DUE BAMBINE MORTE, DUE TRATTAMENTI DIVERSI PER NON DISTURBARE VACCINI E MALASANITÀ

di Pasquale Di Matteo

La morte di una bambina per sospetta difterite è diventata una sentenza politica.

Ma certe tragedie richiederebbero solo silenzio, rispetto e un certo rigore nel ricostruire la verità. Perché, quando si parla di malattie che erano debellate dall’Europa, si dovrebbe parlare di migranti. E quando una bambina viene rimandata a casa dal Pronto Soccorso per giorni, bisognerebbe parlare di malasanità.

Ma c’è l’informazione italiana, quel tritacarne mediatico per cui il dolore di una famiglia si può trasformare, in poche ore, nel carburante perfetto di una narrazione politica preconfezionata, un copione scritto a tavolino che attende soltanto la sua vittima sacrificale.

Soprattutto quando quella narrazione si sgretola per quanto sta accadendo in America. Vedi Fauci.

Tuttavia, non tutte le morti infantili scuotono le prime pagine. Non tutte diventano un’emergenza nazionale a reti unificate.

Alcune passeranno alla storia della cronaca con la discrezione dovuta al lutto; altre verranno esposte in piazza, sventolate come un vessillo ideologico, trasformate in un’arma di distrazione di massa o in una lezione morale impartita a un Paese che non deve fare domande.

La differenza non la fa la medicina, ma il grado di servilismo del giornalismo moderno, sempre pronto a dividere il mondo tra buoni da tutelare e mostri da lanciare in pasto al pubblico ludibrio.

LA BAMBINA MORTA A PERUGIA

Era febbraio 2026 quando, a Perugia, una bambina di appena cinque mesi si è spenta in un letto d’ospedale. Meningite fulminante.

La febbre che sale nella notte, il peggioramento rapido, tragico, devastante, poi il silenzio. I medici intervenuti hanno fatto scattare il tracciamento dei contatti e dato il via alla profilassi.

La notizia è circolata, ma confinata nelle pagine locali, trattata con una sobrietà che una volta sarebbe stata la regola per qualsiasi redazione degna di questo nome.

Il nome della neonata non è stato sbattuto in prima pagina. I volti dei genitori sono stati tutelati, protetti da quel riserbo d’ordinanza che evita di aggiungere la gogna pubblica a un cuore distrutto dal dolore.

Eppure, i dati clinici meritavano approfondimenti. C’era un percorso vaccinale avviato, due dosi somministrate come prescritto. Nessuna omissione, nessun novax da prendere a freccette. Dettagli complessi, che avrebbero richiesto una riflessione seria sul rapporto tra copertura temporanea, sierogruppi e risposta immunitaria.

Ma, in tal caso, la storia non funzionava. Mancava l’ingrediente fondamentale per fare il botto: la famiglia novax da impalare. Mancava il colpevole perfetto su cui far scaricare l’odio dei social.

Così, la storia è stata archiviata come una tragedia che non serviva a nessuno.

PALERMO: PRIMA IL PLOTONE DI ESECUZIONE, POI LA NOTIZIA

Spostiamoci a Palermo, Ospedale dei Bambini “Di Cristina”. Notte tra il 19 e il 20 agosto. Anna Rosa Bartolotta, quattro anni, muore per un quadro clinico drammatico. Si parla subito di “sospetta difterite”.

Sospetta significa che la medicina sta cercando risposte, che occorrono esami microbiologici, che le verifiche sono in corso.

Ma il giornalismo nostrano, quando si tratta di cavalcare una notizia che confermi la bontà di una narrazione del potere, ha l’ansia da prestazione. Non può attendere i laboratori. Deve vendere la storia, deve alimentare il consenso, deve trovare il capro espiatorio.

Dunque, in un battibaleno il “sospetto” diventa certezza assoluta sui giornali: “Bambina non vaccinata morta di difterite”. “Genitori novax”.

E via con la macchina del fango. Nome e cognome della piccola sbandierati ovunque, contorni familiari messi in piazza, processo mediatico sommario celebrato prima che il medico legale abbia accertato tutti i fatti.

La Procura apre un fascicolo, indaga i genitori. Atto dovuto, ma nell’Italia del giustizialismo d’accatto l’iscrizione nel registro degli indagati equivale a una condanna definitiva stampata in prima pagina.

In questo caso, la piccina e i genitori non sono stati tutelati come a Perugia, ma non è più una persona e diventa un manifesto ideologico.

Chi osa avanzare un dubbio non è un cittadino che chiede chiarezza, ma un eretico da silenziare.

LE DOMANDE CHE TUTTI HANNO ELUSO

La difterite non è uno scherzo. È un’infezione tremenda, rara grazie alla profilassi, ma spietata se ritardi l’intervento.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla chiaro: quando il sospetto clinico è forte, l’antitossina difterica va somministrata subito insieme agli antibiotici. Senza aspettare le risposte della provetta, perché ogni ora persa cancella una speranza. L’antitossina neutralizza quello che circola nel sangue, ma non può riparare i danni che il batterio ha già fatto agli organi.

Ed è su questo che una stampa libera avrebbe dovuto inchiodare le autorità, invece di fare il tifo da stadio.

Quando sono comparsi i primi sintomi? Quando è stata portata per la prima volta al pronto soccorso? C’è stata una diagnosi tempestiva o il caso è stato scambiato per una normale infezione delle vie aeree? L’antitossina era subito disponibile nel deposito dell’ospedale o si è dovuto attendere un carico da un’altra struttura? E i tempi di trasferimento?

Soprattutto, perché, il 13 agosto, i medici del Pronto Soccorso hanno rimandato a casa la bambina dopo appena due ore? Perché non si sono accorti subito, il 15 agosto, che era difterite, quando i genitori hanno riportato la bambina in ospedale? Tre ospedali per capire che fosse difterite? E, ancora di più, perché la difterite è tornata in Europa? Perché non si parla dei flussi migratori?

Quali controlli si fanno in quei centri pieni di migranti, potenzialmente malati o portatori di questa malattia che da noi era stata debellata? Perché spostare l’attenzione sui genitori novax e non parlare di questi veri e reali pericoli per la popolazione?

Nessuno chiede di lanciare accuse al buio contro i medici, che spesso lavorano in trincea con risorse risicate, ma pretendere trasparenza sui protocolli usati è l’ABC del giornalismo d’inchiesta. Soprattutto quando ci sono voluti ben tre ospedali per accorgersi della reale patologia della piccola.

Invece, trasformare una drammatica sequenza clinica in una colpa esclusiva della famiglia significa nascondere la testa sotto la sabbia per proteggere il sistema e per tifare per certe narrazioni.

A complicare la favola rassicurante dei media, il cuginetto della bimba è risultato positivo ed è stato ricoverato. Ma lui sta bene, è in miglioramento. Era vaccinato ed è stato preso in tempo.

Questa notizia non dimostra che le cose per Anna Rosa sarebbero andate diversamente, sia chiaro.

Ogni organismo risponde a suo modo, subentrano fattori come la carica batterica, l’età, le patologie pregresse, la tempestività dei soccorsi, ma la domanda sorge spontanea: se due bambini esposti allo stesso patogeno hanno avuto due decorsi clinici così differenti, perché non pubblicare dati comparativi chiari, salvaguardando ovviamente la privacy, per spiegare davvero cosa sia successo sul piano medico?

Perché dare per scontato che i differenti decorsi siano dovuti al vaccino? Perché, allora, tacere sulla bambina morta a Perugia, nonostante il vaccino?

La risposta è amara. Perché la scienza si nutre di dati, verifiche e confronti, mentre la propaganda vive di slogan semplici e violenti. E quando fai pubblicità e non informazione, scegli lo slogan, perciò, non c’è posto per la complessità.

Il problema è che, se scegli lo slogan all’informazione, allora non veicoli dati, ma tifi e scambi i vaccini, che sono una grande conquista dell’uomo, con le terapie geniche, prive di studi e privi di storico. Proprio com’è avvenuto durante la pandemie e come cercano di fare ancora oggi certi pseudogiornalisti.

IL MIRAGGIO DELL’ESTATE 2021 E LE SCORCIATOIE DELLA GOGNA

Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna tornare a quel 22 luglio 2021, quando Mario Draghi, dall’alto del suo scranno di Presidente del Consiglio, pronunciò parole che avrebbero segnato per sempre la comunicazione pubblica: “Il Green Pass è una garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire”.

Era una balla.

Una delle più colossali sciocchezze mai dette da un politico di ogni epoca, una panzana comunicativa smentita poche settimane dopo dalla realtà dei fatti e dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, che parlavano di riduzione del rischio e non certo di immunità assoluta o contagiosità azzerata.

Soprattutto, smentita dalle stesse case produttrici di quei vaccini, che affermarono che non esistevano studi che potessero supportare le parole di Draghi.

Ma quella frase spalancò le porte al dogma, dividendo la società in giusti e ratti, responsabili e untori, in quella che è la pagina più buia della storia repubblicana dell’Italia, che visse di nuovo il fascismo con quel greenpass che era solo odio e discriminazione.

Oggi assistiamo al secondo tempo di quel film, dove l’autorità politica o sanitaria non vuole essere messa in discussione e invoca la scienza come una religione, dunque chiunque sollevi un’obiezione sui tempi di risposta di una struttura sanitaria viene bollato come un nemico pubblico.

Ma un Paese civile non chiede ai suoi cittadini di credere ciecamente a un titolo di giornale o a una conferenza stampa o a un medico.

Un Paese libero vive di domande, pretende risposte basate sui fatti e rifiuta la pedagogia della gogna.

Dinnanzi alla bara di una bambina, la stampa ha un solo dovere: cercare la verità, interpellare il potere e trattare il dolore con un rispetto profondo. Tutto il resto è solo sciacallaggio d’informazione al servizio del conformismo.

Chi accusa i genitori novax non fa informazione e non ha nulla a che fare con la democrazia, ma avrebbe fatto un figurone nel Ventennio.

Per dovere di cronaca, aggiungiamo che i genitori della piccola hanno sporto querela contro i tre ospedali che hanno avuto in cura la piccola dal 13 al 19 agosto: si tratta dell’ospedale Cervello, del Civico e dell’ospedale dei Bambini.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Una opinione su "DUE BAMBINE MORTE, DUE TRATTAMENTI DIVERSI PER NON DISTURBARE VACCINI E MALASANITÀ"

  1. È una narrazione che si ripete con lo stesso cliché. Un racconto di superficie asservito alla logica della lettura di superficie perché bisogna toccare i tasti più facili e lacrimosi, da una parte (il lettore, il navigante TV), dall’ altra bisogna cavalcare un racconto che sa di malasanità, di no vax, di politica, in fondo. Perché siamo ormai sotto elezioni nazionali e serve scalpitare. Come dice l’ autore, dove è finito il rispetto per la famiglia della povera bambina che non c’è più?

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