USA-IRAN, ACCORDO FATTO. ISRAELE UNICO OSTACOLO?

di Pasquale Di Matteo

Pace fatta. O quasi.

Come abbiamo scritto ieri, gli Trump ha bisogno di concludere il disastro in Medio Oriente durante i mondiali di calcio, per salvare il salvabile alle imminenti elezioni di metà mandato.

Perciò, il 19 giugno, in Svizzera, si metterà tutto nero su bianco, compresa la sconfitta netta e senza appello degli USA.

Donald Trump non stava nella pelle e ha lanciato l’annuncio urbi et orbi sul suo social network proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno, un regalo perfetto per la sua propaganda.

“L’accordo è completo. Lo Stretto di Hormuz riapre da subito, il blocco navale americano è rimosso”.

L’inquilino della Casa Bianca incassa così il suo spot elettorale, disperatamente necessario per risalire nei sondaggi dai minimi termini, ma, se grattiamo via la vernice a stelle e strisce della retorica trionfalistica, la realtà ci consegna la fotografia di una superpotenza che, pur di uscire dal pantano, ha dovuto ingoiare una sconfitta che resterà negli annali.

Teheran festeggia la vittoria totale e, a conti fatti, ha tutte le ragioni per farlo.

IL CAPOLAVORO DEGLI AYATOLLAH E LA RESA DI WASHINGTON

“Fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, anche in Libano” ha annunciato il viceministro degli Esteri iraniano.  “Le richieste di Teheran sono state accolte in blocco. Sconfitti gli USA e sconfitto Israele.”

L’accordo, che formalmente istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni per consentire i negoziati per un trattato definitivo, non tocca di un millimetro il programma nucleare civile iraniano. L’uranio resta in casa e il sistema missilistico non si smantella.

In compenso, si sbloccano i fondi congelati dell’Iran, che torneranno a fluire copiosi passando attraverso i canali degli Emirati Arabi Uniti.

Gli americani, e con loro l’Europa, tirano un sospiro di sollievo perché lo Stretto di Hormuz torna navigabile, scongiurando il collasso economico globale.

Servono i fertilizzanti per l’agricoltura, serve il petrolio, servono le materie prime per calmierare un’inflazione pronta a esplodere.

L’Iran, che regolerà quel tratto di mare insieme all’Oman, ha preso per il collo l’Occidente e ha vinto, anche perché gli storici alleati americani nel Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati, hanno fiutato l’aria e si sono sfilati dal bellicismo suicida, scegliendo il pragmatismo degli affari, lasciando sola la Casa Bianca nella sua follia suicida.

IL SABOTAGGIO DI TEL AVIV: LE BOMBE SU BEIRUT

Ma c’è un “ma” grosso quanto le macerie fumanti del Libano, poiché, pochissime ore prima dell’annuncio della storica stretta di mano, Israele ha pensato bene di bombardare Beirut con un tempismo a dir poco sospetto, seguendo il classico, disperato copione di chi si ritrova con l’acqua alla gola in patria e vede lo spettro di una sconfitta ormai palese.

Benjamin Netanyahu sapeva benissimo che per l’Iran il Libano era una linea rossa invalicabile per qualsiasi intesa. Ha colpito per provocare la reazione. Ha sganciato le bombe per far deragliare la pace sul nascere.

Voleva far saltare il banco, un’abitudine per nulla nuova tra i falchi del Medio Oriente.

Eppure, non ci è riuscito. L’Iran, smascherando il nervosismo isterico di Tel Aviv, ha incassato l’urto senza farsi trascinare nell’escalation totale e ha chiuso l’accordo con Washington, lasciando il governo israeliano nudo, isolato e col cerino acceso tra le dita.

Perché, da ora in poi, qualsiasi deviazione dalla firma finale sull’accordo sarà colpa di Tel Aviv, su cui sono puntati tutti i riflettori.

LA MASCHERA È CADUTA: ISRAELE MINACCIA GLOBALE

Adesso il quadro è spietatamente limpido. Le scuse stanno a zero.

I tavoli diplomatici sono aperti. La via d’uscita per il disinnesco del conflitto esiste ed è stata siglata dai principali attori.

Adesso l’unico vero pericolo per la pace è il comportamento di Israele. La palla è interamente nel loro campo.

Se l’esercito con la Stella di David dovesse attaccare di nuovo il Libano per puro spirito di sabotaggio, manderà in fumo i trattati di pace appena faticosamente abbozzati.

Ma farebbe anche di più.

Se Tel Aviv dovesse violare questo cessate il fuoco, firmerebbe una confessione storica davanti alla comunità internazionale, dichiarando al mondo intero, senza più la foglia di fico del diritto alla difesa o del vittimismo mediatico a reti unificate, che Israele non cerca la sicurezza, ma è, tragicamente e inequivocabilmente, un problema per la stabilità del Medio Oriente e del mondo intero.

Vedremo, nei prossimi giorni, se prevarrà il senso di responsabilità o la cieca e letale disperazione di chi non sa vivere senza la guerra.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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