L’ETÀ DELLA PIETRA DI TRUMP E LA CRISI DELL’OCCIDENTE

di Pasquale Di Matteo

Teheran scrive all’Organizzazione Mondiale della Sanità e alla Croce Rossa Internazionale, mentre le macerie dell’Istituto Pasteur fumano ancora.

Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra e le ultime settantadue ore dimostrano che l’intenzione è letterale.

Peccato che gli USA stiano violando ogni norma del Diritto internazionale e diverse Convenzioni di Ginevra, così come i loro padroni di Tel Aviv.

Infatti, mentre Washington distrugge l’istituto Pasteur, un importante ospedale e centro vaccinale, Israele introduce al pena di morte per i prigionieri, dimostrando al mondo intero chi siano i veri barbari e il vero male sul pianeta.

Il Pasteur Institute of Iran non è una clinica di quartiere. Fondato nel 1920, membro secolare dell’International Pasteur Network, è la culla della ricerca medica nazionale, dai vaccini contro il colera a quelli contro il Covid-19.

Una pioggia di ordigni di precisione lo ha cancellato dalla mappa di Teheran.

Ventiquattr’ore prima, la stessa sorte era toccata alla fabbrica farmaceutica Daro Bakhsh. Qualche giorno addietro, l’obiettivo designato era stata l’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia (IUST).

Insomma, per trovare una tattica di guerra simile, bisogna cercare tra i dispacci di Hitler e di Stalin. Non certo personaggi democratici.

Scuole. Centri di ricerca. Fabbriche di medicine.

L’apparato comunicativo della Repubblica Islamica ha subito denunciano l’orgia di violenza nichilista, la furia distruttrice di un presidente americano allergico alla scienza e la violazione palese delle Convenzioni di Ginevra.

Leggendo i comunicati ufficiali di Teheran, sembra di assistere al martirio di una gigantesca onlus assediata dai vandali, ma la realtà, sfogliando i registri societari e i fascicoli dell’intelligence militare, ha contorni decisamente meno umanitari.

LA DOPPIA VITA DEI BERSAGLI CIVILI

Incrociamo le fonti.

La fabbrica Daro Bakhsh è il più grande produttore di farmaci dell’Iran.

Vero. Ma chi siede nel consiglio di amministrazione?

La Daro Bakhsh è un tassello fondamentale della Tamin Pharmaceutical Investment Company (TPICO), a sua volta controllata dalla SSIC (Shasta), il braccio finanziario del sistema previdenziale statale e delle Guardie della Rivoluzione.

In Iran, la separazione tra welfare civile e apparato militare è una finzione per i burocrati di Ginevra.

I Pasdaran controllano la filiera logistica, i prodotti chimici di base, le importazioni di reagenti. Colpire la Daro Bakhsh significa paralizzare la fornitura di medicinali per la popolazione civile, certo. Ma significa anche recidere una vena finanziaria e chimica del Corpo delle Guardie della Rivoluzione.

Un politico occidentale accorto avrebbe desistito e rispettato le norme internazionali, perché democratico e perché dotato dell’intelligenza minima per intuire le conseguenze a breve e, soprattutto, a lungo termine, ma in Trump e Netanyahu, di democratico e di intelligente non c’è neppure l’aria che respirano, e i fatti lo dimostrano.

Passiamo all’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia.

L’indignazione globale piange la distruzione di un luogo di sapere e di cultura. I registri accademici dicono altro.

La IUST non è un’accademia di belle arti, ma il vivaio ingegneristico del programma balistico e aerospaziale iraniano.

È l’università dove ha insegnato l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, il laboratorio a cielo aperto dove i ricercatori, regolarmente sanzionati dal Dipartimento del Tesoro americano negli ultimi dieci anni, sviluppano i sistemi di guida per i missili ipersonici che attualmente piovono sulle basi americane nel Golfo.

Che poi il Dipartimento del Tesoro americano non sia il Vangelo e non abbia alcuna autorità sul pianeta, non ci piove, ma all’antidemocratico Trump volete che importi qualcosa? A uno che lascia i miliziani dell’ICE liberi di ammazzare cittadini americani per le strade d’America?

E l’Istituto Pasteur?

Un pilastro della salute a livello mondiale, secondo il Ministero della Salute iraniano. Un potenziale sito di ricerca batteriologica dual-use, secondo la dottrina del Pentagono.

Da decenni l’intelligence israeliana e americana monitorano i centri di ricerca virologica iraniani, sospettati di fornire copertura civile allo sviluppo di agenti patogeni per la guerra biologica.

Certamente, poi, questi sospetti somigliano a quelli per le armi batteriologiche di Saddam, che erano solo una balla inventata da quegli stessi servizi segreti, per giustificare l’ennesima aggressione contraria al Diritto internazionale portata avanti dagli USA.

LA DOTTRINA DELLA TERRA BRUCIATA

Le discrepanze tra la narrativa di Teheran e i dossier militari svelano il cinismo di entrambi i fronti.

Gli ayatollah blindano i loro programmi militari, balistici e chimici all’interno di strutture civili, ospedali e università.

Almeno, questa è la narrazione della propaganda israeliana e americana, per cui gli iraniani userebbero la ricerca medica come scudo umano e la Convenzione di Ginevra come polizza assicurativa, trasformando i ricercatori in bersagli legittimi per le regole d’ingaggio del nemico (ma non per le norme di Diritto e per le Convenzioni internazionali), per poi piangerne la morte davanti alle telecamere delle agenzie di stampa.

Dall’altra parte, c’è la strategia della coalizione israelo-americana.

L’amministrazione Trump ha smesso di fingere. Le “bombe intelligenti” e gli “attacchi chirurgici” sono reliquie retoriche delle scorse campagne criminali. La dottrina attuale è lo strangolamento totale.

Tuttavia, mentre sulla propaganda occidentale si deve usare il condizionale trattandosi di supposizioni, – e con tanto dubbio visti i precedenti con Saddam, – i crimini di guerra e contro la popolazione iraniana delle bombe americane sono reali e confermati dagli stessi carnefici.

Lo scenario tattico di questo aprile 2026 spiega la brutalità delle scelte nella disperazione di Trump, dopo il suo fallimento tattico.

Lo Stretto di Hormuz è di fatto inagibile per gli occidentali che appoggiano anche solo per la logistica gli invasori americani, mentre le navi russe, cinesi, spagnole e altre passano senza problemi.

Le difese aeree americane annaspano sotto gli attacchi a sciame dei droni iraniani, che costano poche migliaia di dollari e bucano scudi missilistici da miliardi, distruggendo basi americane nella regione e interi quartieri cittadini in Israele, nonché siti importanti nei paesi che ospitano basi degli aggressori.

Il blocco del traffico marittimo sta innescando una crisi energetica in Occidente che strangola le economie di parte dell’Asia, delle Americhe e, soprattutto, dell’Europa, mentre la Cina osserva immobile, seduta su scorte di greggio accumulate per anni e indifferente all’autodistruzione americana.

Washington e Tel Aviv non hanno il tempo per una guerra di logoramento che non avevano previsto.

Devono far collassare il fronte interno iraniano e, per far crollare un regime teocratico abituato a resistere alle sanzioni, non basta colpire i bunker sotterranei a cinque chilometri di profondità, facendo il solletico alle strutture iper-corazzate, o le basi di lancio mimetizzate nelle montagne.

Devi spezzare la spina dorsale della società civile. Devi distruggere le centrali elettriche. Devi far mancare la benzina. Devi far saltare in aria le fabbriche di antibiotici e i laboratori di vaccini.

In buona sostanza, devi rischiare anche di dimostrare al mondo che sei tu il vero cancro del pianeta, il nuovo Hitler, la nuova ideologia nazista, pur di non ritirarti e affrontare la furia del tuo popolo.

L’obiettivo non è uccidere il nemico in trincea, ma massacrare la popolazione nelle piazze. Lasciare milioni di iraniani senza cure mediche, senza istruzione, senza infrastrutture primarie, nella brutale speranza che la disperazione si trasformi in rivolta contro la Guida Suprema.

Ovviamente è pura follia. Ma i criminali non brillano mai per acume e buonsenso. E non mostrano mai umanità.

L’IPOCRISIA DELLE REGOLE DI GUERRA

Il portavoce iraniano invoca gli organismi sanitari globali. Chiede all’Oms di valutare i danni e finanziare la ricostruzione. È il cortocircuito perfetto di un sistema internazionale svuotato di senso, che condanna Mosca per ciò che fa a Kiev, ma non gli USA e Israele per il massacro di vite umane tra Gaza e Iran, al cui confronto, l’aggressione russa all’Ucraina è una lite condominiale.

A Washington, nel frattempo, incassano l’accusa di barbarie come una medaglia al valore, in perfetto stile hitleriano.

Trump sostiene di seguire la sua promessa elettorale con una coerenza glaciale, peccato che anche i suoi fedelissimi scappino dalla sua follia, per non finire travolti dalle elezioni imminenti per il voltafaccia a tutta la dottrina Trump durante la campagna, a cominciare da “mai più guerre”.

E peccato che ben 12 generali ai vertici dell’esercito americano siano stati sostituiti. Cosa che dimostra il caos a Washington, perché nessuno solleva tutti i vertici militari durante una guerra, a meno che quei vertici non ti abbiano urlato in faccia il tuo disastro.

Manca la pietà, manca il rispetto per i luoghi di cura, manca la distinzione tra civile e militare, ma l’America sa perfettamente che le istituzioni sanitarie internazionali produrranno solo comunicati stampa carichi di aggettivi, incapaci di fermare un singolo caccia F-15 e la superiorità militare della macchina di morte americana.

Le macerie dell’Istituto Pasteur certificano la fine di un’epoca. Quella in cui si fingeva che le guerre si combattessero solo tra eserciti, nei deserti o nei cieli, risparmiando i simboli della civiltà. Quella degli eroi americani buoni e del nemico sempre brutto, sporco e cattivo.

Oggi la propaganda hollywoodiana si è spostata nei dispacci della stampa controllata, così il sapere, la scienza, la medicina diventano estensioni dell’apparato bellico. Chi le finanzia le usa per armarsi. Chi le bombarda le distrugge per piegare una nazione. E i morti civili, i bambini, i trattati, le Convenzioni di Ginevra, il Diritto internazionale… diventa tutto un fastidio da raccontare a margine o da non raccontare affatto.

A Teheran contano le fiale di medicinali distrutte e preparano la prossima rappresaglia balistica, quella che la propaganda occidentale spaccerà per crimini, per inconcepibili violenze. Un po’ come i nativi americani erano selvaggi con archi e frecce.

A Washington spuntano la lista dei bersagli colpiti e calcolano quanto tempo manchi prima che le piazze iraniane esplodano per la mancanza di cure, anche se sarebbe il caso di contare quanto tempo manchi prima che la rabbia di quel popolo compia attentati e massacri per le strade d’Europa e d’America, ma per cervelli come quelli di Trump e dei suoi, è troppo difficile.

In mezzo, sotto chili di polvere di cemento, giacciono i microscopi e i registri di un istituto centenario. I morti non twittano sdegno, non invocano Ginevra, non pianificano attacchi.

Restano lì. Sotto le macerie di una guerra in cui hanno tutti ragione per le loro propagande.

Ma chi ha torto lo vediamo nei fatti. Almeno, lo vede chi è democratico e chi dà un valore all’umanità.

Per i pazzi e gli antidemocratici, ci sarà sempre un “ma…”

Ed è proprio in quel “ma” che si annida il DNA del male. Chiamatelo voi nazismo, fascismo, follia…

L’ITALIA OSTAGGIO DEL DISASTRO IN MEDIO ORIENTE CHE STA SOFFOCANDO L’ECONOMIA EUROPEA

di Pasquale Di Matteo

Quattro dollari al gallone.

È il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti. Ed è l’unico numero che conta davvero oggi alla Casa Bianca. Tutto il resto – le dichiarazioni ufficiali, i comunicati della NATO, le conferenze stampa a reti unificate – è scenografia a uso e consumo dei telespettatori europei.

Dietro le quinte, la realtà procede documentata da cifre, rotte marittime e decreti bloccati nei cassetti di Bruxelles.

Donald Trump ha inviato a Teheran un ultimatum in quindici punti. Quindici richieste inaccettabili che pretendevano, di fatto, la resa incondizionata della Repubblica Islamica.

Gli ayatollah hanno riso, prima di cestinare il documento. La rappresaglia americana c’è stata, ma ha accuratamente evitato di sfiorare ciò che conta davvero: l’Isola di Kharg, il cuore dell’esportazione petrolifera iraniana. L’aviazione a stelle e strisce ha colpito la rete elettrica interna, lasciando intatti i terminali del greggio.

Il motivo è elementare. Distruggere Kharg significa far schizzare il prezzo del barile alle stelle. Significa far superare la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone negli USA.

Trump è talmente disperato sul fronte interno da aver ordinato una mossa passata sotto silenzio in Europa: la rimozione delle sanzioni sul petrolio russo e su quello iraniano.

Il sovranista che minacciava fuoco e fiamme in diretta tv, ora prega Mosca e Teheran di immettere greggio sul mercato per salvare i suoi sondaggi e il linciaggio in America.

L’AMICO CHE TI TOGLIE IL PANE

Il blocco dello Stretto di Hormuz è più devastante di una bomba atomica. Oggi, un terzo dei fertilizzanti mondiali passa da quell’imbuto d’acqua. Senza quei composti chimici, i raccolti crollano. Non l’anno prossimo.

Adesso.

Due miliardi di persone stanno entrando nella stagione della semina senza avere scorte sufficienti.

Le Nazioni Unite calcolano in 45 milioni gli individui a rischio di insicurezza alimentare grave a stretto giro, ma per capire il disastro non serve guardare al Corno d’Africa.

In Sicilia, i pescatori tengono le barche attraccate perché il gasolio costa troppo per uscire in mare. I produttori di ortofrutta non riescono a coprire le serre perché la plastica, derivata dal petrolio, ha prezzi fuori mercato, e i fertilizzanti sono introvabili.

Cuba è al buio. L’Egitto stacca l’elettricità alle nove di sera per risparmiare. I paesi asiatici tagliano i consumi e circolano a targhe alterne.

L’America, nel frattempo, continua a produrre più petrolio di quanto ne consumi, al riparo dalla tempesta che ha innescato.

IL FRONTE DELLE ILLUSIONI E I DRONI “RUSSI”

Spostando lo sguardo a Est, il copione si ripete con accenti grotteschi. L’Europa ha svuotato i propri arsenali e bruciato miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, bypassando le proprie regole democratiche e i vincoli di bilancio.

Sul campo, la Russia avanza, lentamente, al netto dell’inverno e delle distrazioni mediali, ma avanza, riprendendosi i territori nel Donetsk.

A Kiev, Volodymyr Zelensky chiede un “cessate il fuoco per Pasqua”. Un cortocircuito tattico: chi perde terreno offre una tregua a chi lo sta conquistando, presentandola come una concessione.

La risposta del Cremlino, per bocca del consigliere presidenziale Ushakov, è che se ne parla solo a truppe ucraine ritirate dal Donbass.

Nel frattempo, i cieli del Baltico si riempiono di rottami. Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia denunciano la caduta di droni sui propri territori.

Le agenzie battono la notizia a reti unificate: l’aggressione russa alla NATO è iniziata. Scattano i vertici d’urgenza, ma poi, inesorabili, arrivano i rilievi tecnici.

I droni non sono russi, ma ucraini.

Kiev perde il controllo dei propri apparecchi, che finiscono fuori rotta schiantandosi sui paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Le stesse nazioni, come la Finlandia, dove ne sono caduti tre in pochi giorni, si affannano a insabbiare la provenienza, perché non funzionale alla narrazione russofoba e pro guerra totale.

Il disastro militare di Kiev viene scaricato sui conti pubblici europei, mentre l’amministrazione Trump, con il Congresso spaccato e senza più soldi per finanziare il disastro in Iran, minaccia di tagliare definitivamente le forniture militari all’Ucraina, costringendo di fatto l’Europa a subentrare come cassiere unico del conflitto.

Gli americani non regalano più armi: ce le vendono. Noi le paghiamo, a debito, e le spediamo a Kiev.

LA BUROCRAZIA DEL SUICIDIO

L’Europa muore di regole mentre il mondo brucia. Di fronte all’impennata dei costi energetici, il governo italiano prova a correre ai ripari. Tenta di prorogare il taglio di 25 centesimi sulle accise della benzina, una misura inutile: il prezzo alla pompa ha già metabolizzato e superato lo sconto.

Per incidere servirebbe un taglio di almeno 50 centesimi o un euro. Ma lo Stato ha raschiato il fondo del barile. Non ci sono i soldi, ma non si vuole ammetterlo per non dover parlare del fallimento ucraino, del doppiopesismo tra Russia, da un lato, e Israele e USA dall’altro, in merito alle violazioni del Diritto internazionale.

C’è poi il Decreto Bollette. Cinque miliardi di euro stanziati per salvare le industrie energivore italiane dalla chiusura. Un’urgenza vitale, ma il decreto è bloccato.

I funzionari dell’Unione Europea lo stanno esaminando perché potrebbe configurarsi come “aiuto di Stato”.

Per armare un Paese extra-europeo, Bruxelles sospende il Patto di Stabilità e autorizza spese miliardarie in ventiquattr’ore, ma per salvare una fonderia a Brescia o una cartiera a Lucca dai costi del gas, richiede mesi di istruttorie. Perché, se non vendi armi, chi se ne fotte.

È l’Europa, baby. Le uniche deroghe finanziarie concesse dall’Unione Europea riguardano l’industria bellica. È l’economia di guerra permanente, pagata con la deindustrializzazione civile.

L’agenzia Standard & Poor’s ha appena dimezzato le stime di crescita per l’Italia, portandole da uno 0,8 a un misero 0,4 percento. Il rapporto deficit/PIL veleggia oltre il 3 percento, mentre il Fondo Monetario Internazionale certifica che l’Italia sarà la nazione europea più devastata dal contraccolpo di questa crisi energetica incrociata.

Insomma, ritirate contanti, fate scorte di scatolame e… preparatevi al peggio.

GLI APPLAUSI AL CARNEFICE

Anche perché a Roma si festeggia, nonostante il disastro imminente.

La presidenza del Consiglio italiano continua a tessere le lodi dell’amministrazione americana, anche dopo l’aggressione all’Iran contraria al Diritto internazionale e il disastro causato all’intero Occidente.

Giorgia Meloni si appunta sul petto i presunti successi diplomatici di Trump, congratulandosi per accordi di pace a Gaza che esistono solo nei comunicati stampa, mentre le bombe continuano a cadere e gli innocenti continuano a morire.

Si applaude al leader statunitense mentre costui, per calcolo elettorale, innesca la paralisi del Golfo Persico, taglia i rifornimenti di materie prime alla nostra agricoltura e ci obbliga a comprare le sue armi per girarle a un esercito ucraino in ritirata.

L’Europa è una faglia che si allarga. Da una parte ci sono 35 paesi che si riuniscono a Londra per decidere come scortare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz, replicando il modello fallimentare del Mar Rosso.

Dall’altra ci sono gli americani che dicono apertamente all’Europa che la guerra in Ucraina è un problema nostro, la gestione dell’Iran anche, perciò loro ci forniranno i missili, ma solo se paghiamo in anticipo.

A Washington, un consulente della Casa Bianca controlla il tabellone dei prezzi della benzina in Ohio.

A Bruxelles, un commissario redige la bozza per sanzionare l’Italia sugli aiuti di Stato nelle bollette delle imprese, intanto, a Siracusa, un agricoltore guarda il campo che non può fertilizzare.

Nessuno di loro sta decidendo il futuro. Lo stanno solo subendo.

PERCHÉ GLI STATI UNITI STANNO PERDENDO LA GUERRA CHE CREDEVANO DI AVER VINTO

di Pasquale Di Matteo

“Abbiamo decimato l’Iran. È finita. Andate allo Stretto e prendetevi il petrolio”.

Donald J. Trump parla alla nazione dall’East Room della Casa Bianca.

È l’una del pomeriggio del primo aprile 2026.

Non è un pesce d’aprile, ma la realtà parallela prodotta da un’amministrazione che ha scambiato la geografia per un plastico e la finanza per un videogioco.

Mentre il tycoon annuncia la vittoria imminente, il Brent schizza a 115 dollari al barile e l’intelligence di mezzo mondo osserva i satelliti: l’Iran non è decimato.

È arroccato. Ed è più lucido di chi lo bombarda. Di chi sosteneva di aver vinto già quattro settimane fa e ora ribadisce che colpirà duro come non mai per distruggere ciò che doveva già essere distrutto.

Trentaquattro giorni di conflitto e un bilancio che non torna.

Da una parte la narrativa della “decapitazione” imminente, dall’altra una sequenza di fatti che suonano come uno schiaffo all’ex superpotenza a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti e Israele sono finiti in una trappola che nei corridoi del Pentagono evoca fantasmi mai esorcizzati, dal Vietnam all’Afghanistan. Solo che stavolta il conto non si paga solo in bare avvolte nella bandiera, ma nel collasso del sistema economico occidentale.

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI

Trump evoca “tavoli negoziali proficui”. Racconta di un Iran in ginocchio che implora il cessate il fuoco. Peccato che il Ministero degli Esteri di Teheran non abbia nemmeno risposto al telefono.

Non ci sono contatti. Non c’è una via d’uscita diplomatica perché le condizioni poste da Washington, la rinuncia totale al programma nucleare e missilistico, sono scritte per essere rifiutate.

L’Iran è una fortezza naturale. Un milione e seicentomila chilometri quadrati protetti dalle catene montuose degli Zagros e dell’Alborz, con vette che superano i tremila metri.

Saddam Hussein, nel 1980, pensò di sfondare in pochi giorni con l’appoggio di tutto l’Occidente. Finì in un massacro durato otto anni.

Oggi Teheran ha novanta milioni di abitanti, non venticinque. Ha tunnel scavati nel granito che l’aviazione israeliana non può scalfire.

E, soprattutto, ha capito che non serve vincere una battaglia campale per sconfiggere gli Stati Uniti. Basta rendere il mondo invivibile per i loro portafogli.

L’ARMA ATOMICA DI TEHERAN SI CHIAMA HORMUZ

La vera bomba atomica dell’Iran è lo Stretto di Hormuz. Attraverso quel corridoio passa un terzo del petrolio mondiale, un quarto del gas naturale e, dato che i pianificatori di Washington sembrano aver ignorato, la metà dello zolfo e i due quinti dell’elio necessari all’industria globale dei microchip.

L’Iran non ha bisogno di schierare la flotta per chiudere lo stretto. Un drone da cinquemila dollari può paralizzare una petroliera che ne vale cento milioni.

Così, i premi assicurativi sono balzati al 10% del valore del carico. Le navi non passano più non perché Teheran abbia alzato un muro, ma perché il mercato si è auto-sospeso.

Nessun armatore sano di mente rischia il fallimento per fare un favore a Trump.

E qui scatta il paradosso che svela la disperazione della Casa Bianca: Trump ha dovuto togliere le sanzioni petrolifere alla Russia di Putin e allo stesso Iran per cercare di calmare i prezzi alla pompa.

Bombardi un Paese la mattina e gli chiedi di vendere petrolio il pomeriggio per non perdere le elezioni a novembre. È la politica estera ridotta a schizofrenica gestione del consenso interno.

IL CONTO ITALIANO: LA TASSA OCCULTA DELLA STAGFLAZIONE

Mentre a Washington giocano a compiere disastri, l’Italia si scopre nuda. Non siamo in guerra, ma siamo i primi a pagare.

Siamo il Paese europeo più dipendente dalle importazioni di gas. All’inizio del 2026, l’Istat e Moody’s scommettevano su una crescita moderata e un’inflazione in calo. Oggi quelle stime sono carta straccia.

La crescita è stata limata allo 0,7%. L’inflazione è risalita sopra il 2,4%.

È il peggior incubo degli economisti: la stagflazione. I prezzi salgono perché l’energia costa il doppio, ma i consumi calano perché le famiglie hanno paura.

La benzina al distributore è solo la punta dell’iceberg. Il gasolio muove la logistica, i camion, i supermercati, l’agricoltura…

Ogni volta che un cittadino italiano fa la spesa, paga una “tassa Trump/Netanyahu” che finisce dritta nelle casse delle compagnie petrolifere americane o, ironia della sorte, dei russi e degli iraniani.

Le imprese italiane hanno due scelte: assorbire i costi riducendo i margini – e quindi tagliando investimenti e assunzioni – o ribaltarli sui prezzi finali, sparendo dai mercati internazionali, perciò, ancora, meno assunzioni e meno investimenti.

In entrambi i casi, il sistema produttivo è destinato a fermarsi. L’alleato americano ci giura protezione, ma nel frattempo ci scarica addosso il costo energetico di una guerra che non possiamo vincere, se non con diverse bombe atomiche e la devastazione dell’Iran, che porterebbe al collasso occidentale.

AVVOLTOI IN DIVISA E IL SOGNO DI KHARG ISLAND

Ma c’è chi guadagna. E non sono solo i russi.

Un’inchiesta del Financial Times ha scoperchiato un verminaio che arriva fino ai massimi livelli del Pentagono. Pochi minuti prima degli annunci più bellicosi di Trump, in borsa si sono registrati movimenti anomali per 1,5 miliardi di dollari sull’indice S&P500 e vendite massicce di futures sul petrolio.

Il nome che ricorre nelle indiscrezioni è quello di Pete Hegseth, Segretario della Difesa. Speculazione pura. Insider trading sulla pelle dei soldati che vengono mandati a morire nelle basi in Kuwait o in Arabia Saudita.

E ora, fallita la campagna aerea, Washington valuta l’opzione “Kharg Island”.

L’invasione del terminal petrolifero iraniano. Un’operazione che il Pentagono definisce “limitata”, ma che per chiunque conosca la storia militare è il preludio al disastro.

Mettere “gli stivali a terra” in un’isola trasformata in una trappola esplosiva, circondata da mine e sorvegliata da sciami di droni, è l’ultima mossa di chi non ha più idee ed è disperato.

Trump ha bisogno di un trofeo da esibire prima delle elezioni di metà mandato. Ha bisogno di dire ai suoi elettori: “Ho preso il petrolio”. Ma Kharg non è un regalo. È l’inizio di un pantano che consumerà trilioni di dollari che dovrebbero servire alla sfida vera: quella tecnologica e navale con la Cina nell’Indo-Pacifico. Cina che, intanto, se la ride e osserva il suo avversario autodistruggersi.

Intanto, la guerra è un disastro economico, quantificato in oltre due miliardi di dollari al giorno, tanto che Trump annuncia in un video diventato virale che non ci sono soldi per gli asili e che dovrebbero occuparsene gli stati locali, non la Casa Bianca, come raccontato da Inside Over: https://it.insideover.com/guerra/alessandro-volpi-la-guerra-di-trump-in-iran-accelera-la-crisi-del-debito-usa-non-e-sostenibile.html

Il video è poi stato reso privato per non urtare troppo gli americani, sempre più distanti dall’attuale amministrazione.

L’OCCASIONE DI PECHINO E IL FUNERALE DEL DOLLARO

Mentre gli americani si dissanguano nel Golfo, Pechino osserva e incassa. La Cina si propone come il partner “prudente”. Non lancia missili, ma firma contratti.

Teheran ha già iniziato a formalizzare il controllo su Hormuz chiedendo pagamenti in Yuan per il transito delle navi. È l’inizio della de-dollarizzazione selettiva e dell’impero americano. Ecco perché Trump è così disperato.

I petrostati del Golfo. Arabia Saudita, Emirati, Bahrain, che per decenni hanno vissuto sotto l’ombrello di sicurezza americano, ora tremano. Vedono le basi statunitensi colpite dai missili iraniani e capiscono che Washington non può più proteggerli.

Se l’ombrello si chiude, a chi chiederanno aiuto? La risposta è già scritta nei viaggi diplomatici di Xi Jinping: verso est.

L’Iran ha trasformato la percezione della sicurezza in un’arma. Ha dimostrato che la supremazia militare americana è una buffonata che sta in piedi solo nelle panzane di Hollywood, vulnerabile a una guerra asimmetrica fatta di droni da pochi spiccioli e mine posate da pescherecci.

IL SILENZIO DI JD VANCE E IL DESTINO DI UN IMPERO

In tutto questo, il vice di Trump, JD Vance, tace.

L’erede designato del movimento MAGA si è defilato. Non concede interviste sulla guerra, non partecipa ai proclami. Sa che questo conflitto è il Vietnam di Trump.

Sa che legare il proprio futuro politico a un’invasione terrestre dell’Iran significa suicidarsi politicamente. Vance aspetta che Trump affondi nel pantano per presentarsi come l’unico repubblicano che non voleva la “guerra inutile”.

Israele, dal canto suo, scopre che l’Iron Dome non è impenetrabile. I danni a Tel Aviv sono reali e notevoli, anche se la censura militare cerca di coprirli.

La scommessa di Netanyahu di trascinare gli USA in una guerra per eliminare il rivale regionale rischia di produrre un Iran martire, radicalizzato e, stavolta sì, spinto inevitabilmente verso l’atomica come unica garanzia di esistenza.

Insomma, si poteva fare peggio? Io non credo.

Quanto siamo disposti a pagare per un’illusione di potenza che non produce più sicurezza, ma solo inflazione e caos?

Tra quanto tempo l’ultima portaerei americana lascerà il Golfo, inseguita da droni che costano meno di un’utilitaria?

Il documento che certifica la fine di un’era non verrà firmato in un ufficio del Pentagono, ma sul molo di una raffineria asiatica, dove il petrolio si pagherà in una moneta che non sarà più il dollaro.

E quel documento avrà la data storica della fine dell’impero americano.

Trump ha promesso di rendere l’America di nuovo grande, ma, al contrario, per ora l’ha resa solo più povera e più sola, intrappolata tra le montagne della Persia e un mare che non le appartiene più, e prossima al più grande disastro militare ed economica della sua storia.

L’EUROPA PAGA IL CONTO DEL DISASTRO IN MEDIO ORIENTE DI ISRAELE E USA

di Pasquale Di Matteo

Quattordici miliardi di euro.

È questa la cifra che l’Unione Europea ha dovuto sborsare in appena trenta giorni per coprire il sovrapprezzo delle importazioni energetiche dall’inizio delle ostilità in Medio Oriente.

Non sto parlando di una proiezione statistica, ma del costo di un’emorragia finanziaria che sta svuotando le casse degli Stati membri mentre i depositi di carburante segnano il passo.

A Washington si discute di strategie e a Teheran si ride dei tweet della Casa Bianca, intanto il vecchio continente ha già iniziato a pagare il conto di una guerra che non ha dichiarato e che nessuno sembra intenzionato a fermare.

LA TRAPPOLA DEL NEGOZIATO IMMAGINARIO

“Gli americani sono così nei guai che negoziano con sé stessi”.

La frase arriva da un portavoce militare iraniano ed è più di una provocazione: è la fotografia di un cortocircuito diplomatico.

Da una parte, Donald Trump annuncia ogni due ore che l’Iran è in ginocchio, che i negoziati sono imminenti, che la vittoria è a portata di mano, ma dall’altra, Teheran nega con disprezzo ogni contatto.

Gli analisti più accorti, quelli che non si accontentano dei comunicati stampa, leggono in questa disponibilità di facciata una manovra di logoramento.

Nella logica di Teheran, costringere la superpotenza americana a mendicare un accordo non è diplomazia, ma una vittoria militare ottenuta senza sparare un colpo, se non qualche missile.

Trump aveva promesso una soluzione in due settimane, poi in quattro.

Siamo alla quinta e gli Stati Uniti non sono mai stati così nei guai come ora, nemmeno in Vietnam.

Il “colpo rapido” si è trasformato in una palude. Washington finge di avere il controllo, ma i verbali interni raccontano un’altra storia: i Marines pronti a un’invasione di terra non sarebbero una forza d’occupazione, ma diecimila potenziali ostaggi nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione.

Un errore strategico che Alberto Bradanini, ambasciatore a Teheran dal 2008 al 2012, definisce “una nefandezza destinata al disastro”.

Eppure, la retorica del “tutto va bene” continua a pompare inflazione sui mercati.

IL CAPPPIO DI HORMUZ E IL SILENZIO DI SIGONELLA

Il vero fronte della guerra non è una linea di trincea, ma un corridoio d’acqua: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa tra il 20% e il 30% dell’energia mondiale.

La vulgata politica ci ha rassicurato per anni: “L’Europa importa poco petrolio dal Golfo”. Vero. Ma è una mezza verità che nasconde un baratro. Se il petrolio greggio arriva da altrove, i prodotti raffinati – diesel, benzina, Jet Fuel – dipendono dal Golfo per oltre il 40%.

Oggi lo stretto è bloccato e i risultati sono nei numeri delle borse: gas al +74%, petrolio al +48%, Jet Fuel raddoppiato. Lufthansa ha già iniziato a cancellare voli perché far decollare un Airbus costa più dell’incasso dei biglietti.

Non è un disagio temporaneo, ma il collasso di un modello industriale.

In questo scenario, la base di Sigonella tace, mentre i governi europei si affrettano a smentire ogni chiusura o blocco delle installazioni militari, sperando che il silenzio basti a calmare i mercati.

Ma non basta.

Mentre gli alleati europei affogano nei costi, Washington lancia il suo suggerimento, tanto cinico quanto trasparente: “Avete problemi di petrolio? Compratelo da noi”.

La guerra di aggressione, avviata senza avvisare i partner, sta producendo il suo effetto più lucroso per gli USA: la sostituzione dei fornitori mediorientali con quelli americani, a prezzi di crisi. L’alleato ti trascina nel conflitto e poi ti vende la soluzione a caro prezzo.

“Oppure andate a Hormuz a prendervelo, visto che non avete voluto aiutarci”.

Gli USA hanno chiuso lo stretto di Hormuz con la loro aggressione in violazione del Diritto internazionale e ora si atteggiano come gangster di quartiere.

Ma hanno ragione: un modo per andarcelo a prendere c’è.

Basta fare come Madrid, che ha negato non solo l’uso delle basi americane in territorio spagnolo, ma anche lo spazio aereo. Il risultato è che, in questo momento, l’unica nazione europea le cui navi passano tranquillamente da Hormuz è la Spagna.

Cosa aspettano le altre nazioni? E dove sono le sanzioni contro gli USA per l’aggressione a Teheran come quella della Russia a Kiev?

O ci sono violazioni e aggressioni a seconda di come tira il vento?

LO SCACCO MATTO DI NETANYAHU

Se Washington tentenna, Israele accelera.

Netanyahu, da perfetto dittatore che se ne infischia del Diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e di qualunque norma che distingua una democrazia da una dittatura nazista, non conosce i dubbi del Mid-term americano. La sua strategia è: espansione e controllo.

Il Ministro della Difesa Katz ha confermato la creazione di una zona cuscinetto di 30 chilometri all’interno del Libano. Non è una misura temporanea, ma una deportazione di massa che riguarda centinaia di migliaia di civili, un ridisegnamento dei confini che le Nazioni Unite guardano con la solita, inutile preoccupazione; inutile come le oltre 70 risoluzioni contro Israele che Tel Aviv ha ignorato e l’Occidente non ha mai voluto sanzionare.

Se, invece, la capitale di Israele fosse stata Mosca, forse…

Israele bombarda i siti produttivi iraniani e annuncia di aver paralizzato il nemico, ma la realtà è diversa: l’Iran è un territorio vasto quanto l’intera Europa occidentale. Pensare di neutralizzarlo con raid mirati è un’illusione da vendere a uso interno, per placare gli umori di quella parte di popolazione israeliana che non è pazza come i suoi leader.

Nel frattempo, l’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman (MBS) resta sulla linea del fuoco. Le infrastrutture petrolifere saudite e gli impianti di desalinizzazione sono bersagli facili per i missili balistici e per i droni Houthi, così, MBS spinge per chiudere la partita, conscio che un’escalation diretta trasformerebbe il suo regno in un deserto senza acqua e senza soldi.

E l’effetto a catena chiuderebbe i rubinetti del denaro anche a Washington, perché i petrodollari indispensabili alle spese folli americane per Silicon Valley e Difesa non ci sarebbero più.

L’ALBA RUSSA NELLO SPAZIO SOVRANO

Mentre Trump e Netanyahu rendono l’Occidente il nuovo terzo mondo, c’è chi ha capito che la dipendenza tecnologica è il guinzaglio del XXI secolo.

L’Europa discute di smart working forzato e domeniche senza auto per risparmiare carburante, un ritorno all’austerity anni ’70 che decreta tutto il fallimento degli attuali leader europei, intanto la Russia si blinda.

In un clima di segretezza quasi totale, Mosca ha lanciato il sistema Rassvet. La stampa lo chiama “lo Starlink russo”, ma Bureau 1440, la compagnia privata dietro il progetto, rifiuta il paragone.

Starlink è un’arma politica: Elon Musk può spegnere il segnale in Iran o in Ucraina a seconda degli interessi del Pentagono o dei propri umori. Rassvet nasce per essere “inattaccabile da qualsiasi sanzione”.

I dati tecnici mostrano un’accelerazione impressionante: architettura 5G NTN, comunicazioni laser inter-satellitari, produzione in serie che supera il vecchio modello del “pezzo unico” costoso e lento.

Entro il 2030, 383 satelliti copriranno l’intero territorio russo e i paesi della CSI (Comunità di Stati Indipendenti), con l’obiettivo di arrivare a 1000.

Non si tratta solo di internet, ma è l’infrastruttura necessaria per treni, aerei e, soprattutto, per il comando militare indipendente.

La Russia, insieme alla Cina e perfino al Canada con il progetto Telesat Lightspeed, sta smontando l’idea di una rete globale unica. Il mondo digitale si sta dividendo in blocchi sovrani, dove ogni potenza controlla il proprio cielo.

E questa divisione l’ha creata l’Europa, con le sue sanzioni secondo capriccio, non secondo il Diritto, come dimostra il doppiopesismo tra Russia da un lato e USA e Israele dall’altro.

L’EREDITÀ DI UN DISASTRO EVIDENTE

La verità che nessun leader europeo ha il coraggio di dire davanti alle telecamere è che la “normalità” non esiste più. Anche se la guerra finisse domani mattina, le infrastrutture danneggiate nello Stretto di Hormuz e la destabilizzazione dei mercati raffinati richiederebbero anni, se non decenni, per essere ripristinate.

Siamo entrati nell’era della stagflazione: crescita zero e prezzi alle stelle. Un vicolo cieco per le banche centrali, perché, se alzi i tassi per fermare l’inflazione, uccidi quel che resta dell’industria, ma se non li alzi, il potere d’acquisto dei cittadini evapora.

Christine Lagarde ha ammesso che gli effetti “vanno oltre ciò che possiamo immaginare”. È l’ammissione del vuoto.

Il paradosso resta lì, sotto gli occhi di tutti: l’Europa continua a dichiararsi fedele a una strategia americana che la sta portando alla deindustrializzazione.

Accettiamo il razionamento energetico mentre Washington ci offre il suo petrolio a prezzi folli; accettiamo l’instabilità nel Mediterraneo mentre Israele persegue i suoi obiettivi territoriali senza consultarci e senza rispettare nessuna norma di quel Diritto internazionale per noi così caro, da aver chiuso ogni via diplomatica e commerciale con Mosca. Roba da “Scemo e più Scemo”.

Mentre le fabbriche a Kemerovo iniziano a produrre bioprotesi valvolari e quelle a Sverdlovsk sfornano manufatti in titanio per il nuovo mercato russo autarchico, le industrie chimiche tedesche avvertono che non possono più riflettere l’aumento dei costi sui prezzi finali.

Oltre questo limite c’è solo la chiusura.

La Russia cresce, la Cina vola, l’Europa sta per spegnere la luce, le fabbriche, la sua stessa esistenza.

Allora, la domanda non è quando finirà la guerra, ma chi ha deciso che l’Europa dovesse essere il sacrificio necessario sull’altare di una visione geopolitica che non le appartiene.

Chi ha staccato quell’assegno da 14 miliardi senza chiedere il parere dei propri cittadini?

La risposta è nelle pratiche da messaggini nascosti di von der Leyen, nei premi ritirati a Kiev da Kallas, nel silenzio dei corridoi di Bruxelles, dove si continua a negoziare col nulla, mentre il mondo, fuori, ha già cambiato padrone, rendendoci randagi, in cerca di cibo e di riparo per l’inverno.

KHARG, SIGONELLA E CHI PAGA IL CONTO DELL’ULTIMA FOLLIA NEL GOLFO

L’Italia ha detto no. Un rifiuto secco, filtrato dai corridoi di Palazzo Chigi e rimbalzato nelle cronache di queste ore, dopo che il governo ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente.

Non è un’esercitazione e non è un equivoco diplomatico, ma sembra il fantasma di Bettino Craxi che torna a camminare tra i vicoli di una politica estera che, per una volta, smette di fare la valletta di Washington per ricordarsi di esistere.

Trentanove anni dopo lo strappo del 1985, quando i Carabinieri e la Delta Force si puntarono i fucili addosso sulla pista dell’aeroporto siciliano, la storia sembra ripetersi.

Allora era il sequestro dell’Achille Lauro, oggi è l’odore acre di un’escalation con l’Iran che rischia di incenerire l’economia del mondo intero.

Claudio Martelli, che quella notte dell’85 era accanto a Craxi, lo dice senza giri di parole: “gli americani non hanno mai perdonato all’Italia l’autonomia strategica. Soprattutto non hanno perdonato il rifiuto di usare le basi italiane per bombardare la Libia di Gheddafi nell’86.”

Oggi, la richiesta di Donald Trump di trasformare la Sicilia nel trampolino di lancio per l’ennesima avventura nel deserto ha trovato un muro di gomma, condito dalle solite note felpate di Guido Crosetto sulla “lealtà atlantica”, ma pur sempre un muro.

IL DILEMMA DI KHARG

Mentre a Roma si parla di sovranità, nel Golfo Persico il Pentagono ha già puntato il dito sulla cartina geografica.

Il bersaglio ha un nome preciso: l’isola di Kharg, un frammento di terra al largo della costa iraniana che, da solo, gestisce il 90% dell’export petrolifero di Teheran. Se vuoi mettere l’Iran in ginocchio, non devi conquistare Teheran. Devi spegnere Kharg.

Gli analisti americani, quelli che mangiano pane e tattiche di guerra, hanno due opzioni sul tavolo: la prima è il blocco navale, un muro d’acciaio in mezzo al mare per impedire alle petroliere di uscire.

Peccato che per il Diritto internazionale e per la dottrina militare iraniana, un blocco navale sia un atto di guerra totale. Punto.

Anche se l’intera aggressione partita il 28 febbraio viola il Diritto internazionale, senza che USA e Israele se ne importino.

La seconda opzione è l’invasione militare, un piano in tre atti: bombardamento per “preparare il terreno”, assalto anfibio dei Marines e occupazione delle infrastrutture petrolifere.

Qui, però, la teoria dei think tank si scontra con la realtà dei fatti.

Il Generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni, uno che le mappe le sa leggere non per caricare video su YouTube, ma per mestiere, definisce l’operazione su Kharg come una “missione quasi suicida”.

Kharg è letteralmente attaccata alla costa iraniana, perciò, ogni soldato americano che mettesse piede sull’isola diventerebbe un bersaglio mobile per l’intero arsenale di droni e missili di Teheran.

Tuttavia, se conquistare l’isola è difficilissimo, mantenerla è un incubo. È una trappola topografica che gli Stati Uniti sembrano intenzionati a ignorare, trascinati dalla furia di una presidenza che ragiona come un adolescente che scaglia la rabbia sui social.

L’ISFAHAN-GATE E LE BOMBE CHE NON ESISTONO

Mentre si discute di Kharg, la guerra è già iniziata nei fatti, anche se la propaganda cerca di coprire i boati.

Il Wall Street Journal ha riportato indiscrezioni su un attacco devastante a un deposito di munizioni a Isfahan; gli americani avrebbero usato le “bunker buster”, bombe da 900 chili progettate per perforare la roccia e il cemento armato prima di esplodere.

Trump ha rilanciato video sui suoi canali che sembrano confermare l’operazione.

Il paradosso è che Washington sostiene che i colloqui con l’Iran siano “positivi e produttivi”, mentre Teheran nega persino che ci siano stati contatti diretti. E il video di Trump sembra dare ragione all’Iran.

È la regola non scritta della diplomazia da trincea: quando qualcuno insiste troppo nel dire che sta vincendo e che l’avversario è pronto a cedere, significa che sta barando, perché sta perdendo.

Gli Stati Uniti devono trasmettere un’idea di controllo totale per evitare proteste interne legate al prezzo della benzina, ma la realtà parla di decine di migliaia di soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata che si ammassano nel Golfo.

Non mandi i paracadutisti a fare un picnic. Li mandi perché sai che stai per attaccare.

LA MATEMATICA DEI TOMAHAWK E IL CONTO PER GLI ARABI

C’è poi un dato numerico che suona come un verdetto. Nelle prime quattro settimane di questo nuovo conflitto, gli Stati Uniti hanno già bruciato 850 missili Tomahawk.

Il Pentagono ne produce circa 100 all’anno. Fate voi il calcolo.

Le scorte in Medio Oriente sono a livelli pericolosamente bassi. La macchina da guerra americana sta consumando più di quanto possa produrre, perciò, possiamo dire che gli USA sono in difficoltà come mai nella loro storia.

Perciò, delle due una: o gli USA si ritirano e ammettono la sconfitta, oppure tentano il tutto per tutto.

Ed è qui che emerge il lato più sferzante della strategia trumpiana: la guerra si fa, ma la pagano gli altri.

Trump starebbe valutando di chiedere ai paesi arabi del Golfo di finanziare l’operazione militare contro l’Iran, in quello schema già applicato all’Europa con l’Ucraina.

I paesi del Golfo si trovano in una situazione grottesca: non hanno iniziato la guerra, si sono visti piovere addosso l’instabilità causata dagli attacchi americani e israeliani, e ora dovrebbero anche staccare l’assegno per continuare il massacro e l’aggressione contraria a ogni norma di Diritto internazionale.

Non si capisce se sia più idiota Trump, a questo punto, o i leader arabi che dovessero accettare.

È il principio di chi ha poca marmellata e la spalma sottile per far credere di averne molta, perché Washington non ha più le risorse per fare lo sceriffo/gangster globale da sola, quindi, cerca sponsor tra le sue vittime strategiche.

CITTÀ SOTTERRANEE E MISSIONI IMPOSSIBILI

Il fronte si sta allargando a macchia d’olio.

L’Iran non è la Libia di Gheddafi e non è l’Iraq di Saddam.

Teheran ha passato decenni a costruire “città sotterranee”, bunker inaccessibili dove custodisce l’uranio arricchito e i centri di comando.

L’idea di Trump di “recuperare” l’uranio iraniano è un’allucinazione operativa.

Come pensano di trasportare materiale radioattivo sensibile fuori da un territorio ostile, circondato da un milione di uomini tra esercito regolare e milizie sciite?

In Iraq, 200.000 miliziani sono già pronti all’azione. In Yemen, gli Houthi hanno ufficialmente dichiarato guerra a fianco di Teheran e sono pronti a chiudere anche lo stretto di Bab el Mandeb.

Israele, dal canto suo, è un Paese piccolo e vulnerabile.

Il Generale Boni osserva che le forze armate israeliane (IDF) sono vicine al “culmine operativo”, ovvero al punto di rottura. Le operazioni in Libano non procedono secondo i piani e la popolazione civile inizia a sentire il peso insopportabile di un conflitto che non ha una soluzione politica all’orizzonte.

Il grande inganno di questa escalation è far credere che esista una vittoria “chirurgica”.

Ma non esiste. Esiste solo una scelta tra un disastro economico causato dalla chiusura di Hormuz e un massacro militare sulle spiagge di Kharg.

Nel mezzo c’è l’Italia, che per una volta ha guardato le navi americane e ha deciso che il porto di Sigonella non è un albergo per bombardieri.

Anche se, a onor del vero, il no italiano è arrivato dopo che tanti aerei erano già in volo…

Ma se ogni mossa sul tavolo porta alla catastrofe, chi ha davvero interesse a non rovesciare il tavolo?

Forse solo chi, tra un tweet e un annuncio di pace, sta già contando i soldi dei finanziamenti arabi e i barili di petrolio che non arriveranno mai nelle nostre pompe di benzina.

Il dossier è aperto, ma le bombe bunker buster hanno già iniziato a scrivere la risposta.

In attesa della risposta iraniana, che potrebbe fare ancora più male degli schiaffi presi dagli americani in queste quattro settimane di aggressione.

PERCHÉ L’UNICO VERO VINCITORE IN IRAN È LA CINA

La guerra lampo degli USA è diventata una palude di fango e petrolio, un nuovo Vietnam.

Così, il Presidente che voleva il Nobel per la pace sta preparando l’invasione di terra, mentre il suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, fa anticamera a Pechino sperando che Xi Jinping si degni di rispondere al telefono.

IL BLUFF DELLA GUERRA IN UN’ORA

“La guerra la sta vincendo la Cina”.

Non è il titolo radicale, ma la fredda constatazione che arriva dai terminali di Canton e Shanghai.

Mentre l’Asia barcolla, con le Filippine in stato di emergenza nazionale e la Thailandia che vede il prezzo del carburante schizzare del 18% in settantadue ore, Pechino osserva il traffico silenzioso dei suoi autobus elettrici, perché hanno investito dieci anni per non dipendere dai fossili del Golfo.

Hanno riserve strategiche per sei mesi, mentre l’Europa per novanta giorni. Poi, il buio.

Donald Trump ha dichiarato al Financial Times che il viaggio a Pechino è rimandato.

Ufficialmente deve restare a Washington come “Comandante in Capo”. In realtà, restare a casa serve a nascondere il fatto che non ha più carte da giocare.

L’operazione Epic Fury, lanciata a fine febbraio contro le basi iraniane, doveva essere un colpo chirurgico, invece, è stato un boomerang. L’Iran non ha risposto militarmente su scala globale, ma si è limitato a chiudere il rubinetto dove passa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa da risk manager, non da fanatici religiosi.

Una mossa che è solo un avvertimento. Se la situazione si facesse davvero tragica, chiuderebbe Bab el Mandeb, trasformando l’Occidente nella nuova Africa.

LE SEI CAMBIALI DI TEHERAN

Trump parla di accordi con l’Iran, ma basta ascoltare per capire che l’accordo è un miraggio, probabilmente dettato dagli stessi amici immaginari che salutava Biden.

Teheran smentisce la Casa Bianca e mette sul tavolo sei punti che suonano come una resa incondizionata per Washington.

La suddivisione dello Stretto di Hormuz (come se fosse un condominio privato), il ritiro totale degli Stati Uniti da ogni base in Medio Oriente, risarcimenti miliardari per i danni subiti e l’estradizione dei media occidentali che hanno osato criticare l’Iran.

Estradare una testata giornalistica è un’assurdità giuridica che però serve a Teheran per dire al mondo: “Poiché stiamo prendendo a calci in culo gli americani, siamo noi a dettare le regole, anche quelle del vostro diritto”.

Dall’altra parte, il Pentagono valuta l’invasione via terra perché non ha più carte in mano se non la disperazione di mandare i Marines tra le montagne iraniane, sperando che non muoiano a migliaia.

L’EUROPA TRA IL GAS E IL BTP

Mentre a Washington giocano ai soldatini, Christine Lagarde ha smesso di sorridere.

Lo shock attuale è paragonabile a quello del 2022, ma con una differenza fondamentale: allora c’era una speranza di diversificazione, oggi c’è solo il vuoto.

La BCE si prepara ad alzare i tassi mentre il sistema del credito privato scricchiola. JPMorgan sta già rivedendo al ribasso il valore dei collaterali, perciò, tradotto dal banchierese, significa che le garanzie che le aziende offrono per avere prestiti non valgono più la carta su cui sono scritte.

In Italia, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla di uno shock “devastante” e i numeri sono pugni nello stomaco: 15 miliardi di euro di rincari previsti su luce e gas per famiglie e imprese.

Il carrello della spesa è diventato un bene di lusso. L’inflazione non è più un numero da statistica, ma la ragione per cui nove milioni di italiani, pur avendo pianificato un viaggio per Pasqua, hanno deciso di restare entro i confini nazionali.

L’84% rimarrà in Italia, non per patriottismo, ma per paura. Paura di volare, paura dei costi, paura di non trovarsi l’accredito dello stipendio a fine mese perché l’azienda ha chiuso i battenti a causa dei costi energetici.

LA KILL LINE E IL SORRISO DI PECHINO

Intanto sul web cinese, per i blogger nazionalisti di Pechino, come Ren Yi (noto come Chairman Rabbit), gli Stati Uniti hanno superato la soglia di non ritorno.

Vedono l’America come un inferno capitalista distopico dove una bolletta non pagata o un licenziamento improvviso ti scaraventano in una tendopoli in meno di sessanta giorni.

Questa narrazione non è solo propaganda, ma è il carburante che permette a Xi Jinping di aspettare.

La Cina non ha fretta. Ogni settimana di ritardo nel summit con Trump è una settimana in cui il potere negoziale di Washington evapora sotto il sole del deserto iraniano.

Xi può permettersi il lusso della pazienza, apparendo come il leader stabile che difende il commercio globale mentre l’inquilino della Casa Bianca appare come il piromane che implora i vicini di aiutarlo a spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.

Eppure, la finzione dell’indipendenza totale è, appunto, una finzione.

Mentre i caccia cinesi effettuano manovre di accerchiamento attorno a Taiwan, NVIDIA annuncia che riprenderà la produzione dei chip H200 specificamente per il mercato cinese. Il divorzio tra le due superpotenze è una sceneggiata per i telegiornali: nei magazzini tecnologici, il matrimonio d’interesse continua, anche se con il coltello sotto il cuscino.

IL TERMOMETRO DELL’ORO

Se volete sapere quanto è profonda la fossa in cui siamo caduti, smettete di guardare i sondaggi e guardate il prezzo dell’oro.

Non sale perché gli investitori sono irrazionali, ma perché è l’unico asset che non ha bisogno della promessa di un governo o di una banca centrale per valere qualcosa.

L’oro è il termometro della sfiducia sistemica. Quando JPMorgan si protegge, quando la BCE ripete gli errori del 2008 alzando i tassi nel momento peggiore, quando i BTP perdono terreno e le aziende minerarie aurifere come Newmont diventano i titoli più performanti dell’S&P 500, significa che la situazione è tragica.

A Seoul, il mercoledì non si guida se la targa finisce con il 3 o con l’8, per colpa del razionamento del carburante, l’ombra di un passato che credevamo sepolto e che invece è il presente in Estremo Oriente e il nostro futuro prossimo. Probabilmente, già dopo Pasqua.

Vendere nel panico non è una strategia, ma restare esposti senza assicurazioni sul portafoglio è un suicidio. Il problema è che l’assicurazione costa sempre più cara.

IL PARADOSSO IRRISOLTO

Restano i fatti nudi. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra per dimostrare di essere ancora i padroni del mondo e si sono ritrovati a chiedere alla Cina di ripulire il pasticcio.

L’Europa ha delegato la sua sicurezza a Washington e la sua energia al mercato, scoprendo che nessuno dei due è affidabile quando le mine iniziano a galleggiare a Hormuz.

Mentre i Marines caricano i fucili e i banchieri svalutano i debiti, una domanda resta sospesa sopra le macerie diplomatiche di questo marzo 2026: se la “Kill Line” è stata superata e gli USA si preparano a passare lo scettro a Pechino, chi sarà l’ultimo a spegnere la luce in un’Europa, che ha autonomia fino a poco prima dell’estate?

I 30 GIORNI PIÙ FALLIMENTARI DELLA STORIA D’AMERICA

Abbiamo già scritto ieri di come gli USA abbiano buttato via ben ottocentocinquanta missili Tomahawk sull’Iran in trenta giorni.

Un dato che non servirebbe a molto, se non fosse accostato a un altro numero, decisamente più imbarazzante per gli strateghi di Washington: cento, che è la capacità di produzione annua degli stessi missili nelle fabbriche americane.

Il calcolo è da ragioneria elementare, di quella che si impara prima di frequentare le accademie militari: in quattro settimane Donald Trump ha consumato otto anni e mezzo di scorte strategiche, in quello che è il più grande fallimento americano di sempre, perché l’Iran non aveva la bomba atomica, come conferma l’AIEA, il regime iraniano è tutt’altro che caduto e la popolazione iraniana non è insorta.

Ora, l’obiettivo americano è di riaprire lo stretto di Hormuz, quello che, prima dell’aggressione americana e israeliana, era già aperto.

Se non fosse drammatico per l’economia occidentale, ci sarebbe da ridere a crepapelle.

È passato un mese dall’inizio dell’aggressione contro Teheran. Doveva essere un’operazione chirurgica, un “lampo” destinato a decapitare il regime degli Ayatollah e a neutralizzare la minaccia missilistica, invece, i fatti sono rimasti sulla terra, mentre le chiacchiere sono volate via insieme ai miliardi di dollari letteralmente polverizzati.

Il regime è ancora lì. Il governo iraniano non ha mostrato alcun segno di cedimento strutturale e, nonostante i rapporti trionfalistici che filtrano dal Dipartimento della Difesa, le stime più prudenti dell’intelligence indicano che solo un terzo dell’arsenale noto di Teheran è stato effettivamente colpito. Il resto è nascosto nei tunnel, sotto montagne invalicabili, pronto a essere lanciato.

LA GUERRA CHE SI ALLARGA MENTRE I MAGAZZINI SI SVUOTANO

Mentre Marco Rubio annunciava che il conflitto sarebbe durato “diverse settimane” – spostando in avanti un ultimatum che inizialmente si misurava in ore – la realtà sul campo ha preso una piega ancora più drammatica.

Gli Houthi hanno smesso di essere un fastidio locale per diventare un alleato dell’Iran, lanciando missili verso Israele e minacciando di chiudere definitivamente lo Stretto di Hormuz e, ancora peggio, quello di Bab el Mandeb.

La logica del Pentagono è entrata in un corto circuito che nessun comunicato stampa può nascondere, perché le scorte sono così esigue che si sta discutendo di dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica e, poiché i bombardamenti aerei non hanno ottenuto la resa sperata, ora si passa alla fase due: la carne da cannone.

Ventimila soldati, tra Marines, paracadutisti e fanteria, sono ammassati nel Golfo. Teheran risponde colpendo basi americane in Siria e Iraq, centrando una fabbrica strategica di materie prime per l’industria bellica statunitense e abbattendo un aereo sentinella, un asset fondamentale per il controllo dei droni. Se questo è il risultato di un mese di “supremazia tecnologica”, la parola “successo” va riscritta sul dizionario.

Perché tutto somiglia a una sconfitta tragicomica, una caricatura da serie Fantozzi.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLE BANCHE CENTRALI

Se a Washington si contano i missili, a Francoforte e New York si conta la paura. Il petrolio Brent ha sfondato quota 112 dollari al barile, nonostante le scorte strategiche a cui si è attinto per abbassare i prezzi.

Il gas e i fertilizzanti seguono a ruota.

Per l’Europa, che assiste al disastro con la solita passività di chi non ha una politica estera, ma solo una dipendenza atlantica, il conto è già arrivato.

È in questo scenario di “incertezza totale” che si inserisce la mossa – o meglio, la non-mossa – dei guardiani della moneta. Christine Lagarde e Jerome Powell sono rimasti immobili, lasciando i tassi invariati.

Le Banche Centrali sono paralizzate dal terrore di inviare il segnale sbagliato. Se alzi i tassi, ammetti che l’inflazione è fuori controllo a causa della guerra; se li abbassi, dichiari al mondo che sei terrorizzato dalla recessione imminente.

Così, BCE e FED hanno scelto di stare fermi mentre la casa brucia, sperando che l’incendio si estingua da solo prima di arrivare alle fondamenta dell’economia reale.

È la politica del “lavarsene le mani” in attesa di capire quanto durerà il massacro e quanto faranno male le conseguenze del disastro causato da Tel Aviv e Washington.

Ma i mercati non hanno la pazienza dei burocrati. L’aumento dei prezzi dell’energia sta già falciando il potere d’acquisto delle famiglie e il peggio deve ancora venire, perché, se gli Houthi dovessero davvero sigillare i passaggi marittimi, l’Occidente diventerebbe terzo mondo prima del prossimo inverno.

TRUMP E IL PARADOSSO DEL CONSENSO IN FRANTUMI

Gli USA sono una nazione spaccata in due, dove la logica ha ceduto il passo alla tifoseria. Donald Trump sta giocando una partita doppia e pericolosissima: da una parte, dichiara che “i negoziati stanno andando benissimo”, una frase che sembra rivolta al suo riflesso nello specchio, visto che Teheran ha smentito categoricamente ogni trattativa; dall’altra, firma gli ordini per l’invasione di terra.

Il paradosso è tutto interno alla sua base elettorale. Il mondo MAGA (Make America Great Again) è rimasto fedele al suo leader con una quota che sfiora il 90%, anche se nel 10% che gli ha voltato le spalle ci sono diversi esponenti di spicco e gli stessi sondaggi dicono che la maggioranza degli americani non giustifica l’intervento in Iran.

Come si tiene insieme la devozione a un capo con l’ostilità verso la sua politica? Con la narrazione del sabotaggio, messa in piedi dalla Comunicazione trumpiana.

Ogni fallimento, ogni coda chilometrica negli aeroporti, ogni centesimo in più pagato alla pompa di benzina viene venduto come colpa dei Democratici o di un Congresso ostruzionista.

Proprio gli aeroporti sono diventati lo specchio del disastro interno. Mentre i soldi fluiscono verso i missili Tomahawk, il personale aeroportuale americano resta senza fondi a causa di una rissa parlamentare sulle regole d’ingaggio degli agenti dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione).

Trump ha mandato agenti dell’immigrazione a gestire i check-in e la sicurezza dei voli: un’idea che ha la stessa efficacia di cercare di spegnere un incendio inviando piromani.

La benzina è aumentata di un dollaro al gallone in poche settimane. Per un cittadino medio del Midwest, questo conta più delle mappe del Pentagono e delle fesserie raccontate dalla propaganda.

L’UNICO VINCITORE E IL CONTO CHE NON TORNA

In questo teatro dell’assurdo, c’è un solo attore che sta incassando risultati concreti: Israele.

Benjamin Netanyahu ha ottenuto quello che cercava da anni, ovvero l’impegno diretto e massiccio degli Stati Uniti contro il suo nemico esistenziale, mentre prosegue indisturbato l’invasione del sud del Libano, mentre l’Occidente parla di Diritto internazionale solo in Ucraina.

Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo solo l’isolamento diplomatico e l’erosione del proprio prestigio militare, oltre a un danno economico le cui proporzioni potrebbero essere catastrofiche.

Accade quando chi comanda è tenuto per i testicoli da qualche foto e video di festini con donne e bambini, realizzati dal progetto Epstein, con cui Israele può permettersi di infrangere norme del Diritto internazionale e oltre 70 risoluzioni dell’ONU.

Intanto, l’Iran ha minacciato apertamente le università americane nel Golfo, promettendo di colpirle se Washington non fermerà i raid. È un segnale di escalation che punta dritto ai sentimenti dell’opinione pubblica occidentale. E anche all’opinione pubblica dei paesi arabi.

Nel frattempo, Mark Rutte, il Segretario Generale della NATO, parla di una “Coalizione di volenterosi” – un’espressione che evoca barzellette in Ucraina e i fantasmi della guerra in Iraq del 2003, con i suoi esiti catastrofici – per garantire la sicurezza della navigazione a Hormuz.

Peccato che lo faccia solo ora che il problema è già esploso e che le navi già bruciano. E quando intervenire per Hormuz potrebbe non servire a niente, se venisse chiuso anche Bab el Mandeb. O, magari, potrebbe servire a far piovere missili iraniani su Roma, Londra e Berlino. Mica male.

Abbiamo una superpotenza che consuma in un mese quello che produce in otto anni. Abbiamo banche centrali che non sanno se ridere o piangere e scelgono di restare ferme. Abbiamo un leader politico che annuncia vittorie mentre prepara l’invio di migliaia di bare.

“L’Iran è in ginocchio”, dicevano. “Il regime cadrà in tre giorni”, giuravano.

Dopo un mese, l’unica cosa che è caduta è la maschera sulla NON strategia americana.

Ma, se la produzione di missili è di cento all’anno e il consumo è di ottocento al mese, chi è che sta davvero finendo il tempo? Quale strategia sta davvero dando i suoi frutti: quella americana o quella dell’Iran?

Washington promette la pace attraverso la forza, ma, per ora, l’unica cosa che ha distribuito con generosità è il conto da pagare. E non ci sono agenti dell’ICE che possano gestire la fila di chi sta per chiedere spiegazioni.

Senza dimenticare che, una volta esauriti i missili, non ci sarà più la forza nemmeno per difendersi all’interno dei propri confini.

Altro che fare gli spavaldi in Medio Oriente.

L’ULTIMO MISSILE: COME L’IRAN STA IMPARTENDO LA SCONFITTA PEGGIORE DI SEMPRE A USA E ISRAELE

Ottocentocinquanta a dieci e fine della partita.

È la contabilità del suicidio strategico del Pentagono, che, in quattro settimane di operazioni nel Mar Rosso, ha visto evaporare oltre 850 missili Tomahawk. Nello stesso arco di tempo, l’industria bellica americana ne ha prodotti meno di dieci.

La capacità produttiva annua degli USA si ferma a 100 pezzi. Fate i conti: in un mese, Washington ha bruciato otto anni e mezzo di scorte.

Mentre i portavoce della propaganda americana raccontano di “obiettivi centrati” e “capacità neutralizzate”, i magazzini sono sempre più vuoti.

Il Pentagono è in allerta rossa e non cerca di nasconderlo. Anzi, ribadisce la cosa con sempre maggiore insistenza al suo presidente, che sembra sempre più distante dalla realtà, che è un pugno in faccia: la superpotenza è rimasta senza cartucce per dare la caccia a miliziani in sandali che nascondono i lanciatori tra le montagne dello Yemen.

IL BLUFF DI PASQUETTA: LA TRAPPOLA DEL 6 APRILE

“Aprite lo stretto o distruggeremo le vostre centrali elettriche”.

Donald Trump ha fissato l’ultimatum. Poi lo ha spostato. Poi lo ha rinviato ancora. Ormai, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti tra le orecchie ha capito che l’America non sa più che fare per evitare la più grande figuraccia della sua storia.

La data cerchiata in rosso adesso è il 6 aprile 2026, ore 20:00 Eastern Time. È il “Chicken Game”, la gara del pollo: due auto lanciate l’una contro l’altra a tutta velocità.

Il problema è che Teheran ha tolto il volante, mentre Washington continua a frenare e a dire che lo fa per strategia, come neanche il peggiore degli idioti potrebbe fare.

I media di stato iraniani lo chiamano “ritirata per paura”. Gli analisti seri lo chiamano “collasso della credibilità”.

Se fissi una linea rossa e permetti al nemico di usarla come corda per saltare, hai già perso. E l’Iran non ha solo ignorato l’ultimatum, ma ha alzato la posta.

Le condizioni di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz non sono una base negoziale, sono un diktat da vincitori: riparazioni di guerra, ritiro totale delle truppe americane dalla regione, sovranità assoluta sulle rotte marittime.

Non è diplomazia. È un’esecuzione.

E l’Iran può alzare la posta perché ha già vinto. Hormuz non è l’atto finale, ma solo l’inizio. È un avvertimento: “Con Hormuz state sperimentando cosa sia l’asfissia. Se ci costringerete a chiudere anche Bab el Mandeb, aumenterete esponenzialmente il numero dei funerali nelle vostre belle nazioni”.

CHI HA GUADAGNATO DAL SILENZIO?

Mentre i riservisti israeliani marciano verso un confine che si sposta ogni giorno più in là, qualcuno a Londra e Chicago ha brindato. Un’inchiesta del Financial Times ha scovato un’anomalia che puzza di bruciato lontano un miglio: il 23 marzo, esattamente quindici minuti prima che Trump annunciasse una pausa nelle operazioni militari, sul mercato dei futures sono state piazzate scommesse per 580 milioni di dollari sul calo del prezzo del petrolio.

Quindici minuti.

Qualcuno sapeva che i missili sarebbero rimasti nei silos. Qualcuno ha monetizzato l’indecisione americana mentre il Brent ballava sopra i 120 dollari.

È la dimostrazione lampante che la guerra non si combatte solo nei cieli sopra Teheran, ma anche nelle borse, dove informazioni segrete corrono più veloci dei droni Triton.

Chi ha avvisato i mercati? E soprattutto, perché la Casa Bianca ha avuto bisogno di quella pausa proprio mentre dichiarava di essere pronta al colpo finale?

SIGONELLA E IL PUPAZZO DI PEZZA: LA SOVRANITÀ SECONDO L’ITALIA

L’Italia recita la parte della comparsa. Siamo uno “Stato satellite”. Il drone Triton decollato da Sigonella per fotografare gli obiettivi iraniani è partito senza chiedere il permesso a nessuno.

Il governo Meloni, dipinto dai propri uffici stampa come il baluardo della dignità nazionale, ha assistito al decollo dal divano di casa, probabilmente avvisato ancora a cose fatte, come con l’aggressione all’Iran.

D’altronde, che il premier italiano sia da sempre un “pupazzo politico” della Casa Bianca lo sanno anche i sassi. Nella storia italiana soltanto due nomi si sono opposti a recitare il ruolo dello zerbino dell’America: Aldo Moro e Bettino Craxi. Il primo è stato l’unico politico importante a essere fatto fuori dalle BR, il secondo è stato l’unico politico di peso a pagare per Mani Pulite.

Vedi un po’ che sfortuna, eh…?

Così, con quei moniti ben presenti nella mente di chiunque arrivi a recitare il ruolo di zerbino dell’impero americano, l’Italia continua a non avere voce in capitolo sulle basi che ospita, ma pagherà il conto più salato di tutti.

Perché se Bab el-Mandeb chiude, – cosa assai probabile – il Canale di Suez diventa un parcheggio per yacht di lusso. Le merci per l’Italia dovranno circumnavigare l’Africa. Dieci giorni in più di navigazione, costi del carburante triplicati, porti come Trieste e Gioia Tauro condannati all’irrilevanza.

Il che si traduce inevitabilmente in razionamenti, balckout energetici, chiusure aziendali, casse integrazioni, licenziamenti. In pratica, la guerra contraria al Diritto internazionale di Israele e USA ci condanna a diventare una nazione da terzo mondo.

L’IRONIA DI MADRID E IL PEDAGGIO DI TEHERAN

Mentre Roma ha paura della “sfortuna” di Moro e di Craxi, Madrid alza la voce e mostra che avere attributi è ancora il miglior metro di giudizio per un politico.

Pedro Sánchez ha dichiarato “illegittima” la guerra a guida USA-Israele. – Cosa ovvia per chiunque conosca le norme del Diritto internazionale, d’altronde.

Risultato? Le navi spagnole attraversano Hormuz senza che un solo barchino iraniano si avvicini. Non è fortuna, è realismo geopolitico. È scelta da che parte stare. E la Spagna non ha scelto la parte sbagliata della storia.

Teheran ha iniziato a selezionare chi può passare e chi no. Francesi e giapponesi, per evitare il blocco, starebbero già pagando un “pedaggio” mascherato: circa un dollaro a barile versato a intermediari vicini al regime, mentre i giornalisti di casa nostra elogiano la Kallas, che non vuole il gas russo perché Putin ha aggredito l’Ucraina, in quello che ormai non è più soltanto un cortocircuito di logica, ma comincio a credere che qualcuno sia davvero un imbecille.

L’egemonia americana si è trasformata in una tassa sulla navigazione gestita dai suoi nemici. È la fine dell’ordine globale per come lo abbiamo conosciuto dal 1945.

E la realtà è diventata una barzelletta, perché gli americani, per spostare più in là il giorno in cui saranno costretti a ritirarsi dalla guerra, ora ci dicono che combattono per riaprire Hormuz, che è stato chiuso perché loro hanno iniziato la guerra.

Basterebbe già questo per rendere l’idea di quanto l’Occidente sia in mano a un manipolo di idioti.

LA TRAPPOLA DELLE MONTAGNE: PERCHÉ IL BOMBARDAMENTO È UN FALLIMENTO

L’idea che si possa risolvere tutto con un joystick è la vera strategia di quegli idioti al comando.

L’Iran ha speso gli ultimi cinquant’anni a scavare. Il 70% delle sue postazioni missilistiche è protetto da bunker sotterranei scavati nel granito delle montagne. Puoi lanciare tutti i Tomahawk che vuoi (ammesso di averli), ma colpirai solo roccia.

Un bambino lo capirebbe. Un idiota, come si evince, no.

L’unica opzione reale sarebbe un’invasione di terra.

Secondo le stime statunitensi, per avere il controllo di una popolazione servono 20 soldati ogni 1.000 civili. Perciò, per controllare la popolazione iraniana servirebbero almeno 1,76 milioni di soldati.

Ma questo calcolo è inservibile per l’Iran, perché in un territorio montuoso, non sai dove si nascondo i nemici, ecco perché diversi esperti di tattiche militari sostengono che servirebbero più di 10 milioni di soldati e chi ha il coraggio di proporre una tale crociata contro il Medio Oriente?

Washington sa che, solo per riaprire Bab el-Mandeb, nella concreta ipotesi che venga chiuso, servirebbero almeno 200.000 uomini solo nello Yemen.

Un nuovo Vietnam, ma con il deserto e i droni suicidi. Israele, dal canto suo, sta finendo l’ossigeno.

I missili Arrow 3 costano 3 milioni di dollari l’uno. L’Iran manda avanti sciami di droni da 20.000 dollari. È una guerra d’attrito economico dove il difensore si dissangua per intercettare spazzatura volante.

Teheran sa di aver già vinto. Manca solo la data certa della sua vittoria finale.

L’EFFETTO DOMINO: DAI FERTILIZZANTI AL CARRELLO DELLA SPESA

Bab el-Mandeb non è solo petrolio, naturalmente, ma il collo della bottiglia per il 50% delle esportazioni mondiali di urea e zolfo. Senza questi, i fertilizzanti spariscono. Senza fertilizzanti, i raccolti di mais e soia nel Midwest americano e nelle pianure europee crollano.

Goldman Sachs ha già alzato le probabilità di recessione negli USA al 25%.

Oxford Economics è più brutale: se il petrolio resta sopra i 140 dollari per due mesi, l’Eurozona entra in contrazione violenta. L’inflazione che abbiamo visto finora era solo l’antipasto. Il piatto principale è un mondo dove l’energia costa troppo per produrre cibo e il cibo costa troppo per essere comprato.

In sintesi: involuzione. Torneremo al dopoguerra, con un calesse e una carriola in garage, altro che auto nuova, condizionatori, vacanze e tutto ciò che ci distingueva dal terzo mondo.

L’ORA DELLA RESA MASCHERATA

Gli USA e Israele non dichiareranno mai la sconfitta in una conferenza stampa. Non ci sarà una firma su un documento di resa. Washington non vince una guerra dal lontano 1945, ma, da allora, non ha mai ammesso nessuna sconfitta, a cominciare dal Vietnam fino all’Afghanistan.

Perciò, ci sarà un “Accordo di Pace Regionale”.

Ci sarà una narrazione che parlerà di “stabilità ritrovata” e “successo della diplomazia”. Ma tra le righe leggeremo la realtà: il ritiro delle truppe0, la fine delle sanzioni a Teheran e il riconoscimento implicito che le rotte globali sono ora sotto la tutela iraniana.

La Terza Guerra Mondiale è iniziata sul piano del commercio e della logistica, e l’Occidente l’ha approcciata con la boria di chi credeva di essere invincibile come nella propaganda hollywoodiana, invece, si è ritrovato con i magazzini vuoti e i mercati truccati.

Allora, chi ha mentito? Chi ha detto che sarebbe stata una guerra breve? Chi ha giurato che le scorte erano infinite?

I documenti sono lì, nei registri della logistica militare e nei grafici dei flussi di greggio. L’ultimo missile Tomahawk non colpirà un bunker a Teheran, ma il sistema finanziario occidentale, che ha scoperto di essere molto più fragile della roccia iraniana.

Resta l’immagine delle navi americane che restano a distanza di sicurezza dallo stretto, mentre le petroliere spagnole passano indisturbate salutando la costa.

La bandiera a stelle e strisce non garantisce più la libertà dei mari. Garantisce solo che il prezzo della benzina salirà ancora domani mattina.

E noi, a Sigonella, continuiamo a guardare i droni degli altri decollare sopra le nostre teste, sperando che non sia l’ultimo volo prima del buio, mentre i giornalisti ci dicono che Kallas e von der Leyen hanno la schiena dritta contro Putin, perché il suo gas non lo vogliono poiché la Russia viola il Diritto internazionale.

Perché non è affatto detto che i politici abbiano l’esclusiva dell’imbecillità.

L’UCRAINA HA PERSO LA GUERRA NEL 2022. E NOI ABBIAMO PAGATO IL FUNERALE

Quattordici milioni.

È la cifra, arrotondata per difetto, degli ucraini che dal febbraio 2022 hanno smesso di abitare la propria casa.

Sette milioni sono finiti all’estero, gli altri si nascondono dai miliziani, che vogliono spedirli a morire al fronte, in un Paese che si sta rimpicciolendo non solo sulle mappe militari, ma nelle anagrafi.

Una buona parte dei giovani è fuggita all’estero. – alla faccia della propaganda occidentale, che sostiene la favola degli ucraini che vogliono difendere la patria – un’altra parte è stata massacrata al fronte o resa invalida.

Il tasso di maternità è crollato sotto lo 0,7 e questo dato, in un mondo che ragiona per algoritmi, dice una cosa sola: l’Ucraina, biologicamente, ha smesso di esistere nel prossimo futuro.

IL CENSIMENTO DELLE OMBRE

Mentre a Bruxelles e Washington si discute di proiettili da 155 mm, la realtà sul campo scavalca la propaganda, perché le donne ucraine, quelle giovani, quelle che dovrebbero garantire il ricambio generazionale, sono fuggite a Berlino, Varsavia, Milano. E la gran parte si è portata dietro i mariti.

Hanno imparato la lingua, hanno iscritto i figli a scuola, hanno trovato un lavoro.

Non torneranno. Non in un Paese dove l’età media al fronte sfiora i 45 anni e dove mutilati e invalidi si contano a centinaia di migliaia.

La guerra non sta solo distruggendo i battaglioni al fronte, ma sta sterilizzando il futuro dell’Ucraina.

Un territorio senza abitanti non è uno Stato, infatti l’Ucraina sta diventando un parco giochi per le multinazionali della ricostruzione o, più semplicemente, un cimitero a cielo aperto recintato dal filo spinato.

L’AFFARE BLACKROCK: CHI POSSIEDE LA TERRA?

Nel 2021, sotto pressione del Fondo Monetario Internazionale, Kiev ha approvato una riforma agraria che ha aperto il mercato delle “terre nere”, le più fertili del pianeta.

Oggi, i nomi che contano non sono solo quelli dei generali, ma quelli dei fondi d’investimento. Larry Fink, il numero uno di BlackRock, ha già firmato accordi per l’”Ukraine Economic Reconstruction Fund”.

Il meccanismo è elementare: si inviano armi per distruggere, si prestano soldi per non far crollare lo Stato, si incassano asset strategici quando il debito diventa impagabile.

È un po’ come andare in banca per investire, solo elevato a livello geopolitico: le opportunità d’investimento sono le guerre, gli asset su cui investire sono le ricchezze di un Paese e il prezzo da pagare sono i sotterfugi per far scoppiare la guerra e le armi per distruggere più che si può, poi si passa a raccogliere gli interessi maturati. L’unica controindicazione è la morte di milioni di innocenti, ma è un prezzo che gli algoritmi e la propaganda occidentale ha sempre definito “danni collaterali”.

L’Ucraina era già stata venduta pezzo per pezzo prima che i russi piantassero una bandiera in un nuovo villaggio del Donbass, prima che un terzo del Paese venisse distrutto, che oltre un terzo della popolazione evaporasse, perché ucciso al fronte o fuggito all’estero.

E chi pagherà il conto di questo disastro, che si poteva evitare con gli accordi del 2022?

Beh, non certo i banchieri di Wall Street.

L’EUROPA DEGLI UTILI IDIOTI

A Berlino, l’industria boccheggia, i licenziamenti raggiungono livelli mai visti e interessano industrie che non avevano mai conosciuto nemmeno la cassa integrazione.

Il gas russo, quello che costava poco e faceva correre le turbine tedesche, è un ricordo oscurato dai detriti del Nord Stream, il condotto sabotato dall’Ucraina, come stabilito dalla magistratura tedesca, che ha spiccato mandati d’arresto per diversi ucraini autori del più feroce attentato alla sovranità europea e su cui è calato un silenzio che puzza di complicità.

Avete presente quelle storie di servizi segreti che fanno cose per spingere governi a farne altre?

L’Unione Europea si è ridotta a fare il passacarte del Dipartimento di Stato americano, così abbiamo barattato l’autonomia energetica e politica con un vassallaggio che ci vede finanziare una guerra a oltranza senza avere un piano per la pace, né una strategia per il dopo.

Washington cerca di indebolire la Russia, usando il sangue ucraino e il portafoglio europeo, in quella che è una triangolazione perfetta: l’industria bellica americana macina profitti, l’Europa si deindustrializza, perde competitività e spende trilioni di dollari per acquistare armi dall’America che poi regala all’Ucraina, e Kiev diventa una terra di nessuno, un cuscinetto spopolato che non serve più a nessuno, se non come monito e come dividendi per chi la guerra l’ha creata, l’ha voluta portare avanti, sabotando qualsiasi tentativo di pace, e ora si frega le mani, gustando l’odore dei soldi per la ricostruzione.

IL BLUFF DELLE SANZIONI E IL NUOVO MONDO

Vladimir Putin non è caduto.

Lo so, i media italiani parlavano di 1000 russi morti al giorno, (oltre 1,3 milioni dal 2022 a oggi). Raccontavano di rublo carta straccia, soldati armati solo di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e senza calzini.

Già, di panzane ne hanno scritte talmente tante che farsi vedere in giro con una copia di quei quotidiani è come avere un cartello appeso al collo con su scritto “CREDO AGLI ASINI CHE VOLANO”.

L’economia russa non è tornata all’età della pietra, come profetizzato dai nostri illustri giornalisti iscritti all’albo.

Al contrario, proprio come scrivevamo noi semplici blogger su Tamago, Mosca ha girato le spalle all’Occidente e ha trovato la fila alla porta: Cina, India, Brasile, l’intero blocco BRICS, sempre più folto e sempre più ricco.

Il petrolio e il gas che rifiutiamo noi vengono raffinati altrove e ci vengono rivenduti a prezzo maggiorato. Perché “credere agli asini che volano” è nel DNA di molti, soprattutto ai piani alti.

Ma mentre i leader europei e i loro scendiletto della propaganda ci propinano sciocchezze sulla nostra presunta superiorità morale, il baricentro del mondo si è spostato.

L’isolamento della Russia e il profetizzato tramonto di Putin sono un’illusione ottica per consumatori dei quotidiani di cui sopra e talk show che ospitano i loro direttori.

Al di fuori della dimensione parallela in cui vivono costoro, la realtà conferma che l’Occidente si è isolato da solo, chiudendosi in un fortino che ha mura sempre più fragili e riserve sempre più scarse.

E ora, dopo il definitivo disastro di Netanyahu in Medio Oriente, supportato dal fedele chihuahua collocato alla Casa Bianca, si profilano giornate a piedi e blackout programmati per milioni di europei, per provare almeno a tenere aperti gli ospedali e qualche grande industria.

Ovviamente, i quotidiani di cui sopra ridono e sostengono che l’Iran sia al tappeto, distrutto e… “pale, muli, micochip”… di cazzate ne hanno scritte talmente tante che, evidentemente, non è solo propaganda, ma proprio deformazione professionale.

Perciò, fieri di essere “semplici blogger”.

L’ULTIMA BUGIA

La retorica della “vittoria finale dell’Ucraina” e del ritorno ai confini del 1991 è il sedativo che somministriamo a un malato terminale per non farlo urlare per il dolore.

I generali ucraini sanno benissimo che i numeri non quadrano: mancano uomini, mancano munizioni, manca il tempo e non ci sono più giovani da sacrificare per allungare la guerra di qualche altro mese.

La guerra per procura ha esaurito le scorte: di uomini e di soldi da un pezzo. E ora, con il disastro in Iran, anche di armi.

Ciò che resterà dell’Ucraina, quando il fumo si diraderà e le telecamere si sposteranno sempre più in Iran o in chissà quale altro “fondo di investimento geopolitico”, sarà un Paese smembrato, con il debito impagabile che mangia le pensioni e i giovani sotto terra o in esilio.

Vorrei porre solo una domanda a quelli che, dal 2022, ci danno dei putiniani, dei vili codardi e tutta la serie di stronzate partorite dalle loro menti piene soltanto di retorica: ne è valsa la pena?

Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora nel Paese se gli accordi del 2022 non fossero stati sabotati?

Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora con le loro famiglie in perfetta salute e non nei cimiteri o mutilati?

L’Ucraina è stata solo il sacrificio necessario per testare la tenuta dei nuovi blocchi contrapposti, un esperimento geopolitico riuscito a metà, sulla pelle di chi è stato indottrinato a credere di difendere la propria libertà.

Il documento di resa non avrà la firma di Zelensky o di chi per Kiev, ma quella dei bilanci delle multinazionali e dei certificati di morte di una generazione che è l’ultima di ucraini.

L’Ucraina non sta perdendo la guerra, perché, come scriviamo dal 2022, quella guerra era già persa il primo giorno.

Risero tutti. Soprattutto i direttori i cui lettori credono ancora agli asini che volano.

Ma ora l’Ucraina è finita. E noi siamo gli spettatori paganti che applaudono mentre cala il sipario sulle macerie di quel che ne resta.

Avremmo potuto scrivere anche noi panzane per avere tanti lettori fieri e tronfi di credere ai muli, alle pale e alle altre panzane, ma abbiamo preferito raccontare la verità. E il tempo ha confermato ogni nostra previsione.

Vedi tu, a volte… anche il tempo, in fondo, deve essere un po’ putiniano, eh…?!

Ma ti lascio una domanda: quanto dovrebbero pagare i direttori di quei quotidiani per aver illuso le persone, raccontando panzane?

Spara una cifra. Almeno quella, non fa danni e non uccide nessuno.

L’OPERAZIONE CHE STA AFFONDANDO L’OCCIDENTE

Diecimila soldati.

Non è un’esercitazione e non è una proiezione statistica del Pentagono, ma il numero degli scarponi che l’amministrazione Trump si prepara a scaricare sul suolo mediorientale mentre, ufficialmente, racconta ai cronisti di Washington che “i negoziati con Teheran procedono a gonfie vele”.

Diecimila soldati che si aggiungerebbero ai cinquemila Marines già schierati e ai paracadutisti lanciati nelle ultime quarantotto ore.

Mentre Donald Trump insulta gli alleati della NATO definendoli “codardi” e accusa l’Europa di restare a guardare il blocco dello Stretto di Hormuz, i fatti dicono che gli Stati Uniti non stanno cercando la pace, ma preparano l’invasione per il controllo delle infrastrutture energetiche iraniane.

L’obiettivo non è affatto la democrazia, il nucleare, liberare la popolazione o altre scemenze, ma il controllo del rubinetto.

IL MODELLO VENEZUELA APPLICATO AI PASDARAN

La strategia ha un precedente che si chiama Venezuela, una tattica consolidata: prima lo definisci “regime terrorista”, lo isoli, minacci fuoco e fiamme, imponi embarghi; poi, quando le aziende americane ottengono le concessioni e il flusso dell’oro nero riprende sotto egida statunitense, il “dittatore” torna a essere un “interlocutore”, il regime diventa un “governo di transizione” e la pace è fatta.

Trump lo ha ammesso durante l’ultima conferenza stampa, quando ha detto “Assumere il controllo del petrolio iraniano è un’opzione concreta”.

La traduzione per chi non mastica il linguaggio della Casa Bianca è semplice: la guerra contro l’Iran non serve a eliminare una minaccia atomica, ma a nazionalizzare de facto le risorse di Teheran per calmierare il prezzo del barile sotto i 100 dollari.

Trump è ossessionato da quattro numeri: il prezzo del petrolio, il rendimento dei Treasury a 10 anni, l’indice VIX – il termometro della paura dei mercati – e l’andamento della NYSE.

Teheran lo ha capito, infatti, i generali iraniani non stanno combattendo una guerra di trincea, ma stanno modulando una crisi geo-economica: lasciano passare le navi cinesi, russe e indiane, mentre bloccano quelle del blocco NATO.

Creano un cuneo tra gli alleati, e funziona.

WALL STREET HA IL FIATO CORTO

Il sistema finanziario moderno si regge sul flusso costante di capitali che dai paesi del Golfo si riversa nei mercati internazionali. È il “Petrocapitale” grazie ai “petrodollari”.

Solo gli Emirati Arabi Uniti gestivano, nel 2025, asset per 1,4 trilioni di dollari. Soldi che finiscono in Tesla, in BlackRock, nel mercato immobiliare di New York e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale della Silicon Valley.

Il ricatto iraniano è chirurgico, intelligente, meditato: se Hormuz chiude, i monarchi del Golfo non incassano più, quindi, sono costretti a smettere di investire in Occidente.

Se smettono di investire, devono iniziare a drenare i capitali già depositati nelle banche americane ed europee per finanziare la propria sopravvivenza e i propri apparati militari, con il risultato di favorire una siccità creditizia – il cosiddetto credit crunch – che porterebbe l’economia globale a uno shock peggiore di quello pandemico del 2020.

L’inflazione al 10% che abbiamo visto mesi fa sarebbe solo un antipasto.

Trump sa che se i paesi del Golfo chiudono i rubinetti del credito, Wall Street crolla in dieci minuti.

Ecco perché ha fretta. Ecco perché le spara grosse e parla di “regali” iraniani, come il transito concesso a dieci petroliere, per nascondere che l’unica cosa che sta trattando è la propria sopravvivenza finanziaria.

LA RIBELLIONE DI MADRID E IL SILENZIO DI BERLINO

L’Unione Europea si è spaccata. Ammesso che sia mai esistita come entità unica.

Da una parte Pedro Sánchez, il premier spagnolo che ha deciso di fare il giornalista onesto tra i politici rassegnati. Ha definito “illegale” l’operazione americana, negando l’uso delle basi di Rota e Morón de la Frontera per azioni offensive, inoltre ha costretto i caccia statunitensi a traslocare nella base di Ramstein, in Germania.

Trump ha reagito come un bullo di periferia – unica politica in cui sembra eccellere – minacciando di tagliare ogni commercio con la Spagna e di imporre dazi punitivi, senza prendere in considerazione nemmeno le sentenze contrarie della sua stessa Corte Suprema. Elemento che dimostra cosa sia oggi la tanto decantata democrazia americana.

Dall’altra parte del tavolo, c’è il silenzio.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è rimasto seduto nello Studio Ovale a guardare Trump che insultava l’Europa, senza proferire parola in difesa del collega spagnolo. L’obiettivo di Washington è cristallino: isolare i singoli stati, instaurare rapporti bilaterali e polverizzare l’unità dell’UE.

E mentre l’Europa discute di sovranità, accade l’impensabile: il 24 marzo 2026, la Commissione Europea ha eliminato dal calendario il divieto permanente di importazione di petrolio russo.

Un’umiliazione diplomatica senza precedenti, per cui l’intera commissione europea e i leader più belligeranti dovrebbero dimettersi in massa senza nemmeno prendersi la briga di dare preavviso.

Combattiamo l’Iran per conto degli USA, ma torniamo a comprare da Putin perché, altrimenti, non sappiamo come scaldarci.

A Bruxelles, anche la follia russofoba è un lusso che non possono più permettersi.

LA MENZOGNA DEL NUCLEARE E IL SABOTAGGIO DEL 2015

C’è poi il capitolo della retorica bellicista, alimentata con cura da Benjamin Netanyahu e rilanciata a reti unificate da Palazzo Chigi, soprattutto dopo che, dal 2023, abbiamo dato le chiavi della nostra sicurezza Web a Tel Aviv.

Giorgia Meloni è andata in Parlamento a spiegare che “è meglio una guerra oggi che la bomba iraniana domani”.

Una frase che suona bene nei titoli dei telegiornali, ma che cozza violentemente contro i verbali dell’AIEA, una frase che denota la malafede o l’ignoranza dei nostri vertici politici e anche il totale distacco da ogni norma e regola del Diritto internazionale, buono solo se e quando gli USA ci ordinano di menzionarlo.

I documenti parlano chiaro: tra il 2016 e il 2018, l’Iran stava rispettando ogni virgola del JCPOA, l’accordo firmato da Obama. L’arricchimento dell’uranio era sotto controllo, le scorte erano limitate, le ispezioni erano costanti. Il problema non era l’Iran che costruiva la bomba, ma era che l’Iran, senza sanzioni, stava diventando troppo ricco e troppo influente nella regione.

Netanyahu non teme l’atomica di Teheran, perché Israele ne possiede tra le 70 e le 90, anche se non lo ammette e non consente alcun tipo di ispezione, – alla faccia della trasparenza e della democrazia, – ma teme un Iran capace di finanziare la resistenza palestinese e di armare i suoi nemici ai confini.

Trump e Netanyahu hanno fatto di tutto perché Teheran ricominciasse ad arricchire l’uranio. Hanno rotto gli accordi nel 2018 per creare il problema e ora usano quel problema come pretesto per la soluzione finale.

Hanno assassinato il generale Soleimani nel 2020 pensando di decapitare il nemico, ignorando che le strutture statali iraniane non sono bande di briganti, ma apparati complessi. Se fai fuori un capo, ne spunta uno più radicale e più capace.

È l’ABC della storia militare, ma, a quanto pare, al Dipartimento della Difesa – ora ribattezzato “Dipartimento della Guerra” in pieno stile Mission Impossible – preferiscono i fumetti.

OPERAZIONE KHARG: L’OBIETTIVO È LA TERRA

Le indiscrezioni che filtrano dal Pentagono, riportate in parte dal Wall Street Journal e confermate da fonti investigative indipendenti, puntano all’isola di Kharg, dove si decide la partita.

Kharg è il terminale dove passa la quasi totalità dell’export petrolifero iraniano. Gli Stati Uniti stanno ammassando truppe di terra per un’azione di forza che permetta di sequestrare o distruggere la capacità di vendita di Teheran.

Il problema è che l’Iran non è l’Iraq del 2003. Ha una potenza militare diversa e, soprattutto, un territorio differente, che rendono impossibile un’invasione senza un costo di vite umane immane che gli USA non sono in grado di sopportare.

Gli alleati locali degli USA lo sanno. I Curdi, usati per decenni come carne da cannone, stavolta hanno detto “Fatevela voi la guerra”, perché hanno capito che Washington protegge Israele, ma lascia morire gli altri quando non servono più.

L’AMBIGUITÀ COME ARMA DI SOPRAVVIVENZA

Siamo arrivati al punto in cui la diplomazia non è più l’alternativa alla forza, ma un ingranaggio del piano d’attacco. Trump usa i rinvii degli ultimatum, da 48 ore a 5 giorni, ora a 10 giorni, non per dare spazio alla pace, ma per permettere alle navi da guerra di posizionarsi.

È la “strategia Napoleone”: cominciamo, poi si vede. Solo che Trump non è Napoleone e il 2026 non è il 1805. E, visto il disastro di Napoleone e la differenza di caratura tra i due, c’è di che cominciare a provare terrore.

Israele e Stati Uniti possiedono l’arma nucleare, ma non possiedono la “diplomazia nucleare”.

La usano come minaccia esistenziale, ma non sanno come gestire un avversario che ha deciso di resistere accettando il carico della distruzione, arrivando anche alla morte pur di portarsi dietro quanti più nemici possibile.

L’Iran ha capito che se esce in piedi da questa guerra, avrà la strada spianata verso l’atomica e un ruolo di primo piano in Medio Oriente.

Perché, nel 2026, se hai la bomba, come la Corea del Nord, nessuno ti tocca. Al contrario, se rinunci alla bomba e ti fidi dell’Occidente, come ha fatto Gheddafi o come stava facendo Teheran nel 2015, finisci raso al suolo.

Allora, chi sta davvero mentendo?

Trump, che parla di pace mentre conta i soldati? Netanyahu, che parla di difesa mentre punta a ridurre il Medio Oriente in tribù? O l’Europa, che giura fedeltà all’alleato americano mentre cerca sottobanco il petrolio di Putin per non affondare?

Le petroliere continuano a galleggiare immobili davanti allo Stretto di Hormuz. L’elio per i nostri ospedali e i fertilizzanti per i nostri campi sono bloccati lì.

Gli orologi di Washington corrono veloci, ma il tempo appartiene a chi resta. E l’Iran, da Ciro il Grande in poi, ha imparato ad aspettare, perciò, può prendersi tutto il tempo che gli serve, mentre l’Occidente soffoca e l’era del petrodollaro muore.

Il Pentagono ha ordinato altre diecimila divise.

Ma cosa accadrebbe se quei soldati si accorgessero per tempo di essere mandati a morire per proteggere un asset di Wall Street?