Le ragioni che hanno spinto Stati Uniti e Israele a imbracciare le armi avviando il conflitto in Medio Oriente, già rinominato dai media e dagli analisti “terza guerra del golfo”, sono diverse e tra le più variegate: da un antagonismo storico regionale, alla guerra per le risorse alla minaccia del nucleare.
Ed è proprio su quest’ultimo punto che sarebbe il caso di soffermarsi, in quanto lo smantellamento dell’ipotetico programma nucleare iraniano risulterebbe essere proprio tra le richieste avanzate dalla Casa Bianca per terminare il conflitto in maniera pacifica.
Eppure, mentre avanza queste pretese, sembra tenere gli occhi chiusi di fronte alle evidenze che confermerebbero l’esistenza di un programma nucleare militare israeliano.
Definire se le rispettive nazioni stiano portando avanti o meno tali programmi non è lo scopo ultimo di questa trattazione, tuttavia, è giusto fare anche solo degli accenni a quelle che sono le prove a favore di queste tesi.
L’Iran e le scorte di uranio arricchito
Negli ultimi anni, l’Iran ha sempre più aumentato gli approvvigionamenti di uranio arricchito.
Secondo il Center for Arms Control and Non-Proliferation, l’Iran sarebbe in possesso di oltre 440 kg di uranio arricchito al 60%, una quantità che va ben oltre quelle necessarie per scopi puramente civili e pacifici. Seppur altre fonti, quali la World Nuclear Association, sembrerebbero confermare i piani iraniani di creare più centrali nucleari e di utilizzare l’uranio a scopi energetici, la quantità è tale da sollevare più di un dubbio.
Oltre questo, nel corso degli anni l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) avrebbe scoperto numerosi siti di ricerca e sviluppo in ambito nucleari localizzati in Iran e tenuti nascosti, inoltre l’Iran avrebbe spesso ostacolato le ispezioni dell’AIEA finalizzate all’accertamento dell’esistenza di un programma nucleare strutturato.
L’Iran ha tuttavia più volte dichiarato pubblicamente di star operando nei diritti garantiti dal Trattato di Non Proliferazione nucleare (NTP), negando l’applicazione militare delle ricerche in corso e del materiale che si è procurata.
Israele e il centro di Dimona
Mentre da un lato le accuse si sprecano contro l’operato iraniano in ambito di nucleare, l’alleato americano sembra invece chiudere gli occhi di fronte le ambiguità israeliane. In primis, Israele non risulta firmataria dell’NTP, inoltre da dichiarazioni ufficiali non sono mai arrivate smentite o conferme dello sviluppo di un arsenale nucleare.
La prova maggiormente a favore dell’esistenza di un arsenale nucleare israeliano deriva da una fuga di informazioni avvenuta nel 1986, specificatamente un tecnico israeliano impiegato al Shimon Peres Negev Nuclear Research Center (comunemente conosciuto come reattore Dimona, essendo localizzato vicino la città di Dimona) ha fotografato e pubblicato dettagli interni al centro, tra cui non solo una fabbrica di montaggio di armi atomiche ma anche diverse testate già pronte.
Secondo stime del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), Israele sarebbe in possesso di circa 80 armi nucleari pronte, inoltre secondo ulteriori stime della Arms Control Association i missili israeliani Jericho III di ultima generazione raggiungerebbero una gittata tra i 4.800 e i 6.500 km, perfettamente capaci di colpire qualsiasi bersaglio interno al rivale iraniano con estrema facilità, rappresentando una minaccia reale e attuale non solo per l’Iran, ma per tutto lo scacchiere internazionale medio-orientale, a prescindere dall’esistenza o meno di un reale programma nucleare strutturato.

Figura 1
Il doppio standard americano
Alla luce delle informazioni emerse, sintetizzate nella Figura 1, è evidente l’approccio americano, e il cosiddetto “doppio standard” che sta applicando.
Vede nell’Iran una minaccia all’equilibrio del Medio Oriente, in quanto sospettata di produrre e detenere arsenali nucleari all’insaputa di tutto il mondo e delle principali organizzazioni internazionali; nel frattempo, le prove a favore dell’esistenza di un arsenale nucleare israeliano vengono totalmente ignorate, nonostante armi nucleari in possesso di Israele possano essere altrettanto capaci di destabilizzare gli equilibri.
E tuttavia, la strategia americana è chiara, così come è chiara la strategia israeliana, partner strategico nella regione medio-orientale della Casa Bianca.
L’approccio strategico attuato da USA e Israele in Medio-Oriente
In ambito di prevenzione e deterrenza nucleare, i due alleati sembrano star portando a compimento una strategia avviatasi già anni prima.
Nel 1981, Israele ha distrutto il reattore nucleare iracheno di Osirak, nel contesto dell’Operazione Babilonia; nel 2007 è stato il turno della Siria, con l’Operazione segreta Orchard che ha portato alla distruzione di un reattore nucleare in costruzione ad Al Kibar; ora, gli sforzi americani, supportati da Tel Aviv, sembrano diretti alla cancellazione di programmi nucleari iraniani.
Sul lungo termine, la strategia americana e israeliana sembrerebbe chiara: diminuire quanto il più possibile il rischio di minaccia nucleare degli attori statali vicini, così facendo Israele potrebbe porsi in una posizione di vantaggio tattico rimanendo potenzialmente l’unica potenza in Medio Oriente dotata di armi nucleari.
Questo permetterebbe a Tel Aviv di diventare una grande potenza incontrastata nella regione, sfruttando una superiorità asimmetrica in ambito militare, attuando pressioni economiche e diplomatiche, e isolando l’Iran e i suoi partner.
Tuttavia, ci sono diversi elementi che risulterebbero a sfavore della riuscita di tale strategia.
In primis, un’azione troppo aggressiva porterebbe a un effetto opposto, aumentando la proliferazione nucleare con una corsa agli armamenti e una reazione a catena ostile, alimentando conflitti e spingendo sempre più stati a sviluppare il proprio arsenale nucleare, aumentando l’instabilità e i rischi geopolitici.
La matrice in Figura 2 illustra in maniera chiara e sintetica le ipotesi a favore e a sfavore della riuscita di una tale strategia.

Figura 2
La prospettiva futura: un quadro incerto
Nel contesto della presidenza Trump e della strategia militare storicamente applicata da Israele sui suoi vicini, il quadro resta incerto.
La probabilità di riuscita di tale strategia è piuttosto bassa, considerando la resistenza dimostrata da Teheran alle pressioni esterne, tuttavia a questa resistenza i due alleati hanno risposto avviando un conflitto che sembra quasi essere un suicidio diplomatico.
Il turning point saranno le elezioni americane del 2028.
La terza guerra del golfo potrebbe in breve tempo trasformarsi in una guerra di logoramento diplomatico, con pochi scontri a fuoco ma con pretese occidentali che l’Iran non accetterà mai.
Uno scontro che potrebbe concludersi unicamente con un cambio di direzione radicale nella strategia americana, che potrebbe avvenire con l’elezione di un nuovo presidente.

