Di “sostegno incrollabile” in “sostegno incrollabile”, l’Occidente sta finendo i soldi. E pure la faccia.
Basta ascoltare i megafoni del pensiero unico, i reduci degli ultimi vertici del G7, per assistere a un capolavoro di dissonanza cognitiva che farebbe impallidire persino Orwell, il cui 1984 sta diventando sempre meno capolavoro e sempre più un opuscolo da barzellettiere, se paragonato alle assurdità dell’Europa di oggi.
Si annunciano nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca; si giurano trionfi imminenti; si firmano assegni in bianco a favore di Zelensky. C’è solo un piccolo, insignificante dettaglio: è tutto un bluff.
Perché l’Ucraina sta arretrando. Lentamente, ma inesorabilmente.
Kostiantynivka è l’ultimo simbolo di questa agonia militare, un’altra roccaforte che scivola via mentre i nostri leader vedono inesistenti “nuovi slanci” sul fronte.
Nel frattempo, la stampa mainstream ha bisogno di distrazioni. Così, se una nave russa spara un colpo di avvertimento per evitare di speronare uno yacht civile britannico nella Manica, quelli delle pale ottocentesche e dei muli gridano alla Terza Guerra Mondiale, il solito sensazionalismo per coprire il tonfo.
IL CONTO SALATO DEL “PIANO MARSHALL” DE NOANTRI
E i soldi? Già, i soldi.
Perché le armi non si pagano con i comunicati stampa e le casse occidentali sono a secco. Quindi, per continuare ad alimentare questa fornace, l’unica strada rimasta è quella di mettere le mani nelle tasche dei cittadini europei.
Tasse. Tagli alla sanità, sforbiciate alle pensioni, istruzione al ribasso. Tutto sull’altare di un conflitto che la diplomazia non ha mai nemmeno provato a fermare.
Parlano di un nuovo “Piano Marshall” per la ricostruzione, ma c’è un trucco, ed è macroscopico. Il Piano Marshall originale lo pagarono gli americani. Questo lo dovremmo pagare noi. Con i “nostri” soldi per ricostruire un Paese immenso e attualmente mezzo spopolato.
E qui entra in gioco il capolavoro politico dell’Unione Europea: l’ingresso accelerato di Kiev nell’UE.
L’INGRESSO DELL’UCRAINA IN EUROPA: UNA FOLLIA GEOPOLITICA
Facciamola semplice. Inserire l’Ucraina nell’Unione Europea, oggi, è pura follia. È la prova definitiva del fatto che Ursula von der Leyen è una sciagura per gli europei, così come lo è chiunque tifi per lei.
E non lo dicono solo i “dissidenti” o i cosiddetti filorussi.
Stiamo parlando di un Paese profondamente corrotto, le cui istituzioni democratiche sono quelle dei cessi d’oro, dei miliardi spariti e delle armi che non si trovano.
Hanno appena varato leggi che cancellano l’uso della lingua russa, calpestando in un colpo solo tutti i trattati europei sulla tutela delle minoranze, ma a Bruxelles fingono di non vedere.
Hanno la fila di Paesi balcanici in attesa da decenni, ma stendono il tappeto rosso a Kiev.
Tutto per una cieca, viscerale linea antirussa che sta distruggendo la nostra economia, la nostra storia e la nostra identità democratica.
Immaginate l’impatto sul mercato interno: un colosso agricolo potenzialmente devastante, che entra nel mercato unico affossando definitivamente l’agricoltura europea. I trattori in piazza di qualche mese fa sembreranno una scampagnata in confronto.
L’INCUBO DELLA GUERRA PERMANENTE E IL DISASTRO DELLA NATO
Ma come ci siamo arrivati?
La narrativa della propaganda vuole che tutto sia iniziato il 24 febbraio 2022. Ovviamente, è falso. Almeno, per chiunque conosca la storia contemporanea.
Gli analisti di geopolitica sanno che la guerra è scoppiata nel 2014 e che lo strappo definitivo si è consumato nell’agosto del 2021, quando gli Stati Uniti hanno imposto la chiusura del gasdotto Nord Stream 2.
Un capolavoro di egemonia americana, avallato dalla totale inettitudine della Germania, prima con Merkel e poi con Scholz.
Ricordate le sanzioni americane contro le aziende costruttrici dell’opera? Biden, alla Casa Bianca, umiliò pubblicamente il Cancelliere tedesco annunciando che ci avrebbero pensato gli Usa a fermare il gasdotto.
Pochi mesi dopo, il sabotaggio della struttura per mano di un commando ucraino, come hanno dimostrato le indagini della magistratura tedesca.
Oggi, l’apparato burocratico della NATO continua a credere che la Russia possa essere sconfitta sul campo di battaglia e spera che Putin faccia la fine di Eltsin e si arrenda.
Ma la Russia non è l’Iraq. Non è nemmeno l’Afghanistan dei talebani, che ha vinto la guerra contro gli USA.
Se Mosca venisse messa davvero con le spalle al muro, l’opzione nucleare non sarebbe un tabù, come sa bene chiunque abbia un briciolo di competenze sulla storia della Russia.
LA STRATEGIA DI ZELENSKY E LA FUGA DI WASHINGTON
E Zelensky? Il presidente ucraino è un uomo con le spalle al muro, ma con un piano lucidissimo.
Il suo Paese è devastato, privato delle sue regioni più ricche e dell’accesso vitale al mare.
In tempo di pace, un’Ucraina del genere non sopravviverebbe tre mesi. L’unica sua garanzia di sopravvivenza politica, e l’unico modo per continuare a ricevere fiumi di denaro e sistemi missilistici Patriot, è rendere la guerra permanente.
Radicare la vita nella morte.
Ecco perché si moltiplicano gli attacchi con i droni su Mosca: l’obiettivo non è vincere una battaglia militare impossibile, ma provocare una reazione russa talmente spropositata da costringere la NATO a entrare direttamente nel conflitto.
Nel frattempo, cosa fa l’alleato americano? Si prepara a scappare.
Mentre Donald Trump spara l’ultima supercazzola da propaganda, vantandosi di aver piegato l’Iran – una balla colossale, visto che Teheran è più vicina alla bomba atomica, continua a finanziare le milizie alleate, la sua capacità missilistica è quasi intatta e il regime è saldo al potere –, la realtà è che Washington sta iniziando il suo disimpegno.
Stranamente, è passato sotto silenzio l’allontanamento dall’Europa di bombardieri e aerei cisterna statunitensi. La stampa mainstream non se n’è accorta?
Gli americani soffiano sul fuoco, incassano i dividendi geopolitici e preparano le valigie, mentre l’Ucraina si immola in una guerra infinita per la sopravvivenza della sua leadership.
E l’Europa?
L’Europa, guidata dalla peggior classe dirigente di sempre, che ha scambiato la diplomazia con i tweet e la strategia con i “like”, si prepara a far pagare il conto ai suoi cittadini. Fino all’ultimo centesimo.
Siamo sul Titanic, gente, e l’iceberg ha già squarciato la carena, ma dal ponte di comando del G7 ci rassicurano: la rotta è quella giusta e la musica è bellissima.







