non riesce a illuminare le proprie strade, significa che il sistema economico è entrato in una fase terminale di corruzione e di inefficienza, aggravata da sanzioni che, invece di colpire i vertici, strangolano la classe media.

LA DIPLOMAZIA DEI FANTASMI: IL CASO DRAGHI E IL JCPOA

In queste dinamiche da film thriller, l’Europa tenta di rispondere con il riciclo di figure del passato. L’ipotesi di Mario Draghi come inviato speciale dell’Unione Europea per mediare con Mosca è il simbolo di una disperazione diplomatica che non ha precedenti.

Draghi, l’uomo del “volete la pace o il condizionatore acceso?” e delle famose “sanzioni dagli effetti dirompenti”, è la figura meno indicata per dialogare con un Cremlino.

Riesumare figure tecniche per risolvere crisi esistenziali è come tentare di riparare una diga che crolla con un foglio di calcolo Excel.

Tuttavia, la colpa non è di Draghi, che è solo un abilissimo passacarte e dirigente di poteri ben più alti. Il vero problema nasce dal 2018, quando il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nucleare (JCPOA) è stato il colpo di grazia alla fiducia internazionale.

Quella firma stracciata ha trasformato l’Iran da un potenziale partner commerciale a una minaccia dietro l’angolo, spingendolo nelle braccia di Mosca e Pechino. Oggi, i tentativi di riaprire i negoziati, mentre Donald Trump alterna minacce di bombardamenti a inviti a cena, sono soltanto teatro di passa lega.

La diplomazia è diventata una messinscena per giustificare l’escalation militare che verrà. Le proposte di Macron e Starmer di inviare truppe in Ucraina dopo la pace, per stabilire basi permanenti sul territorio, sono, di fatto, sabotaggi preventivi: nessun governo russo, di Putin o di altri, accetterebbe un accordo che stabilisca la presenza di eserciti NATO ai propri confini.

In pratica, si parla di pace per preparare la prossima fase della guerra.

CRONACHE DALLA CARNEFICINA: IL DISSENSO SENZA VOLTO

Le strade di Teheran raccontano una storia che i media ufficiali faticano a inquadrare. Non si tratta di “infiltrati della CIA”, come vorrebbe la narrazione del regime, ma di un desiderio di cambiamento che attraversa dipendenti pubblici, commercianti dei bazaar e giovani nati in un mondo che non offre loro nulla se non restrizioni.

La repressione è brutale: cecchini sui tetti, arresti di massa e la minaccia della pena di morte come strumento pedante di esempio. Ma la fame e la sete (la crisi idrica iraniana è una bomba a orologeria peggiore del nucleare) non si fermano con le pallottole.

In Ucraina, la guerra dell’informazione è altrettanto feroce. Ogni attacco russo viene riletto dai media occidentali attraverso lenti deformanti, trasformando sconfitte tattiche in “prove di avanzata ucraina”, un’avanzata cominciata con la famosa controffensiva di Kiev del maggio 2023, ma che, a oggi, non ha portato neppure un metro quadro di terreno riconquistato.

Anzi, basta osservare la cartina della primavera 2022 e quella di oggi, per rendersi conto di quale sia la realtà.

Questa distorsione della realtà non aiuta Kiev, ma la condanna a una resistenza infinita senza una strategia di uscita realistica, lasciando gli ucraini a morire al fronte, giorno dopo giorno, senza una meta precisa che non sia continuare a combattere sperando di non morire.

LA SOCIETÀ ZOMBIFICATA: IL COLLASSO DELLA SOGLIA DI ATTENZIONE

Purtroppo, siamo entrati nell’era degli “shorts”, di TikTok, dei ”reels”. Frammenti di realtà di pochi secondi che distruggono la nostra capacità di collegare i puntini, compiendo analisi più corpose di quindici o trenta secondi e ben al di là di buoni e cattivi.

La complessità della crisi energetica o della geopolitica iraniana viene ridotta a slogan binari. Destra contro sinistra. Pro-Putin o contro, Pro-NATO o contro.

Mentre l’opinione pubblica si accapiglia su tifoserie sterili, i problemi reali, come la sanità che crolla, le scuole senza carta igienica, le strade che cadono a pezzi, vengono ignorati.

Il cittadino moderno è iper-informato su fatti irrilevanti e totalmente analfabeta sui processi che governano la sua vita. Siamo entrati nell’era della “zombificazione” funzionale al potere, perché un popolo che non riesce a concentrarsi per più di un minuto su un articolo di fondo non potrà mai organizzare una resistenza critica efficace.

IL FIAMMIFERO NELLA STANZA BUIA

L’ONU osserva, celere nel condannare quando le telecamere sono accese, ma tragicamente impotente nel prevenire il massacro energetico o civile. Siamo arrivati a un punto di non ritorno dove la realtà dei rapporti di forza ha superato la finzione del diritto internazionale, quello che già avevamo calpestato ampiamente in Iraq, in Jugoslavia, in Libia…

In una stanza che si sta oscurando rapidamente, non importa chi ha gridato più forte o chi ha citato meglio i trattati del passato. Importa solo chi ha ancora un fiammifero per accendere la luce. Oggi, quei fiammiferi sono nelle mani di leader che hanno smesso di credere nella diplomazia e di una popolazione che ha smesso di esercitare il pensiero critico.

Se non recuperiamo la capacità di guardare oltre lo schermo del nostro smartphone, se non torniamo ad analizzare la realtà nella sua complessità, e non nell’analisi da asilo su aggressore e aggredito, l’oscurità che ha avvolto l’Ucraina e l’Iran diventerà presto il clima permanente di tutto l’Occidente.

E allora, non ci sarà nessun Draghi e nessun Trump capace di riattaccare l’interruttore della civiltà.

LA NUOVA FEBBRE BIANCA E L’ASSALTO AI GHIACCI DEL MONDO

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso i confini dell’Europa orientale e le dinamiche del Medio Oriente, si sta perpetrando una trasformazione radicale e silenziosa che sta ridisegnando la grammatica del potere sul pianeta.

È un conflitto che si percepisce appena, annunciato dal pericoloso scricchiolio dei ghiacciai che si ritirano.

L’Artico è diventato il nuovo scacchiere del XXI secolo. Qui, dove il freddo e la solitudine di spazi incontaminati dovrebbero imporre il silenzio, il rumore degli interessi geopolitici è assordante.

OLTRE IL MITO DEL PASSAGGIO A NORD-OVEST

Il leggendario Passaggio a Nord-Ovest, un tempo sogno proibito degli esploratori, oggi rappresenta una realtà commerciale che fa tremare le vecchie rotte.

La geografia sta cambiando pelle. Entro il 2040, l’oceano artico sarà ampiamente navigabile, aprendo autostrade d’acqua che riducono le distanze tra Amburgo e Shanghai di oltre il 40% rispetto al Canale di Suez.

Ma questo cambio geografico non è solo una questione di logistica, ma rappresenterà un terremoto economico. La rotta marittima settentrionale è un’arma geostrategica che la Russia sta già affilando con la sua flotta di rompighiaccio nucleari, come la mastodontica Sevmorput, l’unica nave portacontainer nel mondo a propulsione nucleare. 

Tuttavia, Mosca non è sola in questa scalata. Pechino, autoproclamatasi “Stato vicino all’Artico” con un’audacia semantica che mette a dura prova la geografia, ha già tracciato la sua “Via della Seta del Ghiaccio”.

IL NUOVO GOLFO PERSICO: UNA RICCHEZZA CHE BRUCIA

Le stime sono da capogiro: il 13% del petrolio e il 30% del gas naturale non ancora scoperti si troverebbero sotto il permafrost, quello strato di terra o di rocce lasciate a una temperatura pari o inferiore a 0°C per almeno due anni consecutivi, di cui sono ricche le regioni polari. 

Ecco perché l’Artico è diventato, a tutti gli effetti, il nuovo Golfo Persico.

Ma la vera partita non si gioca solo sul greggio. La Groenlandia, un gigante di ghiaccio sette volte più grande dell’Italia, ma popolato quanto un capoluogo di provincia, nasconde nel suo sottosuolo il 25% delle terre rare mondiali.

Questi minerali sono indispensabili nelle tecnologie verdi e nella difesa missilistica, poiché senza, la transizione ecologica sarebbe solo un castello di carta.

Gli Stati Uniti, con un ritardo strategico grave e colpevole, stanno cercando di recuperare il terreno perduto, a qualunque costo. Anche scatenando una guerra mondiale.

L’interesse quasi ossessivo di Donald Trump per l’acquisto dell’isola non è un capriccio immobiliare, ma una mossa di sopravvivenza industriale e, probabilmente, l’unica via rimasta per evitare di subire il sorpasso della Cina in tempi brevi.

LA SPORCA VERITÀ DELLA RAFFINAZIONE

Eppure, in questo gioco di geopolitica che va ben oltre Il Risiko, c’è un segreto che l’Occidente fatica ad ammettere.

Il vero potere della Cina non è il possesso delle materie prime, ma si trova tutto nel monopolio della loro raffinazione.

Infatti, Pechino controlla il 70% del mercato globale delle terre rare perché ha accettato di fare il “lavoro sporco”, quello che altri paesi non vogliono fare perché significa mandare in soffitta le politiche green e i loro parametri.

Raffinare questi minerali significa devastare l’ambiente e ignorare i diritti umani, standard che le democrazie liberali non possono o non vogliono sostenere.

L’idea di trasformare la Groenlandia in una “mini-Cina” risponde a un cinismo spaventoso, ma è anche di una logica spietatamente geniale, per cui gli USA sposterebbero l’inquinamento e lo sfruttamento in un giardino di casa controllato, pur di spezzare la catena di dipendenza da Pechino.

È la fine dell’ipocrisia geopolitica. Perché il giardino di casa americano non è più una prateria ordinata, ma una giungla dove la sopravvivenza impone scelte brutali, compreso l’uso della forza militare per ottenere ciò che esige l’impero.

OMBRE SUL PERMAFROST: IL COSTO UMANO DEL PROGRESSO

In questa corsa all’oro bianco, c’è chi non ha voce. Non si tratta solo del Diritto internazionale, che gli americani prendono a calci da decenni (Iraq, Jugoslavia, Libia…), salvo pretenderne il rispetto da Mosca, ma si tratta anche del popolo Sami e delle comunità indigene artiche, che vedono i loro pascoli di renne trasformarsi in basi militari e siti estrattivi.

Proprio come in uno di quei film d’azione americani, dove, tuttavia, i cattivi sono sempre privati cittadini a capo di organizzazioni criminali, mentre qui, nella realtà del mondo di oggi, i cattivi sono gli uomini al comando del potere politico.

Intanto, il governo americano prosegue la militarizzazione della zona, tra test missilistici e satelliti Starlink utilizzati come occhi nel gelo, senza consultazioni.

L’Artico viene raccontato come una terra di nessuno, ma, in realtà, sembra già tra le grinfie dell’impero. Un ecosistema fragile, per cui un errore di calcolo può significare un disastro ambientale irreversibile per l’intero pianeta. Rischio che gli americani non hanno nessuna intenzione di prendere in esame, attenti solo ai propri interessi nazionali.

L’EREDITÀ DI SEWARD E IL DESTINO DELL’OCCIDENTE

Nel 1867, l’acquisto dell’Alaska fu liquidato come la “follia di Seward”.

Oggi, quel milione e mezzo di chilometri quadrati garantisce agli Stati Uniti un posto al tavolo dei grandi dell’Artico. La storia è un cerchio che si chiude.

La sfida tra Washington e l’asse Mosca-Pechino non si risolverà probabilmente con una guerra aperta, ma con una battaglia di logoramento commerciale e tecnologico. La posta in gioco è l’autonomia del prossimo secolo.

Se l’Europa non sarà in grado di sviluppare una strategia artica integrata, che unisca difesa, economia e rispetto per le popolazioni locali, si ritroverà spettatore di un mondo dove il ghiaccio si è sciolto per lasciare spazio a un’egemonia asiatica.

L’Artico è lo specchio del nostro futuro: freddo, conteso e terribilmente fragile, dove la Cina controlla i minerali e la loro raffinazione, mentre gli USA cercano disperatamente di non perdere il controllo dei flussi di energia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ILLUSIONE DELL’INVINCIBILITÀ AMERICANA, MA ANCHE LA PAURA DI NON ESSERE QUELLI DEI FILM DI HOLLYWOOD

Mentre Washington continua a proiettare l’immagine di superpotenza, le fondamenta dell’ordine internazionale scricchiolano e vacillano tante certezze di un tempo.

Il mondo del 2026 non è più una scacchiera unipolare, come dopo il crollo del Muro di Berlino, ma è diventato una giungla multipolare, un ritorno feroce alla storia, dove chi non siede a tavola per decidere il menù finisce per diventare una pietanza pronta da ordinare.

L’Europa, in questo scenario, è un commensale distratto, un treno in corsa verso un abisso di irrilevanza, convinto di essere il guidatore, mentre è solo un vagone destinato al deragliamento, senza locomotore e senza macchinisti.

L’ECLISSI DELLA GLOBALIZZAZIONE E IL RITORNO DEGLI IMPERI

La globalizzazione, quel sogno idilliaco di un mercato senza confini e di una pace perpetua garantita dal commercio, è ufficialmente defunta.

Al suo posto, sono emersi tre grandi imperi: Stati Uniti, Cina e Russia. E ognuno rivendica sfere d’influenza che non ammettono intrusioni.

Washington ha rispolverato una “Dottrina Monroe 2.0”, un segnale perentorio inviato a Pechino e Mosca: l’emisfero occidentale deve tornare a essere il giardino di casa americano.

Ma questo ritorno all’ordine non è un atto di forza, ma la mossa disperata di un impero in difficoltà, che sente gli scricchiolii dell’erosione del proprio dominio tecnologico ed economico.

In Venezuela, la strategia statunitense ha subito una mutazione genetica. Non si cerca più il classico colpo di Stato per sostituire un intero apparato, ma quella che potremmo definire “chirurgia geopolitica”: mantenere le strutture esistenti piegandole però agli interessi di Washington.

D’altronde, al di là della propaganda, gli USA sanno bene che la popolazione venezuelana è soltanto in parte a favore degli Stati Uniti. Le fasce più povere, quelle che con il governo Maduro hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita sono ancora a favore dell’élite al potere e a tifare per Trump restano le ex fasce della borghesia, a cui sono state espropriate ricchezze.

Inoltre, – è giusto ribadirlo – l’obiettivo dei movimenti in Venezuela e Groenlandia degli USA non è la democrazia, ma il greggio.

Si tratta di una sostituzione coloniale hi-tech, dove le aziende anglo-francesi vengono estromesse per far posto ai giganti a stelle e strisce.

Tuttavia, Pechino osserva con la pazienza millenaria di chi sa che i debiti, prima o poi, vanno pagati.

La Cina ha investito miliardi in America Latina, creando un ponte infrastrutturale che da Shanghai arriva fino ai porti del Perù e alle stazioni spaziali argentine. Washington cerca di alzare un muro, ma il terreno sotto i suoi piedi è già stato venduto e il suo proprietario potrebbe farlo crollare da un momento all’altro.

IL PARADOSSO DELLA GUERRA: MEMORIA CONTRO PROPAGANDA

Per di più, esiste una differenza sociologica fondamentale tra l’America e i suoi rivali eurasiatici.

La Russia e la Cina sono nazioni nate dal trauma della guerra e battezzate nel sangue versato sul proprio suolo.

Mosca porta ancora i segni profondi della lotta contro il nazismo, pagato con milioni di morti, quasi trenta milioni di vite sovietiche, in gran parte proprio della Russia; Pechino ricorda ogni ferita dell’occupazione giapponese, ogni vittima, ogni stupro, violenza e ogni altro sopruso.

Per questi popoli, la guerra non è una sequenza di immagini lontane su uno schermo o un film di successo di Hollywood, ma è il ricordo dei figli morti tra le macerie della propria cucina, delle proprie case ridotte in cenere. Delle proprie città bombardate, con i quartieri trasformati in cimiteri.

È una cicatrice che impone prudenza, una saggezza tragica che Washington non ha mai conosciuto. Infatti, gli USA hanno sempre combattuto guerre, ma mai sul proprio suolo, all’interno dei propri confini.

Negli Stati Uniti, la guerra è diventata un prodotto d’esportazione. È qualcosa che accade “altrove”, inflitta a popolazioni lontane da élite che non hanno mai dovuto difendere la propria soglia di casa da un invasore.

Il governo americano è popolato da sempre da strateghi da poltrona, burocrati formati in prestigiose facoltà di scienze politiche e accademie militari, che confondono la realtà tattica con la retorica cinematografica.

Questi politici di professione e questi “generali da ufficio” giocano con il fuoco nucleare convinti che la tecnologia americana sia un’armatura impenetrabile, ma ignorano, o fingono di ignorare, che la corsa agli armamenti ha visto sorpassi tecnologici che non ammettono repliche.

Se il conflitto totale dovesse mai toccare il suolo americano, il risveglio sarebbe catastrofico per gli oltre quattrocento milioni di statunitensi.

L’invincibilità percepita è solo una presunzione destinata a infrangersi al primo impatto con la vera brutalità storica. Una propaganda che ha funzionato finché verteva su una realtà, seppur fragile, ma ora è campata in aria perché la realtà è profondamente mutata.

LA GUERRA ECONOMICA E IL DEBITO CHE CI DIVORA

Mentre i cannoni tuonano in Ucraina, la vera guerra si combatte nei database dei grandi fondi d’investimento.

Chi possiede realmente il mondo? Quando guardiamo ai debiti delle grandi potenze, scopriamo che i creditori non sono solo nazioni, ma entità sovranazionali come BlackRock.

Il sistema finanziario è diventato una ghigliottina pronta a cadere su chiunque perda il passo. La sovranità nazionale è diventata un concetto relativo in un mondo dove i flussi di capitale decidono la vita e la morte dei governi.

L’Europa è l’anello debole di questa catena. Schiacciata tra la necessità di risorse energetiche russe e la dipendenza tecnologica cinese, sta commettendo un suicidio strategico in nome di un atlantismo che la considera poco più di una pedina sacrificabile.

Le sanzioni alla Russia, lungi dal piegare Putin, hanno accelerato la de-industrializzazione del Vecchio Continente, favorendo paradossalmente l’industria americana e quella asiatica. È l’effetto drammatico dell’ipocrisia dei doppi standard, per cui si condanna il nemico per azioni che si giustificano per gli alleati, perdendo ogni residuo di autorità morale.

LA SFIDA DELL’INDOPACIFICO: LO STRANGOLAMENTO DI TAIWAN

Pechino non ha fretta.

La sua è una “Lunga Marcia” verso il centro del mondo. Mentre gli Stati Uniti si impantanano in Venezuela o tentano di annettere metaforicamente la Groenlandia per le sue terre rare, la Cina stringe il nodo scorsoio attorno a Taiwan.

Le esercitazioni di “strangolamento” della Guardia Costiera cinese non sono semplici parate, ma la prova generale di un blocco che potrebbe isolare Formosa in poche ore, mettendo l’Occidente di fronte a un bivio: accettare l’unificazione o rischiare la distruzione per un’isola che la stessa economia mondiale ha reso indispensabile, ma indifendibile?

Il Giappone, spaventato dall’ombra del dragone, minaccia interventi armati, ma la sua dipendenza dalle terre rare cinesi lo rende un leone senza artigli.

Pechino possiede le chiavi della tecnologia del futuro: dall’intelligenza artificiale all’informatica quantistica, fino ai minerali critici per le auto elettriche.

Washington ha perso la supremazia manifatturiera e ora scopre che la sua “invincibilità” digitale dipende da catene di approvvigionamento controllate dai suoi avversari. Ecco il perché di questi colpi di coda, che somigliano all’ultimo vagito di un leone prossimo a morire.

IL GIORNO DELLA REALTÀ

L’arroganza delle élite di Washington, alimentata da decenni di isolamento geografico e superiorità che, in gran parte, erano solo percezione e presunzione, sta conducendo l’umanità verso un punto di non ritorno.

Credere che la guerra sia un gioco a somma zero che si combatte sempre a casa degli altri è l’errore più letale della storia.

Se gli Stati Uniti dovessero forzare la mano fino a innescare un conflitto con potenze che conoscono il valore del sacrificio umano nelle guerre, il risultato non sarebbe quello delle pellicole di Hollywood, ma quello più triste della storia, dove gli USA non vincono una guerra dal 1945.

Con la differenza che, una volta portata la guerra sul territorio USA, non potrebbero né fuggire né trovare vie di fuga.

Sarebbe l’azzeramento della civiltà come la conosciamo.

Il tempo dei sogni hollywoodiani è finito. La realtà sta per cadere addosso a chi ha dimenticato che la terra è tonda e che il fuoco, una volta acceso, non distingue tra i palazzi del potere e le case dei cittadini comuni.

Il nuovo ordine mondiale non sarà scritto dai vincitori di una guerra, ma dai sopravvissuti di una follia collettiva.

L’America saprà guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti prima che sia la storia a imporglieli con la forza?

IL TRAMONTO DELLE ALLEANZE E LA NUOVA FEBBRE DELL’ORO ARTICO

Il velo dell’ipocrisia occidentale è volato via.

Quella che per decenni abbiamo chiamato “Alleanza Atlantica”, descrivendola, con toni quasi mistici, come un baluardo di valori condivisi e di democrazia liberale, sta mutando pelle in qualcosa di molto più arido, cinico e, per certi versi, inevitabile.

Si sta dimostrando una finzione, tenuta in piedi da circostanze che andavano bene all’impero più forte, ma, ora che il giochino si è rotto, all’impero le cose non vanno più bene.

Donald Trump non è l’architetto di questo caos, non è certo solo lui il problema, perché la sua colpa, – o il suo merito, – è solo quella di aver accelerato questo processo, tradendo la finzione.

Quando Trump dichiara che senza gli Stati Uniti la NATO non incuterebbe alcun timore a Mosca e Pechino, non sta semplicemente “facendo il bullo”, ma sta enunciando una verità innegabile che l’Europa si ostina a voler ignorare.

Il potere non si delega, si esercita. E Washington ha deciso che il costo del mantenimento dello scudo europeo non è più bilanciato da un ritorno d’investimento accettabile.

IL CASO GROENLANDIA: NON È FOLLIA, MA ECONOMICA IMPERIALE

L’interesse americano per la Groenlandia viene spesso liquidato come una bizzarria da immobiliarista prestato alla politica, e io stesso ho definito Trump folle per questa pretesa, ma dietro c’è una logica ferocemente razionale che vale la pena analizzare.

La Groenlandia è la porta d’accesso al dominio americano sul pianeta.

Non stiamo parlando solo di una base missilistica d’avanguardia puntata verso la Russia, come è stato giustamente sottolineato già da altri, ma di un tesoro geologico che potrebbe spezzare il monopolio cinese sulle terre rare.

Trentasei milioni di tonnellate di ossidi di terre rare sono sepolte sotto quel ghiaccio che si scioglie.

Robotica, intelligenza artificiale, transizione energetica: nulla di tutto questo esiste senza il controllo di questi minerali. Mentre il Primo Ministro danese Frederiksen parla di “fine della sicurezza post-bellica”, gli advisor di Trump come Miller rispondono con una provocazione: su quale base la Danimarca rivendica il controllo di un territorio che non può difendere né sfruttare appieno?

La Groenlandia è l’ultimo grande “asset” rimasto sul tavolo e gli Stati Uniti sono pronti a comprarla, o a prendersela, perché sanno che chi controlla l’Artico controlla le nuove rotte commerciali che scavalcano il Canale di Suez.

NATO: L’ESERCITO DI CARTA DI UN’UNIONE DIVISA

La NATO, senza il Pentagono, non sarebbe altro che un ufficio di coordinamento per un esercito europeo che ancora non esiste, così come non esiste un’Europa, ma solo un’accozzaglia di paesi profondamente diversi tra loro per visione politica, sociale ed economia.

Gli allineamenti tattici hanno preso il posto delle alleanze ideologiche. Oggi posso essere tuo partner in un attacco ibrido alla Russia e tuo concorrente spietato sui dazi commerciali il giorno dopo. È il trionfo della transazione sul valore. E anche la morte della logica e della coerenza.

In questo scenario, l’Italia di Giorgia Meloni gioca una partita pericolosa, ma anche sottile. Essere considerata un “alleato affidabile” da Trump, in contrapposizione a una Francia e una Germania viste come “decadenti” o “inutili”, offre a Roma una rendita di posizione diplomatica con l’impero.

Tuttavia, questa affidabilità ha un prezzo: la dipendenza energetica da quell’impero.

Abbiamo sostituito il gas russo con quello americano, passando da una dipendenza politica a una transattiva. Il 60% del nostro GNL arriva dagli Stati Uniti e lo paghiamo fino a cinque volte più del gas russo.

In pratica, per colpa dell’incompetenza e della mancanza di visione dei leader europei, da alleati dell’America siamo diventati semplici clienti che non possono permettersi di cambiare fornitore.

La Russia viola il Diritto internazionale, dicevano. Ora che lo viola palesemente anche l’impero americano smettiamo di comprare gas e petrolio anche dagli USA? Per acquistarlo da chi?

E se continuiamo ad acquistarlo dagli USA, che violano il Diritto internazionale, perché non possiamo tornare a comprarlo da Putin?

L’ORA DEL DRAGONE E DEGLI ALTRI IMPERI

Mentre l’Occidente si interroga sui propri confini, Pechino osserva e attende. “Il tempo della Cina” non è soltanto quello che si sta disegnando all’orizzonte, ma è la realtà strutturale in cui siamo già immersi.

L’Artico, attraverso la Groenlandia, è il terreno di scontro dove si deciderà se l’America resterà l’egemone o se dovrà accettare un direttorio ristretto, uno spazio dove i grandi continenti si spartiscono le zone d’influenza sopra le teste delle vecchie nazioni.

La sicurezza è diventata un prodotto. Si compra, si vende, si scambia con materie prime o accesso ai mercati. L’idea che esista una protezione gratuita sotto l’ombrello americano è un’illusione ottica che sta svanendo, perché è esistita finché l’impero aveva il suo tornaconto.

Ora che non ha più niente in cambio, è crollato.

Il futuro non appartiene a chi ha ragione, ma a chi ha le risorse, le rotte e la forza militare di imporre il proprio prezzo. Proprio come accadeva nei secoli scorsi.

La Groenlandia è solo la prima voce di una fattura che l’Europa non è ancora pronta a pagare, ma che pagherà. In maniera bonaria o con l’uso della forza.

Per non pagarla, sarebbe necessario rivedere la posizione sull’Ucraina, riallacciare i rapporti con Mosca, mettendo in scacco Washington.

Ma per i leader europei significherebbe ammettere di aver fallito e dover preparare le valigie un attimo dopo.

CARACAS-TAIPEI: L’EQUAZIONE DEL NUOVO DISORDINE MONDIALE

L’ordine mondiale non è più garantito dal Diritto e dalle relazioni tra stati sovrani, ma è un organismo globalizzato dove un sussulto a Caracas provoca una contrazione a Taipei.

Non stiamo assistendo a crisi isolate, bensì a una ricalibrazione radicale di chi comanda sul pianeta, con gli USA che stanno facendo di tutto per non cedere lo scettro alla Cina.

Se osserviamo attentamente il teatro venezuelano e lo specchio d’acqua dello Stretto di Taiwan, appare chiaro che la Dottrina Monroe è tornata e non ha intenzione di fare prigionieri.

IL GIARDINO DI CASA E L’INTRUSO ORIENTALE

L’intervento statunitense in Venezuela, culminato nell’offensiva contro il regime di Maduro, segna il ritorno di una “Dottrina Monroe 2.0”. Washington ha smesso di guardare all’America Latina come a un fornitore di materie prime con cui era complicato fare affari e ha preferito prendersela con la forza, facendone un campo di battaglia infrastrutturale per future espansioni e guerre.

La Cina ha tessuto per anni una ragnatela di prestiti e stazioni spaziali, da Cuba alla Patagonia, sfidando l’egemonia storica degli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”.

Pechino si trova oggi in una posizione scomoda. Il petrolio venezuelano, un tempo pilastro della strategia energetica cinese, rappresenta ormai solo una piccola frazione delle sue importazioni. Eppure, il debito miliardario accumulato da Caracas rimane un cappio al collo di Pechino.

Gli Stati Uniti, rubando il controllo della gestione petrolifera del sottosuolo del Venezuela, non mirano solo ai barili, ma a recidere i legami finanziari e logistici tra il Sudamerica e il Dragone. È una guerra di posizionamento spaziale e tecnologico.

TAIWAN E LA COMUNICAZIONE DELLO STRANGOLAMENTO

Mentre Washington si concentra sull’emisfero occidentale, Pechino risponde con la simbologia della forza nel Pacifico. Le recenti esercitazioni cinesi attorno a Taiwan non sono semplici manovre militari, ma veri e propri atti di comunicazione sociopolitica.

L’integrazione della Guardia Costiera nelle operazioni della Marina segnala un cambio di paradigma: la possibilità di un blocco navale “poliziesco”, presentato come una questione interna cinese.

Il messaggio è visivo e potente. Le mappe dello “strangolamento” pubblicate dai media cinesi, con Taipei circondata da manette simboliche, servono a demoralizzare la popolazione isolana e a testare la velocità di reazione americana.

Washington ricalibra la propria presenza, delegando fette di responsabilità ai partner regionali, ma Pechino sa che il tempo gioca a suo favore. La Cina non cerca necessariamente la distruzione, ma attende gli eventi e il momento giusto.

IL DILEMMA DEGLI ALLEATI: GIAPPONE E COREA DEL SUD

In questo scenario, gli alleati asiatici degli Stati Uniti non sono più semplici spettatori. Il Giappone sta uscendo dal suo guscio pacifista con una assertività che inquieta Pechino. Le dichiarazioni di Tokyo sulla difesa di Taiwan hanno scatenato la rappresaglia economica cinese, che ha risposto bloccando l’export di tecnologie e terre rare.

È un gioco d’azzardo: il Giappone dipende per il 60% dalle terre rare cinesi per la sua industria tecnologica. La geopolitica, qui, si trasforma in ricatti economici.

La Corea del Sud, invece, interpreta il ruolo del mediatore funambolico. La foto del presidente Lee che scatta un selfie con Xi Jinping utilizzando uno smartphone Xiaomi – lo stesso che Xi gli aveva regalato – è una lezione di sociologia della comunicazione e di capacità diplomatiche.

Dietro il sorriso di Lee e la battuta di Xi sulla “sicurezza del dispositivo”, si nasconde il bisogno disperato di Seoul di mantenere l’accesso al mercato cinese senza irritare l’alleato militare americano, sperando al contempo che Pechino tenga a bada l’imprevedibile Kim Jong-un.

TECNOLOGIA E LEGITTIMITÀ: IL VERO SOGNO DI XI JINPING

Perché Xi Jinping è così ossessionato dalla tecnologia?

Beh, non solo per i missili ipersonici, ma per la stabilità sociale interna.

Il Partito Comunista Cinese regge finché garantisce benessere e sicurezza a un miliardo e mezzo di persone.

L’intelligenza artificiale e la sovranità sui chip sono gli strumenti per evitare il declino demografico e mantenere il controllo sociale.

Xi Jinping non teme le portaerei americane tanto quanto teme il malcontento delle nuove generazioni cinesi, giovani stressati e ambiziosi che chiedono un futuro all’altezza di quel “Sogno Cinese” che ha già radicalmente trasformato la Cina degli anni in cui era officina dell’Occidente alla Cina superpotenza economica di oggi.

Per Pechino, l’unificazione con Taiwan è l’ultimo tassello della rinascita nazionale, un obiettivo che giustifica il rischio di una crisi globale.

Siamo entrati nel “Tempo della Cina”, ma è un tempo scandito da incognite profonde.

La sfida tra Pechino e Washington non è una replica della Guerra Fredda, ma un conflitto fluido in cui le merci, i debiti e i selfie pesano quanto le testate nucleari. Forse di più.

C’è da chiedersi quanto il sistema globale potrà restare in tensione prima di spezzarsi definitivamente e far scoppiare la più grande e devastante guerra planetaria della storia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’EMISFERO OCCIDENTALE SOTTO LA PROPRIETÀ TRUMP

Il mondo che conoscevamo, quello faticosamente costruito sulle macerie del 1945 e protetto da norme di diritto e diplomazia, si è spento insieme alle vittime di Caracas, pochi giorni fa, le guardie del corpo di Maduro, rimaste ucciso durante l’azione militare che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.

Non è stata una guerra nel senso classico del termine. È stata un’operazione di chirurgia militare, precisa, che ha rimosso Nicolas Maduro dal palazzo presidenziale venezuelano per depositarlo in una cella americana, trasformando un Capo di Stato sovrano in un ostaggio.

Come se non bastasse, il 7 gennaio 2026, la storia ha accelerato bruscamente, quando la petroliera russa Marinera è stata sequestrata ed è passata sotto il controllo dei reparti speciali statunitensi.

Non siamo di fronte a una disputa commerciale, ma a un atto di sovranità extraterritoriale. Washington ha deciso che il meridiano di Greenwich è il nuovo confine di un impero privato. Se trasporti greggio che Donald Trump considera suo, non esistono acque internazionali capaci di proteggerti.

Siamo di fronte a un nuovo impero che si fa sfregio di ogni regola e norma democratica, in nome di un mercantilismo in salsa moderna.

L’ERA DELLA POST-LEGITTIMAZIONE

Dobbiamo dimenticare le mistificazioni del passato.

Nel 2003, l’amministrazione Bush si torturava per fabbricare la fake news sulle armi di distruzione di massa irachene, cercando un’approvazione dell’ONU che non arrivò, ma che almeno veniva inseguita.

Allora, l’impero americano invase uno Stato sovrano senza mandato, ma senza subire conseguenze. Anzi, i paesi NATO parteciparono in gran parte.

Identico copione nel 1999, quando l’impero decise di aggredire la regione del Kosovo. In quell’occasione, il governo D’Alema-Mattarella partecipò all’aggressione priva di mandato delle Nazioni Unite.

Oggi, l’impero va oltre e se ne infischia di legittimazioni, non le cerca neppure più, dimostrando di non riconoscere l’ONU.

Trump ha gettato via la maschera che indossavano i suoi predecessori, quelli di buoni e democratici, infatti l’aggressione al Venezuela non è stata motivata da ideali democratici o dalla lotta al narcotraffico, tutte balle che valgono come le armi chimiche di Saddam.

La verità, come Trump ha ammesso senza remore, è che il Venezuela è un giacimento di petrolio indispensabile per le mire degli USA.

Le infrastrutture devono essere ricostruite dalle compagnie americane. Il petrolio deve tornare a fluire verso nord per rimpinguare le casse di Washington, dopo che Maduro aveva chiuso i rubinetti per le aziende americane.

È il “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe. Un aggiornamento che trasforma metà del globo in un giardino di proprietà esclusiva degli Stati Uniti. Non si tratta più di “proteggere la libertà”, ma di “negare l’accesso”.

Se sei un concorrente esterno – che tu parli russo o cinese – l’emisfero occidentale è diventato una zona vietata.

IL GELO DI PITUFFIK E IL TRAMONTO DELLA NATO

Ora, le mire dell’impero americano puntano sui ghiacci dell’Artico. La Groenlandia è diventata l’ossessione geografica del nuovo secolo.

Con una retorica che riduce secoli di alleanza danese a un commento sprezzante sulle “slitte trainate dai cani”, Trump ha messo nel mirino l’isola più grande del mondo.

Non è solo una questione di terre rare o di rotte commerciali aperte dal disgelo, ma una sfida diretta all’essenza dell’Alleanza Atlantica.

Gli Stati Uniti non si nascondono più e dimostrano di infischiarsene sia dell’ONU sia della NATO. Comandano loro. E, se a qualcuno non sta bene, è pronto “l’esercito più forte del mondo”.

Un atteggiamento molto più simile a un capomafia che a un politico.

Mette Frederiksen ha risposto con fermezza e lo ha detto chiaro e tondo: se gli Stati Uniti decidessero di violare militarmente o politicamente l’integrità del Regno di Danimarca, la NATO cesserebbe di esistere.

Tutto il sistema di sicurezza occidentale, quella rete di fiducia che ha impedito un conflitto mondiale per ottant’anni, collasserebbe.

Eppure, a Washington, i sorrisi di JD Vance alla base di Pituffik, durante la sua visita recente, suggerivano che il dado era già stato tratto.

Per l’amministrazione americana, la Danimarca non è un alleato da consultare, ma un capoufficio inefficiente da licenziare dell’azienda di famiglia.

L’EUROPA DEI SILENZI E DELLE COLONIE

In questo scenario, l’Europa si riscopre nuda e divisa. Come al solito.

Da un lato la Spagna di Sanchez, che tenta di aggrapparsi ai rimasugli del Diritto Internazionale con una condanna ferma e coerente con i pacchetti di sanzioni, le armi e gli aiuti all’Ucraina contro la Russia.

Dall’altro, l’Italia di Giorgia Meloni, che osserva in silenzio mentre il Paese continua a servire da piattaforma logistica e militare per una strategia che non può controllare. Anzi, addirittura Trump viene difeso, parlando di “legittima difesa”, mentre si continua con la linea intransigente con Putin.

Il problema è che le basi di Aviano e Ghedi non sono più solo avamposti difensivi, ma sono diventate bersagli in una partita dove Roma non siede al tavolo di gioco.

Ormai, le democrazie liberali sono state fagocitate da un’ipocrisia di fondo: ci si arma contro la minaccia russa per difendere la sovranità ucraina, ma si abbassa lo sguardo quando il “gangster più potente” rapisce presidenti e sequestra navi in nome del profitto nazionale.

PEDAGOGIA DELLA PREPOTENZA

Trump ha capito una cosa che molti analisti hanno ignorato: la politica estera può essere gestita come un reality show di forza.

Mentre si vanta di essere il miglior venditore di Boeing della storia o deride le atlete transgender per distrarre le masse durante i suoi comizi, sta riscrivendo le regole del gioco sull’intero pianeta. È una pedagogia criminale su scala globale: insegna che la legge è un limite solo per chi non ha abbastanza Apache, F-35 e atomiche per ignorarla.

È la legge del capomafia: chi ha più armi e più uomini comanda. Gli altri obbediscono, oppure soccombono.

Da cittadino di questa “colonia” chiamata Europa, non posso che guardare il calendario con terrore, in attesa dei prossimi mesi che non preannunciano niente di buono per i nostri figli e per noi tutti.

Il 7 gennaio 2026 non è stato solo un mercoledì di metà inverno, ma il giorno in cui abbiamo capito che la forza non ha più bisogno di scuse né di permessi, perché l’impero non si nasconde più dietro a delle maschere.

La sicurezza nazionale americana è diventata un’aspirazione universale che non accetta confini, né trattati né alleati.

Gli USA sono un impero che ha mire espansionistiche per controllare il pianeta prima che la sua economia collassi.

D’altronde, prima della guerra in Ucraina, le aziende USA, soprattutto quelle energetiche, erano ai margini, a guardare i flussi commerciali sempre più corposi tra Europa e Cina, e tra Europa e Russia.

Tutto mentre il debito pubblico americano galoppava a ritmi vertiginosi. Oggi, invece, l’Europa è diventata dipendente dall’America per l’energia e il furto del più grande giacimento di petrolio al mondo contribuisce a dare all’impero americano slancio per spingersi alla conquista di altre parti di mondo.

Per Washington non ci sono alleati e strutture sovrannazionali. Non esistono l’ONU, la NATO, i trattati e il Diritto internazionale. Ci sono solo i proprietari – cioè loro – e i dipendenti.

Fino a Biden, gli inquilini della Casa Bianca lo mascheravano. Con Trump, non si perde neppure tempo a far finta che non sia così.

E Maduro, da una cella negli Stati Uniti, è il primo monito di cosa succede quando cerchi di ostacolare l’uso delle risorse nell’emisfero del padrone.

Non c’è spazio in questo articolo per ricordare che fine fecero Moro, Mattei e Craxi, così come tantissimi altri che hanno avuto tristi sventure dopo aver, – guarda caso, – puntato i piedi o commesso azioni contrarie alle mire americane.

Il Diritto Internazionale era già vacillante da anni, sotto i capricci americani e dei loro alleati in Kosovo, Iraq, Libia… ma è morto sotto un blackout a Caracas.

Quello che resta è il rumore degli elicotteri e il silenzio degli alleati, intervallato solo da qualche frase e qualche presa di posizione di circostanza, tanto per far scrivere qualcosa di meno drammatico alla propaganda.

USA, SCERIFFI O PROBLEMA PER IL MONDO?

Afghanistan, Cambogia, Russia, Iran, Cina, Corea del Nord, Laos, Turkmenistan, Uzbekistan, Bahrain, Qatar, Yemen, Arabia, Siria, Etiopia, Eritrea, Guinea Chad, Burundi, Togo, Sudan, Bielorussia… nel mondo sono più o meno sessanta.

Sono paesi che noi consideriamo dittature.

Ebbene, secondo la storiella che ascoltiamo da giorni, gli Stati Uniti, che sono bravi e sono gli sceriffi del mondo, andranno a liberare tutte le popolazioni da queste dittature?

Ovviamente no. Non gliene importa un fico secco delle dittature, così come non è mai esistito alcun interesse per la popolazione venezuelana.

Anche perché, le prime vittime degli embarghi sono sempre i popoli.

Provate a porvi una domanda: come sarebbe il livello dell’economia americana, se gli USA non potessero vendere il loro petrolio, le loro auto e le loro armi a mezzo mondo che li mettesse sotto sanzione?

Dalla risposta, potrete intuire perché le popolazioni venezuelane, cubane e di altre nazioni sotto sanzioni spesso sono alla fame. Non sono i governi in sé ad affamarle, né è colpa sempre e solo delle loro strategie politiche.

Infatti, nelle mire dell’impero americano, ora non ci sono altri dittatori, ma la Groenlandia e l’Iran, e non per motivazioni legate ai loro governi, bensì per le materie prime nei loro sottosuoli e per motivi geopolitici.

Inoltre, è ovvio che liberare un popolo da una dittatura sarebbe auspicabile, ma chi lo deve liberare e in nome di quale diritto?

Di certo, non esiste alcuna norma di nessun diritto che concede a una sola nazione questo diritto.

Per di più, il principio di non ingerenza è stato creato proprio per evitare che vi siano sceriffi nel mondo.

Ora, chi fa finta di non capire, dimentica questo grande principio e le norme del diritto internazionale, che vietano espressamente a chicchessia di violare la sovranità nazionale di altri.

Non sussiste nemmeno la favola della legittima difesa, in quanto si può affermare solo in caso di attacchi militari ai danni della nazione che decide di difendersi, ma non esistono episodi di attacchi militari venezuelani ai danni degli Stati Uniti.

È giusto che i Venezuelani si siano liberati di Maduro?

Beh, per buona parte del popolo venezuelano, probabilmente sì. Anche se solo una legittima elezione potrà dirlo con chiarezza, al di là delle propagande, delle fazioni e delle divisioni interne. Ma si devono liberare loro, non li deve liberare una nazione straniera, senza alcun mandato ONU.

Al limite deve essere proprio l’ONU che interviene e libera la popolazione, perché altrimenti gli Stati Uniti, per dimostrarci che sono veramente bravi e non lo hanno fatto per il petrolio, per colpire indirettamente la Cina e per tutelarsi in caso della chiusura dello stretto di Hormuz, dovrebbero correre a liberare la popolazione di queste altre 60 nazioni.

Tanto è facile, no? Lo ha detto Trump. La loro unità di élite non ha subito perdite, mentre le guardie del corpo di Maduro sono morte tutte.

Il vero problema è che il controllo della linea petrolifera in Venezuela sarà preso dalle aziende americane. Quelle stesse aziende che il governo venezuelano aveva cacciato dal Paese.

Dalla metà degli anni Settanta in poi, il Venezuela ha liberato il proprio Paese dalle Corporation Americane che si occupano di petrolio. Hanno fatto miliardi di investimenti e questa cosa agli americani non è mai piaciuta.

Quindi è arrivato Trump, che se ne frega delle regole e del Diritto Internazionale, e si è ripreso il petrolio del Venezuela, il più grande giacimento del mondo, anche se per farlo ha dovuto rapire Maduro, contando sul fatto che gli occidentali siano una massa di ignoranti che non conoscono il diritto e hanno il suo stesso senso etico della giustizia e della dignità umana.

Tuttavia, se il principio è che gli Stati Uniti si possono riprendere ciò che vogliono, in base allo stesso principio, la Russia potrebbe riprendersi paesi che appartenevano al blocco URSS o gli asset bloccati dagli europei, e, perché no, l’Italia potrà pretendere la Corsica, l’Istria e la Dalmazia.

La liberazione di un popolo da una dittatura si festeggia, ma solo quando non finisce sotto un’altra dittatura travestita da poliziotto buono. E non deve essere l’America che decide quando un dittatore è giusto e quando è sbagliato.

E non si può accettare che una nazione si autoproclami sceriffo del mondo, quando il suo presidente invita alla Casa Bianca criminali su cui pende un mandato di cattura internazionale, come Putin e Netanyahu.

Forse i più giovani non lo sanno, ma la Democrazia Cristiana governò per decenni, in Italia, grazie alla strategia della tensione alimentata proprio dagli USA, senza dimenticare i vari golpe finanziati e gestiti dagli stessi Stati Uniti in America meridionale, per cacciare governi che non piacevano a Washington.

Ma sono certo che Trump si è sbagliato quando ha citato la Groenlandia: intendeva dire Cambogia, Russia, Cina, Sudan, Togo… e le altre sessanta dittature.

D’altronde, il suo predecessore salutava amici immaginari e ringraziava il presidente ucraino, Putin, perciò gli abbagli capitano da quelle parti.

Sarà il cibo, o forse l’aria.

Quindi, ci scopriremo tutti più felici, in un mondo liberato dalle dittature, dove tutti saremo fratelli grazie all’America, buona e santa.

Il petrolio del Venezuela sarà gestito da aziende venezuelane, senza alcun interesse americano.

Allora, saremo costretti tutti a chiedere scusa a Trump, lo sceriffo del mondo, l’Unto del Signore che ci salverà, conducendoci tutti nel Regno dei Cieli, la cui capitale sarà Manhattan.

Là, dove luccicano i petroldollari e la pace è garantita dalla santità delle più floride fabbriche di armi del mondo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DIFENDIAMO UNO STATO CANAGLIA SOLO SE È UNO DEI NOSTRI

C’è un esperimento mentale che dovrebbe essere proposto come esame obbligatorio in ogni facoltà di Giurisprudenza, di Scienze Politiche, di ogni corso di educazione civica nelle scuole superiori. Persino all’ingresso di ogni bar, da dove sembrano usciti molti analisti da divano e tastiera degli ultimi quattro anni.

L’esperimento è il seguente.

Immaginate un’operazione segreta delle forze speciali americane che, atterrate in una base NATO in Italia, prelevino con la forza il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio.

Non necessariamente gli attuali, Mattarella e Meloni, ma uno qualsiasi, il politico per cui votate.

Immaginate che li trasportino in un aereo, verso una località ignota, per un “processo” davanti a una corte straniera.

Il motivo? Aver disobbedito a un ordine di Washington. Aver dissentito sulla politica dei dazi, sull’embargo a Cuba, sull’invio di truppe.

La reazione?

Ovviamente, sdegno universale. Violazione della sovranità, atto di guerra, crimine contro il diritto dei popoli.

I giornali griderebbero al colpo di stato, i social esploderebbero, le piazze si riempirebbero. Sarebbe il definitivo tradimento dell’alleato, la fine della fiducia, la condanna unanime. O quasi. Perché ci sarebbe sempre qualcuno pronto a vedere negli USA gli unti del Signore.

Ora, fermatevi. E sostituite i nomi.

Al posto di “americane”, mettete “russe”. Al posto di “Washington”, mettete “Mosca”. La condanna, per molti, diventerebbe ancora più feroce, più viscerale, più assoluta.

Ma il fatto giuridico, l’atto in sé, sarebbe identico. Identica la violazione. Identico il disprezzo per la sovranità.

Identica la logica della forza che si erge a giudice, giuria e carceriere del mondo.

Eppure, quando l’autore di atti formalmente identici è Washington, accade il paradosso. Una parte significativa dell’opinione pubblica occidentale, italiana in particolare, non solo non condanna, ma giustifica. Applaude. Tifa.

LA SINDROME DA TIFOSERIA GEOPOLITICA E LA MORTE DEL DIRITTO

Ora, il problema non è a Mosca, a Pechino o a Washington. È dentro di noi.

È nella nostra psiche collettiva malata, atrofizzata da decenni di narrazione hollywoodiana. Da una parte i “buoni”, dall’altra i “cattivi”.

Quando i buoni infrangono le regole, c’è sempre una buona ragione e il malcapitato è sempre un cattivissimo che meritava il peggio. C’è sempre una scusa. Una giustificazione. Quando lo fanno i cattivi, è la prova della loro malvagità assoluta. E non ci sono appelli.

Studiamo poco, è vero. Leggiamo ancor meno. E i risultati si vedono.

Il diritto internazionale è una terra sconosciuta, un groviglio di carte che “limitano” l’azione dei nostri campioni.

E noi vogliamo campioni, non giuristi, perché i più hanno preso diplomi dopo anni di calci nel sedere per superare gli esami di riparazione a settembre. I più usciti da istituti tecnici che insegnano a usare le mani in fabbrica, ma che non danno molto sale in zucca. Persino tante lauree sono tecniche e poco acculturanti, con tutte le evidenze del caso.

Scarsa o nessuna conoscenza di filosofia, sociologia, diritto, relazioni internazionali, tutte materie indispensabili per comprende e criticare il mondo senza dire castronerie prive di logica e di basi giuridiche che non si conoscono.

Allora, si vuole l’uomo forte che risolve, che spacca, che vince. Perché l’uso della forza è la corazza di chi è culturalmente disarmato.

È un riflesso culturale atavico che premia l’ignoranza sulla cultura: la venerazione del condottiero, la sfiducia nel dialogo, il disprezzo per le regole quando sono d’intralcio alla narrazione della potenza.

Donald Trump non è la causa di questo sentire. Ne è il sintomo perfetto, l’icona populista che trasforma la politica estera in uno sbraitato reality show dove si comprano e si vendono nazioni, si lanciano minacce come improperi da bar, e il diritto è, esattamente, carta igienica. Come per qualunque delinquente di periferia.

Ma qui non stiamo parlando di stile. Stiamo parlando di atti concreti, documentati, che definiscono uno Stato canaglia secondo i manuali che noi stessi abbiamo scritto, ma che adesso non ci piacciono, perché sbugiardano il nostro amicone di sempre.

D’altronde, è quell’amicone che si è fatto beffe del Diritto e della comunità internazionale più volte. E noi gli siamo sempre andati dietro come complici, a cominciare dall’invasione dell’Iraq, autorizzata solo dopo che la CIA inventò l’esistenza di armi chimiche di Saddam Hussein, e dal bombardamento sul Kosovo, a cui si gettò d’impeto il governo D’Alema e Mattarella.

LO STATO CANAGLA NELL’ABITO DELL’EGEMONE

Proviamo a elencare, senza il filtro rassicurante della propaganda, azioni recenti della superpotenza a stelle e strisce.

La richiesta pubblica, seria, di avere la Groenlandia, territorio sovrano della Danimarca, come si trattasse di un immobile.

Il rapimento, perché di questo si tratta, del presidente boliviano Evo Morales nel 2013, costringendo il suo aereo presidenziale a un atterraggio forzato in Austria per una perquisizione illegale, umiliando un capo di Stato sovrano sulla base di semplici sospetti.

L’assassinio mirato, fuori da un campo di battaglia dichiarato, del generale iraniano Qasem Soleimani su suolo iracheno, un atto che costituisce un omicidio extragiudiziale e un casus belli.

Senza dimenticare l’invenzione delle armi chimiche di Saddam Hussein, fake news che servì per ottenere un mandato internazionale a invadere l’Iraq. Senza dimenticare le bombe atomiche sul Giappone, che fanno degli USA l’unica nazione che abbia mai usato l’atomica contro civili inermi.

E senza dimenticare il Kosovo, di cui abbiamo già accennato sopra.

Le minacce di “sofferenze” alla Corte Penale Internazionale se osasse indagare su crimini di guerra statunitensi.

L’uso sistematico di dazi punitivi, al di fuori delle regole dell’WTO, come arma di ricatto geopolitico contro amici e rivali. Il sostegno a tentativi di colpo di stato, l’embargo genocida contro Cuba, le sanzioni che affamano popolazioni intere per piegare governi.

Ora, leggete questo elenco immaginando che l’autore sia la Russia di Putin. O che sia la Cina. O, perché no?, la Corea del Nord.

Sentireste il gelo lungo la schiena. Invochereste l’intervento dell’ONU, la mobilitazione della NATO, l’isolamento totale.

Perché tanti non lo sentono quando l’autore è l’America?

Perché la propaganda di Hollywood e la loro ignoranza storica, filosofica, sociologica, geopolitica e delle norme del Diritto, lo impediscono.

LA GRANDE IPOCRISIA E IL SUO PREZZO

La risposta è scomoda, lo so. D’altronde, siamo succubi di un potere.

Perché l’egemonia culturale ed economica USA ci ha convinto che il loro interesse nazionale sia sinonimo di bene comune per tutti. Che sia “esportazione di democrazia”.

Perché abbiamo interiorizzato la gerarchia del mondo: loro comandano perché sono buoni e giusti, noi obbediamo perché siamo meno capaci, ma siamo buoni, gli altri subiscono perché sono incapaci e cattivissimi.

E quando scopriamo che gli USA commettono crimini di guerra, come, per esempio, in Iraq, è per un bene superiore e non battiamo ciglio se vogliono infliggere 175 anni di carcere a un giornalista che li svela.

Quando lo fanno gli altri, è barbarie. Putin è un tiranno, mentre Clinton, Trump, Biden, Bush, sono tutti unti del Signore.

Questo doppio pensiero è il cancro che sta uccidendo l’ordine internazionale e la credibilità dell’Occidente.

Ed è un boomerang micidiale, poiché, legalizzando la legge del più forte quando è “il nostro amico” quello forte, diamo a ogni potenza emergente il manuale di istruzioni per fare lo stesso.

Perché la Cina non dovrebbe rivendicare il Mar Cinese Meridionale? Perché la Russia non dovrebbe annettersi territori se lo fa per “proteggere” connazionali?

Abbiamo distrutto la cassaforte del diritto e ora ci stupiamo se i ladri entrano da tutte le parti.

Immaginate se Putin rapisse Zelensky, presentando le prove (che esistono, come abbiamo visto con Azov e i cessi d’oro) della corruzione a Kiev e dell’infiltrazione neo-nazista in alcuni battaglioni.

Lo definiremmo un mostro. Giustamente. Ma quando gli USA fanno cose analoghe, le chiamiamo “azione di difesa preventiva”. Perfino legittima, anche se non si sa bene in base a quale legge di quale regolamento, sancito da quale Diritto.

USCIRE DALLO STADIO PER TORNARE SERI E CREDIBILI

La posta in gioco non è la simpatia per Trump o per Biden, per Meloni, Conte, Renzi, o chicchessia, per la destra o per la sinistra.

La posta in gioco è il principio.

È la difesa dell’idea che esista una legge sopra tutti, anche sopra i più potenti. Che la sovranità di un paese, sia esso l’Italia o il Venezuela, la Bolivia o l’Iran, non sia negoziabile sotto la minaccia di droni o di sanzioni da parte di chi ha più armi atomiche che teatri e centri culturali.

Smettere di tifare. Iniziare a giudicare. Applicare lo stesso metro, spietato e inflessibile, a tutti gli attori sulla scena mondiale. Questo è l’unico atto di vero patriottismo internazionalista che ci resta. Perché se oggi applaudiamo al rapimento di un presidente straniero “scomodo”, domani legittimiamo il rapimento dei nostri, in un mondo dove la forza è l’unico diritto rimasto.

Perché, se giustifichiamo il più forte, entriamo nella legge della Mafia, dove bisogna sperare che il più forte non diventi qualcun altro.

Il vero nemico non è a Est o a Ovest. È nella nostra rinuncia a pensare, a studiare, a comprendere i punti di vista dell’altro, a pretendere coerenza.

È nella nostra comoda, quieta, letale ipocrisia. Un’ipocrisia che ci sta trasformando, da cittadini di democrazie, in complici silenziosi di un impero che è la più grave minaccia per la pace sul pianeta.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL VENEZUELA COME SCUDO E L’IRAN NEL MIRINO DELLA NUOVA EGEMONIA AMERICANA

Il mondo che conoscevamo è evaporato tra i fumi di un blitz a Caracas e il silenzio glaciale dei ghiacci groenlandesi. Dall’Europa, nessun segnale degno di nota.

Non è più tempo di analisi edulcorate o di speranze liberal-democratiche; siamo entrati nell’era del realismo brutale, dove la geografia non è un destino, ma una preda per i nuovi imperi, scatenatissimi in questo nuovo mercantilismo coloniale.

Gennaio 2026 verrà ricordato come il mese in cui Washington ha strappato il manuale del diritto internazionale per riscriverlo con l’inchiostro nero del greggio e il piombo delle forze speciali. E come il mese in cui l’impero americano ha finalmente gettato via la maschera di buono e ha mostrato a tutti la sua vera identità.

IL SEQUESTRO DI STATO E IL NUOVO ORDINE DEI VASSALLI

L’operazione chirurgica che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro non è stata un atto di liberazione, nonostante le piazze festanti della diaspora e il cinico plauso di chi, da Roma a Bruxelles, parla di “legittima difesa”, vomitando sciocchezze che offendono le facoltà di Giurisprudenza di tutto il mondo.

È stato un palese sequestro di Stato in violazione delle più elementari norme di Diritto.

Donald Trump ha diviso il mappamondo in due sole categorie: vassalli e nemici.

L’Europa, guidata da leader che condannano l’imperialismo altrui mentre giustificano quello “alleato”, ha scelto la prima categoria.

Si piegano ai dazi, comprano armi Made in USA e guardano altrove mentre Marco Rubio pianifica la spartizione degli asset petroliferi venezuelani come se si trattasse di una liquidazione fallimentare.

Ma dietro la retorica della democrazia da esportazione si cela un calcolo matematico freddo e spietato.

LA STRATEGIA DEL SERBATOIO: PERCHÉ IL VENEZUELA PRIMA DI TEHERAN

Perché Caracas? Perché adesso?

Certamente non è vera la panzana del narcotraffico. In primo luogo perché non sono gli USA deputati a stabilirlo e non hanno alcuna autorità legittima per farlo.

In secondo luogo perché non è vero. La droga che inonda le strade americane arriva solo in una parte infinitesimale dal Venezuela.

La risposta vera non è nemmeno solo nel desiderio di cacciare la Cina dal cortile di casa o di azzerare l’influenza di Hezbollah in America Latina, ma nel fatto che il Venezuela è la polizza assicurativa degli Stati Uniti per l’imminente scontro finale con l’Iran.

L’Iran sta esplodendo. Con un’inflazione al 42% e il prezzo del pane raddoppiato, il regime degli Ayatollah è alle corde, stretto tra rivolte interne e la minaccia costante di un Trump che si dichiara “armato fino ai denti”.

Teheran possiede però un’arma apocalittica: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Se quel corridoio venisse sigillato, il 20% del petrolio mondiale sparirebbe dal mercato dalla sera alla mattina, trascinando l’economia globale – e quella americana – in un baratro senza fondo.

Controllare il Venezuela significa annullare questa minaccia. Accaparrandosi le immense riserve di Caracas, Washington ha creato uno “scudo energetico”. Se Hormuz chiude, l’America ha già il suo serbatoio interno, sicuro e sotto scacco.

Possono permettersi di colpire l’Iran senza temere il collasso della propria pompa di benzina. È una partita a scacchi dove il Venezuela è il sacrificio necessario per dare scacco matto al “re persiano”.

L’ARTICO E LA LOGICA DEL MUSCOLO

Mentre il Sud viene “messo in quarantena” da 15.000 soldati e navi da guerra, al Nord la Danimarca scopre che la sovranità è un concetto obsoleto di fronte alle necessità dell’impero americano.

La Groenlandia serve alla difesa, dicono.

Serve per le terre rare, serve per controllare le rotte che il riscaldamento globale sta liberando dai ghiacci.

Trump non discute più: annuncia, emana editti. Come un imperatore di due secoli fa.

La battuta sulle slitte trainate dai cani rivolta a Copenaghen è il simbolo di una diplomazia ridotta a bullismo geopolitico da un folle che sembra seguire più lo stile da capo Mafia che quello di qualcuno dei suoi predecessori. “Qui comando io. O fate e mi date ciò che voglio, oppure me lo prendo con la forza.”

Le regole del Novecento sono state stracciate. Resta solo la forza. E il più forte vince.

IL DECLINO STRUTTURALE E LA BOLLA FINANZIARIA

C’è una disperazione profonda in questa aggressività.

Un impero che si sente forte non ha bisogno di rapire presidenti o minacciare alleati storici.

Gli Stati Uniti sono schiacciati da un debito federale fuori controllo e da una deindustrializzazione che la concorrenza cinese ha messo a nudo. La guerra è diventata l’unico strumento per proteggere il dollaro e far scoppiare, o ritardare, una bolla finanziaria che minaccia di travolgere Washington.

Il petrolio venezuelano non serve solo a muovere i carri armati, ma anche a garantire che il mondo continui a pagare i propri debiti in biglietti verdi. È un’economia di rapina che si maschera da politica estera.

IL PESO UMANO DELLE “TRAGEDIE EVITABILI”

In questo scenario di giganti che si prendono a spallate, il costo umano è, come sempre, distribuito tra i più deboli.

Sono i 16 morti nelle strade iraniane, i venezuelani barricati in casa con le frontiere chiuse, e perfino i giovani morti a Crans-Montana in un Capodanno di sangue che sembra quasi un presagio. Quella svizzera è stata definita una “tragedia evitabile”, ma lo è anche questa deriva bellica globale.

Siamo testimoni di un mondo dove il diritto internazionale vale solo per chi non ha abbastanza jet per sorvolarlo e atomiche per ridicolizzarlo.

Gli Stati Uniti stanno ridisegnando il globo a loro immagine e somiglianza: un’autocrazia energetica dove non c’è spazio per i grigi, ma solo per chi obbedisce e chi viene deportato.

È un disegno che abbiamo già visto nel secolo scorso, con un piccolo uomo con dei buffi baffetti, ma che non faceva affatto ridere.

La domanda non è più “cosa accadrà”, ma “chi sarà il prossimo”. L’Iran è già nel mirino. E l’America ha appena fatto il pieno di carburante per alimentare la sua ennesima guerra sul pianeta.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.