Trump ha fretta, Netanyahu no e in mezzo c’è un accordo che svela il grande bluff del Medio Oriente.
Per la trentottesima volta, Trum ha dichiarato ai media che c’era un accordo con Teheran – conti fatti dalle tv e dalla stampa americane.
Stavolta anche l’Iran ha ammesso che c’è una bozza, ma, mentre i media occidentali si affannano a rincorrere le dichiarazioni di Trump su una storica capitolazione degli ayatollah, basta scorrere le bozze fatte filtrare, non a caso, dai giornali iraniani, per capire che ci troviamo di fronte all’ennesima, colossale farsa.
Fermi tutti: qualcuno penserà che i giornali iraniani siano del regime di Teheran, quindi di parte, ma sono gli unici che, finora, quando hanno scritto che l’accordo era una farsa, avevano ragione. E hanno avuto ragione per trentasette volte. Sempre secondo le tv e la stampa americane.
Insomma, ci sarebbe un accordo farsa in cui tutti cantano vittoria, ma dove l’unico vero vincitore è Teheran, mentre l’America cerca disperatamente di tirare il freno a mano a un alleato israeliano ormai in piena escalation militare.
I TERMINI DELL’ACCORDO: NEVE NEL SAHARA E VITTORIE IN STILE HOLLYWOOD
Cosa porta a casa Washington per gridare al trionfo? Il nulla cosmico impacchettato e infiocchettato per bene.
PUNTO 1
Il punto focale della propaganda statunitense è la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Cioè, gli USA “ottengono” la libera navigazione in un braccio di mare che, prima che gli stessi statunitensi scatenassero l’escalation, era liberissimo e aperto al passaggio marittimo.
Risolvono un problema che non esisteva prima che lo causassero essi stessi, e, grazie a questa concessione dell’Iran, si abbasseranno i prezzi globali dell’energia, che erano aumentati per colpa dell’attacco americano.
Il dettaglio che la Casa Bianca omette è che Teheran non cede di un millimetro: lo Stretto riapre senza pedaggi, ma resta saldamente sotto il controllo territoriale iraniano.
E il programma nucleare? Qui scadiamo nel grottesco.
PUNTO 2
L’Iran si impegna solennemente a non dotarsi di armi atomiche. Ovvero, promette di non fare l’unica cosa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la CIA e l’Iran stesso ripetono da anni, e in coro dal 28 febbraio scorso.
È come inserire in un trattato internazionale il divieto assoluto di far nevicare nel deserto del Sahara. Una clausola riempitiva per far felici gli “Homer Simpson dell’ultim’ora” che pontificano di geopolitica in tv.
L’uranio arricchito, tornato a crescere solo dopo che lo stesso Trump aveva stracciato unilateralmente i precedenti accordi di Obama, verrà semplicemente diluito. E resterà in Iran, sotto la blanda supervisione degli ispettori ONU.
In cambio di queste rinunce “epocali”, Teheran incassa l’allentamento progressivo delle sanzioni e lo scongelamento dei miliardi di dollari bloccati all’estero.
Scacco matto.
PUNTO 3
Ma il vero nodo dell’accordo Usa-Iran è il Libano.
Il memorandum prevede l’estensione del cessate il fuoco anche a nord di Israele ed è qui che esplode la contraddizione tra le agende di Washington e Tel Aviv.
Trump vuole chiudere la pratica. Oltre alle elezioni di medio termine, sono cominciati i mondiali di calcio, che si giocano tra Stati Uniti, Messico e Canada.
Avviare la più grande kermesse sportiva del pianeta con il Medio Oriente in fiamme e il rischio di un allargamento globale del conflitto non è esattamente il biglietto da visita che la Casa Bianca desidera. Arrivare a una pace durante la manifestazione, invece, sarebbe uno spot elettorale potentissimo per Trump.
Dall’altra parte della barricata, però, c’è Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, ostaggio dell’ala di estrema destra del suo esecutivo, vive di guerra, di discriminazioni, di genocidi.
La sopravvivenza politica di Bibi coincide con la continuazione delle ostilità. Il suo obiettivo non è la pace o la sicurezza dei confini, ma un delirio di onnipotenza: il cambio di regime a Teheran, la cancellazione totale e definitiva dell’apparato militare di Hamas e, soprattutto, di Hezbollah.
Tuttavia, anche Netanyahu ha un problema.
Israele è un Paese di dieci milioni di abitanti, condannato dalla geografia e dalla sua stessa aggressività a una cronica, disastrosa sovraestensione militare. Attualmente, le Forze di Difesa Israeliane stanno combattendo su sette fronti contemporaneamente. Sette.
Sono impantanate a Gaza e conducono operazioni continue in Cisgiordania; subiscono perdite spaventose di carri armati nel sud del Libano contro un nemico, Hezbollah, infinitamente più strutturato di Hamas; bombardano la Siria, dal Golan fino a Daraa.
Inoltre, fronteggiano la minaccia degli Houthi dallo Yemen. Gestiscono contingenti in Azerbaigian e sfidano l’Iran.
Tutto questo, con un esercito basato sui riservisti, persone sottratte alla società civile, alle fabbriche, agli uffici, alle università, per essere sbattute al fronte in una guerra infinita.
Un Paese con queste dimensioni e questa struttura demografica non può reggere uno sforzo logistico e bellico di tale portata per oltre un anno.
IL CORDONE OMBELICALE DEL CENTCOM E LA RESA INEVITABILE
Come ricorda candidamente il ministero degli esteri iraniano, nessuno crede che il regime sionista agisca senza il coordinamento degli Stati Uniti.
E hanno ragione da vendere. La narrazione di un Israele “cane sciolto” che sfida l’impero americano è una favola per bambini.
Israele senza Washington non respira, non spara e non intercetta.
Non si tratta solo dei miliardi di dollari in forniture di missili e munizioni, senza i quali i depositi israeliani si svuoterebbero in un mese, perché, dietro ai raid in profondità, dietro le “spettacolari” ritorsioni di Tel Aviv contro Teheran, c’è il CENTCOM (il Comando Centrale americano per il Medio Oriente).
È il CENTCOM che fornisce l’ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance). Sono i satelliti e i radar americani che illuminano i bersagli. Sono gli Stati Uniti che abbattono i missili e i droni iraniani diretti verso Israele.
Siamo di fronte alla stessa dinamica vista in Ucraina: Kiev colpisce in profondità in Russia solo perché c’è la NATO a guidare i droni. Israele bombarda l’Iran e il Libano solo perché c’è il Pentagono a reggere il fucile.
L’establishment americano, spinto dalle potentissime lobby finanziarie e religiose, come la Christians United for Israel, non abbandonerà mai Israele a livello strategico; ci sono persino progetti al Congresso per integrare le due forze armate. Tuttavia, a livello tattico, si cercherà di fare qualcosa.
Netanyahu può sbraitare, può appellarsi in malafede alla risoluzione ONU 1701 del 2006 (che chiedeva sì il disarmo di Hezbollah, ma in un contesto di pace che Tel Aviv si è guardata bene dal coltivare), può fingere di voler marciare da solo contro il mondo.
Ma quando da Washington chiuderanno i rubinetti dell’intelligence e delle munizioni per incassare la “loro” finta vittoria contro l’Iran, a Tel Aviv non resterà che obbedire, oppure, fare in modo che i file Epstein ancora coperti da segreto diventino pubblici, anche se, con l’esercito allo stremo delle forze, una chiusura del flusso di dollari e armi americani potrebbe essere manna dal cielo per ritirarsi dalle guerre con “stile”.
L’accordo Usa-Iran si farà?
Sembrerebbe di sì.
Non perché l’Iran si sia piegato e non perché l’America abbia vinto, ma perché gli Stati Uniti hanno la disperata necessità di salvare Israele da sé stesso e di tirarsi fuori da una guerra che non possono combattere. Il resto, come sempre, è solo rumore di fondo.

