TRUMP, IL PERDENTE CHE SI È ARRESO ALL’IRAN, S’INVENTA IL SELFIE DELLA MELONI. MA CHI LA VUOLE UNA FOTO CON LUI?

MELONI E TRUMP, IL SELFIE DELLA DISCORDIA E L’ANTICO VIZIO DELLO ZERBINAGGIO ITALIANO

di Pasquale Di Matteo

L’Italia, si sa, ha un debole per i padroni d’oltreoceano. È una sorta di riflesso incondizionato, una sindrome di Stoccolma che affonda le radici nel dopoguerra e che ha trasformato quasi tutti i nostri inquilini di Palazzo Chigi in perfetti zerbini da stendere davanti allo Studio Ovale.

Da De Gasperi in poi, la storia dei rapporti tra Roma e Washington è un lungo elenco di inchini, sorrisi d’ordinanza e vassallaggio più o meno esplicito.

Solo due nomi hanno osato alzare la testa: Aldo Moro e Bettino Craxi. Moro, con la sua visione geopolitica che al dialogo con Mosca, con i comunisti e non solo agli ordini della CIA; Craxi, con lo scatto d’orgoglio di Sigonella, quando i carabinieri circondarono la Delta Force per difendere la sovranità nazionale.

Poi il nulla. Forse perché quei due nomi sono anche l’unico capo del governo ucciso dalle BR e l’unico politico che abbia pagato davvero per Mani Pulite.

IL NUOVO EPISODIO DELLA TELENOVELA DIPLOMATICA

Oggi, però, la narrazione si arricchisce di un nuovo episodio, una sorta di “cinepanettone” che vede protagonisti Giorgia Meloni e Donald Trump.

Il Tycoon, nel corso di una telefonata ad uso e consumo della propria propaganda, ha sganciato la bomba: “Meloni mi ha implorato per una foto, mi ha fatto pena”.

Parole pesanti, trasmesse dai microfoni de “L’Aria che Tira” su La7, dove il dibattito si è subito infiammato sulla traduzione esatta di quel “I feel sorry for her”.

È “mi dispiace per lei” o un più sprezzante “mi fa pena”? Tuttavia, poco importa la semantica quando la sostanza è il fango.

Giorgia Meloni, dal canto suo, ha risposto con un video social degno della migliore tradizione degli influencer, bollando le dichiarazioni come “totalmente inventate”.

Uno scontro tra titani dei social, figlio di questi tempi bui, dove non si vedono leader politici degni di tal nome all’orizzonte, ma, in compenso, abbondano gli influencer, a cominciare proprio dai due protagonisti di questa ultima soap di fine primavera.

Solo che qui non siamo su Instagram, ma sull’orlo di una guerra nucleare con Mosca, con gli USA che hanno appena firmato la resa dopo la batosta rimediata in Iran e con le politiche europee che puntano tutto sulla guerra contro Mosca, senza se e ma.

PERCHÉ IL RACCONTO DI TRUMP È POCO CREDIBILE

Se analizziamo i fatti con un briciolo di logica, la versione di Trump fa acqua da tutte le parti.

Giorgia Meloni, piaccia o meno, è una funambola della comunicazione e una stratega gelida, capace di promettere ogni cosa in campagna elettorale, e non solo, salvo rimangiarsi tutto, dall’euro e l’Europa al sostegno all’Ucraina “fino alla vittoria finale”.

In altri tempi, non sarebbe stato difficile credere che una tale fenomena del web avrebbe chiesto un selfie a una star per proprio tornaconto, ma perché mai dovrebbe implorare un selfie con un uomo che, in questo momento, rappresenta un fallimento diplomatico, strategico e militare senza precedenti?

Trump è quel presidente coperto di fischi durante l’inno nazionale, pochi giorni fa, dai suoi stessi concittadini, è lo stesso leader che ha appena firmato la più disastrosa resa incondizionata della storia americana, dopo aver cominciato e perso la guerra contro l’Iran.

Inutile girarci intorno. Trump ha lasciato l’area del Golfo più instabile di come l’aveva trovata e l’Iran nettamente più forte di quanto non fosse lo scorso febbraio.

Per Meloni, farsi un selfie con un “perdente” di tale portata sarebbe un suicidio d’immagine, un regalo agli avversari che non aspettano altro che dipingerla come la valletta del più disastroso presidente americano di sempre.

Nessun esperto di Comunicazione, anche solo nella media, avrebbe mai consigliato alla presidente del Consiglio una simile richiesta.

IL VIZIO DELLO ZERBINAGGIO E LA REALTÀ DEI FATTI

È vero, come ricordavamo poco sopra, che l’Italia ha sempre avuto governi piegati a novanta gradi nei confronti di Washington; prima perché gli americani ci avevano liberato dal nazifascismo, poi perché ci difendevano dall’URSS, infin per la riconoscenza della liberazione, come se avessimo firmato un mutuo a vita.

Siamo stati i primi a dire sì ai dazi, lo scorso anno, i primi a promettere il 2% del PIL per gli armamenti, i primi a ubbidire quando c’era da isolare il Venezuela o attaccare l’Iran senza nemmeno essere avvertiti, i primi della classe nel difendere Netanyahu anche davanti ai più efferati crimini di guerra e contro l’umanità dalla metà del secolo scorso, i primi a dire che “il diritto internazionale vale, ma solo fino a un certo punto”, cioè, vale se ci serve inventare il nemico russo, ma è una rottura di zebedei se a infrangerlo è un amico degli americani.

È un’abitudine dura a morire, una sorta di “atlantismo tossico” e di indole a leccare i piedi del potente di turno che ci impedisce di fare i nostri interessi.

Ma, proprio per questo, la mossa di Meloni di smentire Trump segna un punto di rottura interessante.

Non è un atto di eroismo alla Craxi, sia chiaro, e non ha niente a che vedere con lo spessore politico di Aldo Moro, per carità!

Non c’entra nulla nemmeno con il tentativo di Mattei di rendere l’Italia autosufficiente a livello energetico, deviando da certe politiche a stelle e strisce. Uomo che, sarà colpa di una sorta di iella, morì in un misterioso incidente aereo.

“Mi ha implorato”, dice il bullo della Casa Bianca, per solleticare l’ego del maschio alfa americano, del “guappo” del quartiere.

Ma l’unico a elemosinare qualcosa, in questa vicenda, sembra proprio lo stesso Trump.

UN SELFIE CHE NON SERVE A NESSUNO, SE NON AL FALLITO

In questo becero spettacolo, l’unica certezza è che la diplomazia è diventata una rissa tra youtuber di poco conto.

Solo che si tratta di gente strapagata per fare il bene dei propri cittadini, mentre provocano e alimentano guerre, difendono criminali, e hanno contribuito a chiudere in soffitta la diplomazia.

Trump parla ai suoi, Meloni risponde ai suoi, e nel mezzo c’è la dignità di un Paese che aspetta ancora di capire se può avere una politica estera che non sia un eterno “sì, signore!” confermato alla Casa Bianca.

Credere a Trump che dipinge Meloni come una fan sfegatata è difficile, quasi quanto credere che l’Italia possa davvero contare qualcosa finché non ritroverà lo spirito di Sigonella e leader alla Moro che non s’intravedono da destra a sinistra.

Sarebbe perfino più credibile l’ipotesi che i due abbiano inscenato questa pagliacciata per guadagnare qualche voto in patria: Trump è ai minimi termini in America e si appresta a perdere malamente le elezioni di metà mandato, mentre Meloni ha perso slancio dopo la sconfitta al referendum, con l’ascesa di Vannacci e con l’appoggio incondizionato alla guerra contro Mosca e ai crimini di Israele, che piacciono sempre meno agli italiani.

Per ora, ci accontentiamo di smentite video e di traduzioni incerte, mentre i veri problemi, l’energia, le guerre, i rapporti con la Mosca e Pechino, la delinquenza per le strade e persino nelle case, restano lì, in attesa di un leader che abbia il coraggio di non implorare né selfie, né perdono, e che abbia a cuore gli italiani più delle mire guerrafondaie di Bruxelles e di Washington.

Quanto all’uscita di Meloni sui nemici dell’Occidente, sarebbe il caso di consigliare alla premier un corso di Storia contemporanea; chissà che comprenda, finalmente, come è nato Israele, a cominciare dalle promesse disattese della Gran Bretagna allo sceriffo della Mecca, in cambio dell’appoggio nella I Guerra mondiale; le ingerenze americane a Kiev, l’allargamento della NATO a Est e i venti di guerra a Bruxelles.

Forse, con un po’ di cultura storica, si accorgerebbe che i nemici dell’Occidente li abbiamo in casa.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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