Ci risiamo.
Il copione è sempre lo stesso. Solo che stavolta il banco rischia di saltare sul serio. Perché, in seguito all’ennesima violazione degli accordi di Israle, l’Iran ha appena riabbassato la sbarra del casello sullo Stretto di Hormuz.
Chiuso. Passaggio libero finito.
E, mentre le diplomazie occidentali si affannano a tessere nei salotti televisivi la solita stucchevole narrazione del “nemico irrazionale che sabota la pace”, la realtà è che a Teheran hanno semplicemente deciso di non farsi prendere per il naso da Israele.
IL SANGUE IN LIBANO E LA “MALAFEDE” A STELLE E STRISCE
Facciamo un passo indietro, perché senza memoria non c’è giornalismo.
USA e Iran hanno appena firmato un patto temporaneo e fragilissimo per far respirare il Medio Oriente e, di riflesso, l’economia mondiale, un accordo che prevedeva tra i quattordici punti anche il cessate il fuoco in Libano.
Poi, però, piovono le bombe nel sud del Libano, con l’esercito israeliano, che per inciso vanta una catena di comando talmente rigida ed efficiente che non si muove un singolo drone se Benjamin Netanyahu non lo autorizza, che ricomincia a colpire e causa sedici morti in poche ore, bambini inclusi.
Come è logico aspettardi, gli iraniani accusano gli Stati Uniti di “malafede”, di aver firmato un pezzo di carta sapendo benissimo di non poter mettere al guinzaglio l’alleato israeliano che, come è probabile, ha lui il coltello dalla parte del manico, con Trump, per via dei file Epstein.
Da una parte, Washington prega in ginocchio Tel Aviv di fermare i raid. Dall’altra, Netanyahu fa spallucce e dichiara candidamente alle agenzie di stampa di non sentirsi affatto vincolato dagli accordi presi dagli americani con gli ayatollah, dimostrando al mondo intero di essere un problema per il mondo, proprio come lo sono gli stati canaglia.
Eccoli, dunque, i veri nemici dell’Occidente. Meloni se ne sarà resa conto?
D’altronde, le tensioni tra Stati Uniti e Israele si consumano anche sul torbido terreno dell’intelligence e dei ricatti incrociati.
A riaccendere i riflettori su questa “guerra ombra” sono state le recenti dichiarazioni di Ari Ben-Menashe, ex funzionario dell’intelligence militare israeliana, secondo cui il premier Benjamin Netanyahu, in forte attrito con Washington per l’accordo con l’Iran, sarebbe pronto a utilizzare materiale inedito e compromettente legato allo scandalo Jeffrey Epstein per ricattare esponenti di vertice della politica americana, tra cui Donald Trump.
Non solo Trump, ma altri personaggi di spicco della politica americana, di qualunque estrazione.
La rete di abusi creata da Epstein non sarebbe stata solo il capriccio di un miliardario deviato, ma una complessa operazione di dossieraggio in cui lo stesso Epstein e figure chiave del suo entourage (come l’avvocato Alan Dershowitz, avrebbero operato per il Mossad, con lo scopo di agganciare e ricattare i decisori politici a stelle e strisce, garantendo così che la politica estera americana nel Medio Oriente rimanesse saldamente allineata agli interessi di Tel Aviv.
LO SCHIAFFO IN SVIZZERA E L’ULTIMATUM DEGLI AYATOLLAH
Nel frattempo, nella placida Svizzera, gli inviati della Casa Bianca, guidati stavolta direttamente dal vicepresidente JD Vance, si sono presentati al tavolo dei negoziati a quattro.
Parlano di “incontri storici”, sbandierano progressi e si preparano per i soliti sorrisi a favore di telecamera, ma a Teheran non sono volati fino in Europa per fare le comparse nello show a stelle e strisce.
Si sono seduti, ma alle loro condizioni.
Niente strette di mano, niente foto ricordo per la stampa.
Il capo negoziatore iraniano Ghalibaf si è rifiutato di partecipare alla messinscena hollywoodiana e ha preteso che i giornalisti venissero sbattuti fuori prima ancora di far entrare la sua delegazione, trasformando il vertice in una gelida lezione di realpolitik. Un’umiliazione diplomatica servita a freddo.
I vertici della Repubblica Islamica hanno recapitato un messaggio che non ammette repliche: si tratta, ma se Israele non rispetta il punto 1 dell’accordo di Islamabad, ossia il cessate il fuoco totale su tutti i fronti e il ritiro dal Libano, ogni discussione su nucleare e sanzioni verrà immediatamente sospesa.
Prendere o lasciare.
E fate attenzione alle parole, perché in Medio Oriente le sfumature linguistiche segnano il confine tra la vita e la morte.
Un ultimatum che è un cappio al collo dell’Occidente che si stringerà definitivamente se, entro poche ore, Washington non riuscirà a imporre lo stop a Israele.
A risolvere il caos provocato da Netanyahu ci provano disperatamente i mediatori. A Ginevra si sono precipitati il premier pakistano Sharif e il suo ministro degli Esteri Dar, al lavoro con il Qatar nel tentativo di fare da pacieri e far ragionare le parti. Loro non usano mezzi termini e lo ammettono candidamente ai giornalisti: “I giorni più difficili sono davanti a noi”.
Perché lo sanno benissimo che il tempo stringe e manca pochissimo prima che qualcuno stacchi la spina al pianeta.
L’ARMA ECONOMICA E IL COLLASSO GLOBALE: IL TEOREMA DELLE QUATTRO SETTIMANE
Perché è di questo che stiamo parlando: di spegnere la luce al pianeta.
L’Iran ha capito che l’atomica è un deterrente teorico. Il vero terrore dell’Occidente è il greggio. Lo Stretto di Hormuz è l’aorta dell’economia globale.
Se la tagli, l’Occidente muore.
Donald Trump ha squarciato il velo dell’ipocrisia al recente G7. L’ha detto chiaro e tondo ai leader mondiali: abbiamo quattro settimane di riserve petrolifere. Solo quattro. Poi sarà la paralisi. Il “collasso economico”.
Ma, ovviamente, sui social, il bullo della Casa Bianca preferisce buttarla in caciara elettorale, definendo gli avversari “Dumocrats”, un misto tra stupidi, e democratici, colpevoli di vendere la favola di un Iran potentissimo.
Secondo Trump, Teheran è già stata sconfitta militarmente, perché non ha più né marina né aviazione. Una retorica muscolare che fa a pugni, grottescamente, con le rassicurazioni di JD Vance ai microfoni di Fox News, rilasciate col sorriso d’ordinanza, per cui i colloqui in Svizzera “procedono bene” e l’America terrà sotto pressione economica l’Iran per fermare il programma nucleare.
Certo. Come no.
E mentre JD Vance prova a salvare il salvabile parlando di ‘incontri storici’, il suo capo decide di far saltare tutto per aria. Letteralmente.
Donald Trump, con la consueta arroganza da bullo di quartiere, va in diretta su Fox News con sparate da boss mafioso; minaccia di bombardare l’Iran e delira su un piano per prendere il controllo militare di Hormuz.
L’idea geniale dopo aver firmato la resa pochi giorni fa?
Far fare agli Stati Uniti la parte degli “angeli custodi” per incassare un pizzo del 20% sul petrolio in transito. Un racket internazionale, insomma.
Peccato che a Teheran non si facciano intimidire dai tweet o dalle spacconate in tv, avendo il coltello dalla parte del manico.
LA VERITÀ CHE NESSUNO VUOLE AMMETTERE
La verità è che siamo in ostaggio, ma non dell’Iran, bensì di Tel Aviv, che è diventato il nemico numero uno dell’Occidente.
In ostaggio di un alleato in Medio Oriente che fa i propri comodi infischiandosene delle conseguenze macroeconomiche globali.
L’Iran ha semplicemente imparato a giocare a scacchi usando le petroliere e i mercati azionari al posto dei droni e dei missili balistici.
E noi seduti sul divano, a sorbirci la storiella hollywoodiana dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra. A tifare come allo stadio per fazione A o fazione B.
Mentre il conto alla rovescia corre veloce. Tic, tac, tic tac…
E le pompe di benzina si preparano a segnare cifre che ci faranno rimpiangere persino le bollette degli anni peggiori.
Ma guai a ipotizzare una sola sanzione a Tel Aviv. Sono tutte e solo per Mosca.
ALCUNE FONTI
https://www.repubblica.it/esteri/2026/06/21/diretta/guerra_iran_usa_israele_news_oggi-425424360

