QUANTO COSTA UN RAPITO

(e il caso di Pier Fortunato Zanfretta)

di Danilo Preto

Brutalmente!   

Per essere chiari non parliamo di rapimenti ma di rapiti. E non parliamo di effetti psicologici dovuti alla prigionia, di torture subite, di annichilimento della volontà e dello stato in cui sono vissuti nel momento in cui sono stati rapiti e poi costretti in schiavitù.

Sì, perché certamente non venivano trattati con i guanti bianchi e alimentati con ostriche e champagne.  

In Italia, subito dopo di quella che è stata definita la stagione dei sequestri a scopo di estorsione, una legge dello stato ha proibito di trattare con i rapitori congelando le proprietà delle famiglie dei rapiti per evitare che ci fosse l’idea che bastasse pagare per avere di ritorno il figlio rapito o il parente rapito, pagando il riscatto a suon di miliardi di lire (allora).

Niente di tutto questo.

Questa parte la lasciamo alla cronaca dell’epoca, convinti che non sia, ad oggi, tutto chiaro quello che è avvenuto fra servizi dello Stato, ostacoli alle trattative e liberazione degli ostaggi.  

Il fenomeno dei sequestri di cittadini italiani all’estero è stato purtroppo ricorrente negli ultimi decenni.

Storicamente, le aree più calde hanno riguardato il Medio Oriente (Siria, Iraq), il Nord Africa (Libia, Egitto) e alcune zone subsahariane (Kenya, Mali). 

I RAPIMENTI DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO  

Alcuni rapimenti sono certamente famosi e sono stati descritti con dovizia di particolari dagli organi di stampa, dai testimoni diretti, dai rapiti e, spesso, dalle fantasie giornalistiche tendenti a completare il quadro quando le notizie reali mancavano.  

I rapimenti di cittadini italiani all’estero sono una complessa e delicata realtà storica e cronachistica, che ha visto il coinvolgimento di diplomatici, giornalisti, cooperanti e tecnici.

L’Unità di Crisi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale gestisce costantemente il monitoraggio e la risoluzione di questi eventi.  

I sequestri sono spesso stati perpetrati da gruppi terroristici di matrice jihadista, cellule di Al-Qaeda o bande criminali locali. L’obiettivo principale di questi rapimenti è stato quasi sempre l’estorsione, finalizzata al pagamento di cospicui riscatti per finanziare le attività dei gruppi armati.   

Evoluzione Storica e Geopolitica 

Dalla fine degli anni ’90 a oggi, la natura dei sequestri è profondamente mutata, passando da logiche di guerriglia e separatismo (soprattutto in America Latina e Medio Oriente) a un modello fortemente legato al terrorismo internazionale e al crimine organizzato a scopo di estorsione.  

I territori maggiormente interessati si collocano lungo la fascia del Sahel, in Africa Orientale (Somalia/Kenya) e nel quadrante mediorientale (Siria/Iraq/Yemen). I rapimenti sono avvenuti prevalentemente in aree geografiche ben precise, caratterizzate da instabilità politica, conflitti o forte criminalità come in: Medio Oriente: Siria e Iraq (specie durante l’espansione dell’ISIS) e Yemen. 

Nord Africa: Libia (le zone di estrazione o cantieri edili sono state spesso bersaglio di gruppi armati). 

Africa Subsahariana: Paesi del Sahel (Mali, Niger) e Corno d’Africa (Somalia e Kenya costiero).  

I casi più noti risolti (tra il 2004 e il 2019)  

Numerosi connazionali sono stati liberati, in molti casi grazie all’azione diplomatica dell’Unità di Crisi della Farnesina e dei servizi di intelligence (Aise).   

2004 (Iraq): I quattro contractor italiani — Fabrizio Quattrocchi, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio — furono sequestrati a Baghdad. La tragedia si concluse con la liberazione di Cupertino, Agliana e Stefio, e l’uccisione di Quattrocchi.

Tutti ricorderanno la frase di Quattrocchi prima di essere ucciso: “vi mostro come muore un italiano”.  

2004 (Iraq): Simona Torretta e Simona Pari Cooperanti della Ong italiana «Un ponte per…», entrambe ventinovenni, vengono sequestrate a Baghdad il 7 settembre 2004 da un commando armato che fa irruzione negli uffici dell’associazione. Il giorno della liberazione è il 28 settembre.

Le telecamere di Al Jazeera mostrano l’incontro delle due giovani con il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, che in serata le riaccompagna in Italia con un Falcon 20, atterrato a Ciampino in serata. 

2005 (Iraq): La giornalista Giuliana Sgrena fu rapita a Baghdad e liberata dopo alcune settimane in un’operazione segnata dalla tragica morte dell’agente del Sismi Nicola Calipari.   

2008 (Somalia): Giuliano Paganini e Jolanda Occhipinti vengono rapiti il 21 maggio a 65 chilometri a Sud di Mogadiscio. I due cooperanti della ong Cins vengono rilasciati dopo due mesi e mezzo dal rapimento dietro il pagamento di 700.000 dollari. Un riscatto smentito, però, dalla Farnesina

2011 (Sud Darfur): Francesco Azzarà sequestrato il 14 agosto 2011 e liberato quattro mesi dopo. «Finisce un incubo. Finalmente la telefonata che tutti aspettavamo è arrivata. Francesco è libero e sta bene».

Queste le parole di Gino Strada alla liberazione del cooperante di Emergency Francesco Azzarà. Qui si sussurra anche il ruolo costante di mediazione delle ONG.

2011 (Algeria): Rossella Urru.  Un rapimento lungo nove mesi quello di Rossella Urru, 31 anni, sarda, operatrice umanitaria rapita in Algeria il 23 ottobre 2011 e liberata il 18 luglio 2012. Insieme a lei sono rapiti anche altri cooperanti. Il sequestro avviene nel campo profughi Saharawi di Hassi Raduni, il primo rapimento in un campo profughi saharawi.

Al momento del sequestro, Rossella Urru lavorava da due anni nel campo di Hassi Raduni per conto del Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo di Popoli) coordinando un progetto finanziato dall’Ue. Il suo lavoro consisteva nel sostegno alla Mezzaluna Rossa per verificare la qualità, la gestione degli aiuti umanitari e la formazione del personale locale.

2012 (Siria): Vengono rapiti i giornalisti Domenico Quirico e Claudio Scona, poi liberati. Poche notizie al riguardo.

2012 (India): Paolo Bosusco e Claudio Colangelo sono rapiti da un gruppo di maoisti naxaliti in India, che con questo rapimento vollero lanciare un messaggio al governo indiano contro le operazioni anti-maoiste in Orissa.

Bosusco, 54 anni, responsabile di un’agenzia turistica, e Claudio Colangelo, 61 anni, medico e operatore di volontariato, sono catturati il 14 marzo da un gruppo di 30 maoisti che li accusano di aver cercato di fare foto ad alcune donne tribali che si bagnavano, nel distretto di Kandhamal. Sono liberati in due tappe dopo quasi un mese di prigionia.   

2013 (Siria): Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita italiano, scomparso a Raqqa in luglio per il quale non si sono mai avute conferme certe sulla sua sorte.   

2014 (Siria): Le cooperanti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo furono sequestrate ad Aleppo e rilasciate a inizio 2015. Le cooperanti ventenni sono rapite nella notte fra il 31 luglio e il primo agosto 2014, nella fase più drammatica della guerra civile siriana.

Sono liberate il 15 gennaio 2015 a seguito di una lunga trattativa con il Fronte al-Nusra e il governo italiano, secondo alcune fonti dietro un pagamento di riscatto.

Le due cooperanti erano arrivate in Siria il 28 luglio per conto dell’associazione Horryati, una ong non riconosciuta dal ministero degli Esteri italiano che ha l’obiettivo di fornire aiuti medici nei campi profughi.

2016 (Filippine): Il cooperante Rolando Del Torchio, rapito dal gruppo terroristico Abu Sayyaf e liberato dopo circa sei mesi di prigionia.  

2016 (Siria): Alessandro Sandrini (rapito al confine tra Siria e Turchia) è stato liberato Il 22 maggio 2019 e ha potuto fare ritorno in Italia dopo un sequestro durato circa tre anni.  

2016 (Siria): Sergio Zanotti, Imprenditore. Anche qui poche note.

2018 (Kenya): Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel novembre 2018 nel villaggio di Chakama ad opera di miliziani islamici e poi liberata nel maggio 2020 dopo una lunga mediazione internazionale. 

Dei coniugi Langone e di altri, parleremo più avanti. Ovviamente l’elenco sarà forzatamente incompleto.

Modalità di Risoluzione e Gestione delle crisi 

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero.

Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.  

L’Italia, a differenza di altri Paesi (come Regno Unito e Stati Uniti che adottano una linea dura ufficiale di non-negoziazione con i terroristi), ha storicamente privilegiato la via diplomatica e dell’intelligence per tutelare l’incolumità dei propri cittadini, un approccio che si articola attraverso un monitoraggio e intelligence con il lavoro dei servizi segreti (Aise) e dell’Unità di Crisi.

C’è poi un monitoraggio costante della Farnesina per evitare simili episodi, attraverso il portale ufficiale Viaggiare Sicuri per evitare viaggi a rischio. 

Silvia Romano e le due Simona

Volontari e cooperanti.

È lunghissimo l’elenco degli italiani rapiti all’estero e poi fortunatamente liberati. Ma non sempre è andata così.

Silvia Romano è il caso più emblematico ma prima di lei, negli ultimi anni, ce ne sono stati molti altri e in svariati paesi sparsi nel mondo a suscitare sdegno o indignazione.

Altri sequestrati non sono riusciti a sopravvivere o sono stati uccisi dai rapitori.

Altri sono ancora prigionieri, come padre Luigi dall’Oglio, ammesso che sia ancora vivo. Alcuni invece ce l’hanno fatta e sono ritornati a casa. In alcuni casi suscitando forti polemiche.

Come abbiamo anticipato, Silvia Romano, è tornata in Italia con abiti tradizionali islamici, tipico delle donne irachene, ma in questo caso senza il velo sulla testa.  Entrate in Italia con il velo invece le due Simona. 

La vita dei rapiti dei sequestrati italiani all’estero fino al giorno d’oggi 

La vita degli italiani rapiti all’estero è cambiata radicalmente a partire dagli anni 2000, passando dai sequestri commerciali e mafiosi del secolo scorso a rapimenti geopolitici legati al terrorismo internazionale e a gruppi jihadisti.

Le vittime non sono più grandi industriali prelevati in patria, ma cooperanti, giornalisti, religiosi e tecnici aziendali catturati in scenari di guerra o in aree a forte instabilità come il Sahel, il Medio Oriente e il Corno d’Africa.  

L’evoluzione storica e i profili delle vittime 

Infatti, se fino agli anni ’90 i sequestri avvenivano prevalentemente sul territorio italiano per mano dell’Anonima Sarda o della ‘Ndrangheta a scopo di estorsione, il nuovo millennio ha spostato l’asse del pericolo oltre confine.  

Tecnici e operai aziendali: dipendenti di grandi aziende italiane impegnate in infrastrutture energetiche o edili (come nei casi storici in Libia o in Nigeria), catturati da milizie locali o bande criminali per ottenere riscatti economici.   

Cooperanti e volontari: giovani o attivisti impegnati in missioni umanitarie (es. il caso delle “due Simone” in Iraq, Silvia Romano in Kenya, o la famiglia Barbalunga in Mali).   

Religiosi e giornalisti: figure di frontiera che operano in territori complessi, diventando bersagli ad alto valore simbolico e politico per i gruppi terroristici.  

Le condizioni di prigionia 

La quotidianità dei rapiti all’estero è caratterizzata da privazioni estreme, isolamento e torture psicologiche. 

Spostamenti continui: per evitare i blitz dell’intelligence o i droni militari, i prigionieri vengono continuamente spostati, spesso rivenduti da bande criminali locali a grandi sigle terroristiche come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) o l’Isis. 

Isolamento ambientale: molti ostaggi hanno riferito di aver trascorso mesi o anni in grotte, capanne di fango o tende nel deserto, privati di contatti umani se non con i propri carcerieri, spesso senza conoscere il motivo del sequestro o il proprio destino. 

Pressione psicologica: la minaccia costante di esecuzione e la registrazione di video-appelli forzati per fare pressione sui governi rappresentano i traumi più profondi, destinati a lasciare strascichi permanenti anche dopo la liberazione. 

Il ruolo dell’Intelligence e il “Protocollo S” 

La gestione del rapimento attiva una macchina istituzionale complessa e silenziosa coordinata dalla Farnesina e dall’AISE (i servizi segreti per l’estero).  

Silenzio stampa: le autorità italiane impongono un rigoroso silenzio mediatico per non far lievitare il “prezzo” del riscatto e non compromettere i canali sotterranei di negoziazione con i mediatori locali.  

Trattative complesse: l’Italia è storicamente nota per prediligere la via diplomatica e della mediazione pur di riportare a casa i propri cittadini sani e salvi, attirando talvolta critiche internazionali dagli alleati (come Stati Uniti o Regno Unito) contrari al pagamento di riscatti. 

Mentre molti casi si sono conclusi felicemente con il rimpatrio delle vittime, come la liberazione dei coniugi Barbalunga e del figlio dopo quasi due anni di prigionia in Mali in mano a gruppi legati ad Al-Qaeda, restano ancora ampie zone d’ombra su vicende irrisolte.

È il caso di figure storiche come il gesuita Padre Paolo Dall’Oglio che continuiamo a citare come emblema irrisolto, scomparso in Siria nel 2013 e mai più ritrovato, o dei cittadini italiani svaniti nel nulla in zone ad alta opacità istituzionale (come i tre napoletani scomparsi in Messico nel 2018), le cui famiglie continuano a chiedere verità e indagini concrete. 

Il cambio di vita degli ex ostaggi

La vita attuale degli ex ostaggi citati è orientata alla ricerca della normalità e alla massima riservatezza, sebbene ognuno abbia rielaborato il trauma in modo diverso: alcuni proseguendo l’impegno umanitario, altri sparendo completamente dalla sfera pubblica per proteggersi.  

Per tutelare la propria privacy e fuggire da traumi o polemiche mediatiche, molti hanno scelto di cambiare radicalmente vita, non rilasciando più interviste.

La vita dei cittadini italiani che hanno vissuto l’esperienza del sequestro di persona all’estero è caratterizzata da complessi percorsi di reinserimento sociale, battaglie legali per il riconoscimento dei propri diritti e un pesante impatto psicologico, sebbene molti abbiano scelto la via del silenzio e del ritorno alla normalità.

I rapimenti all’estero coinvolgono spesso dinamiche geopolitiche, terrorismo di matrice jihadista e regimi autoritari come ricordato. Alcuni ex ostaggi religiosi e laici hanno deciso di non abbandonare la propria vocazione, trasformando l’esperienza del sequestro in una testimonianza di pace.

La maggior parte degli ex ostaggi sceglie di allontanarsi completamente dai riflettori per proteggere la propria privacy e superare i traumi. 

Sergio Cicala, dopo il rapimento nel 2009 con la moglie Philomene Pwelgna Kabouree, rilasciati dopo 4 mesi di prigionia, sono ritornati ad una vita normale. 

Silvia Romano (Aisha): rapita in Kenya nel 2018 e liberata nel 2020, la sua conversione all’Islam durante il sequestro scatenò una violentissima ondata di odio online.

Oggi ha scelto il totale isolamento mediatico per tutelare la propria quotidianità. Al suo rientro nel 2020, ha tagliato ogni legame con i social e i media. Oggi vive a Milano, si è sposata con un amico d’infanzia, ha avuto un figlio e lavora stabilmente come insegnante di lingue. 

Rocco, Maria Donata e Giovanni Langone: liberati nel febbraio 2024 dopo due anni di isolamento nel deserto del Mali, la famiglia è rientrata nel proprio paese d’origine in provincia di Potenza. Conducono una vita ritirata all’interno della comunità dei Testimoni di Geova, concentrati sul recupero psicofisico e familiare. 

Alessandro Sandrini: il giovane bresciano liberato nel 2019 ha dovuto affrontare, oltre al trauma, anche complesse vicende giudiziarie in Italia legate al suo viaggio e a reati precedenti al sequestro. Vive una vita privata molto controllata e lontana dai riflettori. 

Maria Sandra Mariani e Rossella Urru: entrambe le donne, icone dei riscatti nel Sahel tra il 2011 e il 2012, hanno scelto il silenzio. Rossella Urru lavora oggi nel settore dei servizi sociali e della cooperazione in Sardegna, mentre la Mariani è tornata alla sua vita in Toscana, rifiutando da anni qualsiasi contatto con la stampa.  

Padre Pier Luigi Maccalli: non ha smesso di fare il missionario. Oggi vive in Italia e continua la sua missione spirituale, testimoniando la sua esperienza attraverso scritti e incontri incentrati sul perdono, la fede e la pace. Viaggia continuamente per fare divulgazione, scrivere libri sulla sua prigionia (come Catene di libertà) e promuovere il dialogo interreligioso e il perdono verso i suoi carcerieri.   

Le “due Simone” (Simona Pari e Simona Torretta): sequestrate in Iraq nel 2004, una volta rientrate hanno proseguito con determinazione il loro impegno nel settore del non-profit e della cooperazione internazionale, operando lontano dalla sfera pubblica delle ONG e dell’associazionismo per i diritti umani e la cooperazione internazionale, ma gestendo l’impegno da posizioni prettamente organizzative in Europa per motivi di sicurezza.

Paolo Bosusco: la guida turistica rapita in India nel 2012 è tornata a vivere stabilmente in Piemonte. Ha continuato a coltivare la passione per i viaggi e la montagna, ma ha ridimensionato le attività commerciali nei territori a rischio. 

Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana: i tre contractor sopravvissuti in Iraq nel 2004 (dove morì Fabrizio Quattrocchi) hanno intrapreso strade diverse. Stefio ha continuato a lavorare nel settore della sicurezza privata e della consulenza aziendale all’estero; gli altri due si sono stabiliti in Italia cercando un impiego stabile lontano dai riflettori. 

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: le due giovani sequestrate in Siria nel 2014 sono tornate a una vita del tutto normale e anonima. Vanessa Marzullo si è laureata in mediazione linguistica e culturale e lavora nel settore, mentre entrambe hanno abbandonato la cooperazione sul campo in scenari di guerra.   

I “Nuovi Ostaggi” e la diplomazia di Stato 

Le vicende più recenti evidenziano una transizione dal rapimento operato da gruppi terroristici a quello che viene definito “sequestro di Stato” o “diplomazia degli ostaggi”.  

Alberto Trentini e Mario Burlò: il cooperante e il commercialista italiano sono stati liberati nel gennaio 2026 dopo oltre un anno di durissima detenzione nelle carceri del Venezuela (come il penitenziario di El Rodeo). Arrestati senza reali accuse formali, la loro vita oggi è focalizzata sul recupero psicofisico e sul riadattamento dopo i mesi trascorsi come pedine di scambio politico.  

Il costo dei rapiti

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero. Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.

Secondo indagini giornalistiche (tra cui quelle del New York Times e di Al Jazeera) e fonti investigative, le somme ipotizzate per le singole liberazioni variano tra 1 e 15 milioni di euro:  

Silvia Romano (2020): le stime investigative e dei media nazionali convergono su una cifra compresa tra 1,5 e 4 milioni di euro, pagata al gruppo jihadista Al-Shabaab. 

Federico Motka (2014): per il cooperante rapito in Siria, inchieste giornalistiche hanno ipotizzato un riscatto di circa 6 milioni di dollari. 

Domenico Quirico (2013): per il giornalista della Stampa, l’inchiesta di Al Jazeera ha indicato un pagamento di circa 4 milioni di dollari. 

Rossella Urru (2012): per la cooperante rapita in Mali, i media dell’epoca parlarono di una richiesta iniziale altissima, chiusa poi intorno ai 15 milioni di euro. 

Bruno Pellizzari (2012): per lo skipper sequestrato dai pirati somali, i documenti d’intelligence trapelati indicavano una cifra più bassa, pari a circa 525.000 dollari.  

La “Black Diplomacy”: non solo denaro 

Come detto, l’Italia adotta storicamente una dottrina flessibile (pragmatica) rispetto a paesi come Stati Uniti o Regno Unito, che vietano categoricamente ogni concessione.

Le trattative condotte dai servizi segreti (AISE) non si limitano necessariamente al denaro contante, ma rientrano nella cosiddetta diplomazia parallela, che può includere intermediazioni diplomatiche di paesi terzi (es. Qatar o Turchia per il Medio Oriente e l’Africa), aiuti umanitari o economici mirati alle aree geografiche controllate dalle fazioni coinvolte scambi di prigionieri o concessioni politiche indirette.    

In Italia la legge n. 82 del 1991, come abbiamo detto, impone il blocco automatico dei beni dei familiari del rapito per impedire tassativamente il pagamento di riscatti alla criminalità organizzata. 

All’estero i magistrati e i governi occidentali tendono ad applicare un principio di “realismo geopolitico”, in cui la priorità assoluta delle autorità sul campo è la salvaguardia della vita dell’ostaggio.  

Fedele a questo principio, l’Italia ha pagato più di 15 milioni di dollari in riscatti secondo Al Jazeera. Purtroppo, Al Shabaab dice: “Parte del riscatto di Silvia Romano finanzierà la jihad”. Così il portavoce del gruppo terroristico che ha rapito la cooperante.  

La linea ufficiale dello Stato italiano nega da sempre il pagamento di riscatti in denaro per la liberazione dei connazionali rapiti all’estero. Tuttavia, inchieste giornalistiche internazionali, report di intelligence e dichiarazioni degli stessi rapitori stimano cifre milionarie.  

Il caso del rapimento di Pier Fortunato Zanfretta

Pier Fortunato Zanfretta (Nova Milanese, 28 dicembre 1952) è un’ex guardia particolare giurata. La sua storia è considerata uno dei casi ufologici più noti e documentati in Italia, con 11 presunti episodi di rapimento avvenuti tra il 1978 e il 1981 nell’entroterra ligure.

Scomparso misteriosamente, Zanfretta viene ritrovato sulle alture del Passo della Scoffera, non molto distante dal luogo del primo incontro con gli extraterrestri.

Alcuni dei riscontri fisici e delle indagini resero il suo racconto un vero e proprio caso di cronaca. Eccone alcuni. 

Tracce sul terreno: nel luogo del primo incontro a Torriglia, i Carabinieri trovarono un’impronta a forma di ferro di cavallo larga tre metri e profonda diversi centimetri. 

Anomalie termiche: quando i colleghi della vigilanza lo ritrovarono dopo la prima scomparsa, notarono che la carrozzeria della sua vettura era caldissima, nonostante la temperatura esterna fosse vicina allo zero. I suoi vestiti erano completamente asciutti nonostante la pioggia battente. 

La misteriosa scatola: durante le ipnosi regressive, Zanfretta parlò di una sfera o scatola tecnologica lucida ricevuta dagli alieni, che avrebbe nascosto sulle colline genovesi. Ha sempre dichiarato di non poterla mostrare per non violare il patto con le entità. 

Il siero della verità: per verificare la sua buona fede, l’uomo accettò di farsi iniettare il Pentothal (il siero della verità) durante un esame medico, confermando la medesima versione dei fatti anche sotto l’effetto del farmaco. 

Nel corso degli anni, Zanfretta ha ribadito la veridicità delle sue affermazioni in numerose interviste televisive, inclusa una storica apparizione al Maurizio Costanzo Show. 

Naturalmente nessun riscatto è stato pagato. Gli extraterrestri sono più accomodanti.

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