Mentre i missili ipersonici riducono al silenzio le reti elettriche ucraine e l’inflazione divora i bazaar persiani, il mondo scivola in una cecità collettiva nutrita dagli algoritmi di Tik Tok e dalla paura che la diplomazia possa portare alla pace.
In Ucraina, il sibilo del missile ipersonico Oreshnik ha tagliato il cielo come un bisturi, silenzioso e imprendibile per la contraerea di Zelensky già stremata dal freddo.
A migliaia di chilometri di distanza, l’Iran, dittatura seduta su oceani di petrolio e gas, annega in blackout sistematici e in una recessione che sa di paradosso venezuelano.
Questi due scenari, apparentemente distanti, in realtà, sono le due facce della stessa moneta; sono l’emblema del fallimento dell’architettura occidentale e la nascita di un’era in cui l’oscurità, fisica e intellettuale, è diventata l’arma definitiva.
IL PARADOSSO ENERGETICO: L’INGEGNERIA DELLA DISPERAZIONE
L’energia non è più un bene di consumo, ma un’arma psicologica. In Ucraina, la strategia russa è passata dal logoramento militare alla chirurgia infrastrutturale. Colpire i depositi di gas e le centrali elettriche non serve a conquistare territorio, ma a smantellare il contratto sociale.
Perché una popolazione al buio e al freddo è una popolazione che perde la percezione del futuro. Qui, la tecnologia ipersonica non viene usata per colpire reggimenti, ma per rendere l’Europa spettatrice impotente di un disastro umanitario programmato.
Dall’altra parte, l’Iran è il terzo produttore OPEC, eppure la sua gente fa la fila per beni di prima necessità mentre l’inflazione tocca punte del 70%.
Perché la ricchezza nel sottosuolo è inutile se la superficie è isolata dal mondo. Il calo del prezzo del greggio ha mandato in tilt il bilancio di Teheran, costringendo il regime a una pressione fiscale che è benzina sul fuoco delle proteste.
Quando una nazione che esporta energia non riesce a illuminare le proprie strade, significa che il sistema economico è entrato in una fase terminale di corruzione e di inefficienza, aggravata da sanzioni che, invece di colpire i vertici, strangolano la classe media.
LA DIPLOMAZIA DEI FANTASMI: IL CASO DRAGHI E IL JCPOA
In queste dinamiche da film thriller, l’Europa tenta di rispondere con il riciclo di figure del passato. L’ipotesi di Mario Draghi come inviato speciale dell’Unione Europea per mediare con Mosca è il simbolo di una disperazione diplomatica che non ha precedenti.
Draghi, l’uomo del “volete la pace o il condizionatore acceso?” e delle famose “sanzioni dagli effetti dirompenti”, è la figura meno indicata per dialogare con un Cremlino.
Riesumare figure tecniche per risolvere crisi esistenziali è come tentare di riparare una diga che crolla con un foglio di calcolo Excel.
Tuttavia, la colpa non è di Draghi, che è solo un abilissimo passacarte e dirigente di poteri ben più alti. Il vero problema nasce dal 2018, quando il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nucleare (JCPOA) è stato il colpo di grazia alla fiducia internazionale.
Quella firma stracciata ha trasformato l’Iran da un potenziale partner commerciale a una minaccia dietro l’angolo, spingendolo nelle braccia di Mosca e Pechino. Oggi, i tentativi di riaprire i negoziati, mentre Donald Trump alterna minacce di bombardamenti a inviti a cena, sono soltanto teatro di passa lega.
La diplomazia è diventata una messinscena per giustificare l’escalation militare che verrà. Le proposte di Macron e Starmer di inviare truppe in Ucraina dopo la pace, per stabilire basi permanenti sul territorio, sono, di fatto, sabotaggi preventivi: nessun governo russo, di Putin o di altri, accetterebbe un accordo che stabilisca la presenza di eserciti NATO ai propri confini.
In pratica, si parla di pace per preparare la prossima fase della guerra.
CRONACHE DALLA CARNEFICINA: IL DISSENSO SENZA VOLTO
Le strade di Teheran raccontano una storia che i media ufficiali faticano a inquadrare. Non si tratta di “infiltrati della CIA”, come vorrebbe la narrazione del regime, ma di un desiderio di cambiamento che attraversa dipendenti pubblici, commercianti dei bazaar e giovani nati in un mondo che non offre loro nulla se non restrizioni.
La repressione è brutale: cecchini sui tetti, arresti di massa e la minaccia della pena di morte come strumento pedante di esempio. Ma la fame e la sete (la crisi idrica iraniana è una bomba a orologeria peggiore del nucleare) non si fermano con le pallottole.
In Ucraina, la guerra dell’informazione è altrettanto feroce. Ogni attacco russo viene riletto dai media occidentali attraverso lenti deformanti, trasformando sconfitte tattiche in “prove di avanzata ucraina”, un’avanzata cominciata con la famosa controffensiva di Kiev del maggio 2023, ma che, a oggi, non ha portato neppure un metro quadro di terreno riconquistato.
Anzi, basta osservare la cartina della primavera 2022 e quella di oggi, per rendersi conto di quale sia la realtà.
Questa distorsione della realtà non aiuta Kiev, ma la condanna a una resistenza infinita senza una strategia di uscita realistica, lasciando gli ucraini a morire al fronte, giorno dopo giorno, senza una meta precisa che non sia continuare a combattere sperando di non morire.
LA SOCIETÀ ZOMBIFICATA: IL COLLASSO DELLA SOGLIA DI ATTENZIONE
Purtroppo, siamo entrati nell’era degli “shorts”, di TikTok, dei ”reels”. Frammenti di realtà di pochi secondi che distruggono la nostra capacità di collegare i puntini, compiendo analisi più corpose di quindici o trenta secondi e ben al di là di buoni e cattivi.

La complessità della crisi energetica o della geopolitica iraniana viene ridotta a slogan binari. Destra contro sinistra. Pro-Putin o contro, Pro-NATO o contro.
Mentre l’opinione pubblica si accapiglia su tifoserie sterili, i problemi reali, come la sanità che crolla, le scuole senza carta igienica, le strade che cadono a pezzi, vengono ignorati.
Il cittadino moderno è iper-informato su fatti irrilevanti e totalmente analfabeta sui processi che governano la sua vita. Siamo entrati nell’era della “zombificazione” funzionale al potere, perché un popolo che non riesce a concentrarsi per più di un minuto su un articolo di fondo non potrà mai organizzare una resistenza critica efficace.
IL FIAMMIFERO NELLA STANZA BUIA
L’ONU osserva, celere nel condannare quando le telecamere sono accese, ma tragicamente impotente nel prevenire il massacro energetico o civile. Siamo arrivati a un punto di non ritorno dove la realtà dei rapporti di forza ha superato la finzione del diritto internazionale, quello che già avevamo calpestato ampiamente in Iraq, in Jugoslavia, in Libia…
In una stanza che si sta oscurando rapidamente, non importa chi ha gridato più forte o chi ha citato meglio i trattati del passato. Importa solo chi ha ancora un fiammifero per accendere la luce. Oggi, quei fiammiferi sono nelle mani di leader che hanno smesso di credere nella diplomazia e di una popolazione che ha smesso di esercitare il pensiero critico.
Se non recuperiamo la capacità di guardare oltre lo schermo del nostro smartphone, se non torniamo ad analizzare la realtà nella sua complessità, e non nell’analisi da asilo su aggressore e aggredito, l’oscurità che ha avvolto l’Ucraina e l’Iran diventerà presto il clima permanente di tutto l’Occidente.
E allora, non ci sarà nessun Draghi e nessun Trump capace di riattaccare l’interruttore della civiltà.















