CECA, UN’IDEA DIMENTICATA

Un una volta c’era la CECA. Chi se la ricorda?

Era il 1951, e sei paesi europei, tra cui l’Italia, decisero di creare quell’organismo sovranazionale, denominato Comunità Economica Carbone e Acciaio (CECA). Era da poco finita la Seconda Guerra Mondiale e c’era bisogno di ricostruzione con un accordo che mettesse in sintonia le nazioni che avrebbero potuto fare rinascere una economia sana e con prospettive europee.

Ma l’intento, già da allora, era quello di allargare il perimetro degli interventi normativi con la costituzione della CEE (Comunità Economica Europea) prima e della UE (Unione Europea) poi così come la conosciamo oggi. Nel 2002 La CECA finisce di esistere inglobata nei meccanismi che abbiamo citato. 

COSA È CAMBIATO DA ALLORA 

Si potrebbe dire tutto. Ed è così con la creazione di un organismo collettivo a definire e dirigere una serie di passi straordinari, ad esempio con l’allargamento ad est, subito dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. 

Le promesse europee nei confronti di quello che rimaneva dell’Unione sovietica, con uno stop formale rispetto all’allargamento ad est oltre la Cortina di Ferro, veniva prontamente soffocato vista la debolezza di allora dello stato degli Zar. 

Ma con una offerta di benefici economici agli ex paesi dell’URSS, l’enpasse veniva furbescamente superata con il miraggio di nuovi vantaggi e nuove opportunità di vita migliori di quelle promesse e disattese in precedenza dall’Unione Sovietica. 

I paesi più ad est erano stati convinti a cambiare rapidamente casacca. La CCCP aveva finito di esistere sotto il peso dei debiti e si prospettava una nuova era felice e prosperosa. Tutta ad ovest. 

Ma se dobbiamo dirla tutta, non è stato tutto nè così semplice nè così automatico. Hanno giocato interessi di varia natura fino a riconoscere dopo decenni, influenze esterne per fare in modo che venissero cambiati i vertici nazionali dei singoli paesi e le prospettive di aggregazione all’Europa occidentale. 

Un qualcosa che, se possiamo usare un paragone, ci ricorda molto quello che è successo in piazza Maidan a Kiev e dove di autonomo ormai sembra non ci sia stato niente.

Nel frattempo, le farraginose, e spesso scriteriate, decisioni europee, hanno prodotto allo status quo attuale con un Parlamento Europeo costantemente scavalcato dalle decisioni dei vertici.

Queste decisioni si sono spesso dimostrate nel medio lungo periodo estremamente negative sul fronte dell’occupazione e dell’economia globale. La globalizzazione non ha certamente favorito la difesa degli interessi europei e delle sue popolazioni. Ormai siamo 400 milioni di individui. Non di cittadini europei.

Parlo di popolazioni. E non di popolazione europea che nell’intento dei fondatori della UE avrebbe dovuto essere l’elemento fondante. Perché gli steccati e le difese nazionalistiche provocano una lettura diversa per ogni paese che ne fa parte: e i paesi che ne fanno parte sono 27.

IL TEOREMA DI DRAGHI

Noi italiani lo conosciamo bene, Draghi. È l’italiano che il mondo ci ha invidiato quando era Presidente della BCE, la Banca Centrale Europea, quando gli italiani si sono affidati a lui per un governo tecnico poi tradito dalla sua stessa maggioranza, lo conosciamo ora che è un importante burocrate della UE…

Ma ora, stiamo assistendo ad una sua folgorazione, rivelazione. Draghi ha dato questo per assodato, cioè ha definito che non vi siano opportunità di integrazione fra i vari stati europei e le varie popolazioni che sono ospitate nei loro paesi di origine.

LA FEDERAZIONE: QUESTA CONOSCIUTA

Sì, una Federazione Europea fatta dai 27 stati che formalmente la compongono mantenendo buona parte delle prerogative nazionali. L’impressione che poi resti in ambito europeo, a Bruxelles, la pappa dove ci si possa abbuffare a piacimento con qualcuno più famelico di altri.

E sarebbe una macchina da controllare o è una macchina che controlla i paesi federati? Non vi ricorda un po’ l’America dove ogni stato membro ha una propria autonomia pur all’interno di uno stato federale? È questo il modello? Quali varianti?

Sempre ammesso che tutto questo possa succedere o che, ancora una volta, e per fortuna, le idee superino la volontà di qualche piccolo rais europeo (leggi Macron) pronto a dettare una nuova strategia alternativa. 

LA SPERANZA DELLE PROSSIME ELEZIONI

Molti stati importanti si preparano al voto in Europa nel 2027. In primis la Francia con la Le Pen fuori dai giochi elettorali per volere del potere giudiziario.

Anche in Italia, perennemente in bilico fra la voglia di stabilità, sicurezza, miglioramento sociale e di cambiamento. Qualcuno è appena andato al voto in un assordante silenzio informativo italiano.

Eppure, in Romania si va al voto, se il voto è già scritto nella casella giusta prima ancora di mettere una x sulle schede elettorali.

UCRAINA, EUROPA, NATO

Ormai non distinguiamo più il peso di ognuno di questi attori. Perché ognuno di essi rappresenta un indicatore di scelte strategiche e di comportamenti ancora da individuare con chiarezza.

È vero, Trump non ci aiuta in questo. Ma perché non possiamo essere autonomi determinando una politica europea, da nano geopolitico, per carità, in un quadro globale dove tutti, in ogni caso si stanno armando.

E non parlo solo di armi fisiche, ma armi sociali, politiche, economiche. Non dimentichiamoci del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) con i nuovi attori internazionali desiderosi di contare di più rispetto ad ora. 

E L’AFRICA?

Forse ce ne siamo dimenticati o facciamo finta che non esista un problema (o un’opportunità) Africa. Eppure, è la nazione più giovane del mondo e sembra essere la più pronta a recepire le nuove unità di misura moderne e le nuove opportunità che anche l’altra parte del mondo gli mette a disposizione.

Certamente non in maniera gratuita. In primis la Cina, con enormi interessi economici, la Russia con gli allarmanti interessi diretti, l’America che è sì un po’ assente, ma protagonista in ogni caso, mentre l’Europa arranca alla ricerca di un significato che va dal controllo post-coloniale ad un aiuto economico spesso micragnoso e delegittimato da interessi sovranazionali e fortemente di parte.

Per l’Italia in Africa, basterà il teorema della Meloni che invoca la dottrina Mattei? E per l’Ucraina, all’Italia basterà un allineamento con la Nato e il costoso intervento finanziario a sostegno di quel paese?

Saremo allineati con il forzoso intervento bellicistico di Trump in ogni parte del mondo dove lui vede solo interessi diretti per il suo paese o abbandoniamo l’Alleanza Atlantica? Trump ha già detto che l’Europa dovrebbe essere un soggetto autonomo in grado di decidere per conto suo. Pochi sono quelli in Europa che sono convinti che questo possa succedere.

Per l’Europa, intendo.   

LA FACCIA DELLA SCONFITTA DI TRUMP. E DELLA VERGOGNA.

Dieci punti dell’Iran piegano l’America. Dietro il sipario del cessate il fuoco e il crollo del petrolio, si nasconde la fine dell’invincibilità americana. Il Papa accusa i crimini degli aggressori, il governo italiano, invece, condanna le vittime e Pechino batte Washington per manifesta superiorità.

L’OMBRA DEL MOSSAD SULL’ISOLA DEGLI ORRORI: CIÒ CHE I FILE EPSTEIN SUSSURRANO MENTRE LA PROPAGANDA TACE E FA FINTA DI NULLA

Il fango del caso Epstein non si limita a macchiare gli abiti firmati e le reputazioni di personaggi noti, ma quella melma, fatta di abusi e di una depravazione che sfida l’immaginazione più fervida, – e macabra, – raggiunge le sale del potere, e si introduce persino in quelle della politica internazionale.

La lista dei nomi, per quanto scioccante, sembra solo la superficie, un catalogo di frequentatori di un sistema che non si comprende perché esistesse, non si capisce quale funzione avesse al di là del macabro piacere di chi vi partecipava.

Dalla grande mole di documenti divulgata, si possono fare alcune ipotesi, anche una che la grande stampa, in un riflesso condizionato, quasi comico nella sua prevedibilità, evita con cura, preferendo evocare il solito, rassicurante spettro del Cremlino per ogni scandalo che tocchi le élite occidentali.

Ma qui non si parla di Mosca, bensì di Tel Aviv.

LA “HONEYTRAP” COME ARMA GEOPOLITICA

In un documento dell’FBI del 2007, non si descrive l’operazione di Jeffrey Epstein come la semplice perversione di un miliardario, ma come una sofisticata “honeytrap”, una trappola seduttiva orchestrata dall’intelligence israeliana.

Ovviamente, si tratta di documentazione al vaglio degli inquirenti, ma se si possono fare supposizioni su Mosca, non si capisce perché non farle anche per altri settori e paesi chiamati in causa.

Secondo questa ipotesi, il sesso sarebbe stato lo strumento. Il potere, il fine. L’obiettivo era adescare figure di spicco della politica, della finanza e della scienza, registrarle in atti compromettenti e trasformarle in marionette ricattabili, i cui fili sarebbero stati tenuti saldamente in mano da un’agenzia straniera.

Questa non è fantapolitica, ma una traccia investigativa concreta, sepolta negli archivi federali. Un’accusa che, se rivolta a qualsiasi altro paese, avrebbe scatenato tempeste mediatiche globali, soprattutto se con la Russia. Ma quando l’attore in questione è un alleato intoccabile, il silenzio diventa la più assordante delle confessioni.

La storia, del resto, offre un precedente inquietante: Robert Maxwell, padre di Ghislaine e magnate della stampa, fu a sua volta indicato da più fonti come un asset del Mossad, prima della sua misteriosa morte in mare. Un’eco familiare, un modus operandi che sembra attraversare le generazioni.

IL TRIANGOLO DEL POTERE: BARAK, KUSHNER E NETANYAHU

I documenti non mentono. Il nome dell’ex Primo Ministro israeliano, Ehud Barak, compare con una frequenza imbarazzante, a testimonianza della sua familiarità con l’universo Epstein.

Ma è il collegamento con l’attuale establishment che gela il sangue, un filo rosso che lega indissolubilmente la Casa Bianca di Donald Trump al centro nevralgico del potere israeliano, attraverso la figura chiave di Jared Kushner.

La stessa fonte dell’FBI che identifica Epstein come spia, definisce Kushner “il vero cervello” dietro la presidenza Trump, l’uomo che avrebbe “compromesso” il suocero per conto di Israele. E i fatti, spogliati da ogni dietrologia, parlano da soli.

La famiglia Kushner vanta un legame storico, quasi fraterno, con Benjamin Netanyahu, al punto da ospitarlo regolarmente nella propria abitazione. È stato Jared Kushner, da consigliere senior, l’architetto delle politiche più sfacciatamente filo-israeliane dell’amministrazione Trump, come lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità sul Golan, gli Accordi di Abramo.

Politiche che, alla luce di queste rivelazioni, non appaiono più solo come scelte strategiche, ma come il potenziale risultato di un’influenza profonda e, forse, non del tutto trasparente.

Per comprendere la mentalità, la spregiudicatezza di questo ambiente, è sufficiente guardare alla storia personale di Charles Kushner, padre di Jared. Un uomo che non esitò a ingaggiare una prostituta per sedurre e filmare il proprio cognato, allo scopo di ricattare sua sorella e impedirle di testimoniare in un’indagine federale.

Se questo è il metodo usato all’interno del proprio nucleo familiare, quale limite può esistere quando in gioco ci sono gli interessi di una nazione?

È una cultura del ricatto, un disprezzo per ogni etica con cui ci si può approcciare all’intera vicenda Epstein con la giusta apertura mentale.

IL TABÙ ISRAELE E L’ALIBI RUSSIA

Qui si manifesta, in tutta la sua evidenza, la patologia della nostra informazione mainstream. Per anni, ogni crepa nel sistema politico occidentale, ogni hackeraggio, ogni campagna di disinformazione è stata attribuita, spesso senza prove concrete, all’interferenza russa.

“È stato Putin” è diventato un comodo capro espiatorio per spiegare le proprie sconfitte e deviare l’attenzione dalle contraddizioni interne, così come da amici e alleati.

Eppure, di fronte a un dossier che suggerisce un’operazione di intelligence straniera di portata storica, condotta per decenni da un alleato chiave dell’Occidente, i grandi media balbettano e si concentrano sui dettagli pruriginosi, sulla lista degli invitati, sugli elementi di secondo piano, ma si guardano bene dal seguire il filo del denaro e del potere fino alla sua origine.

Perché un’inchiesta su presunte ingerenze russe garantisce applausi, premi giornalistici e tanta attenzione, mentre sollevare dubbi sul ruolo di Israele significa rischiare l’accusa infamante di antisemitismo, l’esilio professionale, la morte civile?

La propaganda non funziona solo dicendo il falso, ma soprattutto tacendo su possibili scomode verità.

L’isola di Epstein era più di un luogo di perdizioni per super-ricchi. È assai probabile che fosse un crocevia di potere, ricatto e spionaggio internazionale, dove le vittime non sono solo le innumerevoli ragazze le cui vite sono state distrutte.

Vittima è anche la nostra capacità di comprendere la realtà, avvelenata da un’informazione che sceglie quali mostri inseguire e quali, prudentemente, lasciare nell’ombra.

E il silenzio che circonda certi nomi e certe bandiere, in fondo, è più scandaloso dell’orrore stesso.

Perché ci sarebbero ancora due milioni e mezzo di pagine non pubblicate e che, pare, non saranno rese pubbliche.

Pare che i file saranno resi visionabili ai soli membri del Congresso americano, i quali non potranno utilizzare strumenti informatici e telematici, in modo tale da evitare fotografie e divulgazioni non autorizzate.

I brividi guizzano sulla schiena, pensando all’orrore per quanto saltato fuori dai documenti già pubblicati.

Se ci sono ancora tantissime pagine che non si vogliono divulgare, cosa c’è di così compromettente? Cosa può essere ancora più disgustoso e orribile?
Quali politici e quali paesi sono coinvolti?

ALCUNE FONTI


https://it.insideover.com/media-e-potere/epstein-e-israele-non-solo-barak-nei-file-anche-le-donazioni-allidf-e-i-favori-a-netanyahu.html#google_vignette

https://www.lastampa.it/esteri/2026/02/05/news/epstein_e_il_mossad_la_fonte_al_fbi_epstein_fu_addestrato_come_spia_sotto_la_guida_di_barak-15495463/

https://www.ilsole24ore.com/art/morte-epstein-chi-e-andato-sera-prima-la-sua-cella-AI8h43HB

https://tg24.sky.it/mondo/2026/02/07/caso-epstein-jack-lang

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/18/epstein-mossad-israele-interesse-media/8198861/

LA REALTÀ È ASSAI DIVERSA DAI COMUNICATI DEL PENTAGONO E PARLA DI GUAI SERI PER USA E ISRAELE

Il Pentagono mente sulle immagini satellitari e Trump festeggia un drone recuperato mentre due caccia affondano nel silenzio iraniano. Dietro la retorica della superpotenza si nasconde un collasso in tutta l’area del Golfo: le infrastrutture energetiche sono sotto scacco e il castello di carte delle alleanze occidentali sta crollando. Chi sta vincendo davvero?

CRONACHE DAL FUTURO CHE È GIÀ QUI

Mentre il mondo funziona, in maniera più o meno schizofrenica, c’è un meccanismo che sta accelerando più di altri. Un ronzio sordo, quasi impercettibile, che cresce di giorno in giorno.

È il suono di un’era che muore e di un’altra che nasce, famelica e sconosciuta. Molti lo ignorano, persi nel chiacchiericcio quotidiano, come passeggeri di un treno che non si accorgono che i binari davanti a loro stanno svanendo. Ma i segnali sono ovunque, per chi ha occhi per vedere. E ciò che vedono è terrificante, ma sublime al tempo stesso.

A Pechino, nel 2026, Xiaomi inaugura un capannone vasto quanto un campo da calcio, ma dentro non c’è un solo essere umano. Non ci sono luci accese, non c’è riscaldamento né aria condizionata, solo il silenzio innaturale di una coreografia perfetta, eseguita da bracci meccanici e droni instancabili gestiti da AI.

È la prima “dark factory” integrale, la fabbrica fantasma. Un monumento all’efficienza assoluta, ma anche un mausoleo al lavoro umano e, al tempo stesso, la fotografia del futuro che ci attende.

Non un futuro ipotetico, ma il punto di arrivo di un percorso già tracciato.

IL SUSSURRO DEI FANTASMI ELETTRICI

Guardate l’industria automobilistica, la spina dorsale del sistema manifatturiero occidentale del XX secolo. La transizione verso l’elettrico viene venduta come una rivoluzione verde, un’opportunità radiosa, ma sotto questa patina di marketing si agita un dramma sociale di proporzioni storiche.

In Italia, una nazione che ha costruito la sua identità moderna sul rombo dei motori, oltre 250.000 posti di lavoro sono appesi a un filo. Sono gli addetti della filiera tradizionale, gli artigiani della meccanica, gli specialisti dei motori a scoppio. Uomini e donne che rischiano di diventare, nel giro di un decennio, archeologia industriale e disoccupati dal costo sociale immane.

La narrazione ufficiale parla di riqualificazione, di nuove competenze. Ma è una favola per placare i bambini spaventati dal buio.

I profili che serviranno domani – esperti di software, ingegneri digitali, analisti di intelligenza artificiale – non si creano con qualche corso di aggiornamento, ma servono anni di università. Chi fornirà loro la formazione adeguata? Chi pagherà le rette?

Si tratta di un salto paradigmatico, una mutazione genetica del sapere industriale che l’Italia, e gran parte dell’Europa, non è preparata ad affrontare.

La “dark factory” di Xiaomi è la verità inequivocabile dietro la promessa dell’elettrico. Un’auto elettrica è, nella sua essenza, un computer con le ruote. La sua produzione è un esercizio di automazione e software, un campo dove la Cina non ha rivali, non solo per la tecnologia, ma per la volontà politica di dominio.

L’Europa, con le sue normative azzardate e una visione miope, si è incamminata docilmente verso un terreno di gioco dove il suo avversario non solo è nettamente più forte, ma ha scritto le regole di quel gioco.

Stiamo assistendo a un processo di “auto-selezione” darwiniana su scala globale. Un sistema che non elimina le specie, ma le professioni, le competenze, le identità, le visioni, la cultura.

Coloro che non si adattano, coloro che si fermano a guardare le fiamme del cambiamento filmandole con il cellulare, senza capire che il fuoco sta per divorare anche loro, sono destinati a scomparire, a fare la fine di Pretti, ucciso dal cambiamento imposto dall’ICE.

Non saranno eleminati fisicamente come lo sfortunato infermiere, ma socialmente ed economicamente. Diventeranno i nuovi “invisibili”, fantasmi in un mondo che non ha più bisogno delle loro mani.

LA PARTITA A SCACCHI SULLA SCACCHIERA DEL MONDO

Con una mossa da manuale, il presidente Xi Jinping ha dichiarato ufficialmente guerra al dollaro. L’obiettivo non è più nascosto: fare dello Yuan una valuta di riserva globale, per detronizzare il re.

Qui, però, si svela il paradosso che inganna gli analisti superficiali.

La Cina è un drago che accumula tesori, non un impero che distribuisce la sua moneta. Il suo modello economico, basato su un surplus commerciale titanico e su ferrei controlli sui capitali, è l’antitesi di ciò che serve a una valuta di riserva. Per dominare il mondo, devi inondarlo con la tua moneta, accettando un deficit perenne, come hanno fatto gli Stati Uniti per settant’anni. La Cina, invece, “aspira” dollari, euro, yen dal resto del pianeta, e tiene il suo Yuan gelosamente sotto chiave.

L’errore di prospettiva è credere che si tratti di una semplice sostituzione: via il dollaro, dentro lo Yuan. La realtà è molto più radicale e inquietante. Non stiamo vivendo una “dedollarizzazione“, ma una grande fuga.

Le banche centrali, i fondi sovrani, persino i piccoli risparmiatori, stanno perdendo fiducia in tutte le monete di carta, che non sono altro che promesse sostenute dal debito.

Stanno scappando verso l’unico asset che non ha rischio di controparte, che non può essere stampato all’infinito da un politico in cerca di consenso: l’oro. Il dollaro non sta perdendo terreno a favore dello Yuan, che nelle riserve globali resta un’inezia (2-3%). Sta perdendo terreno a favore di un metallo millenario.

Questo è il vero “Piano B” che le élite stanno attuando sotto i nostri occhi. Mentre ci distraggono con la favola della transizione verde e la rivalità sino-americana, stanno silenziosamente abbandonando il sistema che loro stessi hanno creato, un sistema basato su divinità di carta moneta. Si stanno rifugiando in asset reali, tangibili, mentre lasciano che la massa anneghi nell’inflazione e nella svalutazione.

L’ORA DELLA SCELTA: ADATTARSI O SCOMPARIRE

Siamo al centro della tempesta perfetta. Da un lato, una rivoluzione tecnologica che rende obsoleto il lavoro umano. Dall’altro, lo sgretolamento dell’ordine monetario globale. Non sono due crisi separate, ma le due facce della stessa, inesorabile trasformazione.

Ma questa trasformazione a chi porterà ricchezza? Sorgerà una nuova élite globale di tecnocrati e finanzieri? Distruggerà la classe media occidentale, erodendone il potere d’acquisto e rendendone inutili le competenze con l’automazione?

L’unica salvezza è capire che nessun politico, né a Roma, né a Bruxelles, né a Washington, può fermare questa marea.

L’unica strategia è diversificare in asset reali, acquisire competenze che la macchina non può replicare – creatività, pensiero critico, cultura, (soprattutto storica, filosofica, sociologica, geopolitica), empatia – e costruire comunità capaci di sopravvivere al di fuori dei grandi sistemi centralizzati che stanno implodendo.

Ci troviamo di fronte a un bivio esistenziale per cui siamo costretti a scegliere di essere gli ultimi operai di una fabbrica che sta per spegnere le luci per sempre. Oppure possiamo iniziare a costruire, pezzo per pezzo, la nostra arca, mentre il diluvio si avvicina. Perché il ronzio, sotto la pelle del mondo, sta diventando un boato che non tutti riusciranno a sentire in tempo.

GLI IRANIANI NON ERANO IN PIAZZA PER LA LIBERTÀ, MA PERCHÉ WASHINGTON LI HA AFFAMATI

Il denaro non è solo potere, ma anche un’arma potentissima, spesso silenziosa e letale.

In un’aula del Senato americano, un uomo in un completo sobrio ha offerto al mondo la glaciale conferma di questa verità. Scott Bessent, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha raccontato, senza un briciolo di pudore come gli USA abbiano interferito negli affari di un paese sovrano per portare la popolazione alla fame.

Bessent ha descritto quella che è, a tutti gli effetti, una tattica di guerra ibrida, delineando un assedio al popolo iraniano, attraverso la deliberata asfissia dell’economia dell’Iran.

“Quello che possiamo fare… è creare una carenza di dollari nel Paese”. Con la pacatezza di un chirurgo che spieghi una procedura da sala operatoria, Bessent ha confessato la strategia degli USA, vantandosi dei successi ottenuti, come un felino fiero della sua preda.

Quello degli USA è un metodo messo in moto già in altre occasioni; prima, si strozza l’economia e si affama la popolazione, poi, si aspetta.

In Iran, l’obiettivo non era un re o un ayatollah, ma il sistema finanziario, in particolare la Ayandeh Bank, che offriva speranza, tassi appetitosi, un futuro, ma che le sanzioni e la strategia americana hanno fatto saltare. Quando è crollata, ha portato con sé i risparmi di tante famiglie che hanno visto svanire anni di lavoro. Un’intera vita, liquefatta in un estratto conto negativo.

A quel punto, la banca centrale iraniana ha fatto l’unica cosa che le restava da fare: ha stampato moneta. Ha stampato il nulla, perché il rial si è trasformato in carta straccia. Il pane, è diventato un lusso. La disperazione è esplosa come un fiume in piena.

DALLA FAME ALLA RIVOLTA ORCHESTRATA

Quando si toglie il cibo dai piatti, la gente scende in piazza. Non per ideologia, non per la libertà, – come in tanti ci hanno raccontato, per non affrontare il tema vero, – ma per fame, per paura. Per disperazione.

Le proteste di dicembre 2025 sono state fabbricate a Washington. La rabbia era reale, bruciante, giustificata, ma la sua miccia era stata accesa da una mano a migliaia di chilometri di distanza.

La gente non era in piazza “per la libertà”, certamente anche per quella, ma soprattutto perché i conti in banca erano evaporati, perché i prezzi erano diventati un cappio. ù

Erano in piazza perché Washington ha trasformato la loro legittima angoscia in un’arma contro il loro governo. Perché ha usato la loro fame come strumento per provare un cambio di regime.

Infatti, lo stesso potere che ha creato la carestia dovuta alla crisi finanziaria orchestrata a tavolino, ha puntato il dito verso Teheran. “Guardate!”, hanno gridato i falchi. “Il regime li affama! Si ribellano!”.

È la strategia per cui avveleni un pozzo, poi accusi il capo del villaggio di non fornire acqua pulita.

LA GRANDE IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE: IL MANUALE DELLE INGERENZE “ACCETTABILI”

Ora, provate a considerare questa strategia se applicata in Ucraina dalla Russia. Pensate che i media nostrani parlerebbero di Olimpiadi e di chissà cos’altro, pur di non affrontare i veri problemi?!

L’Europa, i media mainstream, i salotti buoni dell’Occidente, giustamente inveiscono contro Vladimir Putin per la sua aggressione all’Ucraina, perché gridano: “Sovranità nazionale! Diritto internazionale! Non si può invadere uno Stato sovrano!”

Ma dov’erano queste grida quando gli Stati Uniti hanno ammesso, fieri, di aver sabotato l’economia dell’Iran, portando il suo popolo alla fame? Dov’è la condanna per questa forma di guerra, più subdola, più capillare, che non uccide con le bombe, ma con l’iperinflazione, con la medicina negata, con la speranza annichilita?

Questa non è ingerenza?

Eppure, è un assedio economico, un atto di guerra non dichiarata che colpisce prima i più deboli, gli anziani, i malati, la classe media che si dissolve.

Se la Russia influisce con la forza militare, è un crimine, invece, se gli Stati Uniti influiscono con la forza finanziaria, è “politica estera di massima pressione”. Se la Russia sostiene separatisti, è inaccettabile. Se gli Stati Uniti finanziano gruppi di opposizione, rapiscono presidenti, come fatto con Noriega e Maduro, se organizzano colpi di stato – dal Cile del ’73 all’Iran del ’53, – allora è “esportazione di democrazia”.

Se Mosca usa pretesti per aggredire Kiev è violazione del Diritto internazionale, se gli Stati Uniti inventano armi chimiche per invadere l’Iraq, e bombardano il Kosovo senza avere un mandato dell’ONU, è esportazione di democrazia.

È la spocchia del potere che si autoassolve, che si autoproclama giudice, giuria e padrone del mondo.

L’Iran come il Venezuela. Stesso copione.

Sanzioni spietate, carenze artificiali di cibo e medicine, sofferenza inimmaginabile per piegare un governo. Il popolo affamato diventa una pedina sulla scacchiera geopolitica.

Sull’Iran, Bessent ha semplicemente messo le carte in tavola. Ha svelato il gioco. I “topi che abbandonano la nave” di cui parla sono l’élite corrotta, è vero, ma la nave che affonda è carica di 80 milioni di persone innocenti, lasciate annegare per i capricci degli Stati Uniti, che non sono topi, ma almeno iene.

IL PARADOSSO DELLA DIPLOMAZIA DEL CECCHINO

Mentre il Tesoro affonda il Paese, un altro braccio dello stesso governo si siede a un tavolo a Muscat, in Oman, per negoziare. È la diplomazia del cecchino: prima ti sparo alle gambe, poi ti offro una stampella, ma alle mie condizioni. È pura coercizione, perché l’altro non ha scelta.

Non è dialogo, non è compromesso, ma il metodo mafioso dell’estorsione.

L’ammissione di Bessent non è una gaffe, come potrebbe pensare qualcuno, ma un segnale di come gli USA si sentano onnipotenti. È un messaggio metaforico inviato a tutti i paesi che osano disobbedire all’egemonia del dollaro, la cui parafrasi dice: “Possiamo farlo e lo faremo. Possiamo farvi a pezzi da dentro, senza sparare un colpo. E ve lo diremo in faccia, davanti al mondo, perché abbiamo le armi atomiche e l’esercito più potente del mondo”.

È la politica del più forte, del ricatto, della potenza mostrata come bicipiti in spiaggia. Alla faccia dei bei discorsi contro la Russia, contro l’uso della forza e della stessa politica del più forte.

Dov’è la voce dell’Europa che difende il diritto internazionale? Perché un’ingerenza russa è un crimine e una a stelle e strisce è realpolitik? Fino a quando continueremo a fingere che al mondo vi siano buoni e cattivi e che noi siamo i buoni? Fino a quando crederemo alla favola della democrazia contro il male, quando, invece, risulta evidente come il male abbia due pesi e due misure, mentre il più forte non scrive solo le regole, ma anche il libro delle scuse?

La crisi iraniana rispecchia il volto distorto di un Occidente che ha dimenticato il significato della sovranità, della dignità, e del semplice, umano, diritto a non essere usati come carne da macello in una guerra finanziaria.

Washington ha confessato. Il mondo ha sentito, ma l’Occidente sembra distratto, sembra far finta di nulla.

Avrà il coraggio di dimostrare di non essere zerbino di quel potere autoproclamato, processando quel confessionale?

Io non credo. Tu?

A KIEV LA PROPAGANDA, AD ABU DHABI LA REALPOLITIK

Le sirene antiaeree lacerano il cielo di Kiev, mentre vanno in scena visite di stato e i bollettini ufficiali narrano di posizioni “ripristinate” sul fronte.

Ma c’è un’altra partita, ben più decisiva, che si gioca a migliaia di chilometri di distanza, nelle lussuose stanze di Abu Dhabi.

La guerra in Ucraina si regge su una schizofrenia profonda, una spaccatura tra la narrazione pubblica, destinata a galvanizzare il fronte interno e a giustificare il flusso ininterrotto di denari occidentali, e la cruda realtà dei negoziati, dove generali e capi dei servizi segreti discutono i termini di quella che è una resa di fatto.

È come una commedia in due atti, e, per comprenderla, bisogna osservarli entrambi.

ATTO I: IL TEATRO DELL’INTRANSIGENZA UCRAINA

Il primo atto è quello pubblico, dove il presidente Zelensky recita la parte del leader intransigente, intento a sabotare ogni spiraglio di pace per non certificare la sconfitta e non dover vedere la propria stella eclissare per sempre.

L’ultima mossa è l’accusa alla Russia di aver violato una “tregua” che, in realtà, non è mai esistita nei termini descritti da Zelensky.

Si trattava semplicemente di un accordo informale, mediato da Trump, per una sospensione temporanea dei soli attacchi alle infrastrutture energetiche. Un gesto che il Cremlino, come conferma il Gen. Maurizio Boni, ha rispettato, concentrando le operazioni su obiettivi puramente militari.

Ma, come abbiamo imparato in questi ultimi anni, la propaganda non necessita di coerenza. Zelensky sfrutta l’episodio per rafforzare la sua tesi, secondo la quale la Russia è debole, ha bisogno di pause per “accumulare missili”.

Ovviamente, è una narrazione palesemente illogica, perché un esercito che spara quotidianamente quanto produce non accumula, ma nemmeno esaurisce le scorte. È una narrazione che serve a giustificare la richiesta di un sostegno militare ed economico perpetuo.

Kiev ambisce a diventare il “porcospino d’acciaio” d’Europa, un’entità statale pesantemente armata, con un esercito permanente di almeno 800.000 uomini, interamente a spese dei contribuenti europei. Un piano che prevede lo sviluppo di missili a lungo raggio, droni e la modernizzazione delle forze armate.

Tutt’altro che una strategia di pace, ma un progetto di militarizzazione permanente che trasforma l’Ucraina in un avamposto perennemente ostile alla Russia, finanziato dall’esterno, che equivale alla NATO alle porte di casa, per Mosca, perciò motivo di guerra perenne e di escalation fino a una guerra nucleare.

Eppure, dietro al mito di una nazione unita e pronta a combattere fino all’ultimo uomo, ci sono verità che la propaganda non riesce più a nascondere. Per esempio, il Ministro della Difesa ucraino parla di due milioni di cittadini che sono fuggiti dalla leva obbligatoria e di almeno duecentomila soldati “dispersi senza permesso”.

Cioè, 200.000 disertori. E, se il governo di Zelensky ammette almeno 200.000 “dispersi”, è facile supporre che i disertori siano esponenzialmente di più.

In pratica, una diserzione di massa, la fuga di un intero popolo dalle politiche belliciste di Zelensky e di chi ne muove i fili e, mentre la leadership chiede sacrifici, la popolazione ucraina ha già scelto di fuggire da una guerra che non ha mai visto una reale possibilità di vittoria all’orizzonte.

ATTO II: L’ALTRA PARTITA, I SERVIZI SEGRETI AD ABU DHABI

Mentre a Kiev va in scena il dramma della resistenza a oltranza, ad Abu Dhabi, scelta non casuale che sancisce il nuovo peso geopolitico del Medio Oriente, va in scena la Realpolitik, dove non ci sono diplomatici di carriera a scambiarsi formule di cortesia, ma al tavolo siedono i veri architetti del potere: per la Russia, Igor Kostyukov, capo del GRU, l’intelligence militare, uomo della cerchia ristretta di Putin; per l’Ucraina, figure del calibro di Oleksandr Lytvynenko, vertice dei servizi di sicurezza.

La loro presenza è la prova della serietà di questi colloqui. Non si parla delle sciocchezze pretese dai leader europei, di ritirata russa o di confini del 1991, ma si discute di cose concrete e reali, della definizione di una linea di demarcazione che sancirà la spartizione del territorio, le future dimensioni di un esercito ucraino ridotto e neutralizzato e delle “garanzie di sicurezza” che, in questo contesto, non significano l’ingresso nella NATO, ma la sua esatta antitesi.

È la negoziazione di una pace basata sui reali rapporti di forza sul campo, non sui desideri favolistici espressi a Bruxelles.

La Russia è al tavolo perché, pur vincendo sul terreno, ha bisogno di stabilizzare il fronte ucraino per concentrarsi sulla sua più ampia partita strategica in quell’area che si estende dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, passando per la Siria, con la base di Tartus, il Caucaso e l’Africa.

TRA FINZIONE E REALTÀ, L’IPOCRISIA CHE UCCIDE

In questo quadro, emerge tutta l’ipocrisia paralizzante dell’Europa.

Mentre si arrestano cinque individui in Germania per violazione delle sanzioni, si continua a importare dalla Russia il 23% dei fertilizzanti e il 17% del gas naturale, alimentando di fatto la macchina che si pretende di voler fermare. Le sanzioni, come sottolinea il Generale Boni, hanno “maglie larghe” e la Russia, tramite network di società intermediarie, continua ad acquisire la componentistica high-tech necessaria al suo sforzo bellico.

Siamo di fronte a un tragico doppio gioco. Da un lato, una leadership ucraina che alimenta una narrazione di vittoria totale per garantirsi un flusso vitale di denaro e di armi, dall’altro, un’Europa che finge di credere a questa narrazione mentre, nei fatti, negozia una realtà ben diversa e, seppur indirettamente, continua a dipendere economicamente dal suo avversario dichiarato. – Anche se non ci metterei la mano sul fuoco che certi personaggi europei, tipo Kallas, possano rendersene conto.

Le “scelte difficili” di cui parla Rutte non sono quelle di continuare una guerra per procura fino all’ultimo ucraino, perché non sarebbe affatto una scelta difficile e nemmeno una scelta. Sarebbe pura follia.

La vera scelta difficile sarebbe ammettere il fallimento della propria strategia, accettare un compromesso che salvi il salvabile e rassegnare le dimissioni per manifesta incompetenza.

Ma questa è una verità che nessuno, a Ovest, ha ancora il coraggio di pronunciare ad alta voce.

Tuttavia, come ripetiamo dal lontano 2022, la pace, quella vera, non nascerà dalle sirene di Kiev, ma dal silenzio di una stanza, intorno a un tavolo. Forse, da una stanza ad Abu Dhabi.

E il suo prezzo, probabilmente, ci è già stato taciuto dalla propaganda.

IL MERCATO DELLE OMBRE. DENTRO I FILE EPSTEIN

Accomodati. Spegni il rumore di fondo del mondo per un istante. Dimentica i telegiornali, le notifiche, il chiacchiericcio costante che ci assorda.

Ascolta.

Senti questo suono?

È uno specchio che si infrange. E sai cosa specchiava?

Era lo specchio in cui l’Occidente amava rimirare il proprio volto rassicurante, democratico, giusto. Poi sono arrivati i “file Epstein” come sassi, violentissimi. Hanno colpito quello specchio e ora siamo tutti costretti a fissare i frammenti, a osservare il nostro riflesso deforme in ogni singola parte rotta.

So cosa stai pensando: è la solita storia di sesso e vizi, ma non è affatto così. Chi la riduce a questo è un ingenuo, un complice o un bugiardo.

Il sesso, qui, è solo il linguaggio, la macabra scenografia di un teatro molto più grande, la storia di un buco nero al centro della nostra galassia di buoni, democratici, generosi, un gorgo che ha risucchiato politica, finanza, intelligence e tecnologia, fondendole in un unico, mostruoso amalgama.

LA MELODIA DEL SILENZIO

Quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato, quando i nomi hanno iniziato a gocciolare come veleno da una fiala inclinata, la prima reazione del sistema mediatico non è stata l’attacco, ma la difesa. Una difesa quasi pavloviana, direi.

Hanno evocato il mostro sotto il letto, il grande spauracchio che funziona sempre. E, di questi tempi, non poteva mancare il mostro della narrazione più gettonata: la Russia. Una melodia ipnotica, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.

Un’orchestra di editorialisti e personaggi vari ha iniziato a suonare lo stesso spartito: “Attenzione, è una campagna di disinformazione del Cremlino! Putin usa Epstein per destabilizzarci!”.

Una cortina fumogena, densa e tossica, sollevata per nascondere il vero nemico. Perché il vero orrore, come in ogni romanzo thriller che si rispetti, non viene da lontano. Viene da dentro casa.

Questa narrazione è un rito collettivo per distogliere lo sguardo dai veri fantasmi che infestano i documenti, fantasmi con nomi e cognomi molto meno esotici di quelli russi.

Fantasmi che si trovano nei consigli di amministrazione di società blasonate che, spesso, hanno rapporti con governi di mezzo mondo; fantasmi che hanno stretto le mani dei nostri presidenti, che hanno progettato la tecnologia che teniamo in tasca.

Ma la nebbia tossica della pista russa non è l’unica arma usata dai guardiani del sistema. Ce n’è una più potente, più sottile: il silenzio. Un silenzio compatto, una diga eretta a protezione del potere dagli stessi che parlano del mostro russo.

Eppure, fa sorridere il fatto che, quando in Italia un guastatore locale, come Fabrizio Corona, osa sfiorare i fili scoperti di un potere minimale, i suoi canali social vengano spenti con la rapidità di un’esecuzione, su segnalazione di un colosso mediatico che si sente minacciato.

Invece, quando i file del caso Epstein colpiscono i palazzi di poteri ben più influenti, svelando nomi come Bill Gates o Peter Mandelson, sui grandi telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani progressisti non arrivano, cala un silenzio tombale.

Un silenzio che funge da barriera. Una dichiarazione d’intenti che ci dimostra come vi siano scandali di cui si deve parlare e segreti che si devono proteggere. La scelta, ovviamente, non dipende dalla gravità dei fatti, – come, invece, dovrebbe essere, in un mondo normale, – ma dipende da chi sono i protagonisti. È la prova che il sistema mediatico non agisce più come “cane da guardia” del potere, ma come suo docile guardiano.

Sul tema ho scritto un libro, La Fabbrica della Paura.

IL FILO DI ARIANNA CONDUCE A HERZLIYA

Seguiamo uno di quei fili, ignorando la musica russa in sottofondo, e tiriamo dritti. Vediamo dove ci porta.

Il filo si srotola, supera oceani e continenti, e non si ferma a Mosca, ma in Israele, precisamente a Herzliya, il centro della Silicon Valley israeliana. E il nome che troviamo all’estremità di questo filo è quello di Ehud Barak.

Non è un nome qualunque, perché Barak è stato Primo ministro di Israele dal 17 maggio 1999 al 7 marzo 2001. Un eroe di guerra. Un pilastro dell’establishment.

Eppure, il suo nome appare nei registri di volo decine di volte, molto dopo la prima, ridicola condanna di Epstein. La loro non era un’amicizia casuale.

Il filo d’Arianna che parte da Barak ci porta a una startup, Carbyne, specializzata in tecnologie di emergenza e localizzazione. Una società in cui lo stesso Epstein ha investito, attraverso Barak.

Ma il labirinto ha più corridoi, da cui parte un altro filo, svelato da una registrazione audio del Dipartimento di Giustizia, che ci mostra Epstein mentre agisce come un mediatore d’affari tra lo stesso Barak e un altro nome dal peso specifico enorme: Peter Thiel, il fondatore di Palantir, azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data

Fermiamoci un istante a contemplare la situazione.

Un finanziere condannato per reati sessuali, invischiato fino al collo con i servizi segreti, che mette in contatto un ex premier israeliano con il creatore di una delle più potenti e controverse macchine di analisi dati e sorveglianza del pianeta?

Beh, questa non è per nulla la banale cronaca di un giro di prostituzione d’alto bordo, ma la radiografia di un potere transnazionale che ha imparato a usare il sesso, il denaro e i segreti come leve intercambiabili di un unico, spaventoso meccanismo.

E se ancora avessimo dubbi, ecco la frase lapidaria, terrificante, che l’ex procuratore Alexander Acosta si lasciò sfuggire: “Mi fu detto di lasciar perdere. Mi fu detto che Epstein apparteneva all’intelligence”.

Apparteneva all’intelligence. Non era dell’intelligence. “Apparteneva”. Come un’arma. Uno strumento. Una risorsa da utilizzare.

Chi scrive romanzi e chi ha competenze di Comunicazione sa bene che le parole, – soprattutto i verbi, – sono importantissime e dicono più del messaggio veicolato.

IL MERCATO DELLE OMBRE

L’ipotesi che Epstein fosse un agente segreto al servizio di bandiere specifiche, quella americana della CIA o quella israeliana del Mossad, è una visione romantica, quasi ingenua, perché la realtà che emerge da queste macerie è molto più spaventosa.

Epstein non era un agente, bensì un punto di contatto, una piattaforma commerciale. Un facilitatore neutrale nel grande mercato globale delle ombre.

La sua isola non era l’avamposto di una nazione; era una zona franca, un porto offshore del ricatto dove le navi di tutte le agenzie di spionaggio potevano attraccare e fare affari.

Il kompromat, il materiale compromettente, non era un’arma usata solo dai russi, ma era la valuta corrente di questo mercato, di cui Epstein era il principale banchiere.

In questo mercato, un agente del Mossad poteva raccogliere informazioni su un principe saudita, mentre un oligarca russo otteneva materiale per ricattare un senatore americano.

Tutti erano clienti e tutti erano potenziali vittime. Epstein non serviva una sola nazione, ma serviva la rete. Serviva quel gioco, traendo profitto dalla vendita del bene più prezioso del nostro secolo: l’informazione compromettente.

Il termine “kompromat” deriva dalla contrazione delle parole russe “komprometiruyushchij” E “material”, che significa “materiali compromettenti”.

Kompromat sono dossier in cui sono custoditi informazioni sensibili, video, foto, documenti vari, materiali pronti all’uso per denigrare o ricattare figure pubbliche e uomini politici.

La tecnica fu introdotta dalla Ceka, il servizio segreto di Lenin, e fu perfezionata dall’NKVD sotto Stalin, molto interessato a controllare i membri del partito per isolare gli avversari politici.

Tuttavia, è assai probabile che fascicoli con materiale pronto all’uso su politici e persone influenti siano negli archivi di ogni servizio segreto del mondo, a cominciare dai più efficaci.

La vicenda di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, già condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con e/o per conto dell’ex compagno, Jeffrey Epstein, dimostra come questa strategia esistesse su scala internazionale.

E in questo mercato, accanto a politici e spie, si scambiava la merce più delicata: dati, segreti e futuro del mondo. Un esempio? Un promemoria, mai inviato, ma archiviato come una bomba a orologeria, scritto da Epstein per Bill Gates.

Gates avrebbe contratto una malattia venerea con delle ragazze russe e avrebbe chiesto disperatamente aiuto per far avere, di nascosto, degli antibiotici all’allora moglie Melinda. Il ricatto perfetto. Silenzioso, personale, devastante.

Anni dopo, la stessa Melinda Gates parlerà del “marcio” che l’ha costretta al divorzio, un marcio che aveva un nome e un cognome: Jeffrey Epstein.

Lo stesso mercato in cui si progettava la destabilizzazione politica. Gli scambi di mail tra Epstein e Steve Bannon, l’ex stratega di Trump, svelano un piano per finanziare l’ascesa dei partiti sovranisti in Europa, per indebolire l’Unione dall’interno.

Nomi come Marine Le Pen e Matteo Salvini compaiono in scambi di messaggi entusiastici, dove si parla di come “le cose stiano cambiando” e si scherza su chi tiene l’altro “sulle ginocchia”.

È un network che si estende ovunque, fino a interessarsi persino dell’acquisizione di una squadra di calcio come il Milan.

Un sistema malato, da film thriller, da cospirazione che nemmeno i complottisti più fantasiosi avrebbero saputo architettare.

Da quanto emerge dai file, è difficile credere che Epstein si sia suicidato, ma diventa probabile che sia stato suicidato, perché la vicenda appartiene a pieno titolo al mondo dello spionaggio e degli intrighi internazionali, un ambito in cui i servizi segreti di Mosca sono considerati maestri. Così come la CIA e il Mossad.

GUARDARE NELL’ABISSO

Eccoci tornati davanti al nostro specchio infranto. Cosa vediamo ora?

Non vediamo più solo il volto di un predatore sessuale, ma il riflesso di un’élite globale che ha reciso ogni legame con i concetti di nazione, di morale, di legalità, di democrazia, di trasparenza.

Vediamo una classe dirigente transnazionale che si muove in un mondo senza confini e senza regole, un mondo fatto di jet privati, isole private e leggi private.

Ma la vera, agghiacciante rivelazione dei file Epstein non è chi fosse su quella lista, ma la stessa esistenza della lista, perché è la prova che questa rete esiste, che opera, che prospera nell’ombra, e che la sua influenza si estende dalle camere da letto dei potenti ai server che contengono le nostre vite digitali.

Il mostro non è Jeffrey Epstein. Lui era solo il custode dello zoo, il macabro cerimoniere.

Il mostro è il sistema che lo ha creato, nutrito, protetto e usato. Un sistema che ora, goffamente, cerca di nascondere le proprie tracce indicando un vecchio nemico di comodo.

Ma è troppo tardi. Lo specchio è rotto. E nessuna propaganda, nessuna cortina fumogena, potrà mai più ricomporlo. Ora possiamo solo raccogliere le schegge e cercare di capire cosa sia diventato il nostro mondo. Mentre nessuno guardava e tanti facevano finta che quel mondo non esistesse.

In attesa che, prima o poi, siano diffusi gli altri file tuttora segreti, – ancora tantissimi – potenzialmente scottanti.

PERCHÉ L’UNICO VERO VINCITORE IN IRAN È LA CINA

Lo stretto di Hormuz è chiuso, il greggio tocca i 150 dollari e l’Europa ha autonomia energetica per soli 90 giorni. Mentre Donald Trump annuncia una vittoria lampo che non esiste, Scott Bessent fa anticamera a Pechino e JPMorgan svaluta i collaterali. I numeri reali dietro il bluff della guerra in Iran.

DRAGHI, IL FEDERALISMO E IL CITTADINO RIDOTTO A UTENTE OBBEDIENTE

Nel suo discorso per il dottorato honoris causa che gli ha conferito l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, Mario Draghi ha detto che l’Europa ha davanti «un futuro in cui rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.» E «un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori».

Verrebbe da chiedersi a quali valori si riferisca, se quelli democratici e dei popoli, di un tempo, o quelli dal 202 in poi, fatti di greenpass, conti chiusi a chi dissente ed eventi cancellati a personaggi scomodi.

L’ex Presidente del Consiglio non ha pronunciato un discorso politico, ma ha espresso una diagnosi da amministratore delegato, perché quando Mario Draghi guarda l’Europa, non vede ideali, tradizioni, culture e democrazie. Non vede nemmeno popoli che votano ed esprimono opinioni, ma una macchina inefficiente, un’azienda da ristrutturare, dove i cittadini sono soltanto utenti.

E, si sa: in azienda, chi non produce, chi ha problemi, chi si lamenta, è un costo, un problema da abbattere.

Draghi vede un conglomerato con ventisette consigli d’amministrazione che litigano su ogni scelta. Una struttura che non regge l’urto con le potenze mondiali. Perciò, la cura che vorrebbe applicare è chirurgica, spietata, e soprattutto tecnica.

In democrazia, i problemi evidenziati da Draghi andrebbero dibattuti in campagna elettorale, prima di chiedere il voto ai cittadini, ma nell’Europa autocratica, dove la Commissione non è votata dai cittadini, la tecnocrazia al potere non passa per le elezioni, ma esegue silenziosamente dei colpi di Stato, trasformando i governi dei singoli paesi in filiali in cui cambiare il direttore perché non adeguato a seguire le direttive dell’amministratore delegato.

LA LOGICA DEL QUARTIER GENERALE

In una grande impresa, se ogni stabilimento fa quello che vuole, se gli investimenti sono slegati, se le regole cambiano da capannone a capannone, quella impresa fallisce.

Draghi applica questa semplice equazione al Vecchio Continente, quindi la sua ricetta è un quartier generale unico, che decida le priorità, dove pompare capitali, quali settori salvare, quali aziende devono prosperare e quali morire.

Batterie, chip, green economy: oggi un’azienda deve districarsi in ventisette labirinti normativi diversi, ma domani, secondo questa visione, troverà una porta unica a Bruxelles, un unico interlocutore, un unico libro delle regole.

Sembra ragionevole a un occhio disattento, ma è un errore fatale per chi ha a cuore i valori dell’Europa e la libertà nei paesi che hanno creduto di poterla creare.

CHI PAGA, COMANDA. CHI EMETTE DEBITO, DETERMINA IL FUTURO

Il tema del debito comune non è una questione di solidarietà, ma una leva, uno strumento finanziario potentissimo. È l’arma che hanno Washington e Pechino.

Un’Europa che voglia competere deve poter scommettere centinaia di miliardi in modo unitario, rapido, aggressivo. Draghi lo sa, quindi propone di centralizzare la finanza.

Difesa, tecnologia, energia: le grandi scommesse saranno finanziate da obbligazioni europee.

Ma è qui che sorge il problema, perché chi controlla il borsello, controlla l’agenda. Se i soldi vengono da Bruxelles, le scelte seguiranno Bruxelles. I governi nazionali diventeranno bracci esecutivi, amministratori di fondi altrui. La sovranità fiscale, l’ultimo baluardo dello Stato-nazione, evaporerebbe.

IL “28° REGIME”: LA SCORCIATOIA DEI POTENTI

Quando il sistema è troppo ingarbugliato, non lo aggiusti. Lo scavalchi.

Sembra questo il senso del “28° regime”, l’idea di creare un quadro normativo europeo parallelo, che permetta alle grandi imprese di saltare a piè pari le giungle legislative nazionali, una mossa da manager: taglia la complessità, velocizza i processi.

Ma è anche l’abbattimento della democrazia, perché significa che una fetta sempre più grande della nostra vita economica sarà decisa in una stanza dove i parlamenti eletti dai cittadini non hanno voce e, di fatto, sono soltanto figure di facciata.

Bruxelles stabilirà gli standard, le condizioni, i vincoli, e i governi dovranno solo adeguarsi. Ma così, la politica nazionale verrebbe ridotta a un ruolo di mera esecuzione, con un esproprio di sovranità senza precedenti.

LA FINE DEL VETO: IL NUCLEO DURO E GLI ESECUTORI

Il diritto di veto è il simbolo supremo della sovranità, per Draghi, infatti lo indica come il tumore che paralizza l’Europa.

Ma quel diritto di veto è l’architrave pensata per evitare azioni di stampo dittatoriale.

In un consiglio d’amministrazione, se ogni azionista può dire no, l’azienda affonda, ma un’azienda non è una democrazia. Draghi vede un’azienda, non una democrazia, perciò la sua soluzione è un nucleo duro, una squadra ristretta di paesi che proceda a maggioranza. Gli altri possono aggregarsi o restare fuori dalla stanza dei bottoni.

È un federalismo pratico, non dichiarato, un’Europa a due velocità che diventa, di fatto, un’Europa a due classi: chi decide e chi subisce. La pressione per aderire al “nocciolo duro” sarà immensa, per non perdere fondi, influenze, contratti.

Così, la scelta sarà obbligata e l’integrazione non nascerà da un dibattito pubblico, ma dalla paura di essere tagliati fuori.

È un’Europa che polverizza le regole fondamentali che i padri fondatori avevano ideato perché trionfasse la democrazia.

LA TRAPPOLA TECNOCRATICA: LA POLITICA TRASFORMATA IN VINCOLO

Il vero colpo di genio del pensiero manageriale applicato alla politica è che le scelte epocali, dai limiti di deficit agli standard ambientali, dai piani industriali alle riforme, non verrebbero più presentate come opzioni politiche su cui dibattere, ma come “vincoli di sistema”, “necessità tecniche”, “precondizioni per la competitività”.

Come in un’azienda, dove non si discute se farlo. Si discute solo come farlo.

La tecnocrazia svuota il conflitto, neutralizza il dissenso e trasforma il futuro in un piano strategico da implementare. E chi si oppone non è un avversario con una visione diversa, come è normale in democrazia, ma un ostacolo al buon funzionamento della macchina, come accade nelle aziende. E nelle dittature.

LA DOMANDA CHE DRAGHI DIMENTICA DI PORRE

Per Draghi, la posta in gioco non è tra europeisti e sovranisti, perché quella è una battaglia superata, folkloristica.

La posta in gioco è molto più cruda, e riguarda la democrazia rappresentativa.

Chi risponde delle decisioni, quando il potere si allontana così tanto dai cittadini? Quando le scelte che ti cambiano la vita, sul lavoro, sull’energia, sulla difesa, vengono prese in una “scatola nera” continentale, in un consiglio di amministrazione sul quale non puoi esprimere mai la tua opinione?

L’Europa di Draghi è un’azienda. Ma in un’azienda, i dipendenti devono adeguarsi, altrimenti vengono licenziati. In un’azienda non c’è democratica, ma si attuano le politiche dei proprietari, degli amministratori. Proprio come in una dittatura.

Draghi, il “grande manager”, il grande esecutore della globalizzazione, uno dei padri delle sanzioni, del riarmo, dei cittadini con o senza pass e di tutte le sconfitte europee degli ultimi anni, offre all’Europa la possibilità di diventare un gigante economico, ma, per farlo, dimostra che al potere e ai manager non interessa una beata fava dei cittadini.

Interessa solo un efficientissimo modello, dove ogni cittadino ha solo il dovere di essere semplice utente di un sistema.

E, se non vuole adeguarsi, se non obbedisce, basta chiudergli i conti.

Super, no?

L’OPERAZIONE CHE STA AFFONDANDO L’OCCIDENTE

Diecimila soldati in marcia mentre Washington recita la parte del mediatore. La battaglia per l’isola di Kharg svela il vero movente che non è il nucleare iraniano, ma il rischio che il Petrodollaro smetta di tenere in vita l’economia americana. Ecco cosa nasconde il silenzio dell’Europa e il bluff della Casa Bianca.

L’AUTORITARISMO SA FABBRICARE UN’EMERGENZA PER SOFFOCARE LA LIBERTÀ

Le democrazie non muoiono quasi mai per un colpo di stato. La storia ci insegna che, il più delle volte, spariscono poco a poco, con un metodico stillicidio di diritti mascherato da necessità, una progressiva cessione di sovranità ammantata di pragmatismo.

Gli eventi che hanno punteggiato la cronaca italiana e occidentale nelle ultime settimane, apparentemente slegati tra loro, come la violenza di piazza a Torino, la polemica sulla presenza di agenti americani dell’ICE sul nostro suolo e la censura strisciante, non sono episodi isolati, ma evidenze di una patologia sempre più preoccupante.

Capitoli di un manuale non scritto su come erodere lo stato di diritto sfruttando la più potente delle leve politiche: la paura.

Del resto, l’abbiamo visto durante la pandemia che cosa sia capace di fare la paura, capace di trasformare persino tuo fratello nel più acerrimo nemico.

E basta ripassare la storia dell’avvento del nazismo e del fascismo per scoprire tanti punti comuni a molteplici dinamiche di oggi, in questa sequenza strategica che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena di ogni cittadino acculturato.

Stiamo assistendo in tempo reale a un’operazione di ingegneria del consenso volta a legittimare un modello di potere sempre più verticale e refrattario al dissenso, proprio con la scusa della paura, con la creazione di nemici funzionali alle politiche che si intende attuare.

LA PIAZZA COME PRETESTO: LA STRATEGIA DELLA TENSIONE 2.0

Tutto inizia dalla piazza di Torino.

Una manifestazione pacifica viene macchiata da atti di violenza inqualificabile da un manipolo di criminali, atti culminati nel linciaggio di un agente di polizia.

L’atto è brutale, criminale, e va condannato senza alcuna esitazione, senza se e senza ma. Perché picchiare un agente significa picchiare lo Stato, significa picchiare gli italiani.

Tuttavia, un conto è un’analisi democratica, un altro è una strumentalizzazione autoritaria.

Il primo errore, commesso da una parte del dissenso, è cadere nella trappola del “benaltrismo”, quella pratica intellettualmente sterile che risponde alla violenza subita dalle forze dell’ordine evocando quella, altrettanto inaccettabile, perpetrata dalla polizia in altre occasioni, come proprio a Torino, durante la pandemia, a Napoli, a Trieste.

Ricordate i giovani manganellati a Torino? Le donne con la testa spaccata? Gli operai seduti e inoffensivi, a Trieste, colpiti con i getti d’acqua e con i manganelli?

Tuttavia, giustificare un sopruso con un altro significa creare un cortocircuito etico che delegittima ogni critica, ecco perché è un errore fatale, perché fornisce al potere l’argomento definitivo: “Vedete? Sono tutti violenti. Non c’è dialogo possibile, perciò dobbiamo usare la forza per fermarli. Altrimenti diventano pericolosi per tutti”.

È qui che scatta la seconda fase, quella governativa.

L’episodio, per quanto grave, viene elevato da fatto di cronaca a emergenza nazionale. Diventa la perfetta scusa emotiva, il pretesto provvidenziale per accelerare l’introduzione di un pacchetto di norme sulla sicurezza che giaceva già pronto nel cassetto.

Il fermo preventivo, la tutela legale speciale per gli agenti, il DASPO per i manifestanti: misure che non servono a punire i colpevoli di ieri, ma a intimidire i pacifici di domani. La violenza di pochi diventa così il cavallo di Troia per limitare la libertà di tutti.

Questa è una deliberata strategia comunicativa, per cui si isola un evento scioccante, lo si amplifica mediaticamente e lo si utilizza come clava per ottenere un consenso, altrimenti impensabile, a un giro di vite sulle libertà fondamentali, come quella di manifestare.

Così, il singolo poliziotto ferito, vittima di un atto criminale, diventa involontariamente il simbolo per giustificare una potenziale repressione di massa.

LA SOVRANITÀ A GEOMETRIA VARIABILE: QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA CESSIONE

Lo stesso esecutivo che invoca pugno di ferro e leggi speciali in nome della sicurezza nazionale è colto in flagrante mentre, di fatto, appalta una porzione di quella stessa sicurezza a un’agenzia straniera.

La vicenda degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) destinati a operare in Italia durante le Olimpiadi dimostra l’asimmetria di potere e la comunicazione manipolatoria.

La notizia, diffusa da ciò che resta di un giornalismo d’inchiesta che ancora svolge la sua funzione di cane da guardia, è stata immediatamente accolta con smentite sdegnate, anche da parte di alcune testate ormai sempre più voci della propaganda.

Il Ministro dell’Interno, Piantedosi, era intervenuto, parlando di «polemica sul nulla», affermando che l’ICE «non opererà mai in Italia». Una negazione netta, tombale.

Tuttavia, bastavano poche ore per sbugiardare Piantedosi, con il comunicato dell’ambasciatore americano, il quale confermava l’impiego dell’ICE in Italia e spiegava anche che l’ICE fornirà “supporto” non solo al proprio personale diplomatico, ma anche alla “nazione ospitante” per “verificare e mitigare i rischi”.

In pratica, non si tratta di una semplice collaborazione, ma di un’ingerenza operativa, sancita peraltro da un accordo del 2014, che implica la condivisione di dati sensibili, tra cui il DNA, e l’esercizio di funzioni di intelligence sul nostro territorio.

In prativa, un governo che ha costruito la sua intera narrazione, dall’opposizione alla campagna elettorale, sul concetto di “sovranità” si dimostra prono agli interessi di una potenza alleata e tenta goffamente di nasconderlo all’opinione pubblica.

Escludo a priori l’idea che il governo italiano non sapesse dell’ICE, perché servirebbero dimissioni immediate per manifesta incompetenza e incongruenza con il ruolo.

La sovranità diventa un feticcio da sventolare contro i deboli (i migranti, i manifestanti) e una formalità da accantonare di fronte ai forti (gli USA, Israele…).

E la sicurezza, invocata per giustificare la repressione interna, diventa il motivo per legittimare la cessione di controllo verso l’esterno.

DAL MANGANELLO ALLA CENSURA: L’ULTIMO RIFUGIO DEL POTERE

Se la piazza è il teatro dell’azione fisica per generare paura, e i rapporti internazionali, – fatti di sanzioni, dazi e minacce, – sono le azioni della nuova diplomazia per creare nemici, il linguaggio diventa il campo di battaglia finale per il controllo delle menti, l’ultimo e più insidioso stadio della deriva autoritaria.

Emblematici del clima che stiamo vivendo sono gli episodi degli eventi cancellati, dalla pandemia a oggi, al medico novax, a docente universitario del calibro di Barbero, al musicista russo. Fermati solo perché alcuni interventi non erano graditi al pensiero dominante.

Non si contesta l’evento, si cancella il nome di chi porta un pensiero sgradito, perché il dibattito stimola il pensiero critico e alcune narrazioni rischiano di essere polverizzate.

Umberto Eco profetizzava che il nuovo fascismo non sarebbe arrivato in camicia nera, ma travestito da “libertà”.

E, ormai, siamo protagonisti in prima persona di un’operazione di ridefinizione semantica, per cui si propongono leggi per equiparare l’antisionismo, che è una legittima posizione politica, critica verso le azioni di uno Stato, all’antisemitismo, che, invece, è una spregevole forma di odio razziale.

Lo scopo non è proteggere il popolo ebraico, ma criminalizzare il dissenso verso una specifica politica estera.

E questa è un’arma retorica formidabile, perché trasforma chi critica Israele da semplice oppositore politico a razzista. Il dibattito è chiuso. Il pensiero critico diventa reato.

Questo è il clima che stiamo vivendo, un fascismo culturale che non ha bisogno di manganelli quando può usare il Codice penale, ma che non ha paura a usare le armi, come dimostra la cronaca recente negli USA.

Non ha bisogno di marciare su Roma quando può marciare sul vocabolario, ridefinendo le parole per rendere impensabile, e poi illegale, ogni forma di opposizione, soprattutto quando il mondo globalizzato rende intere aree geografiche una sola grande nazione. Come l’Occidente. Come l’Europa.

RICONOSCERE I SINTOMI PRIMA CHE LA MALATTIA DIVENTI INCURABILE

La violenza in piazza, la sovranità ceduta in segreto, la parola censurata con la legge, sono tre fili che, intrecciati, formano la corda con cui si sta lentamente strangolando la nostra democrazia.

La narrazione è coerente: il mondo è pericoloso (criminali, terroristi, “cattivi”), lo Stato deve proteggervi, e per farlo deve avere più poteri, meno controlli e meno voci critiche tra i piedi. “Voi cedete un pezzo di libertà, noi vi diamo in cambio un’illusione di sicurezza.”

Il paradosso è che chi giustifica la violenza di una fazione contro l’altra, chi accetta il “benaltrismo” come forma di dibattito, chi non si indigna per una sovranità a corrente alternata, diventa un complice involontario di questo processo. Proprio come accadde a tanti italiani e a tanti tedeschi durante il secolo scorso.

La vera resistenza, oggi, non è scendere in piazza a spaccare tutto o a pestare i poliziotti. Quella è criminalità e i criminali vanno arrestati. Punto.

La vera resistenza è difendere la complessità del pensiero contro la brutale semplificazione della propaganda; è pretendere coerenza da chi ci governa; è rifiutare l’equazione tra sicurezza e repressione, perché è una strategia che puzza ancora dei dispotismi del secolo scorso.

La vera resistenza è capire, prima che sia troppo tardi, che quando uno Stato inizia a temere i propri cittadini più dei propri nemici, la libertà di tutti è già in pericolo.

Bisogna imparare ad ascoltare queste dinamiche che sembrano normali, perfino scontate, quando normali e scontate non lo sono affatto. Prima che da situazioni spiacevoli, diventino un ordine a cui non si potrà più disobbedire.

BRUXELLES COME MOSCA O MOSCA COME BRUXELLES

C’è un uomo che non può più lavorare, non può pagare l’affitto, né comprare da mangiare per i suoi tre figli, due dei quali appena nati. Non può ricevere un bonifico, né un compenso, né un aiuto.

Persino invitare quest’uomo a bere un caffè è, tecnicamente, un reato, perché da chi comanda è considerato un terrorista nonostante non abbia mai subito un processo.

Non è un boss della mafia, ma è soltanto un giornalista che si è permesso di dissentire con chi comanda nel suo Paese.

Se stavate pensando alla Russia o alla Cina, vi sbagliate di grosso, anche se sono comportamenti da dittatura, non certo da democrazia.

Il suo nome è Huseyin Dogru, è un giornalista di origini turche che vive in Germania e la sua colpa, agli occhi dell’Unione Europea, è aver espresso le sue opinioni, che, per un giornalista, significa aver svolto il proprio mestiere.

Il 20 maggio 2025, Dogru, cittadino tedesco e fondatore della piattaforma mediatica Red Media, è stato inserito nel 17° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia, in quello strumento concepito per fiaccare la macchina da guerra di Mosca, che, per la prima volta, è stato puntato contro un giornalista europeo in quell’Europa che si vanta di essere civile e democratica.

La vita di questo giornalista, da quel giorno, è stata programmaticamente smantellata per quella che è, a tutti gli effetti, una “morte civile”, come l’ha definita lui stesso, senza la sentenza di un tribunale dopo un giusto processo, ma con l’editto di un comitato burocratico a Bruxelles, a porte chiuse, formato da persone che nessun europeo ha mai potuto votare.

Infatti, i cittadini europei possono eleggere solo i parlamentari di Bruxelles, non chi esercita l’effettivo potere, chi decide la politica, le sanzioni, chi cambia e decide la vita dei cittadini dell’Unione.

L’architettura del castello accusatorio contro questo giornalista è tanto fragile quanto terrificante nella sua logica, poiché l’UE accusa Dogru di “diffusione di disinformazione” e di legami con la propaganda russa, solo che non esistono prove di queste calunnie.

Solo tweet e articoli critici verso la NATO che il giornalista ha scritto nel pieno esercizio delle sue funzioni, che ha scritto verso Israele e nei confronti della gestione tedesca delle proteste pro-Palestina.

Opinioni dunque, che, nel caso di un giornalista, valgono molto di più visto che pensare e veicolare il proprio pensiero fa parte del mestiere.

La sua copertura delle manifestazioni studentesche all’Università Humboldt di Berlino, secondo l’accusa, seminerebbe “discordia etnica, politica e religiosa”, favorendo così la “destabilizzazione” russa.

Questo sillogismo è un capolavoro di autoritarismo da propaganda hitleriana, poiché si prende una posizione critica su un tema geopolitico sensibile, come Gaza, la si etichetta come “pro-Palestina”, si decreta che tale posizione crea “discordia” e, poiché la discordia interna è un obiettivo della Russia, si conclude che il giornalista è un agente della disinformazione russa. Fine della discussione.

Non servono prove di contatti, né di finanziamenti. Non serve un processo. L’associazione di idee, politicamente motivata, diventa una prova nonostante non lo sarebbe in nessun tribunale di nessuna democrazia al mondo.

Un meccanismo che nemmeno Pechino o Mosca sono mai riuscite a mettere in piedi.

LA BUROCRAZIA EUROPEA E LA NEGAZIONE DEL BUONSENSO

La brutalità della punizione è metodica e totale, con il congelamento di tutti i conti bancari.

La misura si estende di fatto alla moglie, sebbene non sia sulla lista, perciò senza alcuna colpa, lasciando una famiglia con due neonati senza mezzi di sussistenza.

La Bundesbank aveva approvato un minimo vitale di 506 euro al mese, ma le banche commerciali, terrorizzate dalle sanzioni secondarie, hanno bloccato l’erogazione per mesi. La stessa assicurazione sanitaria è stata cancellata.

Ogni aspetto della vita sociale ed economica è stato reciso, così come un divieto professionale di fatto gli impedisce di lavorare, tant’è che, persino il quotidiano Junge Welt, che aveva considerato di assumerlo, ha dovuto desistere perché pagare uno stipendio a Dogru costituirebbe una violazione delle sanzioni.

Il Ministero degli Esteri tedesco, il cui governo ha palesemente spinto per queste misure, lo liquida come “attore della disinformazione”, negandogli lo status di giornalista.

Ovviamente, questo non è soltanto un attacco a un uomo, ma è un chiarissimo messaggio a tutti gli europei.

È la creazione di un precedente spaventoso che avvisa tutti. Il giornalismo critico, il dissenso su questioni chiave della politica estera europea, può essere riclassificato come una minaccia ibrida e punito con l’annientamento economico e sociale, senza passare da un’aula di tribunale.

Proprio come avviene nelle più becere dittature.

L’avvocato di Dogru, Alexander Gorski, ha definito le sanzioni “prive di fondamento e motivate solo dalla politica”, una rappresaglia per la sua copertura critica del genocidio a Gaza.

Sono un atto dittatoriale che dimostra come la libertà di parola non esista in Europa. Almeno non esiste più quando diventi troppo scomodo per i burocrati al potere in Europa.

E ricordiamo che questi burocrati, mai eletti dagli europei, hanno poteri superiori ai governi eletti dai popoli in base ai programmi elettorali presentati nelle campagne elettorali dei rispettivi paesi dell’Unione.

Alla faccia dell’Europa dei popoli.

IL NUOVO REGIME CONTRO LA VERITÀ

Mentre l’Europa non ha alcun pudore per parlare ancora di democrazia contro gli autocrati del mondo, sta costruendo in casa propria un’infrastruttura di repressione del pensiero che quegli stessi autocrati le invidiano.

Si è creato un “regime della verità” in cui la libertà di espressione coincide con la libertà di essere d’accordo con la linea ufficiale. Se non sei d’accordo con Kallas, von der Leyen o con un altro burocrate., diventi automaticamente un pericolo, proprio come nei peggiori regimi del mondo, in totale antitesi con ogni forma di democrazia e di libertà di opinione.

Ogni deviazione è sospetta, ogni critica è potenzialmente un’operazione di influenza straniera.

E il caso del giornalista tedesco non è un’anomalia, ma quanto avvenuto anche a Gabriele Nunziati, giornalista licenziato per aver posto una domanda scomoda su Israele, a Frédéric Baldan, autore del libro inchiesta “Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, che si è visto chiudere tutti i conti, e a Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzero, sanzionato dall’Unione Europea nel dicembre 2025 per presunte attività di «destabilizzazione russa».

Anche nel caso di Baud e di Baldan, il congelamento dei beni e dei conti, è stato imposto a seguito delle posizioni critiche sulla guerra in Ucraina, sui media occidentali e, nel caso di Baldan, per essersi permesso di portare alla luce tanti scandali di von der Leyen, anche prima dei famosi messaggini.

Sono tutti casi che dimostrano in maniera incontrovertibile che l’Europa non è una democrazia sana, perché adotta metodi che prevaricano la giustizia, senza garantire il diritto a un giusto processo e applicando sanzioni sulla base di prove che non esistono e/o non hanno alcun fondamento logico, proprio come accade lontano dalle democrazie.

Il caso di Huseyin Dogru è il volto umano e tragico di questa deriva, un’ennesima dimostrazione di cosa sia diventata l’Unione europea che, nel suo lodevole intento di contrastare la propaganda del Cremlino, ha finito per adottarne i metodi, brandendo l’accusa di “agente straniero” contro le proprie voci critiche, scambiando la sicurezza per il silenzio, confondendo l’unanimità con l’unità.

Ammesso che si tratti di confusione e incompetenza e non, invece, di atti deliberati da un disegno dispotico.

Quando uno Stato o un’entità sovranazionale si arroga il diritto di decidere chi è un giornalista e chi no, quale opinione è legittima e quale “disinformazione”, e quando può distruggere la vita di un cittadino sulla base di accuse segrete e inappellabili, senza alcun processo, non sta più difendendo la democrazia, ma la sta smantellando dall’interno.

Perciò, alla luce di questo caso, analogo a tanti altri, – come Baldan, Nunziati e Baud, per esempio – se per combattere la Russia diventiamo come la Russia, chi ha vinto davvero?

Alla luce di queste minacce violente e inaccettabili contro la democrazia e la libertà di opinione, anche noi di Tamago rischiamo la fine di Baldan, Baud e Dogru?

TRUMP E IL BLUFF DEI NEGOZIATI PER COPRIRE IL DISASTRO

L’ultimatum di 48 ore è scaduto, ma le bombe non sono cadute. Mentre Donald Trump annuncia su Truth Social negoziati produttivi e accordi imminenti, Teheran lo smentisce in diretta definendolo un bugiardo terrorizzato. Dai missili iraniani su Diego Garcia ai misteriosi messaggi in farsi trasmessi da una base USA in Germania, ecco i fatti che…

LE MANI CHE COSTRUIVANO BELLEZZA. OMAGGIO A FEDELE DICIOLLA

C’era una roccia, nel mondo dell’arte. Non una roccia fredda e distante, ma una mantenuta tiepida dal sole, una di quelle su cui ci si può sedere per raccontarsi storie, per abbracciarsi e sognare il futuro, o dove puoi appoggiarti per riprendere fiato.

Quella roccia si chiamava Fedele.

Lo incontrai la prima volta a Termoli. Portai diciotto artisti a esporre al castello, nella mostra che aveva organizzato sua moglie, Rosa Didonna, nel 2019.

Entrai nel castello una mattina d’agosto, il giorno prima del vernissage, dopo dieci ore d’auto, e lui era lì, un uomo del sud, tutto d’un pezzo, con uno sguardo che poteva sembrare forte, severo persino, ma capace di sciogliersi in un sorriso che ti accoglieva senza condizioni.

Ti faceva sentire a casa. Ti faceva sentire in famiglia. E quando lo salutavi per andare via, il suo abbraccio e il suo saluto erano veri, genuini, sentiti. Da uno di famiglia.

Era uno di quegli uomini fatti da sé, la cui stretta di mano vale più di mille firme sotto a un contratto. E in quella stretta c’era un mondo intero: onore, sudore, parola data. Una promessa di granito, con tanto, tantissimo cuore.

Perché Fedele credeva in ciò che faceva. E credeva in Rosa, che era la sua ragione di vita.

Una volta, sul lungomare di Bari, mentre sorseggiavamo un caffè, mi disse che era un po’ stanco, nonostante sembrasse un robot infaticabile, ma era felice perché la mostra era “venuta bene e Rosa era contenta”. Per lui, la felicità di sua moglie era respiro, era benessere, era motivo di vita. «A me basta che Rosa sia contenta e io sono felice.»

E in quella frase c’era tutta la verità, tutto il mondo, tutta la vita di Fedele Diciolla.

Era il pilastro silenzioso su cui poggiavano sogni, mostre, progetti coraggiosi.

Era la colonna portante della Globalart, quella che non vedi, ma senza cui tutto crolla. Era uomo di fatica, ma anche quello capace di portare calma, di risolvere problemi, di placare gli animi, nonostante fosse fumantino di carattere e andasse preso con le pinze quando si inalberava.

Lavorava nell’ombra, Fedele. Di nome e di fatto. Nella polvere del trasporto, nella fatica dell’installazione, nel “lavoro sporco” che dà luce alle opere degli altri.

Con le sue mani, ha posato opere sui muri, ha costruito strutture, ha macinato chilometri in auto e sugli aerei, sempre per seguire e affiancare sua moglie Rosa.

Ricordo quando organizzai con Rosa una bellissima mostra al Palazzo della Provincia di Bari, dove portai 44 artisti dal Giappone. Fedele costruì, letteralmente, il palcoscenico di quell’incontro tra mondi. E con la sua solarità disarmante, la sua autenticità senza fronzoli, conquistò i cuori e il rispetto dei vertici giapponesi giunti in occasione del vernissage.

Fedele non parlava inglese, ma la sua lingua, fatta di gesti, di sorrisi, di quel fare da italiano vero e genuino, da uomo d’altri tempi, era universale. Era la lingua dell’uomo vero. Era la lingua del cuore.

E in questo nostro mondo, Fedele, in questo mondo dell’arte che troppo spesso ti porta a scontrarti con persone più false di una banconota del Monopoli e di tantissimi personaggi che indossano soltanto delle maschere, tu eri l’antitesi, perché non ti interessava recitare un ruolo, ma eri semplicemente te stesso.

Eri così a Termoli, eri così a tutte le mostre ed eri così a casa tua, in famiglia. Non eri un personaggio. Eri una persona. Non indossavi maschere. Eri Fedele e basta.

Ed essere Fedele, in quest’epoca di copie sbiadite, era “tantissima roba”. Eri un esempio. Sei stato un esempio.

Oggi quel sorriso vero, quell’abbraccio da chioccia per i nipotini, quella forza tranquilla da marito gioioso e padre d’altri tempi, sono volati in cielo. E con loro è volato via un pezzo della mia vita, un pezzo della mia storia in questo mondo dell’arte.

L’arte perde uno dei suoi angeli operai. Uno di quelli che tengono con onore le ali sporche di terra e di colla, ma il cuore pulito e rivolto alle stelle.

Uno di quelle persone che raramente compaiono nelle foto e su cui non si scrivono mai articoli, ma senza i quali nessun evento può avere luogo.

Il mondo perde un uomo Buono, con la B maiuscola. E, soprattutto, un uomo vero.

Da oggi, senza di te, il terreno è un po’ più fragile, Fedele, anche se restano le strette di mano, gli incoraggiamenti, i consigli, che sono custoditi nei cassetti delle cose belle del mio cuore.

Riposa in pace, caro Fedele. Grazie per ogni struttura che hai costruito, per ogni opera che hai sollevato, per ogni chilometro in cui hai accompagnato Rosa perché potesse colorare i suoi sogni, e per ogni sorriso che hai donato, per ogni incoraggiamento e consiglio.

La tua eredità è nelle impronte che hai lasciato nelle anime di chi ti ha conosciuto e nelle tracce di bene e d’amore che restano, qui, a ricordarci che gli uomini veri esistono.

E tu sei stato uno di quelli.