IL GRANDE BLUFF. PERCHÉ MENTRE TRUMP ANNUNCIA LA PACE ARRIVANO I PARACADUTISTI.

Il New York Times sbatte in prima pagina la bozza del piano americano in quindici punti per spegnere l’incendio in Medio Oriente.

Donald Trump lo rivendica sui social come un trionfo personale, parlando di colloqui “molto positivi” e di una tregua imminente. Due ore dopo, un dispaccio del Pentagono ordina a 2.000 soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata di imbarcarsi per il Golfo. (Altre fonti parlano di 3500 o addirittura 7000).

La pace ha una strana foggia, di questi tempi: indossa anfibi, carica i fucili d’assalto e si prepara a lanciarsi dietro le linee nemiche, mentre i politici non mancano di parlare di “guerra per la pace”, il più grande ossimoro della Storia.

Tuttavia, a Teheran non hanno nemmeno fatto finta di crederci.

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, smentisce qualsiasi tavolo negoziale e ha smentito la cosa fin dal primo post di Trump sulla questione.

Inoltee, non si limita alle parole. Il Majlis, l’assemblea consultiva islamica, ha in calendario l’approvazione di una legge formale per istituire un “pedaggio” obbligatorio nello Stretto di Hormuz. L’anticipazione brucia sui terminali delle agenzie internazionali.

Non è più la guerriglia asimmetrica, non sono più i sequestri a campione dei Pasdaran. È un tariffario di Stato. Due milioni di dollari a petroliera per avere il permesso di attraversare un braccio di mare grande quanto la provincia di Lecce. L’estorsione che diventa legge.

Ennesimo grande risultato della guerra di Israele e USA all’Iran. Dei geni, non c’è che dire.

LA TENAGLIA SUL MAR ROSSO E IL SANGUE IN DIRETTA

Ma chi pensa che la ritorsione iraniana finisca a Hormuz non ha letto i dispacci delle ultime ore.

La minaccia ha appena cambiato scala. Infatti, i vertici militari di Teheran hanno allargato il mirino a Bab el-Mandeb e all’intero bacino del Mar Rosso.

Il blocco non è più un imbuto locale, ma una tenaglia progettata per strangolare chirurgicamente l’intera catena di approvvigionamento mondiale.

Le compagnie di assicurazione marittima, da Londra a Dubai, non aspettano i comunicati della Casa Bianca: hanno già alzato i premi al 10% del valore del carico. Un rating di rischio mai visto in venticinque anni.

Una situazione che scatenerà aumenti di prezzi a valanga in Occidente.

E basta scorrere le dirette dei notiziari per capire quanto il piano in 15 punti di Washington sia carta straccia.

Le telecamere documentano una guerra totale, senza pause: sirene antimissile a Tel Aviv, raid pesanti su Isfahan, infrastrutture in fiamme a Dubai.

Eppure, Trump, incastrato nel suo mondo parallelo, distante anni luce dalla realtà, continua a vendere un nemico in ginocchio, a raccontare che la campagna militare “Epic Fury” ha spazzato via il potenziale balistico degli Ayatollah.

E “sti cazzi”, verrebbe da dire. Immagina se non l’aveva spazzato via!

I NUMERI DI BATTISTI CONTRO LE ILLUSIONI DI WASHINGTON

Ma la propaganda fa un gioco che non i dati e la realtà ha poco a che fare.

Il generale Giorgio Battisti lo dice chiaro e tondi: l’Iran dispone ancora di un arsenale di almeno 3.000 missili cruise. Altro che al tappeto!

Non sono i vecchi vettori che l’Iron Dome israeliano intercetta come mosche. I cruise volano a pelo d’acqua, eludono i radar convenzionali e non hanno bisogno di complessi silos di lancio per partire. Basta un camion nascosto in un tunnel.

Un nemico sconfitto non impone tasse di transito e non ricatta il mercato mondiale dell’energia e non rispedisce al mittente i quindici punti di chi sta vincendo la guerra. Un nemico sconfitto chiede di trattare per non morire.

L’Iran, invece, non tratta e rispedisce al mittente i quindici punti, aggiungendo i suoi sei punti per smettere di bombardare Israele e le basi americane in Medio Oriente, nonché i paesi limitrofi che appoggiano l’aggressione contraria al Diritto internazionale perpetrata da Washington e Tel Aviv.

L’amministrazione americana crede di poter dettare le regole in quindici punti: stop all’arricchimento dell’uranio, fine del supporto alle milizie proxy (Hezbollah, Houthi, Hamas), smantellamento immediato dei siti nucleari di Natanz e Fordow.

L’Iran risponde con sei condizioni che suonano come uno sberleffo, ma danno l’idea di quanto l’Iran sia tutt’altro che sconfitto: chiusura di tutte le basi militari americane nel Golfo, ritiro totale, risarcimenti miliardari per i bombardamenti subiti e giurisdizione esclusiva iraniana su Hormuz. Un dialogo tra sordi, amplificato dal frastuono delle esplosioni. Un dialogo tra due contendenti di cui non si vede neppure lontanamente uno stanco e sconfitto.

O forse…?

IL VUOTO DI POTERE E IL CALCOLO DI ISRAELE

Il vero dramma di Washington è non avere più un interlocutore.

Il vuoto di potere a Teheran, causato dall’offensiva e dalla decapitazione di chi comandava a Teheran, non sta portando a un tavolo di pace, ma a una pericolosa frammentazione.

Era un caos previsto da diversi analisti: noi di Tamago ne scriviamo da settimane, ma, evidentemente, a Washington nutrono una particolare idiosincrasia nei confronti della Geopolitica e della Storia, come si evince.

Le milizie sciite irachene, i sopravvissuti di Hezbollah in Libano e le cellule Houthi nello Yemen operano in modo disordinato e, proprio per questo, ancora più letale.

Benjamin Netanyahu ha capito l’antifona.

Mentre il suo “amico” Trump parla di tregua, l’esercito israeliano avanza nel sud del Libano con l’obiettivo chiarissimo di creare una fascia di sicurezza di 30 chilometri fino al fiume Litani. Un’annessione militare di fatto.

E, anche qui, alla faccia del Diritto internazionale.

Per Israele non c’è nessuna pace da firmare, ma solo il piano di costruire una potenza in Medio Oriente, quel grande Israele che l’esercito di Tel Aviv porta anche già disegnato sulle mostrine.

L’OMBRA DI PECHINO E L’EGEMONIA SCADUTA

In tutto questo, Pechino fa i conti.

Il ministro degli esteri cinese ha alzato il telefono per chiamare la sua controparte iraniana. La Cina acquista il 90% del greggio di Teheran.

Usa la crisi per logorare gli Stati Uniti, ma non può tollerare che il prezzo dell’energia strangoli la sua industria. L’invito cinese a “privilegiare il dialogo” non è diplomazia, ma la minaccia silenziosa del creditore al suo debitore.

Ma la sconfitta vera, per Washington, non si misura in missili o barili, bensì a Riad e ad Abu Dhabi.

I paesi del Golfo, storici alleati americani, hanno espulso i diplomatici iraniani, ma non lo hanno fatto per fedeltà agli Stati Uniti.

Lo hanno fatto per paura.

Sanno che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce, in piedi dal 1945, è scaduta. Gli americani non sono riusciti a tenere aperto un braccio di mare vitale contro un regime che, per loro stessa ammissione, è persino teoricamente distrutto.

E mentre i porti russi sul Baltico vengono presi di mira da un’Ucraina alla canna del gas, l’impennata del greggio finanzia la macchina bellica di Vladimir Putin come mai prima d’ora.

Trump ha in mano la bozza di un trattato che nessuno a Teheran ha intenzione di firmare. Una mera operazione di propaganda per non ammettere il disastro più grande dell’ultimo secolo e mezzo.

Il parlamento iraniano sta per votare la legge sul pedaggio e i paracadutisti dell’82esima Divisione sono a bordo dei C-17, pronti al lancio, come un’intera scatola di stuzzicadenti da spargere sulla spiaggia del litorale romagnolo.

Gli USA non sono mai stati così deboli dalla loro fondazione.

Il resto… sono solo chiacchiere da bar.

IL PANTANO MEDIORIENTALE DI DONALD TRUMP. I NEGOZIATI FANTASMA E IL BRENT A 102 DOLLARI

Donald Trump annuncia un accordo in quindici punti. Parla di colloqui “produttivi”, di un Iran in ginocchio che implora la pace, di una tregua imminente, ma Teheran risponde con un post secco su X: “Fake news”.

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, bolla le dichiarazioni della Casa Bianca come spazzatura propagandistica prodotta al solo scopo di manipolare i mercati finanziari.

La verità è chiusa nei terminali delle borse, dove il Brent è tornato sopra i 100 dollari, stabilizzandosi a 102.

I mercati non credono a Trump, non credono alla sua vittoria lampo né alla sua capacità di riaprire lo stretto di Hormuz con un tweet o con un colpo di teatro.

Siamo alla quarta settimana di una guerra che doveva durare tre giorni, invece, abbiamo visto il mitico scudo israeliano, l’invincibile Iron Dome; i missili iraniani a grappolo hanno colpito Tel Aviv con almeno quattro impatti confermati, nonostante la censura di ferro imposta dal governo di Netanyahu.

Mentre i media occidentali si nutrono delle veline del Pentagono, i fatti dicono altro: gli Stati Uniti e Israele si sono infilati in un pantano strategico dal quale non riescono a uscire, se non allargando il conflitto a macchia d’olio.

IL GRANDE TRUCCO DI NETANYAHU: COSTRUIRE LA MINACCIA

Per capire come siamo arrivati qui, bisogna smontare la fiaba della “minaccia nucleare imminente”.

Tra il 2016 e il 2018, i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) parlavano chiaro: Teheran rispettava ogni virgola dell’accordo siglato da Obama: limiti all’arricchimento, scorte sotto controllo, ispezioni invasive. Tutto funzionava.

Poi è arrivato il 9 maggio 2018. Trump, spinto da Netanyahu, straccia l’accordo e scatena il disastro.

Non è stata una scelta geopolitica, ma un favore personale.

Netanyahu ha sostenuto Trump contro Hillary Clinton e il presidente americano ha restituito il favore: Gerusalemme capitale, annessione delle alture del Golan e l’uscita dal patto nucleare.

Il premier israeliano aveva bisogno che l’Iran ricominciasse ad arricchire l’uranio, aveva bisogno di un casus belli, perciò, ha lavorato scientemente per trasformare un partner negoziale in un paria nucleare, costringendo Teheran a riprendere il programma atomico per non finire stritolata dalle sanzioni.

Obiettivo raggiunto: oggi Netanyahu ha la sua guerra, ma non sa come vincerla.

IL GUINZAGLIO DI NETANYAHU E I FILE EPSTEIN

C’è una domanda che agita i corridoi di Washington e che i grandi giornali preferiscono ignorare: quanto è lungo il guinzaglio che lega Trump a Netanyahu?

Se il presidente americano si muove per pura distrazione di massa, per coprire i suoi guai interni, può fermarsi in qualunque momento. Ma se fosse sotto ricatto?

Le voci su cosa il Mossad possa aver raccolto nei file Epstein non sono più solo complottismo da bar, ma analisi di intelligence che filtrano tra gli addetti ai lavori. Se Israele possiede materiale compromettente sul “bullo” biondo, allora la fine del conflitto non si decide nello Studio Ovale, ma nel bunker di Netanyahu.

Trump si ritrova a essere la marionetta di un leader straniero che punta alla deportazione totale della popolazione di Gaza e all’annessione della Cisgiordania, obiettivi che non coincidono con gli interessi nazionali americani, ma che Trump è costretto a sposare per non trovarsi qualche procuratore alla porta.

Un “sovranista” che bacia la pantofola a un governo straniero mentre i suoi soldati tornano a casa nelle bare.

I GENERALI DELL’APOCALISSE E LA GUERRA SANTA DEL PENTAGONO

Mentre gli analisti da talk-show parlano di petrolio e rotte commerciali, nel ventre profondo della difesa americana si muove qualcosa di molto più inquietante.

L’Ispettorato Generale del Pentagono ha prodotto rapporti che descrivono una realtà da brividi: la presenza di ufficiali di alto e medio rango che agiscono in base a convinzioni messianiche.

Non ragionano per equilibri di potenza, ma per profezie bibliche. Vedono nello scontro con l’Iran l’evento catalizzatore per la “seconda venuta di Cristo”.

Per questi settori, la guerra in Medio Oriente non deve finire con una tregua, ma con l’Apocalisse. Quando la componente religiosa fanatica entra nella sala dei bottoni della più grande potenza militare del mondo, la diplomazia diventa un orpello inutile.

Trump, che ha vinto le elezioni promettendo di “costruire la casa a casa nostra”, si ritrova, al contrario, ostaggio di apparati che vogliono incendiare il mondo per accelerare il giudizio universale.

L’ISOLAMENTO DELL’IRAN E IL BLOCCO DEL GOLFO

Dall’altra parte della barricata, il regime di Teheran sta vivendo un mutamento storico. Se un tempo poteva contare sulla solidarietà automatica del mondo islamico contro l’Occidente, oggi quella solidarietà è evaporata, perché gli attacchi iraniani alle infrastrutture civili e agli impianti di desalinizzazione hanno terrorizzato i vicini.

Paesi come l’Oman, storicamente la “Svizzera del Medio Oriente”, o il Qatar, che ospita gli uffici di Hamas, si sono seduti allo stesso tavolo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in un blocco unico per contenere l’Iran a ogni costo.

Washington è riuscita in quello che sembrava impossibile: compattare le famiglie del Golfo in una partnership d’acciaio contro Teheran.

È un successo diplomatico? No, è una coalizione della paura.

Questi paesi sanno che Trump è imprevedibile e che Netanyahu è spietato, ma temono i missili iraniani ancora di più, quindi, si tratta di un’alleanza tattica, non di valori, che potrebbe sciogliersi al primo errore di calcolo americano.

SIGONELLA E IL SILENZIO ASSORDANTE DI ROMA

E l’Italia?

Il nostro Paese partecipa alla festa come lo scudiero distratto che non osa fare domande. Un drone Triton è decollato dalla base di Sigonella per fotografare i siti strategici iraniani e passare le coordinate ai piloti americani e israeliani. È accaduto senza che il governo italiano esprimesse un parere, o forse senza che nemmeno venisse consultato.

Il governo Meloni, che si proclama orgogliosamente sovranista, si comporta come la prefettura di una provincia dell’impero. Rinnoviamo la cooperazione militare con Israele mentre i missili cadono sulle centrali elettriche iraniane.

Non ci chiediamo quali saranno le ripercussioni sui nostri soldati schierati nell’area e non ci chiediamo perché dobbiamo pagare la benzina a prezzi folli per una guerra decisa altrove.

Ursula von der Leyen condanna l’aggredito e premia l’aggressore, invertendo i ruoli in una retorica speculare che non fa gli interessi dell’Europa, ma solo quelli di Washington.

Infine, compriamo il gas dagli americani, che con quei soldi finanziano una guerra che distrugge la nostra stabilità energetica.

E questo è il paradosso dell’Europa.

IL DISASTRO UMANITARIO E IL “MITO DELLA FORZA”

Quando Trump minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane, non sta colpendo il regime, ma i neonati nelle incubatrici degli ospedali di Teheran, le persone umili e deboli del popolo iraniano.

Senza corrente, le terapie intensive diventano obitori, il sangue per le trasfusioni va a male, i farmaci si deteriorano.

Questo è il volto della “maieutica unilaterale” di cui parlano alcuni analisti: l’illusione che a forza di bombe si possa estrarre un desiderio di democrazia occidentale da un popolo che stiamo massacrando.

La destra internazionale coltiva il mito della forza brutale, ma la forza, in questa guerra, ha prodotto solo un aumento dei costi e una cronica instabilità.

Trump ha dovuto persino ritirare le sanzioni sul petrolio russo e iraniano per evitare che il prezzo alla pompa facesse esplodere le proteste negli Stati Uniti, in una contraddizione vivente per cui dichiari guerra al nemico, ma hai bisogno che lui venda il suo petrolio per non affogare i tuoi elettori.

LA FINE DELLE ILLUSIONI

Non ci sono vincitori, per ora.

C’è solo un groviglio di bugie e di interessi privati che pesano sulle spalle dei civili. Da una parte un presidente americano che inventa negoziati per calmare le borse, dall’altra un premier israeliano che alimenta il fuoco per sfuggire ai processi e alle proprie responsabilità storiche.

In mezzo, un’Europa che ha smesso di pensare e un’Italia che ha smesso di esistere come soggetto politico autonomo.

Trump ha promesso di “chiudere la partita iraniana” in cinque giorni. Ne sono passati trenta e l’unica cosa che si è chiusa è la nostra speranza di una pace ragionevole.

Se gli obiettivi della guerra non sono chiari nemmeno a chi la guida, come si può sperare in una via d’uscita?

Forse la risposta non è nella geopolitica, ma nell’immagine di quel drone che si alza da Sigonella nel silenzio di Roma.

Ma, in ultim’analisi, siamo pronti a morire per una guerra che non capiamo, guidati da leader che mentono sapendo di mentire?

IL POTERE DEGLI OROLOGI O GLI OROLOGI DEL POTERE?

di Danilo Preto

Sembra un ossimoro, indipendentemente da come la si voglia leggere.  Se qualcuno ha avuto la possibilità di leggere le mie poche righe su Khamenei, Arafat, Saddam Hussein, Fidel Castro, Che Guevara, si sarà accorto che almeno qualcosa li accumunava.

Strano a dirsi ma sono proprio gli orologi di marca, specialmente il Rolex, che segnano le ore, il ritmo e l’indicazione del potere dei quattro, su cinque. Sembra si salvi solo Khamenei solito usare orologi di basso pregio e di marche economiche come imposto dalle sue usanze religiose. Almeno in pubblico.

I Rolex sono tracciati: sono infatti dotati di numeri di serie unici che permettono di identificarli ma non contengono dispositivi GPS per la localizzazione in tempo reale.

Ogni orologio, quindi, presenta un numero di serie unico, inciso sull’anello interno sotto il vetro a 06:00 nei modelli moderni o alle anse nei modelli più vecchi. Si identifica così la tracciabilità del primo cliente.

E c’è una certificazione, come viene definita, di secondo polso. Rolex ha un programma che certifica l’autenticità e la provenienza degli orologi di secondo polso sottoponendoli a controlli rigorosi.

Ma c’è il Rolex dei capi cioè il Rolex day-date che è universalmente noto come l’orologio dei presidenti e dei leader mondiali.

Nasce nel 1956 ed è stato il primo cronografo da polso a indicare per intero sia la data che il giorno della settimana sul quadrante. Il day date è prodotto esclusivamente in metalli preziosi come l’oro giallo 18 carati ed è disponibile in 26 lingue diverse.

I leader che lo hanno indossato sono presidenti US Lindon Johnson, Donald Trump, John Fitzgerald Kennedy che si sussurra gli fosse stato regalato da Marilyn Monroe.

Ma anche figure mitiche come Martin Luther King lo indossava spesso durante i suoi discorsi incluso il celebre “I have a dream”. Per Fidel Castro, mi sono dimenticato, che oltre al day-date indossava anche un Submariner allo stesso polso.

Il Rolex Datejust e stato indossato da Wiston Churchill, Papa Giovanni Paolo II. mentre il Daytona è stato indossato dall’ex presidente francese Nicolas Sarkozy.

Di Che Guevara, ad esempio, si sa che durante la sua cattura in Bolivia indossasse un Rolex GMT Master mentre un altro Rolex è stato rinvenuto nelle tasche dei suoi pantaloni. Questa è storia.

Non l’abbiamo mai toccata una questione africana, datata o meno che sia. Infatti, non fa eccezione Mu’ammar Gheddafi, il leader libico che era solito regalare Patek Philippe personalizzati ai suoi collaboratori mentre lui prediligeva il Rolex Daytona o il Datejust.

Ma anche Robert Mugabe dello Zimbabwe, che era noto per uno stile di vita sontuoso, è stato spesso segnalato per il possesso di orologi di alta gamma come simbolo del suo potere decennale.

In Guinea Equatoriale, Teodoro “Teodorìn” Obiang è famoso per una collezione smisurata. Nel 2018 le autorità brasiliane gli hanno sequestrato orologi di lusso per un valore stimato in 15 milioni di dollari ma è stato anche fissato con modelli rarissimi come il Chopard L.U.C. Tourbillon tempestato di diamanti con un valore di circa 625.000 dollari e molti modelli Richard Mille.

William Ruto in Kenya è stato fotografato con un Rolex Cosmograph dei toner in oro giallo del valore di circa 60.000 dollari e anche lui con un Rolex GMT Master. Mswati III , Re di eSwatini, possiede una delle collezioni più stravaganti al mondo con 12 pezzi firmati Jacob & Co per un valore totale di circa 17 milioni di dollari mentre Nelson Mandela. ricordato per la sua sobrietà, possedeva un Patek Philippe Calatrava 5115 che è oggi parte di una mostra itinerante sulla sua vita.

Non è certo colpa della Rolex, ma un Rolex Oyster Perpetual, è emerso nelle cronache recenti, come nel caso di Matteo Messina Denaro, che ne regalò uno al proprio “figlioccio” per la cresima.

Ma cosa rappresenta un orologio: non è solo uno strumento per misurare il tempo, ma un potente simbolo di autorità, status sociale e controllo, appunto, se si ricorda bene nel medioevo il controllo del tempo pubblico attraverso le torri civiche ha segnato il prezzo il passaggio del potere della Chiesa alle autorità comunali.

Incarna controllo disciplina cioè l’ordine contrapposto al caos, è uno status symbol perché indossare un orologio di lusso comuni che è successo ricchezza e la partenza appartenenza ad uno cerchia esclusiva punto ma rappresenta anche un strumento diplomatico perché marchi come appunto il Rolex sono storicamente usati come dono di Stato tra leader mondiali e sultani e diventano così vettori diplomatici.

Ricordiamoci gli orologi di Vladimir Putin, che è noto per la sua collezione di alta orologeria tra cui Patek Philippe, di Joe Biden che indossa anch’egli un Rolex Datejust, di Emmanuel Macron, che ovviamente usa marchi francesi come Bell & Ross, o Kim Jong-un, che alterna Movado a IWC Portofino.

Forse stupirà ricordare che anche i Papi recenti hanno avuto le loro icone al polso anche se non certo di lusso.

Ma anche il Dalai Lama è un grande collezionista di orologi: per lui un Daydate con quadrante in pietra e altre referenze Rolex, fino a un Patek Philippe da polso e da tasca.

Anche Kiril, capo della Chiesa ortodossa, indossa un discusso brighe 5707 deve di usare ma anche il Mahatma Gandhi era solito utilizzare un segnatempo da tasca: uno Zenith Type 20 con funzione sveglia. Fu rubato, poi restituito e dopo la morte del maestro, venduto all’asta, con altri oggetti personali, per 1,8 milioni di dollari.

Osama Bin Laden invece ha reso celebre uno degli orologi più economici sul mercato indossandolo per gran parte della latitanza: era il Casio F- 91 W che veniva utilizzato anche in circuiti esplosivi. Mentre XiJimping presidente della Repubblica popolare cinese è solito indossare un omega Constellation.

E mi fermo qui!

Insomma, dai Papi, dai più grandi Capi di Stato, dai rivoluzionari, dai Rais di ogni paese e religione, dai malavitosi, dagli arricchiti, da chi insomma vuol far colpo sugli altri o perché è effettivamente già ricco o in carriera o è già in carica, ci si può aspettare di trovare un modello anche per voi.

Da un Casio a un Rolex, la scelta è ampia. Quello che è certo che l’orologio da polso non è solo un segnatempo ma è un indice di ricchezza, vicinanza, capacità direzionali, autoritarismo, imperialismo….

E voi gli Swatch dove li collocate?

Il modello più democratico e più iconico del 900. Chi non ne ha mai posseduto uno o ne ha regalato uno visto il costo che era accessibile a tutti?

Voi avete scelto, in base alle vostre capacità, volontà di emergere, di dominare il mondo o di presentarvi come futuri messia per comandare le masse o per convincere la vostra fidanzata, amante, compagnia, al maschile o al femminile che sia.

Sarete l’unica via verso l’infinita bellezza e l’infinito potere. Chi vi fermerà più! Fino al prossimo colpo di Stato, alla prossima fidanzata o al prossimo lui/lei.

TRUMP E IL BLUFF DEI NEGOZIATI PER COPRIRE IL DISASTRO

Prima le parole da spaccone “Quarantotto ore oppure distruggo tutte le centrali elettriche iraniane.”

Questo era l’ultimatum lanciato da Donald Trump, con la solita grazia di un elefante in una cristalleria, per costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz.

La scadenza era fissata lunedì 23 marzo, alle 20:00 italiane.

La borsa di Parigi sprofondava a -2%, il petrolio superava i 110 dollari, il mondo tratteneva il fiato aspettando le bombe americane e i missili di Teheran, che – tutt’altro che spaventata – aveva replicato che avrebbe distrutto a sua volta impianti di desalinizzazione, centrali elettriche e impianti di gas e petrolio in tutto il Medio Oriente.

Invece, a poche ore dal termine, è arrivata la farsa.

Con un post sui social, il Presidente degli Stati Uniti ha cancellato l’apocalisse con un colpo di spugna: “Ottime conversazioni, negoziati produttivi, rinvio dell’attacco di cinque giorni”.

Il petrolio è tornato sotto i cento dollari. I mercati hanno brindato.

Ma c’è un piccolo dettaglio nella narrazione della Casa Bianca: l’Iran non ne sa nulla. I Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, hanno risposto in diretta: “Trump mente perché ha paura.”

Donald Trump è ufficialmente impantanato.

Si è infilato in un vicolo cieco dal quale non sa più come uscire senza perdere la faccia o far saltare in aria l’economia mondiale a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, dove rischia di trovarsi l’interno parlamento contro.

Il piano del “regime change” lampo è fallito. L’idea che Teheran si piegasse sotto il peso delle sanzioni e dei primi bombardamenti del 28 febbraio si è rivelata una balla spaziale venduta dai falchi di Washington.

IL FALLIMENTO DEL REGIME CHANGE E LA BUGIA DELL’ATOMICA

La giustificazione ufficiale dell’aggressione era il programma nucleare. “Stanno costruendo la bomba”, strillavano i neocons.

Peccato che i verbali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dicessero l’esatto contrario.

Anche durante gli ultimi giorni, i vertici di AIEA hanno confermato la totale assenza di attività per la costruzione di armi nucleari in Iran. Non solo: perfino pezzi dell’amministrazione Trump hanno ammesso che la minaccia atomica era un pretesto costruito a tavolino.

Qualcuno si è dimesso, altri si muovono con imbarazzo per quello che sembra ormai il copione delle balle già usate per aggredire l’Iraq di Saddam Hussein.

L’Iran, però, non è l’Iraq di vent’anni fa e la dimostrazione è arrivata con una gittata missilistica che ha gelato il Pentagono: quattromila chilometri. Sono quelli percorsi dai missili iraniani per colpire la base americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

Un attacco dimostrativo, con solo due missili, un attacco chirurgico, che ha recapitato un messaggio chiarissimo a Washington e all’interna NATO: se possiamo colpire un atollo sperduto nel nulla a questa distanza, possiamo colpire Parigi, Londra, Roma e ogni singola base USA in Europa.

La superiorità tecnologica americana si è infranta contro la realtà di un nemico che ha imparato a colpire oltre l’orizzonte e, con una sola azione dimostrativa, ha polverizzato l’arroganza e la presunzione veicolati da settant’anni di propaganda hollywoodiana.

L’ULTIMATUM DIVENTATO FARSA

Perché Trump ha spostato la scadenza da 48 ore a 5 giorni?

La risposta ufficiale parla di un accordo in 15 punti. Si sussurra che l’interlocutore segreto sia Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano, uno dei pochi veterani ancora in piedi dopo le prime ondate di attacchi.

Ma è una ricostruzione che fa acqua da tutte le parti.

Da Teheran, il portavoce del governo ha negato persino di aver risposto al telefono.

La verità è più sporca. Trump ha scoperto che la minaccia di radere al suolo le centrali elettriche iraniane, quelle che permettono a 93 milioni di persone di avere luce e riscaldamento, è un’arma a doppio taglio, perché il popolo iraniano si sentirebbe tradito da chi giurava di correre in suo aiuto, mentre gli chiedeva di scendere in piazza.

Inoltre, Teheran non si è minimamente spaventata. Anzi, ha risposto con una controminaccia che ha fatto sbiancare i regnanti del Golfo, perché l’Iran ha giurato la distruzione sistematica degli impianti di desalinizzazione dell’acqua in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania e Bahrein.

Se Trump stacca la luce agli iraniani, l’Iran toglie l’acqua a 100 milioni di arabi, oltre a distruggere le basi americani, e tutti gli impianti di petrolio e gas nella regione.

È il “Modello Vietnam” applicato ai deserti, per cui non occorre vincere le battaglie campali, basta infliggere un costo politico e umanitario insostenibile all’aggressore finché questi non è costretto a dichiarare vittoria in maniera propagandistica e scappare per non prenderne ancora.

I mercati finanziari, che Trump usa come termometro della sua popolarità, lo sanno. Ogni volta che il Presidente alza i toni, Wall Street trema. Ogni volta che si inventa un negoziato inesistente, le borse respirano.

Ormai, quella degli USA è una gestione della crisi da televendita, dove il prodotto è una pace che non esiste e la moneta è il tempo guadagnato dal presidente a stelle e strisce, Wanna Marchi.

IL MISTERO DI STOCCARDA: CHI TRASMETTE IN FARSI?

Nel mezzo di questa sceneggiata da quattro soldi, è saltato fuori che un gruppo di radioamatori esperti in triangolazioni ha individuato la sorgente di un misterioso codice numerico trasmesso in lingua farsi via radio: non viene da Teheran e nemmeno dalle montagne del Kurdistan.

Il segnale parte da una base militare statunitense a Stoccarda, in Germania.

Perché una base USA trasmette messaggi in codice in lingua persiana sulle frequenze dell’intelligence iraniana? Siamo di fronte a un’operazione di false flag o è il tentativo disperato di coordinare una quinta colonna interna che però non ha mai dato segni di vita?

Il contrasto è stridente: da una parte Trump che millanta colloqui di pace, dall’altra le sue basi che trasmettono ordini cifrati nel linguaggio del nemico.

È il caos assoluto o una strategia del disordine che è sfuggita di mano ai suoi stessi creatori.

LA PISTA TURCA E IL RUOLO DI HAKAN FIDAN

Se un filo di dialogo esiste davvero, non passa per Washington.

Le tracce portano ad Ankara. Hakan Fidan, oggi Ministro degli Esteri turco, ma per anni eminenza grigia dei servizi segreti (il MIT), è l’uomo che si sta muovendo nell’ombra.

La Turchia ha tutto da perdere da un conflitto prolungato, perché confina con l’Iran, teme un esodo di milioni di profughi e dipende dai corridoi energetici.

Le registrazioni trapelate da ambienti diplomatici turchi rivelano che Fidan starebbe cercando di imbastire una triangolazione tra Teheran, il Qatar e la Casa Bianca, ma, anche qui, la discrepanza è totale.

Mentre Fidan lavora per evitare il disastro, gli alleati regionali di Trump, a partire da Israele, spingono per il colpo finale; Benjamin Netanyahu non vuole negoziati. Israele cerca la disintegrazione dello Stato iraniano.

In pratica, la superpotenza americana è diventata l’ostaggio di una potenza regionale che la trascina in una guerra che Washington non può permettersi e che non sa come chiudere né come fuggire, se non con il colpo di teatro messo in piedi da chi gestisce la comunicazione di Trump.

L’ECCEZIONE DI OFER MOSKOWITZ E IL “FUOCO AMICO”

A dimostrare quanto la narrazione ufficiale sia inquinata dalla menzogna, c’è il caso di Ofer Moskowitz.

Per giorni è stato presentato come il martire della brutalità di Hezbollah, ucciso al confine tra Israele e Libano da un missile nemico, un simbolo usato per giustificare l’escalation.

Ma ecco che ieri, nel silenzio quasi generale dei grandi network, l’esercito israeliano ha dovuto ammettere la verità: Moskowitz è stato ucciso dal “fuoco amico” di un reparto d’artiglieria israeliano che ha sbagliato traiettoria.

Hezbollah non c’entrava nulla.

Perciò, se mentono su un morto al confine, perché dovremmo credere ai “negoziati produttivi” annunciati da un Presidente che ha fatto della post-verità il suo marchio di fabbrica?

IL CONTO ALLA ROVESCIA VERSO IL NULLA

Ora il nuovo orologio segna cinque giorni. È il tempo necessario, secondo il New York Times, per far arrivare nell’area un contingente di Marines specializzato negli sbarchi.

Trump non ha rinviato l’attacco per la pace, ma lo ha fatto perché i suoi generali gli hanno spiegato che, con le forze attualmente in campo, lo Stretto di Hormuz resterebbe chiuso per mesi, affondando definitivamente l’economia globale.

Trump ha scelto la via di mezzo: il bluff.

Si è inventato una trattativa per calmare il prezzo della benzina alle pompe americane e per evitare che il mondo scoprisse che Washington è sotto scacco. Ma l’Iran non ha nessuna intenzione di recitare la parte del comprimario nel reality show della Casa Bianca.

Teheran ha capito che Trump ha paura della reazione dei mercati e continuerà a premere su quel nervo scoperto.

Cinque giorni. Poi Trump dovrà decidere: ammettere che i negoziati erano un’invenzione e lanciare bombe che faranno esplodere il prezzo del petrolio e saltare in aria l’intera economia occidentale, oppure inventarsi un altro rinvio, un altro colloquio fantasma con un altro interlocutore inesistente.

Nel frattempo, i Marines navigano verso il Golfo e gli impianti di desalinizzazione sauditi restano nel mirino dei missili iraniani.

Chi sta davvero vincendo questa partita?

Un Presidente che sposta le scadenze su un social network o un regime che, pur sotto le bombe, ha dimostrato di poter minacciare l’accesso all’acqua potabile di metà Medio Oriente e di tenere l’intero Occidente in scacco con Hormuz?

L’ultimatum è scaduto e Hormuz è ancora chiusa. Tutto il resto è aria fritta.

Chi ha mentito finora ha i giorni contati, ma il problema è che a contare non sono più gli orologi di Washington, ma i serbatoi di petrolio che si svuotano e le riserve d’acqua che iniziano a scarseggiare.

Quale sarà il prossimo colpo di teatro del Wanna Marchi della Casa Bianca?

FIDEL E IL CHE

di Danilo Preto

Lusso, yacht, isola privata, milionario secondo Forbes, il compagno Fidel (1926-2016) amava una bella vita, che il suo popolo non poteva permettersi, e le belle donne. In pubblico era un rivoluzionario duro e puro in privato era un po’ come Tito, il dittatore jugoslavo, più monarca che proletario.

Il padre di Castro possedeva una fattoria di 21.650 acri a Mayari nella provincia di Oriente, a Cuba. Fidel Castro e i suoi fratelli ereditarono la fattoria nel 1957.

È impossibile sapere il valore di questa terra perché Cuba non consente transazioni di libero mercato ma guardando alcuni paesi insulari limitrofi possiamo stimare il valore di tra i 6000 e i 30.000 € per acro. Daccordo, valori molto diversi fra loro, ma anche ragionando sul valore più basso non possiamo dire che fosse figlio di un proletario.

Il velo su questo aspetto poco conosciuto del “Lìder Màximo” è stato sollevato dal tenente colonnello Reinaldo Sanchez, uno dei suoi pretoriani, che gli ha coperto le spalle per 17 anni.

Sanchez rivela di averlo scortato più volte fino a Cayo Piedra, un isolotto poco più a sud della Baia dei Porci trasformato in un paradiso terrestre, ma off limits per i cubani. Una specie di isola di Brioni che il Maresciallo Tito aveva di fronte alla costa istriana.

Castro lì ospitava gli ospiti importanti come Gabriel Garcia Marquez e amava salpare per l’isola con lo yacht Aquarama II in raro legno angolano che gli era stato regalato dal boss comunista sovietico Leonid Breznev.

Cayo Piedra oltre a possedere un eliporto e residenze di lusso, ospita delfini e tartarughe per intrattenere gli ospiti come, ad esempio, il fondatore della CNN Ted Turner e l’ultimo leader della ex Germania Est, Erich Honecker.

Amante della bella vita, del whisky Chivas invecchiato 12 anni e dei film di guerra e pace, ma nella versione sovietica lunga e pesante, il suo pseudonimo guerriero era Alejandro cioè Alessandro Magno ed era convinto che Cuba fosse di sua proprietà.

Nelle sue residenze cubane a L’Avana non si faceva mancare nulla compresa una pista da bowling, un campo da pallacanestro, piscine, jacuzzi, sauna e un piccolo ospedale personale.

La rivista Forbes ha inserito Castro nella sua famosa lista mondiale dei milionari definendolo uno dei più ricchi fra re, regine e dittatori.

Questo accostamento fece infuriare il Lìder Màximo che si scagliò per ore in tv contro queste rivelazioni sostenendo sempre che viveva con una manciata di pesos al mese come gran parte dei cubani.

In realtà le stime della fortuna personale di Castro si aggirano intorno ai 900 milioni di dollari nel 2006. Secondo alcune fonti, avrebbe il controllo addirittura di una banca in Inghilterra e avrebbe fatto mettere in piedi circa 270 società in giro per il mondo.

Ma secondo l’ex Ministro dell’Industria cubano, Arturo Guzmàn Pascual, la fortuna di Fidel è di 1,2 miliardi di dollari. Secondo lui, in un’intervista all’emittente Mega tv di Miami, la “Cassa del Comandante Capo” è il fondo che riceve più risorse nello stato. Se ne sono poi altre due: una gestita dal Consiglio di Stato in mano al fratello Raùl e un’altra per coprire le necessità della società e del Ministero dell’Economia.

Sempre secondo Pascual, Fidel ha conti per 200 milioni di dollari in Svizzera.

Ha avuto diverse mogli, amanti e almeno otto figli.

Non mancarono certamente i tentativi di colpi di mano nel tentativo di destabilizzare il regime e, parlando di Cuba, ricordiamoci il fallito colpo di stato della Baia dei Porci da parte degli USA e il confronto navale vis a vis fra Russia e Stati Uniti quando gli USA scoprirono l’installazione di basi missilistiche sovietiche sul territorio dell’isola. Allora sostenuto pesantemente dalla URSS.

Le origini della sua ricchezza indicavano il controllo delle aziende di Stato inclusi i profitti derivanti della commercializzazione di farmaci prodotti a Cuba e presunte partecipazioni in miniere d’oro. Castro ha comunque descritto le accuse sulla sua ricchezza come infamanti affermando di non possedere denaro personale.

Castro ha governato per cinque decenni Cuba con il pugno di ferro e la sua morte è stata celebrata da alcuni come la fine di un’era di repressione e autoritarism.

E non sorprende che anche per lui ci sia un 11 come data significativa. L’undici maggio 2015, Fidel Castro ha ricevuto nella sua casa all’Avana il Presidente francese Francois Hollande in una delle rare visite internazionali dell’epoca. Ma tre anni dopo, sempre nella stessa data, 11 maggio, il quotidiano ufficiale cubano Granma, annuncia la presentazione del libro “100 ore con Fidel” in varie province cubane. Niente di grave. Ma è una data che ricorre anche nelle mie precedenti presentazioni per altri leader….

Tutto questo riguarda Fidel, ma il Che era il suo fidato “PR” e non poteva certo essere un comprimario.

Ernesto “Che” Guevara de la Serna (1928-1967) è stato un rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico, medico argentino, Ministro dell’Economia e dell’Industria di Cuba dal 1961 al 1965, Presidente del Banca Centrale di Cuba dal 1959 al 1961.

Che Guevara, ancora oggi, è un complesso connubio tra idealismo rivoluzionario, simbolo culturale pop e icona della resistenza antimperialista. Oltre alla guerriglia lasciò un’impronta profonda nella cultura cubana, la lotta per la giustizia sociale e un’immagine trasformate in marketing globale.

La sua immagine è un’icona mondiale di ribellione, utilizzata da movimenti studenteschi, marxisti e nelle culture di massa. Rappresenta la lotta contro l’establishment ed il capitalismo, spesso evocato come l’uomo nuovo e simbolo di lotta armata per la liberazione.

È stato descritto non solo come un mito ma come un ideologo della pianificazione centrale contro la legge del valore, cercando di liberare l’essere umano dalla “condizione di cosa economica”. Sopravvive ancora oggi come icona controversa ma immensamente potente oscillando tra la venerazione rivoluzionaria e la commercializzazione della sua immagine.

Il Che Guevara incarnava negli anni a cavallo fra il 1960 e il1970 il sogno di tutti i rivoluzionari del mondo (immaginari o reali) che pensavano di sovvertire l’ordine precostituito con fantasiosi cambi di registro istituzionale in un batter d’occhio. E senza fare la rivoluzione che ha un costo, anzi più di uno. Morti compresi.

Quanti “rivoluzionari” sessantottini, o giù di lì, sognavano il tutto, subito e gratis, a spese degli altri, come facevano ipotizzare quei regimi. Scuola gratis, ospedale gratis, case gratis per tutti, stipendio di stato sicuro, anche se basso, ma senza affaticarsi troppo. Nessuna preoccupazione insomma.

Ma era bello sognare nuove avventure istituzionali sulle spalle degli altri. Non c’era niente da perdere e il rischio era degli altri. Questo nell’immaginario collettivo di chi stava già bene e vagheggiava un mondo alla pari per gli altri.

Un po’ quello che era successo negli anni della rivoluzione comunista (allora la chiamavano socialista) subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale con i tentativi di influenzare i nuovi governi post-bellici allargando l’influenza a ovest, nel Centro e Sud America e in Africa dove si pensava fosse possibile espandere il verbo socialista, inteso alla russa, che allora incarnava l’autentico registro alternativo nell’immaginario delle masse assetate di giustizia e affamate di pane. Gratis o quasi.

Tuttavia, il rapporto di Che Guevara con Fidel rimane una parte importante della sua eredità. Guevara era un fedele seguace di Castro e ha svolto un ruolo cruciale nella rivoluzione cubana.

La sua morte in Bolivia nel 1967 mentre tentava di fomentare rivoluzioni in altri paesi latinoamericani fu un colpo devastante per Castro e per il movimento rivoluzionario cubano.

Tuttavia, Guevara non avrebbe potuto muoversi senza l’aiuto incondizionato, anche economico, di Fidel.

Ma, ritorniamo al nostro. Di lui si ricorda un bellissimo e infuocato intervento alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York l’undici (11? – vedi Arafat, Saddam Hussei,..) dicembre del 1964 contro l’imperialismo statunitense e in difesa della sovranità cubana, concludendo con il suo slogan “Patria o Muerte”.

Ed è forse il ricordo più bello che possiamo avere del Che perché, quando c’è una rivoluzione dura e pura, indipendentemente dai risultati, va rispettata per la coerenza filosofica e culturale che incarna.

LA FINE DELL’IMPERO. PERCHÉ GLI STATI UNITI HANNO GIÀ PERSO LA GUERRA SULLA REALTÀ

di Pasquale Di Matteo

Quattromila chilometri.

È questa la misura del fallimento della deterrenza americana.

Perché, quando due missili balistici iraniani sono decollati verso l’atollo di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, non hanno colpito solo un obiettivo militare anglo-americano, ma hanno centrato al cuore la narrazione di Washington, che parlava di capacità missilistica iraniana decapitata.

Uno è caduto per malfunzionamento, l’altro è stato intercettato, ma hanno colpito la credibilità del Pentagono.

Diego Garcia non è una base qualunque: è il “garage” dei bombardieri strategici a lungo raggio, l’avamposto che doveva essere irraggiungibile per definizione.

Ma Teheran ha appena dimostrato che non lo è più. Fine della zona sicura. Fine dell’egemonia.

«Possiamo colpirvi. Ne abbiamo le capacità.» È questo il messaggio chiaro e incontrovertibile che è arrivato.

Soltanto due missili e non una pioggia, come atto dimostrativo. È comunicazione allo stato puro. È il pugile che tira qualche colpetto ai guantoni per far vedere che ha l’allungo per colpire duro.

IL MITO DELL’IRAN IN GINOCCHIO

Mentre Donald Trump ripete ogni due minuti che l’Iran è “in ginocchio”, i fatti dicono l’esatto contrario.

La strategia americana si reggeva su quattro pilastri, tutti crollati.

Il primo: il “regime change”. Il sistema degli Ayatollah è ancora lì, più radicalizzato di prima.

Il secondo: la distruzione del programma nucleare. Fallito, perché non esisteva. È uguale alle armi chimiche di Saddam.

Il terzo: l’azzeramento della capacità missilistica. Beh, i lanci di missili sono rimasti costanti nelle tre settimane, inoltre, i lanci su Diego Garcia sono la smentita di questa tesi.

Il quarto: il blocco dei finanziamenti ai combattenti esterni regionali, ma Hezbollah e la resistenza palestinese continuano a ricevere ossigeno finanziario e militare.

Se gli Stati Uniti sono la potenza imbattibile che dicono di essere, perché hanno bisogno di raccattare decine di alleati, dalla Gran Bretagna di Keir Starmer fino ai satelliti europei, per cercare di riaprire lo Stretto di Hormuz?

Una superpotenza che chiede aiuto per gestire una crisi regionale non è una superpotenza: è un pugile suonato che si appoggia alle corde sperando che l’arbitro fermi l’incontro. Ecco, gli USA sono quel pugile e i fatti lo dimostrano.

LA PARTITA DI HORMUZ E IL BLOCCO SELETTIVO

La verità economica è più brutale di quella militare.

Lo Stretto di Hormuz non è solo un collo di bottiglia, ma un’arma a puntamento selettivo, perché l’Iran non ha chiuso lo stretto a tutti: gli basta applicare un blocco discriminatorio.

Le petroliere cinesi passano. Perché?

Perché la Cina acquista l’80% del greggio iraniano e Pechino non ha alcuna intenzione di fare da spalla alle sanzioni di Washington. Sanzioni che, peraltro, gli USA hanno appena sollevato perché sono in difficoltà come mai prima nella loro storia.

Il paradosso, infatti, è che, mentre Trump decanta vittoria, la sua amministrazione ha appena tirato via le sanzioni al petrolio iraniano. Strana vittoria, no?

In questo scenario, gli Stati Uniti giocano una partita cinica sulla pelle degli alleati.

Grazie allo shale gas, l’America è oggi un esportatore di energia. E se il prezzo del petrolio schizza, le aziende texane brindano.

Chi affonda è l’Europa, orfana del gas russo e ora ostaggio del gas del Qatar, e i partner asiatici come Giappone e Corea del Sud.

Washington chiede ai suoi alleati di sostenerla in una guerra che, economicamente, distrugge gli alleati e avvantaggia gli americani. Una forma di cannibalismo geopolitico che, tuttavia, ha le ore contate.

IL RICATTO DELLA FAME: OLTRE IL PETROLIO

Ma c’è un dato ancora più violento che viene sistematicamente ignorato dai grandi media occidentali, quelli intenti a spiegarci delle pale ottocentesche usate dai russi e altre panzane, per intenderci. Dal Golfo Persico transita il 50% dello zolfo mondiale e il 40% dei fertilizzanti azotati.

Senza questi prodotti, le rese agricole di mais, riso e grano crollano.

Bloccare Hormuz non significa solo lasciare le auto a secco a Roma o Berlino: significa scatenare la carestia nell’Africa subsahariana e l’inflazione alimentare in tutto l’Occidente.

L’Iran lo sa, perché i vertici iraniani non sono selvaggi con archi e frecce, come la propaganda occidentale decanta da sempre, ma gente con lauee e master, che i meccanismi del mondo li conosce bene.

Dovrebbero saperlo anche gli Stati Uniti, eppure, la risposta di Washington è stata quella di premere sull’acceleratore dell’escalation “massimalista”, perché Trump non vuole ammettere la sconfitta e non può ritirarsi perché Netanyahu, evidentemente, ha qualche asso da giocare con i file Epstein.

Così, il vecchio ordine mondiale interconnesso viene fatto a pezzi. Le fazioni interne agli Stati Uniti, i gruppi per cui l’escalation è la strategia, non il fallimento, stanno usando il conflitto per risolvere lotte di potere domestiche.

La guerra esterna serve a stabilizzare la fazione politica interna. Il problema è che il resto del mondo non è un fondale di cartapesta per le elezioni americane.

L’EROSIONE DEL DOLLARO E IL FALLIMENTO DELLE SANZIONI

Per vent’anni, le sanzioni sono state il bastone magico di Washington.

Oggi sono diventate un fertilizzante per mercati paralleli. Cina, Russia e India non stanno solo “aggirando” le sanzioni, ma costituiscono da tempo un’infrastruttura finanziaria alternativa. Quando l’Iran impone che il suo petrolio venga pagato in valuta cinese, non sta solo vendendo barili, ma sta scavando la fossa all’egemonia del dollaro.

La stessa cosa la provò Saddam Hussein, vendendo il suo petrolio solo in euro. Chissà come mai, dopo meno di tre anni, gli USA s’inventarono persino la balla delle armi chimiche pur di fermare quello stato di cose, che causava all’America miliardi di dollari di danni economici.

Le politiche egemoni dell’America hanno spinto i competitor globali ad adattarsi. Se le sanzioni diventano la regola e non l’eccezione, i paesi bersaglio smettono di cercare il perdono di Washington e iniziano a cercare un altro sistema.

Il dollaro resta la moneta rifugio per eccellenza, ma le sue fondamenta sono corrose dal dubbio. Un’arma che tutti conoscono e da cui tutti imparano a proteggersi è un’arma spuntata.

E con la strategia dell’Iran su Hormuz, è un’arma che vale meno delle pale ottocentesche decantate dalla propaganda antirussa. Con la differenza che, in questo caso, i problemi americani sono reali e gravissimi.

LA MONARCHIA ANARCHICA E IL CASO JOE KENT

Le dimissioni di Joe Kent sono il sintomo di una metastasi nel movimento MAGA.

Kent, un uomo del sistema che ha voltato le spalle al sistema, ha denunciato l’anarchia americana. Un’amministrazione spaccata tra isolazionisti che non vogliono più morire per gli interessi di Netanyahu e pazzi interventisti che sognano ancora il grande incendio mediorientale.

Trump urla alla vittoria, mentre i suoi uomini migliori se ne vanno perché capiscono che gli Stati Uniti sono stati trascinati in una guerra suicida da un alleato, Israele, che ha obiettivi divergenti da quelli nazionali americani.

Gerusalemme cerca l’espansione territoriale e l’eliminazione della resistenza palestinese; Washington vorrebbe stabilità per contenere la Cina. Le due cose sono incompatibili.

Netanyahu ha arruolato Trump nella sua guerra personale e l’America ora sta pagando il conto a debito: undici miliardi di dollari solo nei primi dieci giorni di conflitto, tanto che l’amministrazione Trump ha già dovuto chiedere 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziare questa guerra.

Ma non doveva durare ancora pochi giorni perché l’Iran era sconfitto?

LA VITTORIA SULLA CARTA, LA SCONFITTA SULLA MAPPA

Gli Stati Uniti possono continuare a produrre tabelle sui “danni chirurgici” inflitti alle basi missilistiche iraniane. Così come Israele può continuare a controllare quello che tre miliardi di persone vedono sui social.

Ma la realtà non si cancella con un algoritmo di censura.

Se Diego Garcia non è più irrangiungibile, se non puoi colpire le basi e le fabbriche di missili iraniane all’esterno dell’Iran e nascoste dalle montagne inaccessibili al suo interno, se non puoi garantire che i fertilizzanti arrivino nei porti europei, se non puoi impedire che i tuoi nemici commercino in yuan con i tuoi principali competitor, allora hai già perso.

La guerra non si perde solo quando si firma un trattato di resa, ma anche quando si diventa irrilevanti per la sicurezza dei propri alleati e prevedibili per l’audacia dei propri nemici.

Quattromila chilometri di gittata iraniana hanno appena ridisegnato la mappa del mondo e hanno tremendamente ridimensionato l’influenza degli Stati Uniti, che sono ancora seduti sul trono, ma la corona sembra diventata troppo pesante per una monarchia che ha dimenticato come si governa la realtà.

Chi comanda davvero nello Stretto di Hormuz oggi?

Certamente non è la flotta americana, impegnata a chiedere aiuto agli alleati.

Per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale, chi decide quale nave può passare e quale deve bruciare non parla inglese.

E questa è la dimostrazione incontrovertibile di chi sta vincendo questa guerra.

Ora Trump ha solo due soluzioni: ammettere la sconfitta, ritirare le truppe americane dal Medio Oriente e lasciare Israele a se stesso, ma ciò comporterebbe i file Epstein e il declino del potere americano.

In tal caso, è molto probabile che i produttori di petrolio, intuendo la debolezza di chi dovrebbe difenderli, chiedano protezione alla nuova superpotenza cinese, vendendo anche il loro petrolio in Yuan e creando il petroyuan.

La seconda ipotesi è svuotare gli arsenali sull’Iran, colpendo le infrastrutture energetiche del Paese, – mossa che colpirebbe al cuore quella popolazione iraniana che l’America sostiene di voler aiutare, – ma la rappresaglia iraniana finirebbe fino all’ultimo missile a disposizione per distruggere impianti di desalinizzazione, basi militari e raffinerie di gas e petrolio in tutta la regione, lasciando l’Occidente all’asciutto e il Medio Oriente senza acqua potabile.

A quel punto, gli americani non avrebbero più contro soltanto l’Iran, ma centinaia di milioni di persone pronte a chiedere la testa di chi avrebbe compiuto quel disastro.

In un modo o nell’altro, Trump ha perso.

Come ne uscirà?

Comincerà a parlare di vittoria totale, di obiettivi centrati, di lasciare un piccolo controllo in zona, mentre richiamerà il grosso delle truppe e si ritirerà lentamente dal Medio Oriente. In sordina, lontano dalle telecamere.

Un po’ come quando Kennedy ritirò i missili dalla Turchia, dopo l’accordo con Krusciov, ma senza divulgarlo alla stampa, per non far capire che gli USA non avevano affatto vinto lo scontro su Cuba.

ALCUNE FONTI

KHAMENEI & C. L’IRAN A UNA SVOLTA?

di Danilo Preto

Io partirei però da Khomeini che era in esilio, prima in Tunisia e poi in Francia, il quale, dopo una rivolta popolare nel 1979, contro lo Scià Mohammad Reza Palhawi, di quella che fino al 1939 si chiamava Persia, è ritornato trionfante in patria dal suo esilio dorato (più facile in Francia che in Turchia) dove ha potuto lavorare indisturbato e registrare i suoi sermoni diffusi nel suo paese d’origine, rilasciando 122 interviste ai media internazionali e suscitando molto interesse.

Era il primo febbraio 1979 ma l’11 febbraio, 10 giorni dopo, il regime dello Scià collassa e dà il via libera al regime komeinista. – Ma guarda un po’: 11 sembra essere il numero predestinato in questi contesti (vedi articolo su Arafat).

Khomeini rientrato in patria instaura subito un governo teocratico e si dedica da subito alle espropriazioni di pozzi di petrolio, banche, proprietà lasciate libere dopo la caduta dello Scià e con la sua teoria influenza anche la Nigeria, l’Iraq e gli Hezbollah in Libano.

Muore Il 3 giugno 1989 per un tumore all’intestino dopo 11 (ma va!) giorni di ricovero in ospedale. 

Il lascito di Khomeini alla sua morte non si identifica con una ricchezza personale privata, ma con la creazione di un sistema di fondazioni religiose e caritatevoli (Bonyad) e organizzazioni parastatali che oggi controllano una fetta enorme dell’economia iraniana. Il pilastro principale è la Setad cioè la sede per l’esecuzione degli ordini dell’imam.

La Setad, che era stata creata inizialmente per gestire e vendere le proprietà abbandonate durante il caos della rivoluzione del 1979, si è trasformata in un colosso finanziario sotto il controllo diretto della guardia Suprema.

Il valore stimato è di circa il 95 miliardi di dollari e opera in ogni settore produttivo: petrolio, telecomunicazioni, finanza, agricoltura. Per la verità, la fonte più documentata sui fondi, rimane un’inchiesta della Reuters del 2013 che stimava il valore del conglomerato in circa 200 miliardi.

La Setad non risponde al Parlamento o al governo ma esclusivamente alla guida Suprema. Questo garantisce al regime una base economica e indipendente dalle entrate petrolifere statali.

Khomeini ha promosso una visione economica basata sull’autosufficienza e sull’indipendenza dall’Occidente che ha certamente dato i suoi frutti economico finanziari.

Ma anche tutte le distorsioni, se guardiamo con l’occhio occidentale, rispetto ai diritti civili e alla condivisione dei valori comuni regalando immunità e privilegi ad alcune caste ideologiche molto potenti e presenti nell’Iran.

Saltiamo di pari passo a Khamenei e alla sua Fondazione che vale più dell’export iraniano. Non mi dilungo sull’attacco americano che ha messo fine all’esistenza terrena della guida Suprema. Vorrei invece ragionare, con le notizie che abbondano in questo momento, sullo sfondo economico-finanziario lasciato dal de cuius.

La nomina dell’Ayatollah Ali Khamenei come guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran dal 1989 segna la fine di un’era durata 37 anni alla guida del sistema politico iraniano e apre un nuovo dibattito sull’eredità politica, sulla sua ricchezza e sulla rete economica da lui controllata.

La Guida Suprema in Iran è la massima autorità politica e religiosa, la figura di rappresentanza che sovrintende alle grandi strutture economiche e alle entità create dopo la rivoluzione islamica del 1979.

Spesso viene tutto vestito con i panni delle fondazioni rendendo impermeabili le informazioni sull’attività mentre il controllo è chiaramente affidato alla Guida Suprema.

Queste organizzazioni godono di ampie esenzioni fiscali e non sono soggette a controlli pubblici. I beni sotto il loro controllo si avvicinano ai 95 miliardi di dollari. 

La Fondazione Mostazafan è considerata uno dei più grandi conglomerati del Medio Oriente, con aziende nei settori dell’edilizia, minerario, alimentari, dei trasporti e del turismo.

Non ci sono documenti pubblici che dimostrino che Khamenei possedesse direttamente miliardi di dollari in conti personali o proprietà private a suo nome, tuttavia, la sua autorità su fondazioni e conglomerati multimiliardari gli conferiva un’influenza diretta su una parte significativa dell’economia iraniana anche se, apparentemente, sembrava che la sua vita fosse quasi monastica.

Adesso la sua morte solleva molti interrogativi sul destino di questa rete economica, ma dato che la nuova Guida Suprema che è già stata nominata ed è il secondogenito dei sei figli di Khamenei, Mojtaba, ed avrà il potere anche di rivoluzionare i meccanismi interni, si può immaginare che qualsiasi cambiamento nella loro direzione avrà un impatto diretto sulla stabilità finanziaria e politica dell’Iran.

Ora toccherà a Mojtaba Khamenei guidare l’Iran.

È già stato nominato Guida Suprema ed è considerato una figura chiave nella gestione di questo impero e nel controllo dei canali finanziari legati al potere, con influenzali che su fondazioni paramilitari.

Non si è ancora visto in pubblico; sembra che abbia subito molte ferite nell’attentato che ha ucciso il padre e che ora sia ricoverato in un ospedale in Russia. Naturalmente stando ai “si dice”. Di lui è stato diffuso un messaggio audio in cui indica la continuità dell’attività intrapresa dal padre Ali.

Nella logica di un pensiero strategico-elettivo ora dominante che deve continuare.

Mojtaba, secondo una indagine di Bloomberg news pubblicata a gennaio 2026 ha rivelato che abbia costruito un impero immobiliare globale del valore di oltre 100 milioni di sterline solo nel Regno Unito.

I fondi provengono principalmente dalle vendite di petrolio iraniano e sono stati fatti transitare su conti in banche britanniche, svizzere del l Liechtenstein e degli Emirati Arabi Uniti tramite società fantasma registrate a Saint Kitts and Nevis e nell’isola di Man.

Tra le strutture più documentate figura una villa su The Bishop’s Avenue a Londra acquistata nel 2014 per 33,7 milioni di sterline, un hotel di lusso a Francoforte e Maiorca una villa nel Beverly Hills di Dubai e beni in precedenza detenuti a Toronto e Parigi.

Nessuno di questi beni è intestato direttamente a Mojtaba ma si fa il nome del banchiere iraniano Ansari già sanzionato dal governo britannico nel 2025 per aver finanziato i guardiani della rivoluzione iraniani.

La cosa curiosa è che, oltre alle undici ville di cui Mojtaba avrebbe la disponibilità a Londra, vi siano anche due appartamenti di lusso a poca distanza da Kensington Palace, la residenza londinese dei principi del Galles William e Kate Middleton, ma anche nelle immediate vicinanze dell’ambasciata israeliana di Londra.

Qualche indiscrezione dice addirittura che le finestre si affaccino sul giardino dell’ambasciata.

Tralascio per decenza le vicende personali e di famiglia di Mojtaba legate a visite per la fertilità a Londra ed altre meno nobili ma comunque già conosciute dalle cronache.

Ma c’è qualcosa di grottesco nel ritratto che emerge del secondogenito di Khamenei. Da una parte l’Iran dei sacrifici imposti al popolo, delle sanzioni, della propaganda austera, della morale rivoluzionaria agitata come clava.

Dell’altra, almeno secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, una vita fatta di proprietà di lusso, società schermate, cure private a Londra e patrimoni immobiliari che raccontano un’altra verità: quella di un’élite che predica il rigore e pratica il privilegio.

L’IRAN STA POLVERIZZANDO IL PETROLDOLLARO. ENERGIA, FANATISMO E FINANZA STANNO DISINTEGRANDO L’ORDINE MONDIALE

Oggi il barile di Brent è arrivato intorno ai 120 dollari, mentre il gas naturale in Europa ha subito un rincaro del 30% nel giro di poche, asfissianti ore, che annunciano chiusure di imprese e famiglie sotto i ponti.

È un dato freddo, numerico, che scivola tra i led delle borse mondiali con la spietata indifferenza tipica dei mercati finanziari. Eppure, dietro a queste cifre si nasconde il collasso di un’intera architettura geopolitica, un sisma che l’opinione pubblica, narcotizzata da una narrazione mediatica superficiale e frammentata, fatica a decodificare.

La storia non si muove per compartimenti stagni e quella che stiamo vivendo oggi, in questo sanguinoso marzo del 2026, non è semplicemente l’ennesima crisi in Medio Oriente innescata dal bombardamento israeliano del sito di gas iraniano di South Pars e dalla conseguente rappresaglia di Teheran sulle infrastrutture energetiche del Golfo.

Questa è una cortina fumogena.

Il vero conflitto, quello che determinerà il volto del ventunesimo secolo, si sta combattendo su una scacchiera tridimensionale dove idrocarburi, fanatismo religioso e, soprattutto, l’egemonia del dollaro americano si fondono in un cocktail letale.

L’ILLUSIONE ENERGETICA E LA TRAPPOLA EUROPEA

Partiamo dalla materia, dall’energia.

L’attacco di Israele a South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, condiviso paradossalmente con il Qatar (un alleato statunitense), ha scoperchiato il vaso di Pandora della vulnerabilità occidentale.

La rappresaglia iraniana, chirurgica e mirata contro i nodi energetici di Doha, degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita, ha dimostrato che chi controlla i colli di bottiglia fisici della globalizzazione, controlla il battito cardiaco dell’Occidente.

Detta in gergale: l’Iran ci tiene per le palle.

L’Europa, energivora e cronicamente dipendente dalle importazioni di Gas Naturale Liquefatto (GNL) statunitense e mediorientale, si ritrova ostaggio delle proprie miopie strategiche distillate in venti pacchetti di sanzioni alla Russia e in contratti a prezzo quadruplo siglato con USA e altri paesi.

Pechino, che nell’ultimo decennio ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, ha costruito uno scudo sistemico contro lo shock dei combustibili fossili, trasformando una debolezza geografica in un vantaggio asimmetrico incalcolabile.

Noi paghiamo le accise; loro ridisegnano le mappe del potere.

Le nostre accise sono momentanee e servono a poco più di nulla, la loro visione strategica è durevole e porterà alla leadership mondiale.

QUANDO L’APOCALISSE DIVENTA AGENDA POLITICA

Ma per comprendere intimamente l’irrazionalità apparente di questa escalation, dobbiamo fare un passo oltre l’economia ed entrare nei meandri oscuri della psicologia delle masse e della sociologia delle religioni.

Le guerre si combattono per le risorse, ma si vendono ai popoli attraverso i miti. E oggi, il mito dominante è quello della fine dei tempi.

Stiamo assistendo a una terrificante convergenza di tre agende di fanatismo, tre narrazioni apocalittiche che siedono letteralmente nelle stanze dei bottoni.

Da un lato abbiamo l’Iran, la cui impalcatura statale si regge su un’ideologia che inquadra la resistenza contro l’imperialismo americano e il sionismo come la preparazione necessaria per il ritorno del Dodicesimo Imam, il Mahdi.

Non si tratta di mera retorica anti-occidentale, bensì di un dovere teologico in cui il martirio dei propri leader è una tappa messa in conto nel disegno divino.

Dall’altro lato, troviamo un asse Israele-Stati Uniti che risponde con lo stesso parossismo messianico.

A Washington, l’amministrazione si affida a figure come il Segretario della Difesa Pete Hegseth, portatore sano di un’ideologia cristiana dominionista, i cui tatuaggi, come la Croce di Gerusalemme e il motto “Deus Vult”, non sono vezzi estetici, ma manifesti programmatici. Sono tatuati nel cervello più che sulla pelle.

Per una vasta fetta dell’elettorato evangelico e per questi “sionisti cristiani”, il ritorno degli ebrei in Israele e l’imminente, potenziale distruzione della Spianata delle Moschee per ricostruire il Terzo Tempio non sono eventi politici, ma prerequisiti per la “Grande Tribolazione” e il ritorno di Cristo.

Donald Trump non viene valutato per la sua statura morale, ma viene venerato come un unto da Dio, per compiere le Sacre Scritture.

In mezzo c’è il governo di Benjamin Netanyahu, che strumentalizza il fervore del movimento ultra-ortodosso Chabad-Lubavitch e usa la retorica biblica dello scontro totale contro “Amalek” per giustificare mosse politicamente e militarmente estreme.

Quando due potenze nucleari e una missilistica smettono di ragionare in termini di deterrenza geopolitica e iniziano a muoversi per assecondare profezie millenaristiche, la razionalità diplomatica cessa di esistere e il dialogo muore nel momento in cui il tuo nemico diventa l’Anticristo.

E in questa guerra, gli Anticristo sono tre.

IL VERO BERSAGLIO: IL FUNERALE DEL PETRODOLLARO

Eppure, dietro il fanatismo religioso e il fumo delle raffinerie in fiamme, si nasconde il vero capolavoro strategico di questa crisi, l’atto finale che potrebbe scardinare l’egemonia americana una volta per tutte.

L’Iran ha appena compiuto la mossa più audace della sua storia contemporanea, annunciando che consentirà il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz solo ed esclusivamente se il carico verrà pagato in Yuan cinesi.

Solo quattro parole: “pagamento in Yuan cinesi”. Un missile puntato direttamente al cuore pulsante del potere americano.

L’Iran non vuole soltanto vincere gli USA, ma vuole annientarli.

Dal 1974, l’intero sistema globale si regge sul patto del petrodollaro, siglato tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita: protezione militare in cambio del monopolio del dollaro nelle transazioni petrolifere.

Questo meccanismo ha costretto ogni nazione del pianeta a detenere riserve in valuta americana, garantendo a Washington il privilegio esorbitante di stampare moneta e accumulare deficit spaventosi senza subire le conseguenze dell’inflazione galoppante.

L’egemonia militare USA è, prima di tutto, un’egemonia finanziaria. Ma se quest’ultima viene a mancare, crolla anche la prima.

Chiunque abbia osato sfidare questo dogma nel recente passato è stato spazzato via. Saddam Hussein ci provò nel 2000, vendendo petrolio in euro; guarda caso, tre anni dopo l’Iraq fu invaso.

Muammar Gheddafi sognò una valuta panafricana basata sull’oro; il suo regime fu rovesciato dalla NATO nel 2011. Ma l’Iran di oggi non è l’Iraq del 2003, né la Libia del 2011. E Teheran non è sola.

Dietro l’ultimatum iraniano c’è l’ombra lunga di Pechino.

La Cina ha passato anni a costruire silenziosamente l’infrastruttura finanziaria per sopravvivere senza il dollaro, creando reti di pagamento alternative come il progetto mBridge, la piattaforma commerciale con cui la Cina vuole sostituire lo Swift, e acquistando il 90% del petrolio iraniano aggirando le sanzioni tramite circuiti ombra.

Oggi, con il prezzo del greggio alle stelle e lo stretto di Hormuz chiuso, l’asse sino-iraniano pone il mondo di fronte a un bivio atroce.

Nazioni assetate di energia, come l’India o la Turchia, si trovano di fronte al ricatto perfetto: affrontare il collasso economico e sociale, rimanendo fedeli a un dollaro che non garantisce più forniture, o piegarsi al nuovo ordine, accettando le condizioni di Teheran e iniziando a commerciare in Yuan?

EPILOGO DI UN IMPERO

Mentre l’amministrazione americana valuta l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente, sventolando bandiere crociate e invocando la sicurezza globale, la realtà è che gli Stati Uniti sono finiti in trappola.

Perché l’invio di truppe sarebbe la vittoria finale dell’Iran, il cui territorio è vasto come mezza Europa e prevalentemente montuoso. Solo qualche migliaio di uomini in un territorio così vasto e con quella geologia è come essere certi di centrare il Superenalotto giocando una sola combinazione di 6 numeri.

Secondo alcuni esperti, infatti, non basterebbe un contingente di un milione di uomini.

Una flotta navale può incenerire una base militare, un raid aereo può decapitare una leadership politica, ma nessun esercito al mondo, per quanto tecnologicamente avanzato, può costringere mercati terrorizzati e nazioni alla canna del gas – nel vero senso della parola – a continuare a credere in una valuta, se esiste un’alternativa vitale per la loro sopravvivenza.

Il potere dell’America non viene sfidato solo nel Golfo Persico, ma nei registri contabili delle banche centrali di tutto il pianeta.

La storia ci insegna che gli imperi non muoiono quasi mai per una sconfitta militare in campo aperto, infatti, crollano quasi sempre quando la loro valuta perde valore, quando il mito che li sorregge smette di affascinare il mondo, e quando l’irrazionalità dei loro leader li spinge a combattere guerre divine per difendere interessi puramente terreni.

Il petrodollaro sta bruciando e le fiamme di Hormuz illuminano la fine dell’egemonia dell’Occidente.

TRUMP SEMPRE PIÙ SOLO IN PATRIA E SEMPRE PIÙ ISOLATO NEL MONDO

Teheran vive un blackout informatico che ha trasformato la Repubblica Islamica in una scatola nera, dove i segnali di fumo della propaganda di regime si scontrano con i boati dei bombardamenti nelle periferie industriali.

Lungo lo Stretto di Hormuz, intanto, lungo quell’arteria indispensabile all’economia mondiale, l’acqua è diventata un tappeto d’acciaio e petrolio dove centinaia di navi cisterna oscillano immobili, prigioniere di una paralisi che costa miliardi di dollari ogni ora e che ha trasformato le rassicurazioni dei Lloyd’s di Londra in polvere.

Siamo al ventesimo giorno di un conflitto che molti, a Washington e Tel Aviv, avevano immaginato come una “decapitazione chirurgica” in stile Venezuela e che, invece, si sta rivelando una metastasi geopolitica senza precedenti, capace di divorare sia la stabilità del Medio Oriente sia le fondamenta del consenso politico interno americano.

L’assassinio di Ali Larijani, il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale, avvenuto pochi giorni dopo l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei, segna il punto di non ritorno della diplomazia mondiale, perché Larijani non era semplicemente un falco o un pragmatico, categorie ormai desuete per chi mastica la complessa sociologia del potere teocratico, bensì il perno gravitazionale che armonizzava le diverse anime del sistema.

Era il punto di sutura tra i Pasdaran assetati di scontro, di sangue e di violenza, e la necessità di un dialogo sotterraneo con le cancellerie occidentali e asiatiche.

Era l’uomo su cui parte dell’Amministrazione Trump puntava per una strategia d’uscita dal pantano iraniano, ma che Israele vedeva come un pericolo, perché se gli USA li lasciassero da soli contro l’Iran…

Tracciato dai servizi israeliani mentre imprudentemente si mescolava alla folla durante la giornata di al-Quds, la sua scomparsa lascia il giovane Mojtaba Khamenei in balia di un apparato militare che non conosce più la lingua della negoziazione, ma solo quella della sopravvivenza bellica.

In pratica, gli americani e gli israeliani hanno ucciso l’unico iraniano in grado di dialogare e dato l’assist a chi vorrebbe incendiare la guerra, colpendo senza sosta tutte le raffinerie di gas e petrolio del Medio Oriente, per uccidere alla fonte non solo gli USA, ma l’intero Occidente.

Senza la capacità di mediazione di Larijani, l’Iran non ha più soggetti capaci di trattare ed è un organismo ferito in balia di chi vuole guerra e vendetta.

Oggi non esiste nessuna minaccia iraniana legata al nucleare, come ha sottolineato più volte l’unica agenzia internazionale che ha davvero voce in capitolo, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e il capo dell’intelligence statunitense Tulsi Gabbard, ma questi omicidi cambiano l’orizzonte: l’Iran vivrà i prossimi anni con l’unico obiettivo di farla pagare a USA, Israele e a tutti i loro alleati nella maniera più devastante e tragica possibile.

Dall’altro lato dell’oceano, il mito del “Rally Around the Flag”, quel fenomeno per cui gli americani si stringono intorno alla bandiera e che salvò la popolarità di Bush Jr. dopo l’11 settembre, nel caso di Trump si sta sgretolando sotto il peso delle bare che tornano alla base di Dover e di un’inflazione energetica che sta per mettere in ginocchio l’inverno dell’intero Occidente.

Donald Trump, come uno di quei dittatori tragicomici del cinema, continua a proclamare una vittoria imminente, a dire che il nemico è stato distrutto dalla potenza militare statunitense, ma la sua maschera da boss del quartiere mostra crepe profonde, specialmente dopo che Joe Kent, l’eroe decorato della destra MAGA e architetto dell’antiterrorismo, ha rassegnato le dimissioni denunciando il tradimento della promessa originaria di porre fine alle “guerre infinite”.

E Kent non è certo una voce isolata, ma ha amplificato quella di un malessere che attraversa trasversalmente l’elettorato conservatore e quella sensazione che si stia versando sangue americano non tanto per la sicurezza nazionale, ma per soddisfare la “Dottrina dell’1%” dei neoconservatori, quella hybris intellettuale che trasforma ogni minima probabilità di minaccia in una certezza che giustifica la distruzione preventiva, e per sviare l’opinione pubblica e i media dalle realtà violentissime e brutali dei rapporti di Trump e di tanti pezzi da novanta americani con Epstein.

Lo stesso vicepresidente, JD Vance, uno dei più contrari a ogni guerra esterna, è palesemente in disaccordo con il tycoon, tanto che le sue apparizioni pubbliche sono, ormai, un evento d’eccezione, così come le sue esternazioni non somigliano affatto a quelle che lo contraddistinguono, ma sembrano ripetere a pappagallo testi istituzionali scritti in politichese da altri.

Mentre Washington cerca disperatamente alleati che non arrivano per salvare gli Stati Uniti dal disastro che hanno causato nello stretto di Hormuz, con l’Europa che risponde con un gelido rifiuto e i giganti asiatici che osservano il caos con un distacco calcolato, la Russia di Putin incassa i dividendi di questa follia collettiva e se la ride di gusto.

Ogni barile di petrolio che rimane bloccato a Hormuz si trasforma in miliardi di rubli per le casse del Cremlino, permettendo a Mosca di finanziare la propria economia di guerra a scapito di una Ue che ha rinunciato alla propria autonomia energetica per legarsi a un fornitore americano ora distratto e costosissimo.

E che rende insostenibile non solo inviare armi all’Ucraina, – come ha ribadito il Primo ministro belga pochi giorni fa, – ma persino tenere aperte le aziende a Berlino, a Milano e a Parigi.

La Cina, dal canto suo, si espande nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nel Pacifico, consapevole che più l’America spende i suoi missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia di dollari, più il secolo asiatico accelera la sua ascesa inevitabile.

Pechino, in silenzio e basita dalla scelleratezza americana, si prepara a ricevere lo scettro di padrone del mondo dagli USA, che sono ormai un giocatore con troppi debiti, con poche carte in mano e senza la possibilità di attingere al mazzo.

È un paradosso sociologico affascinante e tragico: la superpotenza che voleva “spaventare” il mondo sta finendo per spaventare solo i propri alleati e i propri cittadini, costringendo persino nazioni storicamente neutrali come Svezia e Finlandia a chiedersi se l’ombrello della NATO non sia diventato, in realtà, un parafulmine per i disastri altrui.

Ciò che, d’altro canto, la Storia dimostra essere stato almeno… negli ultimi settant’anni.

L’ideologia che muove questo conflitto non è solo politica, ma è intrisa di un fanatismo religioso che vede nel sionismo cristiano degli evangelici americani il motore di una profezia auto-avverante.

Questi gruppi, che vedono la guerra come il catalizzatore necessario per l’Armageddon e la seconda venuta di Cristo, esercitano su Trump una pressione elettorale che non ammette ritirate, trattando lo stato ebraico non tanto come un alleato politico, ma come uno strumento teologico per i propri fini apocalittici.

In tale scenario, l’uso di armi nucleari tattiche cessa di essere un tabù per diventare un’opzione razionale all’interno di una logica neocon che non accetta la parità del rischio o la complessità del negoziato, e nemmeno un’ennesima sconfitta come in Vietnam o in Afghanistan.

L’attacco statunitense-israeliano vicino alla centrale di Bushehr, pur non avendo causato disastri strutturali, è il monito finale, perché il realismo politico è stato sacrificato sull’altare di un radicalismo che non distingue più tra sicurezza e distruzione totale.

L’importante è vincere, costasse anche milioni di vite innocenti.

Il risultato è una “superbia” che precede la caduta, un sistema di deterrenza che, invece di prevenire l’attacco, ha finito per invitarlo e per creare i presupposti per un futuro fatto di voglia di sangue e di vendetta.

L’Iran ha imparato dalle guerre precedenti, sa che per vincere deve solo non sparire, e sta applicando una strategia di logoramento che sfrutta ogni debolezza del mercato occidentale.

Gli Emirati Arabi, il Bahrein, l’Arabia Saudita sono nazioni che si credevano al sicuro sotto lo scudo stellato, ma scoprono oggi che l’alleanza con Washington le ha rese bersagli privilegiati di una pioggia di fuoco che non risparmia né le infrastrutture energetiche né la stabilità sociale.

Di conseguenza, i loro petroldollari che arricchivano l’America rischiano di non realizzarsi più, mandando in fumo le loro ricchezze, ma anche la fonte primaria dell’egemonia economica degli USA.

Se il piano di Trump era riportare l’ordine, l’unica cosa che ha ottenuto è stato l’ingolfamento dell’economia occidentale, il rischio di perdere i petroldollari indispensabili per l’America, e una perpetua sete di vendetta e di sangue che accompagnerà noi e i nostri figli per i decenni, lasciando i cittadini europei a guardare con terrore le bollette di un inverno che si preannuncia il più buio e freddo dalla Seconda Guerra mondiale.

La storia, quella vera, non si scrive con i tweet trionfali o con le conferenze stampa in stile cinema di Hollywood, ma con le conseguenze di decisioni prese ignorando la realtà sul campo, la storia, la geopolitica, la conoscenza di un popolo lontanto.

E, oggi, l’ignoranza e la mancanza di competenze di Trump e dei suoi consiglieri ci dimostra che l’impero è nudo, isolato e pericolosamente vicino al bordo dell’abisso.

Solo che a picco ci finiscono pure gli alleati. E indovina qual è il Paese più vulnerabile…?

ARAFAT E I COMPAGNI DI MERENDE 

di Danilo Preto

Desidero ritornare ancora un po’ al nostro amato (giornalisticamente) leader perché c’è ancora qualcos’altro che vale la pena di leggere e di ricordare. 

Risultato indenne in sette attentati, dove magari quelli che viaggiavano con lui rimanevano sul terreno esanimi, si è avvalso della possibilità di contornarsi di speciali virtù riconosciute dal suo popolo e provenienti dall’alto. 

Sul fronte terreno però qualche vizietto ce l’aveva. Come ho già descritto. Ma molti al tempo lo chiamavano Mr. Rolex.

Lui era appassionato di orologi, non lo negava, e controllava spessissimo il passare del tempo guardandosi al polso come la sua vita si stesse allungando. Meglio con un Rolex al polso.

In un’intervista del 1989 su Vanity Fair, Yasser viene fotografato con un Rolex Datejust non certo falso. 

È vero, non è l’unico capo che viene ritratto con un simile capitale al polso. Certo fa un po’ specie che lo portasse lui esibendolo come un trofeo mentre il suo popolo non se la passava certo benissimo.

D’altra parte, uno che, fra i sette attentati che ha subito, c’è anche quello perpetrato sulle spiagge del Libano dove faceva jogging ed è stato oggetto di una sventagliata di mitra a bassa quota, ma ne è uscito incolume, non può che essere definito un predestinato alla immortalità, alla gloria e al comando. Senza un graffio. Pessima mira? semplice avvertimento?

Per farvi un’idea più precisa vi invito a leggere questi due articoli che non sono opera mia ma che descrivono, mi pare molto bene, un certo sentiment dell’epoca. Il resto lo avete già letto. Da me.