QUANTO COSTA UN RAPITO

(e il caso di Pier Fortunato Zanfretta)

di Danilo Preto

Brutalmente!   

Per essere chiari non parliamo di rapimenti ma di rapiti. E non parliamo di effetti psicologici dovuti alla prigionia, di torture subite, di annichilimento della volontà e dello stato in cui sono vissuti nel momento in cui sono stati rapiti e poi costretti in schiavitù.

Sì, perché certamente non venivano trattati con i guanti bianchi e alimentati con ostriche e champagne.  

In Italia, subito dopo di quella che è stata definita la stagione dei sequestri a scopo di estorsione, una legge dello stato ha proibito di trattare con i rapitori congelando le proprietà delle famiglie dei rapiti per evitare che ci fosse l’idea che bastasse pagare per avere di ritorno il figlio rapito o il parente rapito, pagando il riscatto a suon di miliardi di lire (allora).

Niente di tutto questo.

Questa parte la lasciamo alla cronaca dell’epoca, convinti che non sia, ad oggi, tutto chiaro quello che è avvenuto fra servizi dello Stato, ostacoli alle trattative e liberazione degli ostaggi.  

Il fenomeno dei sequestri di cittadini italiani all’estero è stato purtroppo ricorrente negli ultimi decenni.

Storicamente, le aree più calde hanno riguardato il Medio Oriente (Siria, Iraq), il Nord Africa (Libia, Egitto) e alcune zone subsahariane (Kenya, Mali). 

I RAPIMENTI DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO  

Alcuni rapimenti sono certamente famosi e sono stati descritti con dovizia di particolari dagli organi di stampa, dai testimoni diretti, dai rapiti e, spesso, dalle fantasie giornalistiche tendenti a completare il quadro quando le notizie reali mancavano.  

I rapimenti di cittadini italiani all’estero sono una complessa e delicata realtà storica e cronachistica, che ha visto il coinvolgimento di diplomatici, giornalisti, cooperanti e tecnici.

L’Unità di Crisi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale gestisce costantemente il monitoraggio e la risoluzione di questi eventi.  

I sequestri sono spesso stati perpetrati da gruppi terroristici di matrice jihadista, cellule di Al-Qaeda o bande criminali locali. L’obiettivo principale di questi rapimenti è stato quasi sempre l’estorsione, finalizzata al pagamento di cospicui riscatti per finanziare le attività dei gruppi armati.   

Evoluzione Storica e Geopolitica 

Dalla fine degli anni ’90 a oggi, la natura dei sequestri è profondamente mutata, passando da logiche di guerriglia e separatismo (soprattutto in America Latina e Medio Oriente) a un modello fortemente legato al terrorismo internazionale e al crimine organizzato a scopo di estorsione.  

I territori maggiormente interessati si collocano lungo la fascia del Sahel, in Africa Orientale (Somalia/Kenya) e nel quadrante mediorientale (Siria/Iraq/Yemen). I rapimenti sono avvenuti prevalentemente in aree geografiche ben precise, caratterizzate da instabilità politica, conflitti o forte criminalità come in: Medio Oriente: Siria e Iraq (specie durante l’espansione dell’ISIS) e Yemen. 

Nord Africa: Libia (le zone di estrazione o cantieri edili sono state spesso bersaglio di gruppi armati). 

Africa Subsahariana: Paesi del Sahel (Mali, Niger) e Corno d’Africa (Somalia e Kenya costiero).  

I casi più noti risolti (tra il 2004 e il 2019)  

Numerosi connazionali sono stati liberati, in molti casi grazie all’azione diplomatica dell’Unità di Crisi della Farnesina e dei servizi di intelligence (Aise).   

2004 (Iraq): I quattro contractor italiani — Fabrizio Quattrocchi, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio — furono sequestrati a Baghdad. La tragedia si concluse con la liberazione di Cupertino, Agliana e Stefio, e l’uccisione di Quattrocchi.

Tutti ricorderanno la frase di Quattrocchi prima di essere ucciso: “vi mostro come muore un italiano”.  

2004 (Iraq): Simona Torretta e Simona Pari Cooperanti della Ong italiana «Un ponte per…», entrambe ventinovenni, vengono sequestrate a Baghdad il 7 settembre 2004 da un commando armato che fa irruzione negli uffici dell’associazione. Il giorno della liberazione è il 28 settembre.

Le telecamere di Al Jazeera mostrano l’incontro delle due giovani con il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, che in serata le riaccompagna in Italia con un Falcon 20, atterrato a Ciampino in serata. 

2005 (Iraq): La giornalista Giuliana Sgrena fu rapita a Baghdad e liberata dopo alcune settimane in un’operazione segnata dalla tragica morte dell’agente del Sismi Nicola Calipari.   

2008 (Somalia): Giuliano Paganini e Jolanda Occhipinti vengono rapiti il 21 maggio a 65 chilometri a Sud di Mogadiscio. I due cooperanti della ong Cins vengono rilasciati dopo due mesi e mezzo dal rapimento dietro il pagamento di 700.000 dollari. Un riscatto smentito, però, dalla Farnesina

2011 (Sud Darfur): Francesco Azzarà sequestrato il 14 agosto 2011 e liberato quattro mesi dopo. «Finisce un incubo. Finalmente la telefonata che tutti aspettavamo è arrivata. Francesco è libero e sta bene».

Queste le parole di Gino Strada alla liberazione del cooperante di Emergency Francesco Azzarà. Qui si sussurra anche il ruolo costante di mediazione delle ONG.

2011 (Algeria): Rossella Urru.  Un rapimento lungo nove mesi quello di Rossella Urru, 31 anni, sarda, operatrice umanitaria rapita in Algeria il 23 ottobre 2011 e liberata il 18 luglio 2012. Insieme a lei sono rapiti anche altri cooperanti. Il sequestro avviene nel campo profughi Saharawi di Hassi Raduni, il primo rapimento in un campo profughi saharawi.

Al momento del sequestro, Rossella Urru lavorava da due anni nel campo di Hassi Raduni per conto del Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo di Popoli) coordinando un progetto finanziato dall’Ue. Il suo lavoro consisteva nel sostegno alla Mezzaluna Rossa per verificare la qualità, la gestione degli aiuti umanitari e la formazione del personale locale.

2012 (Siria): Vengono rapiti i giornalisti Domenico Quirico e Claudio Scona, poi liberati. Poche notizie al riguardo.

2012 (India): Paolo Bosusco e Claudio Colangelo sono rapiti da un gruppo di maoisti naxaliti in India, che con questo rapimento vollero lanciare un messaggio al governo indiano contro le operazioni anti-maoiste in Orissa.

Bosusco, 54 anni, responsabile di un’agenzia turistica, e Claudio Colangelo, 61 anni, medico e operatore di volontariato, sono catturati il 14 marzo da un gruppo di 30 maoisti che li accusano di aver cercato di fare foto ad alcune donne tribali che si bagnavano, nel distretto di Kandhamal. Sono liberati in due tappe dopo quasi un mese di prigionia.   

2013 (Siria): Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita italiano, scomparso a Raqqa in luglio per il quale non si sono mai avute conferme certe sulla sua sorte.   

2014 (Siria): Le cooperanti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo furono sequestrate ad Aleppo e rilasciate a inizio 2015. Le cooperanti ventenni sono rapite nella notte fra il 31 luglio e il primo agosto 2014, nella fase più drammatica della guerra civile siriana.

Sono liberate il 15 gennaio 2015 a seguito di una lunga trattativa con il Fronte al-Nusra e il governo italiano, secondo alcune fonti dietro un pagamento di riscatto.

Le due cooperanti erano arrivate in Siria il 28 luglio per conto dell’associazione Horryati, una ong non riconosciuta dal ministero degli Esteri italiano che ha l’obiettivo di fornire aiuti medici nei campi profughi.

2016 (Filippine): Il cooperante Rolando Del Torchio, rapito dal gruppo terroristico Abu Sayyaf e liberato dopo circa sei mesi di prigionia.  

2016 (Siria): Alessandro Sandrini (rapito al confine tra Siria e Turchia) è stato liberato Il 22 maggio 2019 e ha potuto fare ritorno in Italia dopo un sequestro durato circa tre anni.  

2016 (Siria): Sergio Zanotti, Imprenditore. Anche qui poche note.

2018 (Kenya): Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel novembre 2018 nel villaggio di Chakama ad opera di miliziani islamici e poi liberata nel maggio 2020 dopo una lunga mediazione internazionale. 

Dei coniugi Langone e di altri, parleremo più avanti. Ovviamente l’elenco sarà forzatamente incompleto.

Modalità di Risoluzione e Gestione delle crisi 

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero.

Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.  

L’Italia, a differenza di altri Paesi (come Regno Unito e Stati Uniti che adottano una linea dura ufficiale di non-negoziazione con i terroristi), ha storicamente privilegiato la via diplomatica e dell’intelligence per tutelare l’incolumità dei propri cittadini, un approccio che si articola attraverso un monitoraggio e intelligence con il lavoro dei servizi segreti (Aise) e dell’Unità di Crisi.

C’è poi un monitoraggio costante della Farnesina per evitare simili episodi, attraverso il portale ufficiale Viaggiare Sicuri per evitare viaggi a rischio. 

Silvia Romano e le due Simona

Volontari e cooperanti.

È lunghissimo l’elenco degli italiani rapiti all’estero e poi fortunatamente liberati. Ma non sempre è andata così.

Silvia Romano è il caso più emblematico ma prima di lei, negli ultimi anni, ce ne sono stati molti altri e in svariati paesi sparsi nel mondo a suscitare sdegno o indignazione.

Altri sequestrati non sono riusciti a sopravvivere o sono stati uccisi dai rapitori.

Altri sono ancora prigionieri, come padre Luigi dall’Oglio, ammesso che sia ancora vivo. Alcuni invece ce l’hanno fatta e sono ritornati a casa. In alcuni casi suscitando forti polemiche.

Come abbiamo anticipato, Silvia Romano, è tornata in Italia con abiti tradizionali islamici, tipico delle donne irachene, ma in questo caso senza il velo sulla testa.  Entrate in Italia con il velo invece le due Simona. 

La vita dei rapiti dei sequestrati italiani all’estero fino al giorno d’oggi 

La vita degli italiani rapiti all’estero è cambiata radicalmente a partire dagli anni 2000, passando dai sequestri commerciali e mafiosi del secolo scorso a rapimenti geopolitici legati al terrorismo internazionale e a gruppi jihadisti.

Le vittime non sono più grandi industriali prelevati in patria, ma cooperanti, giornalisti, religiosi e tecnici aziendali catturati in scenari di guerra o in aree a forte instabilità come il Sahel, il Medio Oriente e il Corno d’Africa.  

L’evoluzione storica e i profili delle vittime 

Infatti, se fino agli anni ’90 i sequestri avvenivano prevalentemente sul territorio italiano per mano dell’Anonima Sarda o della ‘Ndrangheta a scopo di estorsione, il nuovo millennio ha spostato l’asse del pericolo oltre confine.  

Tecnici e operai aziendali: dipendenti di grandi aziende italiane impegnate in infrastrutture energetiche o edili (come nei casi storici in Libia o in Nigeria), catturati da milizie locali o bande criminali per ottenere riscatti economici.   

Cooperanti e volontari: giovani o attivisti impegnati in missioni umanitarie (es. il caso delle “due Simone” in Iraq, Silvia Romano in Kenya, o la famiglia Barbalunga in Mali).   

Religiosi e giornalisti: figure di frontiera che operano in territori complessi, diventando bersagli ad alto valore simbolico e politico per i gruppi terroristici.  

Le condizioni di prigionia 

La quotidianità dei rapiti all’estero è caratterizzata da privazioni estreme, isolamento e torture psicologiche. 

Spostamenti continui: per evitare i blitz dell’intelligence o i droni militari, i prigionieri vengono continuamente spostati, spesso rivenduti da bande criminali locali a grandi sigle terroristiche come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) o l’Isis. 

Isolamento ambientale: molti ostaggi hanno riferito di aver trascorso mesi o anni in grotte, capanne di fango o tende nel deserto, privati di contatti umani se non con i propri carcerieri, spesso senza conoscere il motivo del sequestro o il proprio destino. 

Pressione psicologica: la minaccia costante di esecuzione e la registrazione di video-appelli forzati per fare pressione sui governi rappresentano i traumi più profondi, destinati a lasciare strascichi permanenti anche dopo la liberazione. 

Il ruolo dell’Intelligence e il “Protocollo S” 

La gestione del rapimento attiva una macchina istituzionale complessa e silenziosa coordinata dalla Farnesina e dall’AISE (i servizi segreti per l’estero).  

Silenzio stampa: le autorità italiane impongono un rigoroso silenzio mediatico per non far lievitare il “prezzo” del riscatto e non compromettere i canali sotterranei di negoziazione con i mediatori locali.  

Trattative complesse: l’Italia è storicamente nota per prediligere la via diplomatica e della mediazione pur di riportare a casa i propri cittadini sani e salvi, attirando talvolta critiche internazionali dagli alleati (come Stati Uniti o Regno Unito) contrari al pagamento di riscatti. 

Mentre molti casi si sono conclusi felicemente con il rimpatrio delle vittime, come la liberazione dei coniugi Barbalunga e del figlio dopo quasi due anni di prigionia in Mali in mano a gruppi legati ad Al-Qaeda, restano ancora ampie zone d’ombra su vicende irrisolte.

È il caso di figure storiche come il gesuita Padre Paolo Dall’Oglio che continuiamo a citare come emblema irrisolto, scomparso in Siria nel 2013 e mai più ritrovato, o dei cittadini italiani svaniti nel nulla in zone ad alta opacità istituzionale (come i tre napoletani scomparsi in Messico nel 2018), le cui famiglie continuano a chiedere verità e indagini concrete. 

Il cambio di vita degli ex ostaggi

La vita attuale degli ex ostaggi citati è orientata alla ricerca della normalità e alla massima riservatezza, sebbene ognuno abbia rielaborato il trauma in modo diverso: alcuni proseguendo l’impegno umanitario, altri sparendo completamente dalla sfera pubblica per proteggersi.  

Per tutelare la propria privacy e fuggire da traumi o polemiche mediatiche, molti hanno scelto di cambiare radicalmente vita, non rilasciando più interviste.

La vita dei cittadini italiani che hanno vissuto l’esperienza del sequestro di persona all’estero è caratterizzata da complessi percorsi di reinserimento sociale, battaglie legali per il riconoscimento dei propri diritti e un pesante impatto psicologico, sebbene molti abbiano scelto la via del silenzio e del ritorno alla normalità.

I rapimenti all’estero coinvolgono spesso dinamiche geopolitiche, terrorismo di matrice jihadista e regimi autoritari come ricordato. Alcuni ex ostaggi religiosi e laici hanno deciso di non abbandonare la propria vocazione, trasformando l’esperienza del sequestro in una testimonianza di pace.

La maggior parte degli ex ostaggi sceglie di allontanarsi completamente dai riflettori per proteggere la propria privacy e superare i traumi. 

Sergio Cicala, dopo il rapimento nel 2009 con la moglie Philomene Pwelgna Kabouree, rilasciati dopo 4 mesi di prigionia, sono ritornati ad una vita normale. 

Silvia Romano (Aisha): rapita in Kenya nel 2018 e liberata nel 2020, la sua conversione all’Islam durante il sequestro scatenò una violentissima ondata di odio online.

Oggi ha scelto il totale isolamento mediatico per tutelare la propria quotidianità. Al suo rientro nel 2020, ha tagliato ogni legame con i social e i media. Oggi vive a Milano, si è sposata con un amico d’infanzia, ha avuto un figlio e lavora stabilmente come insegnante di lingue. 

Rocco, Maria Donata e Giovanni Langone: liberati nel febbraio 2024 dopo due anni di isolamento nel deserto del Mali, la famiglia è rientrata nel proprio paese d’origine in provincia di Potenza. Conducono una vita ritirata all’interno della comunità dei Testimoni di Geova, concentrati sul recupero psicofisico e familiare. 

Alessandro Sandrini: il giovane bresciano liberato nel 2019 ha dovuto affrontare, oltre al trauma, anche complesse vicende giudiziarie in Italia legate al suo viaggio e a reati precedenti al sequestro. Vive una vita privata molto controllata e lontana dai riflettori. 

Maria Sandra Mariani e Rossella Urru: entrambe le donne, icone dei riscatti nel Sahel tra il 2011 e il 2012, hanno scelto il silenzio. Rossella Urru lavora oggi nel settore dei servizi sociali e della cooperazione in Sardegna, mentre la Mariani è tornata alla sua vita in Toscana, rifiutando da anni qualsiasi contatto con la stampa.  

Padre Pier Luigi Maccalli: non ha smesso di fare il missionario. Oggi vive in Italia e continua la sua missione spirituale, testimoniando la sua esperienza attraverso scritti e incontri incentrati sul perdono, la fede e la pace. Viaggia continuamente per fare divulgazione, scrivere libri sulla sua prigionia (come Catene di libertà) e promuovere il dialogo interreligioso e il perdono verso i suoi carcerieri.   

Le “due Simone” (Simona Pari e Simona Torretta): sequestrate in Iraq nel 2004, una volta rientrate hanno proseguito con determinazione il loro impegno nel settore del non-profit e della cooperazione internazionale, operando lontano dalla sfera pubblica delle ONG e dell’associazionismo per i diritti umani e la cooperazione internazionale, ma gestendo l’impegno da posizioni prettamente organizzative in Europa per motivi di sicurezza.

Paolo Bosusco: la guida turistica rapita in India nel 2012 è tornata a vivere stabilmente in Piemonte. Ha continuato a coltivare la passione per i viaggi e la montagna, ma ha ridimensionato le attività commerciali nei territori a rischio. 

Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana: i tre contractor sopravvissuti in Iraq nel 2004 (dove morì Fabrizio Quattrocchi) hanno intrapreso strade diverse. Stefio ha continuato a lavorare nel settore della sicurezza privata e della consulenza aziendale all’estero; gli altri due si sono stabiliti in Italia cercando un impiego stabile lontano dai riflettori. 

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: le due giovani sequestrate in Siria nel 2014 sono tornate a una vita del tutto normale e anonima. Vanessa Marzullo si è laureata in mediazione linguistica e culturale e lavora nel settore, mentre entrambe hanno abbandonato la cooperazione sul campo in scenari di guerra.   

I “Nuovi Ostaggi” e la diplomazia di Stato 

Le vicende più recenti evidenziano una transizione dal rapimento operato da gruppi terroristici a quello che viene definito “sequestro di Stato” o “diplomazia degli ostaggi”.  

Alberto Trentini e Mario Burlò: il cooperante e il commercialista italiano sono stati liberati nel gennaio 2026 dopo oltre un anno di durissima detenzione nelle carceri del Venezuela (come il penitenziario di El Rodeo). Arrestati senza reali accuse formali, la loro vita oggi è focalizzata sul recupero psicofisico e sul riadattamento dopo i mesi trascorsi come pedine di scambio politico.  

Il costo dei rapiti

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero. Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.

Secondo indagini giornalistiche (tra cui quelle del New York Times e di Al Jazeera) e fonti investigative, le somme ipotizzate per le singole liberazioni variano tra 1 e 15 milioni di euro:  

Silvia Romano (2020): le stime investigative e dei media nazionali convergono su una cifra compresa tra 1,5 e 4 milioni di euro, pagata al gruppo jihadista Al-Shabaab. 

Federico Motka (2014): per il cooperante rapito in Siria, inchieste giornalistiche hanno ipotizzato un riscatto di circa 6 milioni di dollari. 

Domenico Quirico (2013): per il giornalista della Stampa, l’inchiesta di Al Jazeera ha indicato un pagamento di circa 4 milioni di dollari. 

Rossella Urru (2012): per la cooperante rapita in Mali, i media dell’epoca parlarono di una richiesta iniziale altissima, chiusa poi intorno ai 15 milioni di euro. 

Bruno Pellizzari (2012): per lo skipper sequestrato dai pirati somali, i documenti d’intelligence trapelati indicavano una cifra più bassa, pari a circa 525.000 dollari.  

La “Black Diplomacy”: non solo denaro 

Come detto, l’Italia adotta storicamente una dottrina flessibile (pragmatica) rispetto a paesi come Stati Uniti o Regno Unito, che vietano categoricamente ogni concessione.

Le trattative condotte dai servizi segreti (AISE) non si limitano necessariamente al denaro contante, ma rientrano nella cosiddetta diplomazia parallela, che può includere intermediazioni diplomatiche di paesi terzi (es. Qatar o Turchia per il Medio Oriente e l’Africa), aiuti umanitari o economici mirati alle aree geografiche controllate dalle fazioni coinvolte scambi di prigionieri o concessioni politiche indirette.    

In Italia la legge n. 82 del 1991, come abbiamo detto, impone il blocco automatico dei beni dei familiari del rapito per impedire tassativamente il pagamento di riscatti alla criminalità organizzata. 

All’estero i magistrati e i governi occidentali tendono ad applicare un principio di “realismo geopolitico”, in cui la priorità assoluta delle autorità sul campo è la salvaguardia della vita dell’ostaggio.  

Fedele a questo principio, l’Italia ha pagato più di 15 milioni di dollari in riscatti secondo Al Jazeera. Purtroppo, Al Shabaab dice: “Parte del riscatto di Silvia Romano finanzierà la jihad”. Così il portavoce del gruppo terroristico che ha rapito la cooperante.  

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero. Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.  

Il caso del rapimento di Pier Fortunato Zanfretta

Pier Fortunato Zanfretta (Nova Milanese, 28 dicembre 1952) è un’ex guardia particolare giurata. La sua storia è considerata uno dei casi ufologici più noti e documentati in Italia, con 11 presunti episodi di rapimento avvenuti tra il 1978 e il 1981 nell’entroterra ligure.

Scomparso misteriosamente, Zanfretta viene ritrovato sulle alture del Passo della Scoffera, non molto distante dal luogo del primo incontro con gli extraterrestri.

Alcuni dei riscontri fisici e delle indagini resero il suo racconto un vero e proprio caso di cronaca. Eccone alcuni. 

Tracce sul terreno: nel luogo del primo incontro a Torriglia, i Carabinieri trovarono un’impronta a forma di ferro di cavallo larga tre metri e profonda diversi centimetri. 

Anomalie termiche: quando i colleghi della vigilanza lo ritrovarono dopo la prima scomparsa, notarono che la carrozzeria della sua vettura era caldissima, nonostante la temperatura esterna fosse vicina allo zero. I suoi vestiti erano completamente asciutti nonostante la pioggia battente. 

La misteriosa scatola: durante le ipnosi regressive, Zanfretta parlò di una sfera o scatola tecnologica lucida ricevuta dagli alieni, che avrebbe nascosto sulle colline genovesi. Ha sempre dichiarato di non poterla mostrare per non violare il patto con le entità. 

Il siero della verità: per verificare la sua buona fede, l’uomo accettò di farsi iniettare il Pentothal (il siero della verità) durante un esame medico, confermando la medesima versione dei fatti anche sotto l’effetto del farmaco. 

Nel corso degli anni, Zanfretta ha ribadito la veridicità delle sue affermazioni in numerose interviste televisive, inclusa una storica apparizione al Maurizio Costanzo Show. 

Naturalmente nessun riscatto è stato pagato. Gli extraterrestri sono più accomodanti.

ZELENSKY DISPERATO SFIDA LA BIELORUSSIA. IL PIANO FOLLE PER TRASCINARCI NELLA TERZA GUERRA MONDIALE

di Pasquale Di Matteo

La narrazione del mainstream è sempre la stessa, monolitica, rassicurante e, purtroppo, drammaticamente falsa.

Ormai, se n’è reso conto anche il Fantozzi che credeva alle pale, ai muli, ai microchip, ai russi senza divise e senza calzini, all’esercito senza più soldati, ai quattro tipi di cancro di cui era affetto Putin nel 2022, che gli davano solo tre anni di vita, al massimo.

Eppure, da oltre quattro anni, ci raccontano di una Russia piegata, senza missili, costretta a combattere con le pale dell’Ottocento, a un passo dal collasso economico e isolata.

Il dramma è che qualcuno che crede a queste fesserie lo si trova ancora.

La realtà, però, ha il brutto vizio di presentare il conto, e il conto, sul campo di battaglia in Ucraina, è una disfatta epocale che l’Occidente sta cercando di coprire con una fitta cortina fumogena fatta di balle e propaganda.

I leader europei che hanno soffiato sul fuoco del conflitto cadono uno dopo l’altro, travolti da crisi interne. Cadono sempre in piedi, s’intende, mentre i cittadini europei si preparano a pagare il prezzo di una guerra gestita da burocrati privi di visione.

L’ultimo a cadere è Starmer.

I DRONI SU MOSCA E IL CROLLO DEL FRONTE: L’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Se leggete i “giornaloni” italiani, sembra che l’Ucraina sia a un passo dalla vittoria perché qualche decina di droni è riuscita a colpire Mosca o alcune raffinerie in Crimea. La cosa comica è qualcuno crede sia possibile.

Titoli a nove colonne, esultanza negli studi televisivi e un pubblico che sembra la società rincretinita di Demolition Man, la pellicola fantascientifica con Silvester Stallone e Sandra Bullock. E, proprio come in quel film, tutto è una colossale arma di distrazione di massa.

Mentre l’opinione pubblica viene ipnotizzata dai droni, il vero fronte ucraino si sta sgretolando a una velocità impressionante.

A Lyman, a Kostiantynivka, a Kupiansk, le linee di difesa cedono. Soldati ucraini vengono accerchiati, lasciati senza ordini di ritirata, mandati al massacro in nome di una tenuta simbolica che non ha più alcun senso strategico, se non salvare i leader europei e Zelensky.

I cieli dell’Ucraina sono, ormai, senza difese, le infrastrutture energetiche e militari sono state polverizzate, non a caso, Volodymyr Zelensky continua a chiedere disperatamente sistemi Patriot ai partner occidentali.

Ma i magazzini europei e americani sono drammaticamente vuoti, le scorte sono finite.

E allora si esalta il singolo drone che cade su una raffineria russa per nascondere il fatto che interi chilometri quadrati di territorio ucraino passano ogni giorno sotto il controllo di Mosca. È la strategia dell’illusione, anche se le guerre non si vincono con i titoli dei giornali, come i fatti stanno raccontando in maniera inesorabile.

L’ULTIMATUM ALLA BIELORUSSIA: LA DISPERATA RICERCA DELLA TERZA GUERRA MONDIALE

Quando stai perdendo la partita, l’unica mossa che ti resta è ribaltare il tavolo.

È in quest’ottica che va letto il surreale ultimatum lanciato da Kiev alla Bielorussia, riportato recentemente dalla testata “Politico”.

L’Ucraina ha dato a Minsk una settimana di tempo per smantellare i propri sistemi di comunicazione e radar vicini al confine, minacciando altrimenti raid militari.

Il pretesto? Quelle stazioni aiuterebbero la Russia, ma all’interno dei confini della Bielorussia è uno spazio sovrano su cui Kiev, o qualcun altro, non può vantare alcuna pretesa.

Il doppiopesismo occidentale, qui, raggiunge vette di pura avanguardia teatrale, perché, se la NATO fornisce a Kiev armi, addestramento, intelligence satellitare e logistica per colpire in profondità il territorio russo, è considerato un legittimo e sacrosanto atto di difesa. E se la Russia dovesse inviare anche solo un drone, apriti o cielo.

Ma se la Bielorussia fornisce supporto logistico a Mosca, diventa un problema.

Minsk non è ufficialmente in guerra. Ma a Kiev, ormai a corto di uomini e mezzi, serve disperatamente un’escalation. Serve allargare il conflitto ad altri Paesi per costringere la NATO a un intervento ancora più diretto, facendo saltare in aria qualsiasi residua, flebile possibilità di negoziato.

Perché un negoziato sarebbe la fine per Zelensky e per il suo potere che, ormai, è ben oltre quello che poteva sembrare spazio democratico.

I BUROCRATI DELL’APOCALISSE E L’ASSENZA DI IMMAGINAZIONE STRATEGICA

Citando Max Weber, siamo vittime della “burocratizzazione della mente”. I nostri geniali leader europei, dal dimissionario Keir Starmer a Emmanuel Macron, sono un manipolo d tecnocrati standardizzati, incapaci di un singolo guizzo di competenza strategica.

Starmer annuncia trionfante nuove sanzioni per colpire la “flotta ombra” russa e strangolare l’industria petrolifera di Putin. L’idea di fondo, tanto cara anche alla stampa italiana filogovernativa, è da asilo: se togliamo i soldi a Putin, lui si arrende.

Manca l’ABC.

Non sono riusciti a immaginare che la Russia avrebbe reagito duramente all’espansione della NATO in Ucraina, tra il 2014 e il 2022. E oggi, con la stessa miope arroganza, non riescono a immaginare cosa farebbe una superpotenza nucleare se venisse realmente messa all’angolo.

Credono davvero che Vladimir Putin, di fronte al collasso economico e militare della Federazione Russa, alzerebbe bandiera bianca scusandosi per il disturbo?

E per cosa? Per risparmiare qualche testata nucleare a un’Europa che non gli serve più commercialmente in virtù delle stesse sanzioni europee?

L’assenza di competenza geopolitica impedisce di vedere l’ovvio: spingere deliberatamente la Russia verso il baratro non porterà alla pace in Europa, ma condurrà, semmai, con un’altissima probabilità, all’uso delle armi nucleari per scrivere la parola “fine”.

E mentre l’Occidente gioca alla roulette russa con l’apocalisse, i commentatori nostrani applaudono, pronti a definire “putiniano” chiunque osi usare la logica.

Chiunque abbia un briciolo di cultura, di logica e di intelligenza.

Perché, tra Scemo e più Scemo, l’intelligente stona, è arrogante, non va bene.

IL CONTO SALATO LO PAGA L’EUROPA

E alla fine, chi paga? Noi, ovviamente.

Le armi inviate in Ucraina hanno lasciato i paesi europei completamente sguarniti. Per rimediare a questo disastro, la Commissione Europea di Ursula von der Leyen sta già apparecchiando la tavola per la prossima stangata.

Centinaia di miliardi di euro di nuove tasse da servire ai cittadini, miliardi che verranno drenati per finanziare l’industria bellica e il riarmo continentale.

Abbiamo finanziato un massacro prolungato artificialmente. Abbiamo perso la guerra sul campo e stiamo rischiando un’escalation nucleare senza precedenti per l’incapacità di una classe dirigente inadeguata una classe di giornalisti che ha smesso di informare, per diventare megafono del pensiero del potente di turno.

Ma state tranquilli: stasera, in TV, vi diranno che un drone ucraino ha colpito un tetto a Mosca e che la vittoria è finalmente a un passo.

Una vittoria esaltante, che esiste solo nei titoli di certe fake news spacciate per notizie, e a spese nostre.

Solo che le fake sono fake, ma i soldi che ci chiedono sono veri.

ISRAELE VIOLA L’ACCORDO USA-IRAN E DIVENTA UNA MINACCIA PER IL MONDO INTERO. L’IRAN CHIUDE I RUBINETTI E LASCIA GLI USA IN MUTANDE

di Pasquale Di Matteo

Ci risiamo.

Il copione è sempre lo stesso. Solo che stavolta il banco rischia di saltare sul serio. Perché, in seguito all’ennesima violazione degli accordi di Israle, l’Iran ha appena riabbassato la sbarra del casello sullo Stretto di Hormuz.

Chiuso. Passaggio libero finito.

E, mentre i media occidentali si affannano a tessere nei salotti televisivi la solita stucchevole narrazione del “nemico irrazionale che sabota la pace”, la realtà è che a Teheran hanno semplicemente deciso di non farsi prendere per il naso da Israele.

IL SANGUE IN LIBANO E LA “MALAFEDE” A STELLE E STRISCE

Facciamo un passo indietro, perché senza memoria non c’è giornalismo.

USA e Iran hanno appena firmato un patto temporaneo e fragilissimo per far respirare il Medio Oriente e, di riflesso, l’economia mondiale, un accordo che prevedeva tra i quattordici punti anche il cessate il fuoco in Libano.

Poi, però, piovono le bombe nel sud del Libano, con l’esercito israeliano, che per inciso vanta una catena di comando talmente rigida ed efficiente che non si muove un singolo drone se Benjamin Netanyahu non lo autorizza, e quell’esercito ricomincia a colpire e causa sedici morti in poche ore, bambini inclusi.

Come è logico aspettarsi, gli iraniani accusano gli Stati Uniti di “malafede”, di aver firmato un pezzo di carta sapendo benissimo di non poter mettere al guinzaglio l’alleato israeliano che, come è probabile, ha lui il coltello dalla parte del manico con Trump, per via dei file Epstein.

Da una parte, Washington prega in ginocchio Tel Aviv di fermare i raid. Dall’altra, Netanyahu fa spallucce e dichiara candidamente alle agenzie di stampa di non sentirsi affatto vincolato dagli accordi presi dagli americani con gli ayatollah, dimostrando al mondo intero di essere un problema per il mondo, proprio come lo sono gli stati canaglia.

Eccoli, dunque, i veri nemici dell’Occidente. Erano quelli a cui si riferiva Giorgia Meloni nello scambio adolescenziale con Trump?

D’altronde, le tensioni tra Stati Uniti e Israele si consumano anche sul torbido terreno dell’intelligence e dei ricatti incrociati.

A riaccendere i riflettori su questa “guerra ombra” sono state le recenti dichiarazioni di Ari Ben-Menashe, ex funzionario dell’intelligence militare israeliana, secondo cui il premier Benjamin Netanyahu, in forte attrito con Washington per l’accordo con l’Iran, sarebbe pronto a utilizzare materiale inedito e compromettente legato allo scandalo Jeffrey Epstein per ricattare esponenti di vertice della politica americana, tra cui Donald Trump.

Non solo Trump, ma altri personaggi di spicco della politica americana, di qualunque estrazione, repubblicani e democratici.

La rete di abusi creata da Epstein non sarebbe stata solo il capriccio di un miliardario deviato, ma una complessa operazione di dossieraggio in cui lo stesso Epstein e figure chiave del suo entourage, come l’avvocato Alan Dershowitz, avrebbero operato per il Mossad, con lo scopo di agganciare e ricattare i decisori politici a stelle e strisce, garantendo così che la politica estera americana nel Medio Oriente rimanesse saldamente allineata agli interessi di Tel Aviv.

LO SCHIAFFO IN SVIZZERA E L’ULTIMATUM DEGLI AYATOLLAH

Nel frattempo, nella placida Svizzera, gli inviati della Casa Bianca, guidati stavolta direttamente dal vicepresidente JD Vance, si sono presentati al tavolo dei negoziati a quattro.

Parlano di “incontri storici”, sbandierano progressi e si preparano per i soliti sorrisi a favore di telecamera, ma a Teheran non sono volati fino in Europa per fare le comparse nello show a stelle e strisce.

Si sono seduti, ma alle loro condizioni. Da vincitori.

Niente strette di mano, niente foto ricordo per la stampa.

Il capo negoziatore iraniano, Ghalibaf, si è rifiutato di partecipare alla messinscena hollywoodiana e ha preteso che i giornalisti venissero sbattuti fuori prima ancora di far entrare la sua delegazione, trasformando il vertice in una gelida lezione di realpolitik. Un’umiliazione dura da digerire per l’ex impero.

I vertici della Repubblica Islamica hanno recapitato un messaggio che non ammette repliche: si tratta, ma se Israele non rispetta il punto numero uno dell’accordo per il cessate il fuoco, ossia il cessate il fuoco totale su tutti i fronti e il ritiro dal Libano, ogni discussione su nucleare e sanzioni verrà immediatamente sospesa.

Prendere o lasciare.

E fate attenzione alle parole, perché in Medio Oriente le sfumature linguistiche segnano il confine tra la vita e la morte.

Un ultimatum che è un cappio al collo dell’Occidente che si stringerà definitivamente se, entro poche ore, Washington non riuscirà a imporre lo stop a Israele.

A risolvere il caos provocato da Netanyahu ci provano disperatamente i mediatori. A Ginevra si sono precipitati il premier pakistano Sharif e il suo ministro degli Esteri Dar, al lavoro con il Qatar nel tentativo di fare da pacieri e far ragionare le parti. Loro non usano mezzi termini e lo ammettono candidamente ai giornalisti: “I giorni più difficili sono davanti a noi”.

Perché lo sanno benissimo che il tempo stringe e manca pochissimo prima che qualcuno stacchi la spina al pianeta.

L’ARMA ECONOMICA E IL COLLASSO GLOBALE: IL TEOREMA DELLE QUATTRO SETTIMANE

Perché è di questo che stiamo parlando: di spegnere la luce al pianeta.

L’Iran ha capito che l’atomica è un deterrente teorico. Il vero terrore dell’Occidente è il greggio. Lo Stretto di Hormuz è l’aorta dell’economia globale.

Se la tagli, l’Occidente muore.

Donald Trump ha squarciato il velo dell’ipocrisia al recente G7. L’ha detto chiaro e tondo ai leader mondiali: abbiamo quattro settimane di riserve petrolifere. Solo quattro. Poi sarà la paralisi. Il “collasso economico”.

Ma, ovviamente, sui social, il bullo della Casa Bianca preferisce buttarla in caciara elettorale, definendo gli avversari “Dumocrats”, un misto tra stupidi, e democratici, colpevoli di vendere la favola di un Iran potentissimo.

Secondo Trump, Teheran è già stata sconfitta militarmente, perché non ha più né marina né aviazione. Una retorica muscolare che fa a pugni, grottescamente, con le rassicurazioni di JD Vance ai microfoni di Fox News, rilasciate col sorriso d’ordinanza, per cui i colloqui in Svizzera “procedono bene” e l’America terrà sotto pressione economica l’Iran per fermare il programma nucleare.

Certo. Come no.

E mentre JD Vance prova a salvare il salvabile parlando di ‘incontri storici’, il suo capo decide di far saltare tutto per aria. Letteralmente.

Donald Trump, con la consueta arroganza da bullo di quartiere, va in diretta su Fox News con sparate da boss mafioso; minaccia di bombardare l’Iran e delira su un piano per prendere il controllo militare di Hormuz.

L’idea geniale dopo aver firmato la resa pochi giorni fa?
Far fare agli Stati Uniti la parte degli “angeli custodi” per incassare un pizzo del 20% sul petrolio in transito. Un racket internazionale, insomma.

Peccato che a Teheran non si facciano intimidire dai tweet o dalle spacconate in tv, avendo il coltello dalla parte del manico.

LA VERITÀ CHE NESSUNO VUOLE AMMETTERE

La verità è che siamo in ostaggio, ma non dell’Iran, bensì di Tel Aviv, che è diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

In ostaggio di un alleato in Medio Oriente che fa i propri comodi infischiandosene delle conseguenze macroeconomiche globali.

L’Iran ha semplicemente imparato a giocare a scacchi usando le petroliere e i mercati azionari al posto dei droni e dei missili balistici.

E noi seduti sul divano, a sorbirci la storiella hollywoodiana dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra. A tifare come allo stadio per fazione A o fazione B.

Mentre il conto alla rovescia corre veloce. Tic, tac, tic tac…

E le pompe di benzina si preparano a segnare cifre che ci faranno rimpiangere persino le bollette degli anni peggiori.

Ma guai a ipotizzare una sola sanzione a Tel Aviv. Sono tutte e solo per Mosca.

ALCUNE FONTI

https://www.repubblica.it/esteri/2026/06/21/diretta/guerra_iran_usa_israele_news_oggi-425424360

IL CONTO SALATO DI URSULA: 450 MILIARDI DI TASSE EUROPEE PER FINANZIARE LA GUERRA IN UCRAINA

di Pasquale Di Matteo

Ci avevano detto che andava tutto bene, che le sanzioni avrebbero piegato Mosca nel giro di un paio di weekend, che Putin non avrebbe visto Natale 2022, che l’indipendenza dal gas russo sarebbe stata una passeggiata di salute e che la pace, quella vera, era a portata di mano.

Balle. Menzogne confezionate a regola d’arte per anestetizzare l’opinione pubblica e la strategia da “Scemo e più Scemo” dei nostri leader occidentali.

Ma ora la festa è finita. La musica si ferma, le luci si accendono e il cameriere si avvicina al tavolo con il piattino del conto.

E che conto!

L’Unione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha appena svelato la sorpresa: 450 miliardi di euro.

Una cifra astronomica che Bruxelles intende scippare dalle tasche dei cittadini europei nel prossimo bilancio 2028-2034, attraverso l’introduzione di nuove tasse o di contributi statali maggiorati. Un salasso senza precedenti.

Sono soldi che servono per coprire i buchi neri scavati da tre anni di scelte scellerate: il riarmo compulsivo, la crisi energetica autoinflitta e, soprattutto, l’assegno in bianco staccato a Volodymyr Zelensky.

In pratica, ci tassano per pagare il conto del loro fallimento.

L’EUROPA ALLO SBANDO, DA SUPERPOTENZA ECONOMICA A BANCOMAT CON L’ELMETTO

L’Europa di oggi è un continente politicamente allo sbando, priva di una leadership degna di questo nome, e si è trasformata in una gigantesca succursale di Kiev, tanto che non c’è vertice, non c’è consiglio, non c’è consesso internazionale in cui l’agenda non sia dettata, riga per riga, dalle richieste del presidente ucraino.

Vogliono missili? Li compriamo. Servono droni? Ne promettiamo a centinaia di migliaia, come ha appena fatto la Gran Bretagna, attingendo a fondi che non esistono.

Zelensky ha imposto all’Europa un ricatto morale perfetto: o l’Ucraina vince, o l’Europa muore. E Bruxelles, invece di fare politica, invece di usare la logica, ha obbedito.

Ha abbassato la testa, ha svuotato gli arsenali e, quando i proiettili sono finiti, ha iniziato a comprarli a peso d’oro dagli Stati Uniti e dai Paesi del Medio Oriente.

Il risultato è che l’industria bellica a stelle e strisce brinda con lo champagne, mentre le imprese europee chiudono i battenti, strangolate da sanzioni che, come dimostra la rivolta della Bulgaria per le sue raffinerie, hanno fatto mille volte più male a noi che a Vladimir Putin.

L’EUROPA ORDINA: INDEBITARSI PER COMPRARE IL SUV AL VICINO DI CASA

L’inflazione ci divora i risparmi. Andare a fare la spesa è diventato un atto di coraggio, le liste d’attesa negli ospedali assomigliano a condanne a morte e i salari sono fermi al palo da trent’anni.

Eppure, cosa fa l’Europa? Spende fortune per la guerra.

È come se un padre di famiglia, con l’avviso di sfratto sulla porta e il frigo vuoto, andasse in banca a implorare un prestito di 30.000 euro per comprare il Suv nuovo al vicino del piano di sotto.

È la fotografia di una follia. L’austerità vale solo per asili nido, sanità e pensioni; per i carri armati, magicamente, i vincoli di bilancio si allentano, sebbene la fattura, alla fine, arrivi sempre al contribuente.

Anche a te che leggi.

LA MORTE DELLA DIPLOMAZIA E LA FARSA SVIZZERA

Ma la colpa più imperdonabile di questa classe dirigente europea è l’assassinio sistematico della diplomazia. Pronunciare la parola “pace” equivale a un’eresia per gli attuali leader e per la Commissione europea.

Prendete Antonio Costa.

Appena il neopresidente del Consiglio Europeo si è azzardato, con estrema timidezza, a suggerire la riapertura di un canale di dialogo con Mosca, è stato immediatamente azzannato, sconfessato, crocefisso mediaticamente dai leader dell’ala dura, gli stessi che in casa propria prendono schiaffi alle elezioni.

Perché in Europa non si tratta più per trovare un compromesso, ma solo per alimentare il massacro. L’unica politica che piace all’Europa è guerra totale alla Russia.

E per giustificare questo delirio militarista, ci propinano la favoletta della “minaccia fantasma”. Ci raccontano quotidianamente la storiella di un’imminente invasione russa dell’Europa, una “fake fantasy” creata a tavolino dai governi per seminare il terrore e farci ingoiare la pillola amara del riarmo.

Intanto, organizzano “vertici di pace” in Svizzera invitando mezzo mondo, tranne la Russia.

Una mossa geniale. Come organizzare un matrimonio dimenticandosi di invitare la sposa, per poi lamentarsi che la cerimonia non è riuscita.

È la dimostrazione palese del fatto che l’Europa ha una paura folla che la guerra in Ucraina finisca e sembra proprio fare di tutto perché non accada.

UNITI NELL’IPOCRISIA: LA FINE DELL’ALIBI “ORBAN”

Ci avevano raccontato che il problema dell’Europa era Viktor Orban. Tolto lui, rimosso il suo fastidioso diritto di veto, l’Unione avrebbe marciato compatta.

Altra frottola smascherata.

Senza l’alibi ungherese, le crepe di Bruxelles sono esplose in tutta la loro evidenza.

Da una parte c’è il blocco dei falchi: l’asse franco-tedesco, a braccetto con il Regno Unito (il cosiddetto E3), spalleggiati da Paesi Baltici e nordici. Gente che pontifica sulla guerra seduta comodamente su poltrone di velluto, spingendo per l’austerità altrui e il conflitto perenne.

Dall’altra parte ci siamo noi.

I “Pigs”, i latini, i paesi del Mediterraneo. L’Italia, la Spagna, la Grecia. Nazioni economicamente spossate che balbettano, che non sanno dove trovare i soldi per assecondare la bulimia bellica di Kiev e che mendicano a Bruxelles un po’ di flessibilità sui bilanci statali per evitare il collasso sociale.

E veniamo perennemente esclusi dai vertici che contano. Emarginati. Perché siamo un pericolo. Metti che si arrivi alla pace e chi fa soldi con le armi non riceva più i bonifici…

I CITTADINI PAGANO IL PREZZO DELLA FOLLIA EUROPEA

La verità, spogliata dalla propaganda guerrafondaia dei telegiornali a reti unificate, è cruda e violenta. L’Unione Europea ha scelto la via del non ritorno.

Non c’è una strategia d’uscita, non c’è una visione politica, ma solo l’ottusa obbedienza a un’agenda che ci sta trascinando, passo dopo passo, verso l’abisso di uno scontro diretto con la Russia che finirebbe, inevitabilmente, con qualche missile nucleare sulle capitali europee e qualche milione di morti.

I leader europei, con la complicità di chi doveva fare informazione, invece hanno scelto le balle delle pale e dei muli, hanno trasformato un continente che doveva essere un faro di pace e di diplomazia in un fornitore di armi di seconda categoria, pronto a sacrificare il proprio welfare e i propri cittadini sull’altare di uno scontro per procura.

Ora i nodi vengono al pettine. Quei 450 miliardi di nuove tasse sono il monumento funebre alla miopia politica europea e il certificato di disastro.

E a pagare questo conto salato non saranno né Ursula von der Leyen, né Emmanuel Macron, né Volodymyr Zelensky, né Giorgia Meloni, o i presidenti della Polonia e dei Paesi Baltici, ma sarà il panettiere di Voghera, l’impiegato di Lione, l’operaio di Monaco.

Saranno i cittadini europei, chiamati a finanziare una guerra che non hanno mai voluto, che vogliono oggi ancora meno, e che è stata voluta, perseguita e gestita da una Commissione che non hanno scelto.

TRUMP, IL PERDENTE CHE SI È ARRESO ALL’IRAN, S’INVENTA IL SELFIE DELLA MELONI. MA CHI LA VUOLE UNA FOTO CON LUI?

MELONI E TRUMP, IL SELFIE DELLA DISCORDIA E L’ANTICO VIZIO DELLO ZERBINAGGIO ITALIANO

di Pasquale Di Matteo

L’Italia, si sa, ha un debole per i padroni d’oltreoceano. È una sorta di riflesso incondizionato, una sindrome di Stoccolma che affonda le radici nel dopoguerra e che ha trasformato quasi tutti i nostri inquilini di Palazzo Chigi in perfetti zerbini da stendere davanti allo Studio Ovale.

Da De Gasperi in poi, la storia dei rapporti tra Roma e Washington è un lungo elenco di inchini, sorrisi d’ordinanza e vassallaggio più o meno esplicito.

Solo due nomi hanno osato alzare la testa: Aldo Moro e Bettino Craxi. Moro, con la sua visione geopolitica che al dialogo con Mosca, con i comunisti e non solo agli ordini della CIA; Craxi, con lo scatto d’orgoglio di Sigonella, quando i carabinieri circondarono la Delta Force per difendere la sovranità nazionale.

Poi il nulla. Forse perché quei due nomi sono anche l’unico capo del governo ucciso dalle BR e l’unico politico che abbia pagato davvero per Mani Pulite.

IL NUOVO EPISODIO DELLA TELENOVELA DIPLOMATICA

Oggi, però, la narrazione si arricchisce di un nuovo episodio, una sorta di “cinepanettone” che vede protagonisti Giorgia Meloni e Donald Trump.

Il Tycoon, nel corso di una telefonata ad uso e consumo della propria propaganda, ha sganciato la bomba: “Meloni mi ha implorato per una foto, mi ha fatto pena”.

Parole pesanti, trasmesse dai microfoni de “L’Aria che Tira” su La7, dove il dibattito si è subito infiammato sulla traduzione esatta di quel “I feel sorry for her”.

È “mi dispiace per lei” o un più sprezzante “mi fa pena”? Tuttavia, poco importa la semantica quando la sostanza è il fango.

Giorgia Meloni, dal canto suo, ha risposto con un video social degno della migliore tradizione degli influencer, bollando le dichiarazioni come “totalmente inventate”.

Uno scontro tra titani dei social, figlio di questi tempi bui, dove non si vedono leader politici degni di tal nome all’orizzonte, ma, in compenso, abbondano gli influencer, a cominciare proprio dai due protagonisti di questa ultima soap di fine primavera.

Solo che qui non siamo su Instagram, ma sull’orlo di una guerra nucleare con Mosca, con gli USA che hanno appena firmato la resa dopo la batosta rimediata in Iran e con le politiche europee che puntano tutto sulla guerra contro Mosca, senza se e ma.

PERCHÉ IL RACCONTO DI TRUMP È POCO CREDIBILE

Se analizziamo i fatti con un briciolo di logica, la versione di Trump fa acqua da tutte le parti.

Giorgia Meloni, piaccia o meno, è una funambola della comunicazione e una stratega gelida, capace di promettere ogni cosa in campagna elettorale, e non solo, salvo rimangiarsi tutto, dall’euro e l’Europa al sostegno all’Ucraina “fino alla vittoria finale”.

In altri tempi, non sarebbe stato difficile credere che una tale fenomena del web avrebbe chiesto un selfie a una star per proprio tornaconto, ma perché mai dovrebbe implorare un selfie con un uomo che, in questo momento, rappresenta un fallimento diplomatico, strategico e militare senza precedenti?

Trump è quel presidente coperto di fischi durante l’inno nazionale, pochi giorni fa, dai suoi stessi concittadini, è lo stesso leader che ha appena firmato la più disastrosa resa incondizionata della storia americana, dopo aver cominciato e perso la guerra contro l’Iran.

Inutile girarci intorno. Trump ha lasciato l’area del Golfo più instabile di come l’aveva trovata e l’Iran nettamente più forte di quanto non fosse lo scorso febbraio.

Per Meloni, farsi un selfie con un “perdente” di tale portata sarebbe un suicidio d’immagine, un regalo agli avversari che non aspettano altro che dipingerla come la valletta del più disastroso presidente americano di sempre.

Nessun esperto di Comunicazione, anche solo nella media, avrebbe mai consigliato alla presidente del Consiglio una simile richiesta.

IL VIZIO DELLO ZERBINAGGIO E LA REALTÀ DEI FATTI

È vero, come ricordavamo poco sopra, che l’Italia ha sempre avuto governi piegati a novanta gradi nei confronti di Washington; prima perché gli americani ci avevano liberato dal nazifascismo, poi perché ci difendevano dall’URSS, infin per la riconoscenza della liberazione, come se avessimo firmato un mutuo a vita.

Siamo stati i primi a dire sì ai dazi, lo scorso anno, i primi a promettere il 2% del PIL per gli armamenti, i primi a ubbidire quando c’era da isolare il Venezuela o attaccare l’Iran senza nemmeno essere avvertiti, i primi della classe nel difendere Netanyahu anche davanti ai più efferati crimini di guerra e contro l’umanità dalla metà del secolo scorso, i primi a dire che “il diritto internazionale vale, ma solo fino a un certo punto”, cioè, vale se ci serve inventare il nemico russo, ma è una rottura di zebedei se a infrangerlo è un amico degli americani.

È un’abitudine dura a morire, una sorta di “atlantismo tossico” e di indole a leccare i piedi del potente di turno che ci impedisce di fare i nostri interessi.

Ma, proprio per questo, la mossa di Meloni di smentire Trump segna un punto di rottura interessante.

Non è un atto di eroismo alla Craxi, sia chiaro, e non ha niente a che vedere con lo spessore politico di Aldo Moro, per carità!

Non c’entra nulla nemmeno con il tentativo di Mattei di rendere l’Italia autosufficiente a livello energetico, deviando da certe politiche a stelle e strisce. Uomo che, sarà colpa di una sorta di iella, morì in un misterioso incidente aereo.

“Mi ha implorato”, dice il bullo della Casa Bianca, per solleticare l’ego del maschio alfa americano, del “guappo” del quartiere.

Ma l’unico a elemosinare qualcosa, in questa vicenda, sembra proprio lo stesso Trump.

UN SELFIE CHE NON SERVE A NESSUNO, SE NON AL FALLITO

In questo becero spettacolo, l’unica certezza è che la diplomazia è diventata una rissa tra youtuber di poco conto.

Solo che si tratta di gente strapagata per fare il bene dei propri cittadini, mentre provocano e alimentano guerre, difendono criminali, e hanno contribuito a chiudere in soffitta la diplomazia.

Trump parla ai suoi, Meloni risponde ai suoi, e nel mezzo c’è la dignità di un Paese che aspetta ancora di capire se può avere una politica estera che non sia un eterno “sì, signore!” confermato alla Casa Bianca.

Credere a Trump che dipinge Meloni come una fan sfegatata è difficile, quasi quanto credere che l’Italia possa davvero contare qualcosa finché non ritroverà lo spirito di Sigonella e leader alla Moro che non s’intravedono da destra a sinistra.

Sarebbe perfino più credibile l’ipotesi che i due abbiano inscenato questa pagliacciata per guadagnare qualche voto in patria: Trump è ai minimi termini in America e si appresta a perdere malamente le elezioni di metà mandato, mentre Meloni ha perso slancio dopo la sconfitta al referendum, con l’ascesa di Vannacci e con l’appoggio incondizionato alla guerra contro Mosca e ai crimini di Israele, che piacciono sempre meno agli italiani.

Per ora, ci accontentiamo di smentite video e di traduzioni incerte, mentre i veri problemi, l’energia, le guerre, i rapporti con la Mosca e Pechino, la delinquenza per le strade e persino nelle case, restano lì, in attesa di un leader che abbia il coraggio di non implorare né selfie, né perdono, e che abbia a cuore gli italiani più delle mire guerrafondaie di Bruxelles e di Washington.

Quanto all’uscita di Meloni sui nemici dell’Occidente, sarebbe il caso di consigliare alla premier un corso di Storia contemporanea; chissà che comprenda, finalmente, come è nato Israele, a cominciare dalle promesse disattese della Gran Bretagna allo sceriffo della Mecca, in cambio dell’appoggio nella I Guerra mondiale; le ingerenze americane a Kiev, l’allargamento della NATO a Est e i venti di guerra a Bruxelles.

Forse, con un po’ di cultura storica, si accorgerebbe che i nemici dell’Occidente li abbiamo in casa.

L’UMILIANTE CAPITOLAZIONE DI TRUMP E LA SCONFITTA DELL’EX IMPERO AMERICANO

di Pasquale Di Matteo

Ci voleva l’ottantesimo compleanno di Donald Trump per certificare, in mondovisione, la fine dell’egemonia americana.

Un’autodistruzione, visto che Trump ha fatto tutto da sé.

Un decesso celebrato all’interno di una gabbia ottagonale da arti marziali miste montata sul prato della Casa Bianca. Spettacolo puro, in perfetto stile trumpiano, con tanto di telecamere per filmare la più colossale capitolazione geopolitica che gli Stati Uniti d’America ricordino dalla caduta di Saigon.

Donald Trump ha firmato a distanza, da Versailles, l’accordo di quattordici punti, insieme al presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

La propaganda americana parla di un trionfo, ma la realtà, testarda e documentata, ci sbatte in faccia che a vincere questa guerra non è stato lo Zio Sam, ma l’Iran degli Ayatollah.

Una vittoria netta, sottolineata da tutti i maggiori analisti.

LA SCONFITTA STRATEGICA MASCHERATA DA PAY-PER-VIEW

Basta guardare i fatti, perché quelli non mentono mai.

Il tanto sbandierato “Accordo Trump” permette la riapertura dello Stretto di Hormuz, indispensabile all’America, che aveva bisogno di abbassare il prezzo del petrolio alla pompa per non far esplodere la rabbia degli elettori.

Ricordiamo che Hormuz era aperto e libero fino all’aggressione illegale degli USA all’Iran, quindi, la sua chiusura è una conseguenza delle scellerate politiche americane.

Inoltre, l’accordo firmato da Trump prevede che l’Iran discuta con Oman e Paesi del Golfo la futura gestione dei servizi marittimi del passaggio nello stretto di Hormuz, perciò non sono esclusi pedaggi.

Trump aveva promesso di radere al suolo le capacità militari di Teheran e aveva garantito che non un solo dollaro sarebbe finito nelle casse del regime.

Ebbene, anche su questo punto, il presidente americano è stato sconfitto, poiché l’accordo prevede lo scongelamento di fondi e lo stanziamento di altri 300 miliardi di dollari per la “ricostruzione e lo sviluppo” della Repubblica Islamica, oltre alla cancellazione delle sanzioni.

In pratica, gli USA accettano di pagare una somma di quasi 400 miliardi di dollari per i danni di guerra che hanno causato.  

Senza dimenticare i danni subiti dalle basi americane nella regione e dagli impianti petroliferi dei paesi confinanti con l’Iran, tutti figli della sciagurata guerra di Trump.

Trump aveva promesso anche di azzerare la ricerca atomica in Iran, ma l’accordo non prevede nessuna distruzione del programma nucleare, che rimane lì, intatto, semplicemente “diluito” in loco con ispezioni annacquate.

E l’arsenale missilistico iraniano? Non pervenuto. Rimosso dal tavolo delle trattative. Quello stesso arsenale appena scalfito dai tre mesi di bombardamenti pesanti, quanto inconcludenti, americani.

L’Iran, il Paese più isolato e sanzionato del globo, ha incassato tutto ciò che voleva e ha dimostrato che basta alzare l’inflazione occidentale tenendo in ostaggio i traffici marittimi per piegare anche gli USA. Un capolavoro di pazienza contro la politica da film hollywoodiano di Trump.

Gli americani hanno combattuto una guerra costosa, che li ha portati a svuotare i magazzini di armi, tanto da dover ritardare commesse con il Giappone e da dover negare i Patriot all’Ucraina, per poi rendere l’Iran più forte di quanto non fosse a febbraio.

IL TRADIMENTO DI ISRAELE E IL COLLASSO DEL MEDIO ORIENTE

Se Trump esce umiliato e ridicolizzato da questa sconfitta epocale, a uscire con le ossa rotte da questa farsa a stelle e strisce è Israele.

Washington ha di fatto staccato la spina al governo di Tel Aviv, imponendo la cessazione delle ostilità anche in Libano, altrimenti Teheran non avrebbe firmato l’accordo.

Ma Benjamin Netanyahu, ormai un leader con le spalle al muro, si rifiuta di firmare. Non può farlo. Israele è una polveriera, vittima della follia del suo leader.

Mentre l’IDF annaspa cercando di mantenere il controllo sulle fasce meridionali libanesi, il Paese implode dall’interno.

Diecimila ebrei ultraortodossi, gli Haredim, bloccano le autostrade per protestare contro il regime di Netanyahu, contro la coscrizione obbligatoria.

Non vogliono combattere guerre e preferiscono lo studio della Torah. Per tutta risposta, la polizia di questo stato “democratico”, aizzata dall’estremista Ben-Gvir, li arresta o li spedisce a forza nell’esercito.

È la tempesta perfetta.

Senza la copertura militare, diplomatica ed economica degli Stati Uniti, Israele non può condurre una guerra di logoramento. I paesi arabi moderati, che fino a ieri guardavano a Washington come al garante della sicurezza regionale, oggi prendono appunti.

Dopo la vittoria dell’Iran, hanno capito che l’ombrello americano è un ombrello di carta: alla prima pioggia seria, si scioglie.

Non è un caso che oggi si dialoghi più con Pechino e Mosca che con il Dipartimento di Stato americano.

L’EUROPA HA PUNTATO SUL CAVALLO SBAGLIATO E, ANCORA UNA VOLTA, ESCE SCONFITTA

L’Europa, come sempre, applaude mentre la nave affonda.

Al G7 di Evian, Emmanuel Macron si è spellato le mani per congratularsi con Trump, ma, dietro i sorrisi di facciata, c’è il panico puro.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha provato a girare la frittata, annunciando un piano da 90 miliardi di dollari per il riarmo europeo. “Faremo da soli”.

Peccato che gli eserciti del Vecchio Continente non riescano a reclutare soldati da un decennio e che la corsa alle armi richiederà sacrifici lacrime e sangue.

Quei 90 miliardi non cadranno dal cielo. Verranno tagliati dal welfare, dalla sanità, dalle scuole pubbliche. I cittadini europei pagheranno di tasca propria la ritirata strategica degli Stati Uniti e non è da escludere che qualcuno possa pensare di non digerire affatto questa nuova idea di vita, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Nel frattempo, mentre Trump “festeggiava nella sua gabbia da wrestling”, Vladimir Putin non è stato a guardare. Approfittando del caos e della distrazione generale, la Russia ha scatenato un inferno di droni e missili su Kiev, anche se i quotidiani di casa nostra hanno enfatizzato l’attacco terroristico alla raffineria russa per evitare di mostrare l’inferno che vive l’Ucraina.

Un po’ come gioire per il gancio tirato di striscio all’avversario che ti ha appena messo all’angolo sotto una pioggia di pugni.

IL TEATRINO ITALIANO: MENTRE IL MONDO BRUCIA, NOI SALVIAMO I PROCESSI

In Italia, intanto, le tragicomiche si sprecano.

Da una parte, il governo di Giorgia Meloni incassa una vittoria politica a Bruxelles. Il Parlamento Europeo ha appena varato il nuovo regolamento sui rimpatri, copiando e incollando il “modello Albania” inventato da Palazzo Chigi.

Trattenimenti fino a 24 mesi, centri di detenzione nei paesi terzi, soldi a pioggia per fermare i flussi. La Meloni esulta, e ne ha ben donde, avendo imposto la sua linea alla vecchia Europa.

Dall’altra parte, però, le priorità interne rimangono quelle di una repubblica delle banane.

Mentre si ridisegnano i confini del mondo e l’Europa si prepara a un’economia di guerra, la maggioranza di centrodestra si appresta a varare un blitz agostano per riformare, per la quinta volta in ventun anni, la prescrizione.

Una priorità nazionale assoluta, ovviamente.

Non la sanità al collasso, non i salari da fame, ma la necessità vitale di salvare i processi (e i colletti bianchi) dall’estinzione, garantendo la solita impunità ai soliti noti.

L’egemonia occidentale è finita, l’America sventola bandiera bianca, ma, in Italia, i furbetti continueranno a farla franca.

La vera pace, in fondo, l’hanno firmata loro.

Anche perché, a Versailles, poco più di un secolo fa, uscivano i vincitori, che imponevano sanzioni folli agli sconfitti. Oggi, escono gli sconfitti.

E anche questo certifica che il mondo sta cambiando.

A UN PASSO DALL’ABISSO NUCLEARE: LA FOLLIA DEI BUROCRATI NATO CHE NESSUN TG HA IL CORAGGIO DI RACCONTARVI

di Pasquale Di Matteo

Di “sostegno incrollabile” in “sostegno incrollabile”, l’Occidente sta finendo i soldi. E pure la faccia.

Basta ascoltare i megafoni del pensiero unico, i reduci degli ultimi vertici del G7, per assistere a un capolavoro di dissonanza cognitiva che farebbe impallidire persino Orwell, il cui 1984 sta diventando sempre meno capolavoro e sempre più un opuscolo da barzellettiere, se paragonato alle assurdità dell’Europa di oggi.

Si annunciano nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca; si giurano trionfi imminenti; si firmano assegni in bianco a favore di Zelensky. C’è solo un piccolo, insignificante dettaglio: è tutto un bluff.

Perché l’Ucraina sta arretrando. Lentamente, ma inesorabilmente.

Kostiantynivka è l’ultimo simbolo di questa agonia militare, un’altra roccaforte che scivola via mentre i nostri leader vedono inesistenti “nuovi slanci” sul fronte.

Nel frattempo, la stampa mainstream ha bisogno di distrazioni. Così, se una nave russa spara un colpo di avvertimento per evitare di speronare uno yacht civile britannico nella Manica, quelli delle pale ottocentesche e dei muli gridano alla Terza Guerra Mondiale, il solito sensazionalismo per coprire il tonfo.

IL CONTO SALATO DEL “PIANO MARSHALL” DE NOANTRI

E i soldi? Già, i soldi.

Perché le armi non si pagano con i comunicati stampa e le casse occidentali sono a secco. Quindi, per continuare ad alimentare questa fornace, l’unica strada rimasta è quella di mettere le mani nelle tasche dei cittadini europei.

Tasse. Tagli alla sanità, sforbiciate alle pensioni, istruzione al ribasso. Tutto sull’altare di un conflitto che la diplomazia non ha mai nemmeno provato a fermare.

Parlano di un nuovo “Piano Marshall” per la ricostruzione, ma c’è un trucco, ed è macroscopico. Il Piano Marshall originale lo pagarono gli americani. Questo lo dovremmo pagare noi. Con i “nostri” soldi per ricostruire un Paese immenso e attualmente mezzo spopolato.

E qui entra in gioco il capolavoro politico dell’Unione Europea: l’ingresso accelerato di Kiev nell’UE.

L’INGRESSO DELL’UCRAINA IN EUROPA: UNA FOLLIA GEOPOLITICA

Facciamola semplice. Inserire l’Ucraina nell’Unione Europea, oggi, è pura follia. È la prova definitiva del fatto che Ursula von der Leyen è una sciagura per gli europei, così come lo è chiunque tifi per lei.

E non lo dicono solo i “dissidenti” o i cosiddetti filorussi.

Stiamo parlando di un Paese profondamente corrotto, le cui istituzioni democratiche sono quelle dei cessi d’oro, dei miliardi spariti e delle armi che non si trovano.

Hanno appena varato leggi che cancellano l’uso della lingua russa, calpestando in un colpo solo tutti i trattati europei sulla tutela delle minoranze, ma a Bruxelles fingono di non vedere.

Hanno la fila di Paesi balcanici in attesa da decenni, ma stendono il tappeto rosso a Kiev.

Tutto per una cieca, viscerale linea antirussa che sta distruggendo la nostra economia, la nostra storia e la nostra identità democratica.

Immaginate l’impatto sul mercato interno: un colosso agricolo potenzialmente devastante, che entra nel mercato unico affossando definitivamente l’agricoltura europea. I trattori in piazza di qualche mese fa sembreranno una scampagnata in confronto.

L’INCUBO DELLA GUERRA PERMANENTE E IL DISASTRO DELLA NATO

Ma come ci siamo arrivati?

La narrativa della propaganda vuole che tutto sia iniziato il 24 febbraio 2022. Ovviamente, è falso. Almeno, per chiunque conosca la storia contemporanea.

Gli analisti di geopolitica sanno che la guerra è scoppiata nel 2014 e che lo strappo definitivo si è consumato nell’agosto del 2021, quando gli Stati Uniti hanno imposto la chiusura del gasdotto Nord Stream 2.

Un capolavoro di egemonia americana, avallato dalla totale inettitudine della Germania, prima con Merkel e poi con Scholz.

Ricordate le sanzioni americane contro le aziende costruttrici dell’opera? Biden, alla Casa Bianca, umiliò pubblicamente il Cancelliere tedesco annunciando che ci avrebbero pensato gli Usa a fermare il gasdotto.

Pochi mesi dopo, il sabotaggio della struttura per mano di un commando ucraino, come hanno dimostrato le indagini della magistratura tedesca.

Oggi, l’apparato burocratico della NATO continua a credere che la Russia possa essere sconfitta sul campo di battaglia e spera che Putin faccia la fine di Eltsin e si arrenda.

Ma la Russia non è l’Iraq. Non è nemmeno l’Afghanistan dei talebani, che ha vinto la guerra contro gli USA.

Se Mosca venisse messa davvero con le spalle al muro, l’opzione nucleare non sarebbe un tabù, come sa bene chiunque abbia un briciolo di competenze sulla storia della Russia.

LA STRATEGIA DI ZELENSKY E LA FUGA DI WASHINGTON

E Zelensky? Il presidente ucraino è un uomo con le spalle al muro, ma con un piano lucidissimo.

Il suo Paese è devastato, privato delle sue regioni più ricche e dell’accesso vitale al mare.

In tempo di pace, un’Ucraina del genere non sopravviverebbe tre mesi. L’unica sua garanzia di sopravvivenza politica, e l’unico modo per continuare a ricevere fiumi di denaro e sistemi missilistici Patriot, è rendere la guerra permanente.

Radicare la vita nella morte.

Ecco perché si moltiplicano gli attacchi con i droni su Mosca: l’obiettivo non è vincere una battaglia militare impossibile, ma provocare una reazione russa talmente spropositata da costringere la NATO a entrare direttamente nel conflitto.

Nel frattempo, cosa fa l’alleato americano? Si prepara a scappare.

Mentre Donald Trump spara l’ultima supercazzola da propaganda, vantandosi di aver piegato l’Iran – una balla colossale, visto che Teheran è più vicina alla bomba atomica, continua a finanziare le milizie alleate, la sua capacità missilistica è quasi intatta e il regime è saldo al potere –, la realtà è che Washington sta iniziando il suo disimpegno.

Stranamente, è passato sotto silenzio l’allontanamento dall’Europa di bombardieri e aerei cisterna statunitensi. La stampa mainstream non se n’è accorta?

Gli americani soffiano sul fuoco, incassano i dividendi geopolitici e preparano le valigie, mentre l’Ucraina si immola in una guerra infinita per la sopravvivenza della sua leadership.

E l’Europa?

L’Europa, guidata dalla peggior classe dirigente di sempre, che ha scambiato la diplomazia con i tweet e la strategia con i “like”, si prepara a far pagare il conto ai suoi cittadini. Fino all’ultimo centesimo.

Siamo sul Titanic, gente, e l’iceberg ha già squarciato la carena, ma dal ponte di comando del G7 ci rassicurano: la rotta è quella giusta e la musica è bellissima.

LA PACE DEI RICCHI LA PAGHIAMO NOI. IL GRANDE INGANNO SULLA PELLE DI CHI FA IL PIENO

di Pasquale Di Matteo

La pace, o presunta tale, è un piatto che si serve freddo. E preferibilmente a spese degli altri.

Mentre l’amministrazione di Donald Trump si prepara a sbandierare ai quattro venti l’imminente firma di un accordo formale con l’Iran, vendendolo come il capolavoro diplomatico del secolo durante i mondiali di calcio, la realtà, spogliata dalla propaganda di Washington, ci racconta la storia di una farsa, di un titanico “gioco dell’oca” geopolitico, come lo ha acutamente definito il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, dove si tirano i dadi, si muovono i carri armati, si contano i morti e poi, magicamente, si torna alla casella di partenza.

Con un solo, vero vincitore: Teheran.

Tutto il resto è fumo negli occhi.

IL DISASTRO DI NETANYAHU E L’ILLUSIONE DEL MOSSAD

Partiamo dai fatti, quelli che i megafoni governativi preferiscono sussurrare. Benjamin Netanyahu si ritrova in un vicolo cieco, impantanato in una guerra logorante su sette fronti, con un Paese che assomiglia sempre di più a uno “Stato paria”, isolato a livello internazionale.

Ma come ci è arrivato? Vendendo frottole agli alleati.

Nei primi giorni del conflitto, Israele e Stati Uniti avevano un piano: colpire duro, eliminare figure chiave, compresa l’uccisione di civili, come le bambine nella scuola iraniana, e far crollare il regime degli Ayatollah.

I dossier del Mossad cantavano vittoria in anticipo, assicuravano a Washington che Teheran fosse sull’orlo del baratro e che bastasse una spallata.

Non è successo. Il regime non è crollato, anzi, ha fatto quadrato su sé stesso e il sistema Paese si è compattato contro l’aggressione occidentale.

Un errore di calcolo che dimostra la mancanza di conoscenza sociologica e storica del popolo iraniano e la tendenza a credere che i regimi siano un manipolo di potenti con superpoteri che soggiogano tutti i cittadini, mentre sono apparati retti da una larga fetta del popolo, che fa affari e ha il proprio tornaconto.

Era così il nazismo di Hitler ed era così il fascismo di Mussolini, anche se, per evitare problemi, alla fine della Seconda Guerra mondiale, sembra che gli italiani fossero tutto antifascisti.

E oggi Washington presenta il conto politico a Bibi, accusandolo di aver trascinato l’Occidente in un’avventura basata su premesse false e su considerazioni sociologiche campate in aria.

L’opzione militare non è mai del tutto sparita dal tavolo, sia chiaro. È solo mutata. Si è trasformata in una guerra di usura economica, condotta vigliaccamente da lontano. Gli americani premono sui porti iraniani facendo decollare i loro caccia dalle comode basi nei paesi arabi alleati: Kuwait, Bahrein, Giordania.

Massima pressione, zero perdite dirette. Tutto per avere qualche carta in più al tavolo delle trattative segrete, che, a dispetto delle dichiarazioni bellicose, non si sono mai interrotte.

IL CONTO DA 300 MILIARDI: INDOVINATE CHI PAGA?

E qui arriviamo al capolavoro di ipocrisia economica. L’accordo tra USA e Iran prevede un cessate il fuoco esteso anche al Libano, con un periodo di transizione di 60 giorni. Il vicepresidente J.D. Vance promette che, per due mesi, non ci saranno pedaggi nello Stretto di Hormuz. Non promette sul dopo, però.

Applausi a scena aperta. Poi, il buio.

Lo Stretto di Hormuz non è affatto riaperto a pieno regime e i prezzi del petrolio non sono crollati; il motivo è semplice: i bombardamenti hanno devastato le infrastrutture e ci vorranno anni per ripararle.

I danni in Iran ammontano a circa 300 miliardi di dollari. Una cifra mostruosa. Trump li pagherà? Nemmeno per sogno. Israele? Figuriamoci.

Il conto, come sempre, verrà scaricato sul consumatore finale. Su di noi.

Se e quando l’Iran deciderà di recuperare i danni di guerra imponendo tariffe e dazi sulle navi di passaggio in quello snodo vitale, i costi globali schizzeranno alle stelle. L’America fa l’accordo, l’Iran incassa i risarcimenti indiretti, e noi andiamo alla pompa di benzina a saldare i debiti della loro geopolitica.

LA SINDROME DEL G7 E LA MASCHERATA DEI LEADER EUROPEI

Nel frattempo, a Evian, va in scena l’ennesima puntata del circo G7. I leader occidentali si scambiano pacche sulle spalle, auto-celebrandosi per aver trovato la quadra di un disastro di cui sono gli artefici.

In questo teatrino, l’Europa recita la parte dell’eterna comparsa in cerca di autore. Emmanuel Macron, affetto da smanie di grandeur per cercare di recuperare almeno un briciolo dei voti dei francesi, e Giorgia Meloni, sempre pronta a genuflettersi per un cenno di approvazione da oltreoceano, propongono a Washington l’invio di navi militari europee e cacciamine italiani per bonificare lo Stretto di Hormuz.

La risposta di Trump? Uno schiaffo in pieno volto: “Non ci servite”.

Un’umiliazione totale che rasenta il ridicolo; l’Europa vuole andare a sminare uno stretto senza l’approvazione americana e, soprattutto, senza la collaborazione dell’Iran.

Dettaglio non da poco, visto che le mine, ammesso che ci siano davvero, le avrebbero messe gli iraniani e, dunque, – sempre se ci sono – solo loro sanno dove diavolo si trovino.

Ma l’importante, per Parigi, Berlino, Londra e Roma, è farsi vedere.

Agitarsi come i bambocci alle feste degli altri. Giocare a fare i soldatini obbedienti nella narrazione a stelle e strisce contro i “nemici” di turno, che siano Mosca, Teheran o Pechino.

IL DOPPIO STANDARD E L’IMPUNITÀ GARANTITA

Ma il picco del disfacimento morale dell’Unione Europea si tocca sul fronte delle sanzioni.

L’Europa, sempre con il dito puntato e la penna rossa pronta a sanzionare le autocrazie, si è trovata a discutere se sanzionare Ben Gvir, il ministro estremista israeliano, per le palesi violazioni del diritto internazionale.

Ebbene? Tutto bloccato.

A guidare la retromarcia è stata la Germania, la cui storia ha conosciuto la stessa ferocia dell’attuale governo di Tel Aviv, e guidata da un Merz in piena crisi interna, tallonato dall’Afd.

La scusa ufficiale è da comicità politica: non si può sanzionare un ministro in carica di uno Stato “democratico” per non creare un “pericoloso precedente”.

Cioè, se in Italia tornasse Mussolini al potere, non si potrebbe sanzionare poiché l’Italia è democratica. Un capolavoro d’idiozia che nemmeno il genio di Orwell era riuscito a prevedere, o la manifestazione di una casta che pretende di decidere chi è buono e chi no, chi può fare ciò che gli pare e chi no?

Beh, sembrerebbe svelato l’arcano, la vera natura delle democrazie occidentali: un club privato, esclusivo, dove i membri si garantiscono l’impunità a vicenda.

Se a compiere crimini o a violare il diritto internazionale è un Paese fuori dal cerchio magico, scattano embarghi, missili e indignazione a reti unificate. Se lo fa un membro del club, si invoca la prudenza. Si tutela la “democrazia”.

Una sorta di dittatura globale, di Grande Fratello orwelliano, che comanda il mondo. O pretende di farlo. Tanto, chi si oppone viene definito dittatore e il gioco è fatto.

Intanto, l’Iran vince, Israele affoga nel suo stesso fango, l’America fa affari e l’Europa perde l’ultimo briciolo di dignità che le era rimasto.

Titoli di coda. Sipario.

I tifosi di questo sistema corrotto e becero applaudono, quelli che hanno interessi nella vendita di armi e nella politica espansionistica della NATO, in Europa, e di Israele in Medio Oriente, e quelli che pensano che il mondo sia un campionato mondiale, dove si giudica in base al tifo e non in base alle regole del Diritto internazionale.

E noi, come sempre, a pagare il biglietto di uno spettacolo indecente.

LA FARSA DEI 60 GIORNI: MENTRE TRUMP E L’IRAN TRATTANO, NETANYAHU E IL PETRODOLLARO TI SVUOTANO IL CONTO IN BANCA

di Pasquale Di Matteo

Sveglia.

Ti alzi, bevi il caffè, ti lavi i denti, scorri lo schermo dello smartphone e sali in macchina. Tutto normale, vero?

Mentre tu compi questi gesti banali, a migliaia di chilometri di distanza, signori in giacca e cravatta e ayatollah con il turbante stanno decidendo quanto ti costerà la spesa il mese prossimo e a quanto ammonterà la rata del tuo mutuo.

Non è magia, ma geopolitica del petrolio, signori. Quella vera. Quella che non vi raccontano nei salotti televisivi impomatati, dove si parla di “esportazione della democrazia” o di “scontro di civiltà”.

Balle.

Si parla di dollari, di barili, e di chi tiene il coltello dalla parte del manico nello Stretto di Hormuz.

IL MEMORANDUM FANTASMA: L’ACCORDO CHE NON C’È

Pochi giorni fa è calata la colomba della pace. O almeno, così ce l’hanno venduta. Washington e Teheran avrebbero siglato un “memorandum d’intesa”.

Hanno sessanta giorni per trasformare un pezzo di carta tenuto rigorosamente segreto in un trattato internazionale, per fermare la carneficina iniziata a febbraio.

Ma guardiamo in faccia la realtà. Questo non è un accordo di pace, ma una tregua armata dettata dalla disperazione di due leader che hanno l’acqua alla gola.

Da una parte c’è Donald Trump, che ha un bisogno disperato di vendere all’elettorato americano una vittoria diplomatica lampo, una “debacle” travestita da trionfo, visto che le bombe non hanno piegato Teheran come gli avevano promesso e come aveva promesso al mondo fin dal primo giorno di bombardamenti.

Dall’altra parte ci sono gli iraniani. Pratici, glaciali, con una pazienza strategica che in Occidente ci sogniamo.

Loro vogliono lo scongelamento dei miliardi di dollari bloccati nelle banche straniere e vogliono che l’accordo sia ratificato dall’ONU perché degli americani non si fidano. E fanno bene.

Nel 2015 stracciarono il patto sul nucleare come carta straccia. E l’Iran non ha dimenticato.

Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz viene riaperto, i pedaggi sospesi, le navi americane arretrano. Tutti felici. Per ora.

Perché la clessidra dei 60 giorni ha già iniziato a far scendere la sua sabbia e, se non si trova la quadra sul programma nucleare iraniano, Teheran è pronta a chiudere di nuovo il rubinetto. E lì, i prezzi schizzeranno alle stelle.

L’INCOGNITA ISRAELE E IL SANGUE DI GAZA

Benjamin Netanyahu esce sconfitto da questa fase del conflitto. Aveva promesso che le bombe avrebbero fatto crollare la Repubblica Islamica.

Non è successo. Anzi.

L’uccisione della Guida Suprema iraniana sotto le bombe ha sortito l’effetto opposto.

Invece di spaccare il Paese, lo ha compattato. L’Iran non si è stretto attorno al “regime”, ma attorno allo “Stato”.

È un dettaglio sociologico fondamentale che sfugge ai nostri analisti da salotto. Ora, a Teheran, non comandano i barbuti rivoluzionari del ’79, ma una nuova generazione di tecnocrati. Pragmatici, spietati, bravissimi a far funzionare un Paese sotto le sanzioni e senza internet.

E mentre USA e Iran si annusano, Netanyahu schiuma rabbia. È isolato. Attaccato dai suoi stessi alleati radicali e dall’opposizione interna. Il suo obiettivo, ora, è uno solo: far saltare il tavolo e sabotare i 60 giorni, mantenendo alta la tensione. In Libano, dove Hezbollah è fiaccato, ma non domo, e soprattutto a Gaza.

Gaza non esiste quasi più. Il 70% della Striscia è un’enorme base militare israeliana. Due milioni di disperati sono ammassati nel sud-ovest, in condizioni che definire disumane è un eufemismo.

Hamas tenta di resuscitare dalle macerie governando il caos, spazzando via le milizie concorrenti, ma è una polveriera. E Netanyahu sa che basta un cerino acceso lì per far saltare l’accordo di Washington.

IL PECCATO ORIGINALE: 1953 E LA NASCITA DEL PETRODOLLARO

Ma perché accade tutto ciò in Medio Oriente? Perché siamo disposti a rischiare la Terza Guerra Mondiale per quel fazzoletto di terra sabbioso e per le coste persiane?

Bisogna fare un passo indietro. Molto indietro.

Torniamo al 1953. L’Iran, democraticamente, elegge Mohammad Mossadeq. Un uomo colto, che fa una cosa logica: nazionalizza il petrolio iraniano. “Il petrolio è nostro, i profitti sono nostri”.

Un sacrilegio per l’Occidente che si crede padrone del mondo.

Londra e Washington organizzano un colpo di stato, lo rovesciano e piazzano sul trono lo Scià, un burattino obbediente. Ecco, quando oggi vi chiedete perché in Iran odino l’Occidente, la risposta non è nel Corano, ma nei libri di storia del 1953.

Ma il vero capolavoro, la vera matrice del potere mondiale moderno, si concretizza nel 1974.

Un anno prima, i Paesi Arabi ci avevano chiuso i rubinetti per punirci del sostegno a Israele.

Prezzi alle stelle, domeniche a piedi, inflazione e stagflazione. Il panico.

Gli americani capiscono che non possono più rischiare. E fanno il “Patto del Diavolo” con l’Arabia Saudita.

La proposta è semplice, geniale e mafiosa: “Noi vi proteggiamo militarmente e voi vendete il vostro petrolio esclusivamente in dollari americani”.

Nasce, così, il Petrodollaro.

LA GUERRA MONDIALE DELL’INFLAZIONE E IL TUO PORTAFOGLIO

Capite il trucco?

Poiché tutto il mondo ha bisogno di petrolio, tutto il mondo è costretto a comprare dollari. E per comprare dollari, le nazioni di tutto il pianeta comprano il debito pubblico americano.

È così che gli Stati Uniti hanno dominato il mondo per mezzo secolo. Controllando la valuta con cui si compra l’energia.

Ma oggi, quel sistema sta crollando.

Cina, Russia, Iran. I BRICS. Si sono stufati.

Stanno vendendo e comprando petrolio fuori dal circuito del dollaro. Usano lo yuan. Usano valute locali. Fanno viaggiare navi fantasma con i radar spenti per aggirare le sanzioni.

Stanno togliendo il terreno da sotto i piedi all’impero americano. E l’impero americano reagisce come ogni impero in declino: con la forza. Manda le portaerei, minaccia, sanziona, bombarda.

Ed eccoci tornati al tuo caffè. Alla tua auto. Al tuo mutuo.

Se l’Iran, forte dei suoi nuovi alleati asiatici, chiude lo Stretto di Hormuz o rifiuta i dollari, il prezzo dell’energia globale esplode. L’inflazione, quella tassa occulta che ti svuota il carrello della spesa, rialza la testa.

Se l’inflazione sale, a Francoforte si riuniscono i burocrati della BCE. Alzano i tassi di interesse per “raffreddare” l’economia.

E tu? Tu ti ritrovi con la rata del mutuo a tasso variabile che ti strangola. Il valore dei tuoi titoli di Stato che balla e l’azienda per cui lavori che ferma le assunzioni perché i prestiti costano troppo e non si può più investire.

I prossimi sessanta giorni non decideranno solo le sorti dell’uranio arricchito di Teheran o le ambizioni politiche di Trump e Netanyahu, ma l’equilibrio del Petrodollaro. Decideranno se il mondo si spaccherà definitivamente in due blocchi economici. E, in ultima analisi, decideranno quanto ti costerà vivere.

Buona giornata. E attenti al prossimo caffè. Potrebbe costare molto, molto caro.

LE VITTORIE INVENTATE DALLA TV E IL PAESE FALLITO: ECCO LA VERITÀ SULLA GUERRA IN UCRAINA CHE I TG VI NASCONDONO

di Pasquale Di Matteo

In Ucraina, si combattono due guerre: una guerra si combatte nel fango, col sangue, con i cingolati, con i missili e i droni; un’altra, invece, è meno cruenta, molto più comoda, profumata e asettica, e si combatte nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornaloni nostrani.

Due mondi paralleli. Destinati a non incontrarsi mai.

Mentre sul campo di battaglia si consuma una tragedia di proporzioni storiche, in Occidente va in onda una farsa mediatica che offende l’intelligenza di chi legge.

Una narrazione tossica, in cui le veline della propaganda hanno sostituito il giornalismo, trasformando la complessa scacchiera geopolitica in un banale scontro tra supereroi hollywoodiani e cattivi da fumetto. Ma la realtà, come sempre, presenta il conto. Ed è un conto salatissimo.

LA PROPAGANDA DEI MEDIA E LE VITTORIE CHE NON ESISTONO

A leggere i titoli dei nostri principali quotidiani, c’è da stropicciarsi gli occhi.

Qualche colonna di fumo che si alza da una raffineria russa viene decantata come la svolta definitiva del conflitto, un trionfo strategico, il colpo di grazia al regime di Mosca.

Nel frattempo, la Russia lancia attacchi devastanti con oltre 700 tra droni e missili, paralizzando le infrastrutture energetiche ucraine e martellando l’industria militare da Kiev a Kharkiv, passando per Dnipro.

E la nostra stampa cosa fa? Invece di analizzare la portata catastrofica di questi raid per la tenuta del Paese, si concentra, con toni da tragedia greca, sulla distruzione di centomila costumi di scena di uno studio cinematografico o sui danni a una cattedrale.

È il trionfo del ridicolo.

Un ridicolo che tocca vette di comicità involontaria quando si avalla, senza il minimo pudore, la tesi secondo cui a colpire i siti religiosi sarebbero stati, per errore, dei missili Patriot ucraini. Missili che, ci raccontano, avrebbero fatto cilecca perché “scaduti”. Come il latte al supermercato.

Se si muovono gli ucraini, si parla di “avanzate” gloriose; se fanno lo stesso i russi, si derubricano i movimenti a “infiltrazioni” e, se le truppe di Mosca sfondano le linee, la colpa è della propaganda russa che “esagera i propri successi per creare una percezione di vittoria”.

Perché il mondo immaginato da Orwell in 1984 lo stiamo vivendo all’interno dei confini del nostro.

La realtà è che a Kostyantynivka, nel Donetsk, i russi stanno accerchiando le forze di Kiev. A Sumy, l’apertura del fronte è la conseguenza logica e disastrosa dell’avventuroso attacco ucraino a Kursk.

I russi avanzano. L’Ucraina arretra.

E nessuna foto di un deposito russo in fiamme potrà cambiare questo dato di fatto.

L’AMERICA GUARDA ALTROVE: IL GRANDE FREDDO DI WASHINGTON

Mentre il mainstream gioca a Risiko, la geopolitica vera ha già voltato pagina.

Washington ha cambiato canale, perché il Medio Oriente è il nuovo palcoscenico globale, perciò, l’Ucraina non è più la priorità.

Zelensky lo ha capito perfettamente. Non è uno sprovveduto, l’ex attore ed è per questo che, con un pragmatismo che fino a ieri sarebbe stato tacciato di tradimento, ha iniziato a inviare messaggi di apertura persino a Vladimir Putin, seppur con le solite pretese irricevibili dal Cremlino, di ritiro russo incondizionato o quasi.

D’altronde, l’Ucraina si ritrova a elemosinare sostegno in un’Europa guidata da leader politicamente azzoppati. Macron, Starmer, Merz sono leader deboli, alle prese con crisi interne profonde, a cui Zelensky chiede disperatamente soldi e armi per tappare le falle di una diga che imbarca acqua da tutte le parti.

L’IPOCRISIA DEI MISSILI PATRIOT E IL BUSINESS DEL SANGUE

Ma è sulla questione degli armamenti che l’ipocrisia dell’Occidente si svela in tutto il suo cinico splendore.

Il problema numero uno di Kiev, oggi, è la difesa antiaerea. I cieli ucraini sono un colabrodo. I missili intercettori scarseggiano e i sistemi Patriot sono agli sgoccioli, con gli Stati Uniti che ne producono col contagocce: appena una sessantina al mese, una miseria, di fronte agli sciami di droni russi che oscurano il cielo.

Ecco perché Kiev ha chiesto agli americani la licenza per prodursi i Patriot da sé, in Ucraina.

La risposta di Washington è stato un secco e inappellabile “No”, perché la democrazia va difesa, certo, la libertà è sacra, ci mancherebbe. Ma il business è business.

Gli Stati Uniti non condividono la loro tecnologia militare per gelosia industriale e per la necessità di rimpinguare i propri arsenali strategici, ma soprattutto, c’è la regola d’oro del complesso militare-industriale: i missili non si regalano e non si fanno copiare. Si vendono. A prezzo pieno.

Il cinismo d’oltremare prevede che siano gli alleati europei, Germania, Polonia & C., a comprare i costosissimi sistemi d’arma americani per poi girarli a Kiev. L’America incassa, l’Europa paga, l’Ucraina muore.

Un capolavoro di macelleria finanziaria che qualcuno spaccia per difesa del diritto internazionale. Lo stesso diritto calpestato a Gaza, in Libano e in Iran nel silenzio tombale degli stessi “eroi” occidentali.

UN PAESE TECNICAMENTE FALLITO TENUTO IN VITA ARTIFICIALMENTE

L’Ucraina, oggi, è uno Stato tecnicamente fallito. Una nazione in bancarotta.

Senza i prestiti e le iniezioni di liquidità dell’Occidente, il governo di Kiev non avrebbe letteralmente i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani o gli stipendi ai medici, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici.

Certo, l’ingegno ucraino ha dimostrato una capacità formidabile nella progettazione e produzione di droni, reinventando in parte la guerra moderna, ma un Paese non si salva solo con i droni kamikaze.

Senza la continua, massiccia e costosissima fornitura di armi pesanti acquistate dall’Europa per suo conto, l’esercito di Kiev crollerebbe in poche settimane.

LA REALTÀ OLTRE LO SCHERMO

La sintesi di tutto questo è feroce.

Mentre l’Unione Europea minaccia sequestri per le navi che trasportano petrolio russo, con la Cina che alza già la voce intimando di non toccare le proprie imbarcazioni, la guerra vera si sta consumando nell’indifferenza di un alleato americano ormai distratto e di un’Europa trasformata in un bancomat senza una vera strategia politica che non sia il suicidio guerrafondaio.

Non c’è trionfo nella distruzione di una nazione. Non c’è gloria nel prolungare un’agonia militare senza una chiara via d’uscita diplomatica.

Continuare a raccontare la favola di un’imminente vittoria ucraina basata su qualche colonna di fumo, ignorando la bancarotta economica del Paese e il logoramento mortale delle sue truppe, non è solo cattivo giornalismo, ma complicità morale in un massacro senza fine.