Ci voleva l’ottantesimo compleanno di Donald Trump per certificare, in mondovisione, la fine dell’egemonia americana.
Un’autodistruzione, visto che Trump ha fatto tutto da sé.
Un decesso celebrato all’interno di una gabbia ottagonale da arti marziali miste montata sul prato della Casa Bianca. Spettacolo puro, in perfetto stile trumpiano, con tanto di telecamere per filmare la più colossale capitolazione geopolitica che gli Stati Uniti d’America ricordino dalla caduta di Saigon.
Donald Trump ha firmato a distanza, da Versailles, l’accordo di quattordici punti, insieme al presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.
La propaganda americana parla di un trionfo, ma la realtà, testarda e documentata, ci sbatte in faccia che a vincere questa guerra non è stato lo Zio Sam, ma l’Iran degli Ayatollah.
Una vittoria netta, sottolineata da tutti i maggiori analisti.
LA SCONFITTA STRATEGICA MASCHERATA DA PAY-PER-VIEW
Basta guardare i fatti, perché quelli non mentono mai.
Il tanto sbandierato “Accordo Trump” permette la riapertura dello Stretto di Hormuz, indispensabile all’America, che aveva bisogno di abbassare il prezzo del petrolio alla pompa per non far esplodere la rabbia degli elettori.
Ricordiamo che Hormuz era aperto e libero fino all’aggressione illegale degli USA all’Iran, quindi, la sua chiusura è una conseguenza delle scellerate politiche americane.
Inoltre, l’accordo firmato da Trump prevede che l’Iran discuta con Oman e Paesi del Golfo la futura gestione dei servizi marittimi del passaggio nello stretto di Hormuz, perciò non sono esclusi pedaggi.
Trump aveva promesso di radere al suolo le capacità militari di Teheran e aveva garantito che non un solo dollaro sarebbe finito nelle casse del regime.
Ebbene, anche su questo punto, il presidente americano è stato sconfitto, poiché l’accordo prevede lo scongelamento di fondi e lo stanziamento di altri 300 miliardi di dollari per la “ricostruzione e lo sviluppo” della Repubblica Islamica, oltre alla cancellazione delle sanzioni.
In pratica, gli USA accettano di pagare una somma di quasi 400 miliardi di dollari per i danni di guerra che hanno causato.
Senza dimenticare i danni subiti dalle basi americane nella regione e dagli impianti petroliferi dei paesi confinanti con l’Iran, tutti figli della sciagurata guerra di Trump.
Trump aveva promesso anche di azzerare la ricerca atomica in Iran, ma l’accordo non prevede nessuna distruzione del programma nucleare, che rimane lì, intatto, semplicemente “diluito” in loco con ispezioni annacquate.
E l’arsenale missilistico iraniano? Non pervenuto. Rimosso dal tavolo delle trattative. Quello stesso arsenale appena scalfito dai tre mesi di bombardamenti pesanti, quanto inconcludenti, americani.
L’Iran, il Paese più isolato e sanzionato del globo, ha incassato tutto ciò che voleva e ha dimostrato che basta alzare l’inflazione occidentale tenendo in ostaggio i traffici marittimi per piegare anche gli USA. Un capolavoro di pazienza contro la politica da film hollywoodiano di Trump.
Gli americani hanno combattuto una guerra costosa, che li ha portati a svuotare i magazzini di armi, tanto da dover ritardare commesse con il Giappone e da dover negare i Patriot all’Ucraina, per poi rendere l’Iran più forte di quanto non fosse a febbraio.
IL TRADIMENTO DI ISRAELE E IL COLLASSO DEL MEDIO ORIENTE
Se Trump esce umiliato e ridicolizzato da questa sconfitta epocale, a uscire con le ossa rotte da questa farsa a stelle e strisce è Israele.
Washington ha di fatto staccato la spina al governo di Tel Aviv, imponendo la cessazione delle ostilità anche in Libano, altrimenti Teheran non avrebbe firmato l’accordo.
Ma Benjamin Netanyahu, ormai un leader con le spalle al muro, si rifiuta di firmare. Non può farlo. Israele è una polveriera, vittima della follia del suo leader.
Mentre l’IDF annaspa cercando di mantenere il controllo sulle fasce meridionali libanesi, il Paese implode dall’interno.
Diecimila ebrei ultraortodossi, gli Haredim, bloccano le autostrade per protestare contro il regime di Netanyahu, contro la coscrizione obbligatoria.
Non vogliono combattere guerre e preferiscono lo studio della Torah. Per tutta risposta, la polizia di questo stato “democratico”, aizzata dall’estremista Ben-Gvir, li arresta o li spedisce a forza nell’esercito.
È la tempesta perfetta.
Senza la copertura militare, diplomatica ed economica degli Stati Uniti, Israele non può condurre una guerra di logoramento. I paesi arabi moderati, che fino a ieri guardavano a Washington come al garante della sicurezza regionale, oggi prendono appunti.
Dopo la vittoria dell’Iran, hanno capito che l’ombrello americano è un ombrello di carta: alla prima pioggia seria, si scioglie.
Non è un caso che oggi si dialoghi più con Pechino e Mosca che con il Dipartimento di Stato americano.
L’EUROPA HA PUNTATO SUL CAVALLO SBAGLIATO E, ANCORA UNA VOLTA, ESCE SCONFITTA
L’Europa, come sempre, applaude mentre la nave affonda.
Al G7 di Evian, Emmanuel Macron si è spellato le mani per congratularsi con Trump, ma, dietro i sorrisi di facciata, c’è il panico puro.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha provato a girare la frittata, annunciando un piano da 90 miliardi di dollari per il riarmo europeo. “Faremo da soli”.
Peccato che gli eserciti del Vecchio Continente non riescano a reclutare soldati da un decennio e che la corsa alle armi richiederà sacrifici lacrime e sangue.
Quei 90 miliardi non cadranno dal cielo. Verranno tagliati dal welfare, dalla sanità, dalle scuole pubbliche. I cittadini europei pagheranno di tasca propria la ritirata strategica degli Stati Uniti e non è da escludere che qualcuno possa pensare di non digerire affatto questa nuova idea di vita, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.
Nel frattempo, mentre Trump festeggiava nella sua gabbia da wrestling, Vladimir Putin non è stato a guardare. Approfittando del caos e della distrazione generale, la Russia ha scatenato un inferno di droni e missili su Kiev.
IL TEATRINO ITALIANO: MENTRE IL MONDO BRUCIA, NOI SALVIAMO I PROCESSI
In Italia, intanto, le tragicomiche si sprecano.
Da una parte, il governo di Giorgia Meloni incassa una vittoria politica a Bruxelles. Il Parlamento Europeo ha appena varato il nuovo regolamento sui rimpatri, copiando e incollando il “modello Albania” inventato da Palazzo Chigi.
Trattenimenti fino a 24 mesi, centri di detenzione nei paesi terzi, soldi a pioggia per fermare i flussi. La Meloni esulta, e ne ha ben donde, avendo imposto la sua linea alla vecchia Europa.
Dall’altra parte, però, le priorità interne rimangono quelle di una repubblica delle banane.
Mentre si ridisegnano i confini del mondo e l’Europa si prepara a un’economia di guerra, la maggioranza di centrodestra si appresta a varare un blitz agostano per riformare, per la quinta volta in ventun anni, la prescrizione.
Una priorità nazionale assoluta, ovviamente.
Non la sanità al collasso, non i salari da fame, ma la necessità vitale di salvare i processi (e i colletti bianchi) dall’estinzione, garantendo la solita impunità ai soliti noti.
L’egemonia occidentale è finita, l’America sventola bandiera bianca, ma, in Italia, i furbetti continueranno a farla franca.
La vera pace, in fondo, l’hanno firmata loro.
Anche perché, a Versailles, poco più di un secolo fa, uscivano i vincitori, che imponevano sanzioni folli agli sconfitti. Oggi, escono gli sconfitti.
E anche questo certifica che il mondo sta cambiando.

