PERCHÉ GLI STATI UNITI SONO DESTINATI A PERDERE E CON ESSI IL MONDO CHE CONOSCEVAMO

IL RANTOLO DI UN’EGEMONIA, L’ASSASSINIO DI UN ORDINE

Il 28 febbraio 2026 non è stato solo il giorno in cui i missili hanno squarciato il cielo sopra Teheran, spegnendo per sempre la parabola terrena di Ali Khamenei, ma è stato il momento esatto in cui la storia del “secolo americano” ha smesso di essere scritta, entrando in una fibrillazione terminale che nessuna manovra di rianimazione geopolitica potrà curare.

L’assassinio della Guida Suprema iraniana, lungi dall’essere il colpo di grazia a un regime stanco, si è rivelato il detonatore di una trappola che l’Iran preparava da vent’anni, una strategia di resistenza asimmetrica che Teheran ha meticolosamente coltivato nelle ombre, trasformando il proprio territorio in un magnete per il suicidio imperiale degli Stati Uniti, al cui confronto, la guerra in Vietnam sarà ricordata come una scampagnata con qualche intoppo.

L’illusione di una guerra chirurgica è svanita nel volgere di poche ore, così come la spavalderia di Trump sulle quattro settimane al massimo di guerra, lasciando il posto a una realtà in cui l’invincibilità tecnologica del Pentagono si scontra con la logistica della disperazione e la pazienza millenaria della Persia.

LA MATEMATICA DELLA SCONFITTA: L’OBSOLESCENZA DI UN GIGANTE

Gli analisti militari indugiano ancora su mappe e spostamenti di truppe, ignorando che la guerra contemporanea ha smesso di essere un esercizio di occupazione territoriale per diventare una spietata equazione economica che vede Washington dalla parte sbagliata della virgola. E sempre più dopo il segno meno.

È tragicomico vedere un cacciatorpediniere da due miliardi di dollari lanciare missili intercettori da tre milioni l’uno per abbattere uno sciame di droni Shahed che costano quanto un’utilitaria, una dinamica che sta prosciugando le riserve di munizioni americane a una velocità che l’apparato industriale di uno Stato in debito cronico non può minimamente compensare.

Mentre l’Iran può costruire 400 droni al giorno, e ne dispone già di almeno 80.000, il complesso militare-industriale americano è una cattedrale barocca progettata per le sfide della Guerra Fredda, un gigante d’acciaio che oggi arranca contro la “fluidità” iraniana, fatta di proxy war, mine intelligenti e una capacità di logoramento che mira a rendere ogni ora di presenza statunitense nel Golfo un buco nero finanziario.

Non è solo una questione di proiettili, ma di “credibilità dell’invincibilità”: quando l’aura di intoccabilità dell’egemone viene bucata da tecnologie a basso costo, anche il consenso internazionale evapora, lasciando il re nudo di fronte ai suoi stessi alleati.

Avviene così anche nelle compagnie, quando lo spaccone del gruppo, una volta preso a schiaffi da un mingherlino che non ti aspettavi, si trasforma nel fesso che tutti abbandonano.

Per di più, in questo caso, il fesso è il più indebitato sul pianeta e rischia di vedere in mutande i suoi primi finanziatori, quei paesi arabi che investono trilioni di petroldollari in America, e che l’Iran ha messo in scacco.

Il rischio è che, disperato e senza più carte in mano, a partita persa il giocatore d’azzardo alla Casa Bianca decida di usare armi atomiche, scatenando la Terza Guerra mondiale. Che sarebbe anche l’ultima.

IL CORDONE OMBELICALE RECISO: IL COLLASSO DEL PETRODOLLARO E DELLA BOLLA TECH

La vera linea del fronte non corre lungo i confini dell’Iraq o della Siria, ma attraverso lo Stretto di Hormuz, quel “rubinetto del mondo” che l’Iran ha appena iniziato a stringere con una fermezza che sta togliendo il fiato alle economie di ogni continente.

Con il blocco del 20% del petrolio mondiale e di un quarto del gas naturale liquefatto, l’ordine liberale ha scoperto di avere un tallone d’Achille che non è solo energetico, ma sistemico, poiché il petrodollaro, il vero motore segreto dell’economia statunitense, dipende interamente dal riciclo di quei capitali arabi che oggi fuggono terrorizzati dal conflitto.

Se i paesi del Golfo, terrorizzati dagli attacchi iraniani ai loro impianti di desalinizzazione che garantiscono la vita nelle loro metropoli cristalline, in cui non esiste acqua potabile, smetteranno di reinvestire i loro miliardi nel mercato azionario di New York, assisteremo allo scoppio della “bolla dell’Intelligenza Artificiale” americana e al crollo dei data center della Silicon Valley, finanziati per anni da quel surplus di liquidità che oggi si sta prosciugando nelle sabbie del Medio Oriente.

Il capitalismo occidentale, che definisco da tempo uno “schema Ponzi” su scala globale, sta scoprendo che non si può alimentare una rivoluzione tecnologica se la linfa vitale che la sostiene viene interrotta da un conflitto che Washington ha iniziato con la superbia di chi non ha più nulla da perdere se non l’onore.

Una guerra cominciata per superbia e per incompetenza. Perché chiunque avesse letto anche solo un paio di libri sul Medio Oriente avrebbe capito che l’idea che il popolo iraniano si sollevasse contro il regime era più folle di chi ha deciso questa guerra.

Perché i regimi non stanno in piedi solo per la paura che diffondono, ma soprattutto e sempre perché una larga fetta di popolazione li sostengono, fosse anche solo per interessi personali.

Inoltre, la dignità mediorientale mai e poi mai si farebbe imporre un nuovo leader dagli occidentali. E sarebbe bastato vedere l’Iraq e l’Afghanistan per ricordarlo.

L’ILLUSIONE DEL REGIME CHANGE: TRUMP E IL COPIONE DELL’APOCALISSE

Dietro la decisione di Donald Trump di ignorare gli avvertimenti dei vertici del Pentagono per lanciarsi in questo “regime change” a Teheran, non c’è solo l’arroganza della forza, ma un calcolo politico e finanziario dai tratti quasi escatologici, legato a interessi personali e finanziamenti elettorali che pesano più della stessa sicurezza nazionale.

Oltre a una sudditanza nei confronti di Israele che non è mai stata un mistero e, anzi, è stata mostrata con spavalderia anche quanto la politica israeliana massacrava decine di migliaia di bambini a Gaza, nel silenzio complice dell’Occidente.

L’idea di frammentare l’Iran sfruttando le minoranze etniche, quel vecchio sogno dei Neocon che oggi viene rispolverato dal loro galoppino alla Casa Bianca, ignora la resilienza sociologica di un popolo che di fronte all’invasore straniero ritrova un’unità granitica, trasformando l’occupazione in un inferno asimmetrico senza via d’uscita.

Un altro Vietnam. Solo più devastante e, stavolta, mortale.

Trump cerca disperatamente poteri emergenziali per influenzare le elezioni e puntare a una permanenza al potere che scavalchi i canoni costituzionali, forse per sfuggire alla tempesta Epstein e per salvare anche qualcuno dei suoi oscuri manovratori, ma il prezzo che sta pagando è la distruzione definitiva della legittimità americana come “egemone benevolo” agli occhi del mondo, oltre alla polverizzazione definitiva della NATO come alleanza difensiva e al funerale del Diritto internazionale.

La scissione tra la visione politica della presidenza e la realtà operativa dei militari, consapevoli dell’esaurimento imminente delle munizioni, segnala un’implosione interna del sistema di comando che è il preludio classico di ogni caduta imperiale documentata dalla storia.

Gli Stati Uniti d’America stanno morendo.

IL DRAGONE NELL’OMBRA E LA FINE DEL MONDO CHE CONOSCEVAMO

Mentre gli Stati Uniti bruciano le proprie risorse e la propria reputazione nelle fiamme del Medio Oriente, la Cina siede sulla sponda del fiume, osservando con pazienza la propria vulnerabilità energetica trasformarsi in un vantaggio strategico immenso, pronta a giocare la carta delle Terre Rare per infliggere il colpo di grazia all’industria tecnologica occidentale.

Se Pechino decidesse di rispondere alle provocazioni americane bloccando l’export di quei minerali critici domattina, senza i quali non esiste smartphone, computer o sistema di difesa moderno, l’intera architettura produttiva degli Stati Uniti subirebbe un arresto cardiaco istantaneo.

Sarebbe come staccare la spina a un malato appeso alle macchine per respirare.

La Russia, dal canto suo, incassa i profitti dell’energia alle stelle mentre osserva con un misto di favore e terrore la possibilità di un caos incontrollato ai suoi confini, conscia che il crollo di Teheran porterebbe a un’esplosione di estremismo religioso capace di incendiare l’intera Asia Centrale.

È l’alba di un mondo multipolare e frammentato, dove la sicurezza non è più un bene pubblico garantito da una superpotenza che sta vivendo le sue ultime settimane da protagonista, ma un lusso che siamo destinati a pagare a caro prezzo, tra fallimenti, chiusure, blackout programmati e settimane a piedi, senza carburante e senza elettricità.

E, nella migliore delle ipotesi, cioè che la guerra si concluda con un accordo a breve, pagheremo con il terrorismo che l’aggressione occidentale, in aperta violazione del Diritto internazionale, ha già riattivato non solo negli adulti aggrediti di oggi, ma soprattutto negli occhi dei bambini, che cresceranno e verranno educati alla vendetta.

Il mondo che conoscevamo, fatto di rotte sicure, dollari onnipresenti e una gerarchia di potere indiscussa, che i film di Hollywood ci ricordavano ogni giorno in prima serata, è morto tra i detriti di Teheran, – ammesso che sia mai stato reale, visto quanto scoperchiato dai file Epstein, – e noi non siamo che i cronisti di un tramonto voluto dalla superbia di super ricchi e dalla decennale politica imperialista americana, alla quale ci siamo sempre prostrati come zerbini su cui si sono puliti le suole presidenti americani di ogni estrazione.

Superbia e ignoranza, dunque. E, come dico sempre, talvolta, l’ignoranza fa più danni di un assassino.

LA CHIUSURA DI HORMUZ E LE PAURE DI TOKYO. GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA GEOPOLITICA

L’orologio dell’apocalisse energetica si è acceso con l’avvio del crimine di guerra del 28 febbraio, l’aggressione di Israele e USA all’Iran. E, nelle ultime ore, ha accelerato il tempo.

Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso le azioni fuori dal Diritto internazionale perpetrate da USA e Israele in Medio Oriente, il Giappone si ritrova a gestire una crisi esistenziale che non è una semplice fluttuazione di mercato, ma una vera e propria guerra finanziaria.

Lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui scorre più del trenta per cento del greggio mondiale, rischia di trasformarsi in un muro invalicabile. Per una nazione come il Sol Levante, che dipende per oltre il novanta per cento dalle importazioni di idrocarburi da quell’area, il silenzio delle petroliere equivale allo spegnimento della nazione.

LA TRAPPOLA DI UEDA: QUANDO LA MONETA DIVENTA UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Kazuo Ueda, Governatore della Bank of Japan, non usa mezzi termini, definendo l’incertezza di queste ore come il nuovo cancro dell’economia nipponica.

La dinamica è perversa, perché, mentre il conflitto spinge gli investitori verso la sicurezza del dollaro, lo Yen affonda, polverizzando il potere d’acquisto delle aziende e dei cittadini.

Ci troviamo di fronte a una “inflazione importata” che agisce come una tassa occulta, rendendo ogni barile di greggio, già carissimo a causa del Brent che ha sfondato quota 80 dollari al momento in cui scrivo, un peso insostenibile per le casse dello Stato.

La stagflazione non è più uno spettro teorico nei manuali di macroeconomia, ma si respira tra le strade di Tokyo.

Il dilemma della BoJ è lacerante: alzare i tassi per difendere la valuta, rischiando di soffocare la crescita, o restare immobili mentre il costo della vita implode e uccide la domanda?

La produzione manifatturiera, motore dell’export nipponico, vede i propri margini erosi da costi energetici fuori controllo e da una domanda globale che inizia a mostrare i primi segni di un cedimento che, se la guerra in Iran durasse più di tre settimane, diventerebbe un crollo da montagne russe.

IL DOMINO ASIATICO: DALLE PROTESTE IN PAKISTAN AL SILENZIO DI GIACARTA

La guerra non si ferma ai confini iraniani, ma si propaga come un’onda d’urto attraverso l’intera dorsale asiatica. In Pakistan, la rabbia è esplosa nelle strade, alimentata da un sentimento antiamericano viscerale, e da tensioni di confine mai sopite con l’Afghanistan, che stanno degenerando in conflitti aperti. Migliaia di sfollati e bombardamenti reciproci disegnano una mappa di instabilità che terrorizza gli investitori internazionali.

Ma guardate oltre.

In Indonesia, il presidente si trova costretto a un equilibrismo diplomatico estremo, sospendendo impegni internazionali per placare le tensioni interne del più grande Paese musulmano al mondo.

Anche la Cina ha iniziato a muovere le sue pedine, chiudendo i rubinetti delle esportazioni di benzina e gasolio per proteggere le proprie scorte interne e aumentando le spese per la Difesa.

Pechino non gioca per vincere una partita, gioca per sopravvivere all’inverno energetico che verrà. E anche per attendere lo svuotamento degli arsenali NATO prima di invadere Taiwan.

L’AZZARDO DELLE RISERVE E LA STRATEGIA DEL “JUST-IN-CASE”

Il governo Takaichi ha ricevuto l’appello disperato delle raffinerie: aprite i sigilli delle riserve strategiche, in quello che è un chiarissimo segnale di guerra economica.

Passare dalla logica produttiva del “Just-in-Time”, che ha reso grande l’industria giapponese, a quella del “Just-in-Case” richiede un coraggio politico immenso e testimonia la cruda realtà del mondo di oggi.

Mentre gli hub aeroportuali di Singapore e Bangkok traboccano di passeggeri bloccati dalla chiusura degli spazi aerei, il Giappone deve reinventare la sua logistica in tempo reale.

I costi dei trasporti marittimi hanno raggiunto vette assurde, trasformando il noleggio delle superpetroliere in un lusso per pochi eletti. In questo caos, la sicurezza dei cittadini e dei turisti, specialmente quelli israeliani in Thailandia, diventa una variabile critica che nessuna agenzia di intelligence può più permettersi di sottovalutare.

LEADER POST-CRISI: OLTRE LA RESILIENZA

Cosa deve imparare un leader da questo scenario?

La risposta non è nel panico, ma nella ristrutturazione. Il Giappone ci fa capire che la vulnerabilità è il prezzo dell’interdipendenza.

La vera “exit strategy” non è attendere la fine delle ostilità, ma accelerare l’indipendenza tecnologica ed energetica. La crisi del Golfo è il catalizzatore definitivo per una transizione che non può più essere lenta.

Siamo di fronte a un bivio. Da una parte, il declino dettato dalla dipendenza fossile e dalla fragilità valutaria, perché possono diventare ricatti con cui mettere in scacco tre quarti di mondo.

Dall’altra, la nascita di un nuovo modello industriale giapponese, capace di trasformare la scarsità in una spinta propulsiva verso l’automazione e l’energia nucleare di nuova generazione.

Il Giappone ci dice che la stabilità è un’illusione e l’adattabilità è l’unica moneta che conta davvero.

MARZO 2026, L’ALBA DEL CAOS

Il riverbero bluastro degli schermi, in una redazione deserta, a mezzanotte, ha il colore del ghiaccio, ma quello che scorre sui terminali della Reuters e di Al Jazeera non è soltanto cronaca, ma una sintassi che ha il disastro come paradigma.

Siamo al 5 marzo 2026, al momento in cui scrivo, e il mondo che conoscevamo, regolato da una fragile architettura di equilibri post-bellici, è stato smantellato in novantasei ore di fiamme e propaganda imperialista da parte di Israele e USA.

IL BATTITO DEL TERRORE NELLE STRADE DI TEHERAN

A Teheran non si dorme e si è sotto quella che viene chiamata “Double Tap”, quella tattica brutale dove la seconda bomba cade esattamente quando i soccorritori iniziano a scavare tra le macerie della prima.

Mentre la narrativa occidentale dipinge un regime sull’orlo dell’implosione, la realtà sul campo racconta una verità diversa: le bombe stanno agendo come un collante molecolare, saldando una popolazione divisa attorno all’unica cosa che resta quando le luci si spengono: l’identità nazionale.

Il popolo iraniano sta rispondendo all’aggressione occidentale, ma non come sperava Trump, non per far scattare la rivoluzione contro il regime, ma per vendicarsi contro chiunque approvi la palese violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

D’altro canto, è ciò che stiamo facendo noi nei confronti della Russia per l’aggressione all’Ucraina.

ORBITA TRUMP: IL CINEMA DELLA GUERRA E IL VUOTO LEGALE

Dall’altra parte dell’oceano, la comunicazione si fa come un copione hollywoodiano. Donald Trump, abbandonando la baldanza delle prime ore, quando giurava che la guerra sarebbe durata al massimo quattro settimane, già parla di vittoria in otto settimane e di un “Atto Finale” che sa di sceneggiatura scritta sotto le luci della ribalta.

Il problema è che, ogni volta che Trump parla di vittoria e di azioni militari portate avanti con successo, ricorda al mondo che non c’è mandato ONU. Non c’è una “pistola fumante” nucleare. Anzi, l’agenzia internazionale preposta al controllo dello sviluppo atomico in Iran ha ribadito che non esiste nessuna possibilità di minaccia nucleare nel Paese.

Rafael Grossi, il direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ha ribadito che non esistono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi nucleari, smontando la giustificazione di Israele e di Trump all’aggressione fuorilegge contro Teheran.

Dunque, non esiste nessun appiglio legale che possa giustificare i crimini commessi da Washington e Tel Aviv.

La legalità internazionale è diventata un reperto archeologico e la strategia del “Regime Change” viene rispolverata dai cassetti polverosi degli anni Duemila, ignorando sistematicamente che l’Iran non è l’Iraq e il 2026 non è il 2003.

Gli Stati Uniti, se ne infischiano della popolazione iraniana e puntano alla gola energetica della Cina, ma nel tragitto sembrano intenzionati a sacrificare l’alleato più fedele e vulnerabile: l’Europa.

HORMUZ: IL BOCCO DELL’ECONOMIA GLOBALE

Il prezzo del gas in Europa è salito del 94% in quattro giorni. Prima del 28 febbraio, il gas naturale era quotato intorno ai 31 euro al megawattora.

Al momento in cui scrivo, invece, sfiora i 60 euro. Il petrolio è salito dell’8 per cento circa. Sono dati che non si leggono con gli occhi, ma con i brividi di chi, a Parigi, Berlino o Milano, guarda i radiatori spenti e pensa a come aprire i cancelli delle fabbriche il prossimo inverno.

Italiani, preparatevi, perché il prossimo inverno sarà glaciale.

Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Una cicatrice blu sulla mappa dove transita il 20% del fabbisogno energetico mondiale è stata cucita dal blocco iraniano. Le petroliere sono giganti immobili, duecento navi cariche di greggio che galleggiano come messaggi in bottiglia che nessuno può raccogliere.

Il “suicidio energetico” europeo, iniziato con il distacco dal gas russo, trova qui il suo compimento tragico e dimostra, ancora una volta, la totale incompetenza della Commissione europea e degli attuali leader senza cervello che guidano la maggior parte delle nazioni europee.

Siamo di fronte a una deindustrializzazione forzata travestita da necessità bellica.

L’ITALIA IN TRINCEA: DA STIVALE A PIATTAFORMA

A Roma, l’aria è ancora più pesante.

Il Ministro Crosetto parla alle Camere con la gravità di chi sa che le decisioni prese oggi non hanno via di ritorno. Livello di protezione massimo. Sistemi antimissilistici schierati. Navi verso Cipro.

“L’Italia valuterà se concedere l’uso delle basi agli Stati Uniti, qualora dovessero chiederle e il Paese non è e non sarà in guerra”, ripetono dal governo, ma pare che diversi aerei partano già dalle basi sul nostro territorio e, dopo quanto detto da Crosetto al Parlamento, le rassicurazioni del governo somigliano a una barzelletta.

Se partecipiamo, anche solo con supporto logistico, alle operazioni illegali dell’Occidente, per gli aggrediti saremo in guerra, di fatto.

Ricordiamo che l’uso delle basi trasformerebbe ufficialmente il territorio nazionale in una piattaforma di lancio e, inevitabilmente, in un bersaglio sensibile.

Significa che i missili iraniani potranno arrivare da un momento all’altro.

È il realismo cinico della geopolitica: difendere i paesi del Golfo per tentare di salvare un barlume di stabilità energetica, pur sapendo che i missili iraniani a lunga gittata ora guardano verso l’Italia.

L’attacco di USA e Israele “è certamente avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale”, ha detto il ministro, ma “lo stesso scenario ci sarebbe stato con qualsiasi altro governo. Del resto, nessun governo, italiano, europeo o di altra parte del mondo, in questo momento può fermare l’attacco”.

In pratica, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella replica seguita alle comunicazioni alla Camera sulla richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo, ammette che gli USA e Israele hanno commesso un crimine e ammette anche che l’ONU non serve a nulla.

Implicitamente, inoltre, ammette che abbiamo bruciato miliardi in Ucraina per una guerra contro cui, come si evince, non potevamo farci niente.

Infine, Crosetto dà ragione a noi di Tamago, che da quattro anni ripetiamo che l’ONU non serve a niente, che la NATO è solo un giocattolo dell’impero americano e che il mondo è in balia degli imperi più potenti, quelli che hanno ricchezze, materie prime e/o servizi d’intelligence migliori: USA, Russia, Cina, Israele.

E Crosetto, forse non volendo, ammette che l’Italia è complice delle violazioni del diritto perpetrate da USA e Israele, non solo perché non le condanna, ma anche perché, direttamente o indirettamente, partecipa all’azione di aggressione.

Tutto mentre Zelensky minaccia Orban davanti alle telecamere, intimandogli di non ostacolare i famosi 90 miliardi, altrimenti darà il suo indirizzo al suo esercito. Si tratta di un ennesimo attacco all’Europa dopo il danneggiamento del NordStream e delle altre azioni False flag per alimentare l’idea del nemico russo.

SINFONIA DI BLACKOUT E RADAR INTERMITTENTI

Mentre i mercati crollano, con Piazza Affari che affonda e il DAX tedesco in caduta libera, la guerra si espande lateralmente come una macchia d’olio su un tappeto prezioso.

Blackout totale in Iraq. Droni in Azerbaigian. Esplosioni a Doha.

La missione aerea sembrava inizialmente aver ridotto la capacità di fuoco iraniana dell’86%, ma è una statistica ingannevole, tipica di chi confonde il silenzio del nemico con la sua sconfitta. L’Iran si muove sottoterra, nelle basi scavate nella roccia, inaccessibili ai satelliti e all’arroganza della tecnologia occidentale.

EPILOGO DI UN ORDINE IN FRANTUMI

Questa non è una guerra per la democrazia e non è nemmeno una guerra per il nucleare, ma è, piuttosto, un rimescolamento violento delle carte della sopravvivenza economica.

Gli Stati Uniti, deindustrializzati e affamati di successo tecnologico nell’IA, cercano di resettare il sistema a spese dell’Eurasia.

La Cina osserva e si appresta a chiedere a Mosca di aumentare le forniture di gas e petrolio, la Russia se la ride, e l’Europa paga il conto più alto in una moneta fatta di inflazione, irrilevanza geopolitica e follia nell’aver cancellato i contratti con Putin, che potrebbe anche decidere di sospendere prima del 2027 indicato dalla spocchia di von der Leyen tutte le restanti forniture di gas e petrolio all’UE, lasciandoci completamente a secco.

Inoltre, la Cina ha già annunciato un aumento per le spese militari, forse in previsione di un attacco a Taiwan, che potrebbe avvenire quando l’Occidente avrà finito i missili, sarà stritolato dalla stagflazione e dovrà restare in silenzio, senza parlare di Diritto internazionale violato, avendolo reso carta igienica da sé.

Il sole sorgerà di nuovo, diceva qualcuno.

Ma in questo marzo 2026, l’alba illumina solo le rovine di un mondo che ha preferito lo scontro alla comprensione dei nuovi pesi della Storia, per dare retta ai capricci di USA e Israele.

Quando la comunicazione fallisce, restano a muoversi i peggiori, e quello che vediamo oggi è il volto nudo del potere che divora se stesso per non ammettere di essere all’altezza.

E vengono al pettine i catastrofismi dell’Europa, quella che un anno fa esortava gli ospedali a prepararsi ad accogliere centinaia di soldati feriti da aprile 2026, in una comunicazione che oggi appare preveggente. O si era a conoscenza dei piani imperialisti di Israele in Medio Oriente e degli USA per arginare la Cina?

Cosa fare?

Cominciate a ritirare contanti e teneteli in casa. A breve non ci sarà più energia per pagare con le carte e con gli smartphone.

Fate anche scorta di candele e di prodotti in scatola. Saranno utili.

GERMANIA CONTRO SPAGNA E L’EUROPA È AL TAPPETO. COSA ASPETTIAMO A USCIRNE?

L’Europa non esiste più. Ammesso che sia mai esistita.

Il recente scontro a distanza tra la Germania, che si schiera contro la Spagna e a sostegno delle violazioni del Diritto internazionale da parte di USA e Israele, ne certifica la fine.

Siamo governati da una casta di eunuchi mentali che hanno scambiato la visione strategica con l’obbedienza in stile barboncino, di cui Merz contende lo scettro a Macron.

Senza dimenticare la follia di Ursula von der Leyen, a capo della Commissione più disastrosa di sempre.

L’Europa, un tempo laboratorio del pensiero critico, è oggi ridotta a un’immensa sala d’attesa dove leader privi di spina dorsale attendono il prossimo ordine da Washington o Tel Aviv.

E non si tratta solo di una crisi politica, ma di una vera e propria atrofia cognitiva di massa, alimentata da una pletora di pennivendoli che ha smesso di informare, scegliendo di diventare megafono del pensiero unico di turno.

Come i recenti attacchi alla base britannica a Cipro, immediatamente attribuiti all’Iran, quando dalla stessa Gran Bretagna ci dicono che quei droni non sono stati lanciati dall’Iran.

Chi vuole la terza guerra mondiale a ogni costo? Perché i giornalisti europei, e gli italiani in particolare, soffiano sui venti di guerra, costruendo mostri prima di verificare le notizie, usando lo stesso copione visto finora con il NordStream, i missili e i droni in Polonia e nei Baltici, quando poi erano attacchi terroristici ucraini, nel caso del NordStream, anomalie magnetiche e missili ucraini negli altri casi?

E perché alle smentite non viene dato lo stesso risalto delle balle iniziali?

I tecnocrati al potere in Europa, alcuni dei quali si pavoneggiano come l’élite intellettuale del pianeta, stanno scientemente smantellando il tessuto industriale europeo per compiacere i desiderata di potenze che ci vedono solo come un mercato di sbocco o una base logistica sacrificabile.

Mentre le famiglie non sanno come pagare le bollette, – bollette che andranno alle stelle nelle prossime settimane per quanto accade in Medio Oriente, – i nostri “illuminati” leader brindano a sanzioni che ci colpiscono come un proiettile in pieno petto, convinti che il suicidio economico sia una forma nobile di resistenza morale, in un trionfo della mediocrità elevata a sistema di governo che non ha similitudini nella storia.

IL CODICE DELL’IPOCRISIA: LA NATO E IL MANUALE DELLO STUPRO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Il cosiddetto “ordine basato sulle regole” è la più grande truffa semantica del secolo.

Quando i paesi NATO parlano di diritto internazionale, lo fanno con la stessa credibilità di un piromane che tiene un corso sulla prevenzione degli incendi.

Dov’era la sacralità dei confini quando abbiamo smembrato la Serbia nel 1999? Dov’era il rispetto per la sovranità quando abbiamo raso al suolo l’Iraq basandoci su menzogne prodotte dalla CIA?

(E quali sanzioni abbiamo applicato all’America per quelle famose balle?!)

Abbiamo devastato l’Afghanistan per vent’anni per poi scappare come ladri bastonati, e abbiamo trasformato la Libia in un inferno di milizie e schiavitù per un capriccio geopolitico di Parigi e di Londra.

Questa è la realtà: la NATO è stata la più sistematica violatrice della legalità globale negli ultimi trent’anni.

IL DOPPIO STANDARD DEL TERRORISMO: QUANDO IL CARNEFICE È UN AMICO

La nostra bussola etica è così deformata da risultare patologica.

Abbiamo isolato e sanzionato la Russia con una furia belluina, ma rimaniamo in un silenzio tombale davanti alle atrocità che avvengono nel Mediterraneo orientale.

Perché la violazione del diritto internazionale da parte di Mosca merita la distruzione della nostra economia, mentre i massacri sistematici a Gaza, gli attacchi a sette paesi vicini e lo sterminio di decine di migliaia di civili da parte di Israele ricevono solo “preoccupazione” o, peggio, ulteriore invio di armi?

Se il terrorismo va condannato sempre, perché quello di Stato praticato dai nostri alleati è considerato “diritto alla difesa”?

Dov’è la coerenza?

Quando arriveranno le sanzioni contro Washington e Tel Aviv per le loro invasioni e occupazioni illegali?

La verità è che siamo complici di un sistema dove la giustizia è un’opzione che si attiva solo contro i nemici del padrone.

CINEPANETTONI DIPLOMATICI E MINISTRI NEL PALLONE: IL CASO ITALIA

In questa fiera dell’assurdo, l’Italia recita la parte della macchietta. Abbiamo un governo che ha venduto l’anima per un posto in prima fila al tavolo dei vassalli.

Meloni, che un tempo ruggiva contro le sanzioni e l’atlantismo, oggi incolpa Putin persino per le crisi in Medio Oriente provocate dall’arroganza americana, in un ribaltamento della realtà che rasenta il delirio.

Abbiamo ministri della Difesa che si nascondono dietro ferie familiari a Dubai mentre il mondo esplode, incapaci di ammettere che gli alleati non li hanno nemmeno avvisati dell’attacco.

E che dire della diplomazia di Tajani? Consigliare ai cittadini di “non affacciarsi” mentre volano i droni o spiegare che Israele ci ha comunque avvisati, anche se solo quando i missili erano già in volo verso l’Iran, è la sintesi perfetta di un’irrilevanza che si fa commedia.

La stessa irrilevanza di quello che chiami amico, ma che inviti a una festa senza preavviso, la sera stessa, telefonandogli alle 21, quando le danze sono cominciate da un’ora. Ecco, Tajani è l’amico contento, perché lo hai comunque invitato.

Siamo un Paese che non conta nulla, guidato da persone che sperano che il padrone non sbagli il loro nome nei tweet, mentre ci portano al macello.

L’UNICA SCHIENA DRITTA IN UN MARE DI MOLLUSCHI: LA LEZIONE DI MADRID

In questo panorama di codardia istituzionale, il premier spagnolo, Pedro Sánchez, brilla come un’anomalia.

È l’unico leader europeo ad aver mostrato di avere gli attributi per sfidare apertamente il bullismo di Donald Trump e la follia bellicista di Netanyahu.

Infatti Merz, uomo di BackRock, gli sbraita contro.

Mentre gli altri leader europei si sciolgono come neve al sole davanti alle minacce di ritorsioni commerciali, Sánchez ha avuto la dignità di dichiarare che la Spagna non sarà complice di azioni dannose per il mondo e contrarie ai propri valori; Madrid ha detto basta all’obbedienza cieca e servile, ricordando a quelli di Bruxelles, che si comportano come Fantozzi alla riscossa, che la leadership non si conquista calandosi le braghe, ma difendendo l’integrità morale e gli interessi del proprio popolo.

Sánchez ha smascherato l’ingenuità di chi crede che la violenza sia la soluzione o che il rispetto tra nazioni nasca dalle rovine, dimostrando che si può essere alleati senza essere schiavi.

MARCIARE VERSO IL BARATRO CON IL SORRISO DEGLI IMBECILLI

I leader della Commissione Europea e i capi di stato più oltranzisti ci stanno conducendo verso il punto di non ritorno. Sono dei sonnambuli al volante di un TIR carico di tritolo.

La loro incapacità di comprendere il mondo multipolare, la loro ostinazione nel voler punire chiunque non si allinei ai desiderata anglo-americani, sta scavando la fossa dell’Europa.

Stiamo svuotando i nostri arsenali, prosciugando le nostre casse e perdendo ogni briciolo di autorità morale agli occhi del Sud del mondo e, se non fermiamo questa marcia madida di idiozia e non recuperiamo la capacità di mediare e di pensare ai nostri interessi nazionali, finiremo per essere solo un cumulo di macerie su cui i giganti di domani cammineranno senza nemmeno accorgersene.

O, al più, imprecando per essersi sporcati le suole.

Perché questi tecnocrati che brindano all’uccisione di un dittatore, come con la Libia, l’Afghanistan e l’Iraq, dimenticano i disastri che hanno causato quegli omicidi.

E, stavolta, non notano nemmeno che questa ennesima “esportazione di democrazia”, se lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso più di tre settimane, costringerà tanti italiani a non pensare alle vacanze, quest’anno, ma a come fare la spesa già a maggio, a come comprare il pane, a come pagare il gas per cucinare, a dove trovare carburante e a come pagarlo cifre folli.

Tutto mentre al largo della Sicilia, un attacco di terrorismo ha distrutto una metaniera con un drone.

La metaniera russa Arctic Metagaz, è stata colpita da un drone marittimo a pochissima distanza dalle coste della Sicilia, tra Malta e la Libia, ed è stata completamente distrutta.

Diversi elementi farebbero propendere per un attacco del terrorismo ucraino, già in atto con il NordStream e con altri attacchi a navi russe nel Mediterraneo.

Difficile immaginare che tutte queste azioni ucraine abbiano potuto avere luogo senza il sostegno dell’intelligence di forze NATO, come avviene costantemente per le azioni ucraine nel Mar Nero, coordinate dagli aerei e droni spia dell’Alleanza Atlantica (che spesso e volentieri decollano dalla base siciliana di Sigonella) senza che il governo italiano batta ciglio.

E i leader europei cercano in tutti i modi di far avere ulteriori 90 miliardi all’Ucraina, per alimentare ancora la guerra e i morti, senza andare a fondo e pretendere spiegazioni.

L’ora dei mediocri deve finire, prima che finisca l’Europa. Prima che finiamo tutti noi.

Ebbene, da un’Europa così, da un’Europa in cui l’unico leader capace di difendere la dignità del proprio popolo viene isolato dagli altri paesi europei… da un’Europa che non è affatto dei popoli, ma è fondata sui capricci dell’America, non sarebbe il caso di uscire?

QUANDO PRESIDENTI MEDIOCRI HANNO ESERCITI POTENTI, IL DISASTRO È DIETRO L’ANGOLO

Da Washington e Tel Aviv, i pixel rossi che rappresentano i raid sulle infrastrutture dell’Iran brillano con una freddezza matematica, roba da film hollywoodiano, ma, fuori da quegli schermi, nelle strade di Erbil, nei corridoi luccicanti di Dubai, nelle ambasciate americane intorno all’Iran, la realtà non profuma di trionfo. Tutt’altro.

Tant’è che Trump appare piuttosto nervoso, usando parole di fuoco contro Gran Bretagna e, soprattutto, la Spagna, per non aver concesso l’uso delle basi sui loro territori.

“Se vogliamo, andiamo lì e le usiamo lo stesso”, ha detto il Tycoon. E “la Spagna non ha una grande leadership”, ha rincarato, dimostrando che the Donald considera grandi solo Netanyahu e altri capaci di compiere crimini, evidentemente.

E dimostrando anche che la NATO è solo un giocattolino che gli USA hanno usato solo ed esclusivamente per imporre la propria dottrina imperiale al mondo intero, usando il Diritto internazionale come carta igienica, dal Kosovo all’Iraq, dalla Libia all’Iran.

Ne ha dette di cose Trump, ma ancora non ha dato una giustificazione credibile all’evidente violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

La polvere nera che oggi oscura tutto il Medio Oriente non è solo il detrito di una base americana colpita o delle infrastrutture iraniane e libanesi, ma è il risultato di vent’anni di arroganza intellettuale, della convinzione occidentale che la complessità del mondo potesse essere risolta con un algoritmo, un tweet o con la superficialità dei classici politici da bar.

Politici da bar che hanno dato il meglio di sé nelle dichiarazioni delle ultime ore.

Prima ci hanno detto che bisognava disarmare l’atomo iraniano per salvare il futuro, raccontandoci che in pochissimi mesi Teheran sarebbe riuscita a fare ciò che né l’URSS né gli USA avevano realizzato in decenni. Roba da circo mediatico.

Poi, con la velocità di un cambio di scena teatrale, l’obiettivo è diventato la testa del regime, tuttavia, quando le mura non sono crollate al primo squillo di tromba e la popolazione non si è riversata nelle piazze per giustificare l’evidente violazione del Diritto internazionale di USA e Israele, la retorica si è ripiegata sulla difesa dei vicini, poi sulla prevenzione, infine sulla pura reazione ai missili iraniani.

Missili che, però, l’Iran ha lanciato solo in risposta all’aggressione di guerra subita e agli omicidi dei suoi leader.

Lo stesso Marco Rubio ha dichiarato, in conferenza stampa, che “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”.

Di fatto, ha smontato ogni ipotesi di attacco preventivo e dimostra che si è trattato di un’azione studiata e premeditata da parte degli israeliani a cui gli USA si sono sentiti in obbligo di accodarsi.

Forse per distogliere l’attenzione dai file Epstein?

È una regressione comunicativa che fa sembrare la dottrina Bush un capolavoro di coerenza accademica e lo stesso George Bush junior altamente rivalutato rispetto a chi c’è ora. Il che è tutto dire.

Perché Trump, al guinzaglio di quel Bibi che è ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, non ha affatto liberato il popolo iraniano, di cui gli importa come del meteo di sabato prossimo su Saturno, ma è riuscito a rendere il Medio Oriente instabile come mai nella storia.

E, mentre le cancellerie occidentali discutevano di “conflitti limitati”, l’Iran ha riscritto il codice sorgente della stabilità globale.

IL DOMINO DEL SANGUE E LA FINE DELLE FRONTIERE

Nessuno ha bussato alla porta delle democrazie europee, ma il conflitto è già entrato in salotto.

Non è più la cronaca di un duello tra Stati, ma un’infezione sistemica che corre lungo le dorsali sottomarine e le rotte aeree.

Vedere Cipro, quel frammento di Europa sospeso nel blu, finire nel mirino dei droni partiti dal Libano è lo shock elettrico che avrebbe dovuto svegliare Bruxelles, invece, l’Unione Europea somiglia a un condominio in fiamme dove gli inquilini litigano sul colore dei secchi da usare per riempirli d’acqua.

Emmanuel Macron agita lo spettro di un ombrello nucleare collettivo, cercando di serrare i ranghi di una “legione di volenterosi” che va da Varsavia all’Aja, i soliti guerrafondai da trenino.

È un tentativo disperato di ritrovare una sovranità perduta mentre il baricentro del mondo si sposta violentemente verso est.

In Italia, il silenzio è interrotto solo dal rumore dei passi di chi cerca di giustificare vacanze istituzionali in momenti di crisi atomica, che somigliano a figuracce in mondovisione, con Tajani che fa la figura dello studentello che non ha studiato, davanti ai giornalisti. Una scena imbarazzante, per come il povero ministro non riuscisse a capacitarsi del fatto che gli “amici” israeliani avessero avvisato l’Italia solo mentre i missili erano già in cielo.

Un paradosso sociologico che racconta meglio di mille saggi la crisi della nostra classe dirigente e della credibilità italiana per chi comanda davvero il mondo.

Soprattutto alla luce del fatto che l’opposizione è in coma profondo e non si scorge all’orizzonte nessuno che possa anche solo lontanamente dare la parvenza di uno statista degno di tal nome e capace di proporre alternative credibili a questo governo brancaleonoso.

Siamo trascinati nel fango di una guerra regionale che ha già mangiato le risorse destinate ad altri fronti.

I missili Patriot, che fino a ieri erano la flebo vitale per la resistenza ucraina, oggi vengono consumati a ritmo industriale per proteggere le basi americane nel Golfo, proprio come prevedevo in un articolo di circa un mese fa.

E ogni intercettazione nel deserto è un pezzo di sicurezza europea che evapora.

LO STRETTO DI HORMUZ COME UN INFARTO PER LE NOSTRE ECONOMIE

Quel braccio di mare, che un tempo era una riga blu sulla mappa, ora è una ferita. Il polmone energetico del pianeta è andato in arresto respiratorio e qualcuno ha appena staccato la spina.

Non parliamo di proiezioni statistiche, ma di ciò che accadrà domani mattina al supermercato, alla pompa di benzina, nelle fabbriche che attendono componenti che non arriveranno mai.

Il greggio a 75 dollari è solo l’inizio di una febbre che non scenderà. La globalizzazione, quel sogno di un mercato senza attriti che abbiamo insegnato nelle università per trent’anni, è morta sotto i colpi dei proxy iraniani che ora colpiscono hub finanziari come Dubai.

Il caos non è un semplice effetto collaterale, ma l’arma principale di Teheran. Colpendo l’Oman, il mediatore storico, l’Iran ha bruciato i ponti della diplomazia, costringendo il mondo a guardare dentro l’abisso.

Chi pensava a una guerra lampo di quattro settimane, seguendo i deliri di onnipotenza di Trump, vive in un’allucinazione cognitiva. In Medio Oriente, il tempo non è una linea, ma un cerchio di fuoco che può bruciare per decenni.

L’ETICA DELLA MACCHINA E IL TRADIMENTO DELLA SILICON VALLEY

C’è un aspetto ancora più inquietante in questa carneficina: il ruolo dell’intelligenza artificiale. Mentre i corpi cadono, le macchine calcolano.

È emersa una frattura profonda, quasi una guerra civile etica, nel cuore tecnologico del mondo. Da una parte colossi come OpenAI che firmano patti col Pentagono per coordinare i raid; dall’altra realtà come Anthropic che cercano di opporre un rifiuto morale all’uso bellico dei propri neuroni sintetici, in quella che, non volendo, è stata la più brillante operazione di marketing della storia, tant’è che OpenAi è dovuta correre ai ripari, ma troppo tardi.

Il Pentagono, al di fuori di ogni regola democratica, ignora i bandi presidenziali per continuare a usare simulazioni proibite, convinto che senza l’IA la vittoria sia impossibile.

Stiamo affidando il destino dell’umanità a calcoli che escludono la variabile del dolore, della storia, della dignità, dell’essere umano prima di ogni altra cosa.

È una deumanizzazione della strategia che ci porta verso scenari in cui l’errore di un sensore può scatenare l’intervento inevitabile di giganti come Russia e Cina, pronti a difendere le proprie arterie energetiche ormai polverizzate.

L’ULTIMA CHIAMATA PER LA CIVILTÀ

La storia non ci perdonerà la nostra inerzia. Ogni minuto passato a discutere di “standard internazionali” mentre le ambasciate bruciano e le navi affondano è un tradimento verso le generazioni future.

Ogni minuto a difendere criminali di guerra soltanto perché giocano nella nostra squadra è un missile lanciato sul futuro delle nuove generazioni.

Non abbiamo bisogno di una tregua tecnica, ma di un atto di consapevolezza estrema. O la diplomazia riprende il suo posto, con una forza che superi l’arroganza delle armi, o il mondo che abbiamo costruito cesserà di esistere prima che arrivi l’estate.

Le lacrime di un padre a Gaza e a Teheran sono identiche a quelle di un turista bloccato a Dubai o di un operaio che perderà il lavoro in un’acciaieria dell’Ohio per il blocco delle rotte.

Siamo tutti nodi della stessa rete. Se uno strappo diventa voragine, cadiamo tutti.

È tempo di smettere di applaudire i discorsi bellici dai divani di casa perché la lettura più aulica degli ultimi mesi è stata l’etichetta della birra o l’ultimo articolo di qualche pennivendolo da pale ottocentesche, muli, microchip, senza accorgersi che se ci sono due nazioni che più di tutti hanno violato il Diritto internazionale, quelle sono gli USA e Israele.

È tempo di pretendere un tavolo negoziale che non sia una resa, ma un salvataggio collettivo, per prima cosa dai nostri leader occidentali, dei quali, il meno peggio, non sembra all’altezza.

La gloria tra le macerie è un’illusione per folli che hanno la stessa capacità di comprendere la geopolitica di Trump e von der Leyen, il che, visti gli ultimi anni, è tutto dire.

La realtà, oggi, è solo un cielo nero che attende un raggio di ragione, sopra a leader che l’uso della ragione non la dimostrano da almeno quattro anni.

Perché la guerra in Iran non durerà solo quattro settimane e non sarà indolore. Durerà anni.

Forse in Medio Oriente si placherà prima dell’estate, con esiti tutt’altro che scontati, ma si sposterà nelle stazioni, nelle nostre periferie, nei centri commerciali, perché la partecipazione americana ha risvegliato la sete di vendetta che anima il terrorismo.

E se l’Italia concedesse l’uso delle sue basi, uno dei primi bersagli saremo noi.

E il tempo, come il fumo sopra Teheran, sta rapidamente svanendo.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE IN CENERE E L’INCONGRUENZA AI LIMITI DELLA DEMENZA

La polvere che si è alzata sopra il compound di Teheran non ha affatto il sapore di libertà decantato dal presidente americano, ma sa di cemento polverizzato, carne bruciata e di quel sapore metallico che lascia in gola la voglia di vendetta, di scatenare il terrore ovunque nel mondo.

Mentre i radar di Sigonella tracciano traiettorie invisibili nei cieli del Mediterraneo, l’Occidente si specchia nelle sue contraddizioni, sorridendo a un’immagine che non esiste più.

Ali Khamenei sarebbe morto e, con lui, è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto internazionale che avevamo finto di rispettare per ottant’anni.

Le agenzie di stampa battono ritmi frenetici, parlando di “chirurgia militare” e “attacco preventivo”, ma, sotto le macerie di una scuola di Teheran, diverse bambine non hanno trovato la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria.

Il paradosso è lancinante, poiché si bombarda per togliere il velo alle donne, ma le si restituisce alla terra, chiuse in un sudario di macerie.

Le cancellerie europee applaudono, o meglio, recitano il copione scritto a Mar-a-Lago e Tel Aviv, con quella bava alla bocca tipica di chi sa di non contare nulla, ma vuole apparire dalla parte dei vincitori.

Perché l’Europa è solo una comparsa che ha smarrito le battute e non trova più il copione.

Mentre Madrid, con un sussulto di dignità, sbatte la porta in faccia ai rifornitori americani, l’Italia si riscopre nuda, vuota, insignificante come non mai.

Il nostro Ministro della Difesa è rimasto intrappolato nelle sabbie dorate di Dubai, un turista di lusso in un mondo che brucia, ignorato dagli stessi alleati che chiamiamo “fratelli”, ben lontano dall’essere un ponte tra Trump e l’UE; siamo lo zerbino su cui i giganti si puliscono gli stivali prima di entrare nella stanza dei bottoni. Il “Board of Peace” è un club di guardoni paganti, dove Tajani osserva il disastro finanziando e restando nella propria irrilevanza.

Trump, al guinzaglio di Netanyahu, è ostaggio del criminale di Tel Aviv (criminale per la più alta Corte del Diritto internazionale), tant’è che lo stesso Rubio ha ammesso che gli USA sono stati costretti a partecipare all’aggressione dell’Iran da parte di Israele, che si dimostra vera e unica mente di questo attacco.

E Israele dimostra anche come non sia affatto possibile che quanto avvenuto il 7 ottobre 2023 fosse sfuggito al Mossad, visto il piano e l’organizzazione messi in atto nell’azione che ha portato alla decapitazione del regime iraniano.

Netanyahu e Trump, però, condividono l’ossigeno del nemico, perché, senza un mostro da sbattere in prima pagina, le loro crepe interne diventerebbero voragini.

La guerra non è l’ultima ratio, ma una distrazione suprema. Serve a silenziare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a nascondere i processi e la vicenda dei file Epstein, nonché le crisi economiche, messi sotto il tappeto rosso del patriottismo muscolare.

Se oggi è lecito polverizzare un capo di Stato sovrano perché “se lo meritava”, chi fermerà Pechino quando deciderà che Taiwan ha bisogno della stessa “cura”? O quando Putin volesse fare altrettanto con qualcun altro?

Il diritto internazionale non è un menu alla carta. O è universale o è un paravento per bulli nucleari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino o altri.

Piangiamo per l’Ucraina aggredita, ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da dementi.

Sanzioniamo il tiranno di Mosca, ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti.

In questa schizofrenia etica, in cui il più intelligente sembra Fantozzi alla riscossa, l’Italia si mette l’elmetto della massima allerta, presidiando ventinovemila obiettivi sensibili con la paura di chi sa di aver delegato la propria sicurezza a chi non ha nemmeno la cortesia di avvisarci prima di scatenare l’inferno.

Da oggi, tutto è a rischio: centri abitati vicino alle basi americane, treni, stazioni, centri commerciali, teatri, piazze…

Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta, dietro la trincea “beh, se lo fate voi occidentali…”

Partorisce veleno. Un veleno che scorrerà nelle vene del mondo per i prossimi decenni.

Abbiamo stabilito che la forza bruta è l’unico linguaggio comprensibile, cancellando tribunali e diplomazia con un colpo di spugna zeppa di napalm, spiegando agli altri che dovranno usare la forza per parlare con noi.

Mentre Big Mama e migliaia di connazionali restano bloccati sotto il sibilo dei missili nel Golfo, la politica romana continua a recitare la farsa del “ruolo centrale”, ma la verità ha la voce del silenzio dei telefoni che non hanno squillato a Palazzo Chigi prima dell’attacco.

Siamo spettatori paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto più semplice, e pericoloso, per cui chi ha armi migliori, e il dito sul grilletto, scrive la storia; tutti gli altri, noi compresi, aspettano solo di sapere se saranno i prossimi a finire sui necrologi o lo zerbino su cui i tiranni si puliranno gli scarponi.

Nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo “Terza” non renderebbe l’idea della sua dimensione reale.

IL BRAND TRUMP TRA DECAPITAZIONE CINETICA E TRADIMENTO IDEOLOGICO

Non è la fragranza del trionfo quella che filtra sotto le porte pesanti della Situation Room, ma il sentore acre di un paradigma che si sgretola.

Mentre i monitor al plasma rimandano i frame sgranati di Teheran avvolta dalle fiamme, il mondo assiste a qualcosa di più profondo di un’operazione militare, ma a qualcosa che sembra la vivisezione del brand “America First”.

Donald Trump ha appena premuto il tasto “reset” sulla storia del Medio Oriente, cancellando in una notte di fuoco la Guida Suprema di Ali Khamenei e quarantotto vertici del potere iraniano, ma anche l’illusione di un’America che torna a casa per occuparsi dei propri confini.

E lo fa dopo che i file Epstein hanno svelato un meccanismo perverso e brutale di ricatti internazionali in cui lo stesso nome di Trump compare migliaia di volte e, forse, proprio in quei file si nasconde il motivo per cui il presidente USA ha tradito quelle che erano le sue promesse elettorali e persino la sua filosofia personale degli ultimi anni.

L’ECLISSI DEL PROFETA: IL J’ACCUSE DI TUCKER CARLSON

Sullo schermo di uno smartphone, il volto di Tucker Carlson è una maschera di rughe contratte e incredulità.

La sua voce, solitamente una lama affilata, stavolta vibra di una rabbia scura, quasi funebre. “Disgustoso. Malvagio”.

Queste parole non sono dirette a un nemico straniero, ma all’uomo che Carlson aveva contribuito a trasformare in un’icona pop-populista.

Il tradimento è sociologico prima che politico. Per anni, la base MAGA è stata nutrita con la promessa della fine delle “guerre infinite”, una narrazione costruita sulla cenere dei fallimenti in Iraq e Afghanistan. Ora, quella narrazione giace tra le macerie del compound di Teheran.

Carlson ha criticato aspramente l’attacco all’Iran, celebrando l’ufficio funebre di un’idea di conservatorismo che vedeva nell’interventismo la malattia cronica di Washington.

La frattura è insanabile. Da un lato, il realismo brutale di chi crede che la pace si ottenga solo attraverso la decapitazione totale del nemico; dall’altro, l’isolazionismo identitario che vede in ogni proiettile sparato all’estero un dollaro rubato alla working class dell’Ohio.

L’ARCHITETTURA DEL COLLASSO: QUANDO IL NEOCONSERVATORISMO DIVENTA BRAND

Marco Rubio sorride nell’ombra dei corridoi del Dipartimento di Stato e, in quel sorriso, si legge la rivincita dei “falchi” che tutti davano per estinti.

La comunicazione di Trump è passata da “Make America Great Again” a una sorta di “Make the World Tremble Again”.

È una disintegrazione delle leggi della coerenza di marca. Se il brand Trump fosse una società quotata, questo sarebbe il momento della fusione ostile: l’establishment neoconservatore ha appena acquisito la maggioranza delle azioni della presidenza, usando la forza bruta come moneta di scambio.

L’uccisione anche di Ahmadinejad e dei vertici militari non è solo un atto di guerra, ma è una dichiarazione di marketing geopolitico con cui Trump sta comunicando che la sua imprevedibilità non è più uno scudo difensivo, ma una spada sguainata contro tutto e tutti.

Tuttavia, questa strategia ignora la variabile della “dissonanza cognitiva” della sua base elettorale.

Come può un leader che ha promesso di prosciugare la palude di Washington abbracciare l’agenda di quella stessa palude, che da trent’anni sogna il cambio di regime in Iran?

GEOPOLITICA DEL CAOS: IL PREZZO DEL SANGUE E IL SILENZIO DI DUBAI

Mentre le basi americane in Qatar e Kuwait tremano sotto i colpi dei missili di ritorsione e il cielo di Dubai si illumina di bagliori sinistri sopra la Palm Jumeirah, l’economia dell’intero pianeta trattiene il respiro.

Trump, con la nonchalance di un giocatore d’azzardo che ha già visto le carte dell’avversario, scrolla le spalle davanti allo spettro dello Stretto di Hormuz chiuso. Ma la sociologia della comunicazione ci insegna che la percezione della forza è fragile quanto un cristallo.

L’attacco “Epic Fury” ha prodotto un vuoto di potere che la fisica politica non tollera. Non è solo l’Iran a bruciare, ma è l’ordine regionale che collassa.

La morte di Khamenei crea un martire di proporzioni millenaristiche, un simbolo che nessun drone può incenerire, e il rischio non è solo una guerra regionale, ma la trasformazione degli Stati Uniti in un’entità percepita come puramente distruttrice, priva di quella autorità morale che, pur con tutte le sue ipocrisie, aveva retto l’Occidente per ottant’anni.

IL PUNTO DI NON RITORNO: UN NUOVO DNA AMERICANO

La visione di JD Vance, il vice-presidente dai lineamenti duri che ora sembra un fantasma confinato nelle retrovie, è stata soppiantata dalla logica del Mossad applicata alla scala del Pentagono. Il “mostrato” di questa notte è un mondo dove il dialogo è morto e la forza è l’unico alfabeto conosciuto.

Trump ha scommesso tutto sull’idea che, eliminando i pastori, il gregge iraniano si disperda o si sottometta, ma la storia, quella maestra che gli imprenditori prestati alla politica ignorano, suggerisce che i vuoti di potere in Medio Oriente tendono a riempirsi di mostri ancora più oscuri dei precedenti.

L’America che si era stancata di fare il poliziotto del mondo ha appena sparato il colpo più fragoroso della sua storia, e nel farlo, ha ucciso anche l’anima del movimento che l’aveva riportata al potere.

Non si torna indietro da Teheran. Non si torna indietro dal sangue di un’intera classe dirigente cancellata in un istante.

Il sipario è calato sulla vecchia destra isolazionista, mentre quello che sorge ora è un impero che non cerca più alleati, ma solo spettatori terrorizzati.

Il brand è cambiato. Ora resta da vedere se il mercato globale – e la storia – saranno disposti a pagarne il prezzo o daranno fuoco ai cannoni anche altri imperi, trascinando il mondo verso la più devastante guerra della storia.

ABBIAMO UN AGGREDITO E DUE AGGRESSORI

MENTRE IL MONDO BRUCIA, L’OCCIDENTE SI INCORONA PADRONE DEL NULLA

Teheran sotto le bombe israeliane e americane. Un’azione unilaterale, senza alcun mandato ONU. Un atto terroristico per il Diritto internazionale.

Per quattro anni ci hanno martellato i timpani con “C’è un aggredito e un aggressore”.

Lo hanno urlato nelle piazze, lo hanno cucito sulle bandiere, lo hanno trasformato in sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia globale in nome della morale.

Nelle ultime settimane, ci hanno perfino raccontato che Navalny sarebbe stato ucciso in carcere da Putin, dopo le indagini, quando sono vent’anni che parliamo di Garlasco e di altri casi senza un vero colpevole.

Tutto perché Putin è il nuovo Hitler, secondo la narrazione che ci vuole armati fino ai denti per rispondere all’imminente invasione russa, mentre la Russia è impantanata da quattro anni nel Donbas.

Ma oggi, abbiamo un aggredito, l’Iran, e ben due aggressori: gli Stati Uniti e Israele. Eppure, le rotative dello sdegno sono ferme.

Non ci sono bandiere iraniane sui profili social dei leader europei. Non ci sono pacchetti di sanzioni “devastanti” già in discussione per Washington o Tel Aviv. Non ci sono invii di armi difensive a Teheran.

L’Occidente ha gettato la maschera definitivamente, dopo il complice silenzio per i crimini di guerra di Israele nei confronti dei civili di Gaza; la sovranità nazionale è un valore sacro solo se serve a isolare Mosca, a contenere Pechino o chiunque si ponga davanti ai piani imperialisti di USA e Israele. Chiunque sia solo un fastidioso ostacolo al dominio dei “Padroni del Mondo”.

L’URLO DEI DRONI E IL SILENZIO DEI TELEFONI

Immaginate una metropoli di dodici milioni di abitanti, dove i genitori corrono verso scuole che non esistono più per recuperare figli che forse sono già cenere. Mentre il Pentagono parla di “obiettivi chirurgici”, le immagini che filtrano mostrano palazzi sventrati e scuole femminili ridotte a cumuli di macerie.

È questa la democrazia che stiamo esportando. Una democrazia che bombarda civili per distogliere l’attenzione dagli “Epstein Files” di un Trump che gioca a fare il “Presidente di guerra” per risalire nei sondaggi.

Stiamo assistendo alla privatizzazione della guerra. Gli Stati Uniti usano lo strumento militare come un istinto primordiale, un bullismo geopolitico volto a recidere i gangli vitali della Nuova Via della Seta.

Isolare l’Iran significa colpire i polmoni della Cina, asfissiare l’Eurasia e riaffermare un’egemonia unipolare che il resto del pianeta non è più disposto ad accettare. È un azzardo cinico. Un gioco d’azzardo sulla pelle di novantadue milioni di persone.

E oggi, si spiega anche il perché del rapimento illegale di Maduro, per controllare il petrolio venezuelano in previsione della chiusura dello stretto di Hormuz, che strangolerà imprese e famiglie europee.

IL PARADOSSO DI SPARTA E LA MAIONESE CHE NON IMPAZZISCE

Israele, dal canto suo, persegue il sogno di una “Grande Israele” che controlli militarmente ogni centimetro del Medio Oriente.

Netanyahu, stretto tra i crimini contro l’umanità a Gaza e le tensioni interne, ha bisogno di un incendio perpetuo per non finire i suoi giorni in prigione.

Eppure, c’è un paradosso sociologico che sfugge ai pianificatori di Tel Aviv: il regime di Khamenei era il “nemico perfetto”.

Un nemico utile a compattare l’opinione pubblica, a giustificare lo stato di assedio permanente. Eliminare quel nemico, o trasformare l’Iran in un nuovo Venezuela, significa privare Israele del suo collante identitario.

Inoltre, l’Iran non è l’Iraq. Non è la Libia.

Gli analisti di Limes parlano di “maionese iraniana”. Una stratificazione millenaria di cultura, orgoglio persiano e senso dello Stato che non si separerà con pochi missili Cruise.

Anche chi odia il regime teocratico, oggi si ritrova a odiare ancora di più fa piovere morte dal cielo sopra quartieri residenziali. L’aggressione esterna non produce libertà; produce una solidarietà disperata attorno al simbolo della nazione calpestata.

Perché anche quegli iraniani che volevano una rivoluzione non la vogliono fatta da altri e si compatteranno contro Israele e USA unendosi a chi già era contro.

Gli iraniani non vedranno la morte di Khamenei come una liberazione, ma come l’ennesima aggressione dall’esterno.

Adesso, forse ci sarà un triumvirato alla guida del Paese, ma è difficilissimo che gli iraniani si facciano imporre un “miliziano” dagli americani, men che meno dai nemici di sempre israeliani.

IL PREZZO DEL TRADIMENTO: EUROPA, SVEGLIATI

Mentre noi discutiamo di “diritti delle donne” iraniane, le bombe americane uccidono quelle stesse donne nelle classi dove stavano studiando.

Dove sono i guru del giornalismo che ci parlavano della voglia di libertà di quelle giovani donne, adesso?

È un’ironia tragica che solo un Occidente moralmente fallito può non vedere. Le conseguenze economiche ci travolgeranno: lo Stretto di Hormuz è chiuso, il petrolio schizzerà a cifre insostenibili, le assicurazioni marittime renderanno ogni merce un lusso.

Pagheremo noi, cittadini europei, il prezzo della follia imperiale di Trump e Netanyahu.

Gli Accordi di Abramo sono carta straccia. I Paesi del Golfo, aggrediti per il solo fatto di ospitare basi americane, hanno capito che l’abbraccio di Washington è un abbraccio mortale e abbandoneranno l’America.

La Turchia osserva, cinica e pronta a intervenire per evitare l’ondata migratoria, emergendo come l’unico attore razionale in un teatro di folli.

Non c’è onore in questa operazione, ma solo il riflesso condizionato di un impero in declino che morde perché ha paura del buio.

Quando si smette di distinguere tra giustizia e convenienza, la civiltà è già finita. L’Occidente è morto da quattro anni e USA e Israele stanno definitivamente staccando la spina.

Oggi l’aggressore ha due nomi, ma l’Occidente ha perso la voce. Nessuno riesce più ad articolare nemmeno una lettera dell’”abbiamo un aggredito e un aggressore”, una puttanata geopolitica, da ultimo della classe, trasformata in slogan geniale per chi vede studio, conoscenza e letture come perdite di tempo.

E nel silenzio della nostra complicità, nella ceca ignoranza di molti, USA e Israele legittimano ancora una volta le pretese russe sull’Ucraina, confermandosi gangster del pianeta a cui delle due una: paghi il pizzo o muori.

Ah, non ditelo a Calenda & Friends. Non vorrei rischiassero la vita per andare a protestare a Tel Aviv, poi a Washington, infine a Teheran, sempre dalla parte dei… giusti…?

E pensa che sfigati i pennivendoli della propaganda di casa nostra: non potranno nemmeno scrivere che a guadagnare dai rialzi dei prezzi di gas e petrolio, che ci saranno in seguito alla chiusura di Hormuz, sarà Putin. Perché non possiamo più acquistare dalla Russia, ma dall’America, che ha appena messo le mani sul petrolio venezuelano in un’altra operazione illegale, priva di alcun mandato internazionale.

Ok, ora tutti alle pompe a fare scorte di carburante. Ma con le bandierine di Israele e degli USA, perché la democrazia vale e perché abbiamo un aggredito e un aggr…

Ah, no. Gli aggressori sono due, ma Hollywod, Kallas, von der Leyen, Meloni… ci dicono che sono i buoni.

Quindi?

LA DANZA MACABRA DELLA NUOVA EUROPA

L’aria nei corridoi del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, è rarefatta, satura del profumo di caffè costoso e di una determinazione ai limiti della follia, che somiglia sempre più all’arroganza di hitleriana memoria.

Ursula von der Leyen siede dietro la sua scrivania, un perimetro di potere che la presidente ha da tempo allargato ben oltre i confini tracciati dai trattati di Roma. Ben al di là delle regole democratiche.

La sua voce, quando annuncia quel prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, non ammette repliche. “In un modo o nell’altro”, dice.

Quattro parole dovrebbero far tremare le fondamenta di ogni parlamento nazionale e dovrebbero far nascere un brivido lungo la schiena di chiunque abbia un animo davvero democratico, perché portano in sé il germe di un assolutismo che la nostra memoria storica ha sepolto sotto strati di oblio volontario.

Un assolutismo che riporta l’Europa indietro ai tristi fasti della Germania nazista.

Il meccanismo è quasi geniale nella sua perversione giuridica: usare gli interessi dei beni russi congelati come garanzia. Ma non è l’illegalità del gioco sulla finanza, che darebbe a Mosca il pretesto per bloccare miliardi di dollari e di euro, a preoccupare, ma il metodo.

Di fronte al veto di Budapest, previsto dalle regole democratiche che l’Europa si è imposta per non essere come la Cina, la Russia o la Corea del Nord, la Commissione non cerca più la sintesi democratica, ma la via di fuga procedurale; in pratica, la Commissione vuole imporre la “volontà del capo” sulla “certezza della norma”.

Vuole comportarsi come Cina, Russia e Corea del Nord.

I padri fondatori, uomini che avevano visto le macerie ancora fumanti del 1945, avevano costruito l’Unione sull’unanimità e sui contrappesi democratici con lo scopo di evitare a prescindere ogni possibilità dispotica, perché sapevano che il potere tende all’espansione infinita se non incontra un muro.

Oggi, quel muro viene abbattuto in nome dell’emergenza e Ursula von der Leyen, – e i suoi sostenitori, – è un gravissimo pericolo per la tenuta democratica dell’Europa.

La storia ci insegna che le democrazie non muoiono quasi mai sotto i cingolati di un esercito invasore, ma sbiadiscono poco a poco, si dissolvono a piccole dosi, come un veleno somministrato nel tè della sera.

Ricordate la Repubblica Romana?

Augusto non abolì il Senato; lo rese semplicemente superfluo, svuotandolo di senso mentre ne manteneva i rituali. È esattamente ciò che sta accadendo oggi, perché, se una Commissione può decidere di bypassare le regole sovrane “in un modo o nell’altro” per una causa ritenuta nobile, chi le impedirà di farlo domani per una causa meno limpida?

E quale valore ha la democrazia, se si accende o si spegne a seconda degli umori di chi comanda? Se chi comanda può trasformarsi in dittatore quando gli fa comodo?

Nel frattempo, fuori dalle stanze climatizzate di Bruxelles, il continente respira a fatica.

Dall’avvento di von der Leyen, l’Europa ha perso il suo ruolo di faro della democrazia nel mondo; i costi energetici stanno strangolando le nostre industrie, la de-industrializzazione non è più uno spettro, ma una statistica, insomma, un fallimento dietro l’altro, eppure, la retorica bellicista non accenna a diminuire.

Siamo intrappolati nel paradosso sociologico per cui l’incapacità di negoziare è diventata una virtù morale.

C’è un’ombra lunga che paralizza il pensiero europeo, ed è l’ombra di Adolf Hitler. Ogni volta che si parla di pace con Mosca, il fantasma del 1938 viene evocato come un anatema. Ma si tratta di una sciocchezza, una retorica che trasforma la diplomazia in tradimento e la prudenza in vigliaccheria.

La realtà sul campo è più cinica dei nostri giudizi morali: l’Ucraina sta subendo un collasso demografico senza precedenti, tra migliaia di morti e di invalidi, oltre a un terzo della popolazione fuggita all’estero. Altro che patriottismo e voglia di resistere.

Gli ucraini non vogliono la guerra. Sono i loro capi a volerla, e chi sostiene il partito unico del capo. Visto che l’opposizione è stata, di fatto, bandita e le elezioni sono sospese da almeno un anno.

Stiamo finanziando la sopravvivenza di un fronte militare a spese della sopravvivenza di un popolo.

Una generazione di giovani ucraini viene mandata al macello mentre noi, a migliaia di chilometri di distanza, alziamo le spalle e votiamo risoluzioni scritte tra una pausa pranzo e una doccia calda, stando dietro alle follie di una presidente che non è ancora riuscita ad azzeccarne mezza.

La “Carta di Parigi” del 1990 prometteva una casa comune europea basata sulla sicurezza indivisibile. Quella promessa è stata stracciata. Abbiamo preferito la logica dei blocchi contrapposti alla complessità del dialogo.

E ora, la Commissione europea cerca di consolidare questo fallimento trasformandosi in un direttorio autocratico.

L’Ungheria di Orbán può essere un fastidio politico, ma il diritto di veto è l’ultima difesa contro la dittatura della maggioranza e contro la parola FINE alla democrazia, o peggio, contro la dittatura di una tecnocrazia che non risponde a nessuno. L’ultimo baluardo contro la vittoria del disegno hitleriano.

Guardate bene le immagini dei leader che si abbracciano a favore di camera, intorno a von der Leyen. Dietro quei sorrisi, c’è un vuoto di idee che stanno pagando tutti gli europei, a cominciare dalle aziende spazzate via dalle follie green, alle bollette assurde per le sanzioni “dagli effetti dirompenti” che dovevano piegare Mosca entro dicembre 2022.

Se il coraggio della pace è stato sostituito dalla testardaggine dell’imposizione a ogni costo, allora l’Europa ha smesso di essere un progetto di civiltà per diventare un’agenzia di sanzioni e di guerra.

Non svegliarsi oggi, di fronte al pericolo rappresentato da von der Leyen e da chi approva le sue politiche, significa accettare che la norma sia l’eccezione. Significa ammettere che il “in un modo o in un altro” di Ursula von der Leyen diventi il nuovo codice di condotta del nostro continente.

Significa che Hitler vince, non la guerra, ma imponendo il suo disegno ultimo.

Le dittature non arrivano con il fragore dei tuoni, ma con il fruscio della carta bollata che ignora i trattati.

Arrivano quando i cittadini smettono di chiedere “perché” e iniziano a chiedere “quanto”.

Arrivano quando persino i pennivendoli della propaganda preferiscono parlare di Olimpiadi e di Sanremo piuttosto di dare notizia sull’operato della Commissione, perché imbarazzati da cotanta dimostrazione di nazismo negli atti istituzionali.

La libertà è un muscolo che si atrofizza se non viene usato per dire “no!”.

E oggi, l’Europa ha un disperato bisogno di persone che abbiano il coraggio di dire no a questa deriva, prima che l’ultimo lume della diplomazia si spenga definitivamente, lasciandoci soli in un freddo inverno del diritto.

In un inverno che, se la follia di questa Commissione non troverà un argine democratico, ci porterà a un’era che si studierà il prossimo secolo tra i banchi di scuola, quando Hitler sarà relegato nella Storia moderna e chi ci sta portando al baratro oggi prenderà il suo posto in quella che sarà la nuova Storia contemporanea.

CODICE GIAPPONE. TRA GEOPOLITICA, ALGORITMI E MEMORIA

Cosa lega un appartamento vuoto a Nagoya, i server criptati di un colosso di Redmond e le rotte commerciali contese nel Mar Cinese Meridionale?

Un filo fatto di ostinazione, di regole riscritte e di quel senso del dovere tipicamente nipponico che non accetta la resa, nemmeno di fronte al passare dei decenni o alla prepotenza dei giganti.

IL DOVERE DI NON DIMENTICARE: 22 MILIONI DI YEN PER UNA VERITÀ

A volte la giustizia ha il suono di un bonifico mensile effettuato per ventisei anni consecutivi. Takaba Satoru ha perso la moglie nel 1999, ed è diventato il simbolo vivente di una resistenza psicologica, etica e morale che sfida la logica.

Pagare l’affitto di una scena del crimine per un quarto di secolo, spendendo una fortuna per mantenere intatto quello spazio di dolore, sembrava una follia, ma è stata una scommessa lucida sulla scienza, perché Satoru era convinto che il tempo avrebbe affinato le tecnologie.

La recente cattura della colpevole, un’ex compagna di scuola accecata da un’ossessione per la vittima, chiude un cerchio aperto sotto gli occhi di un bambino di due anni, che, nel frattempo, è diventato uomo.

Perché in Giappone, la perseveranza non è una cosa da poco, ma un pilastro dell’identità.

Satoru ha insegnato a suo figlio – e a tutti noi – che il risultato di un’azione è secondario rispetto alla dignità del tentativo. Un insegnamento, se vogliamo, sentimentale, ma vero, perché dice che non si abbandona il campo finché non è stata fatta luce, a qualunque costo.

LA SOVRANITÀ DIGITALE SOTTO ASSEDIO: IL RAID CONTRO MICROSOFT

Mentre Satoru difendeva la memoria di sua moglie in un appartamento, lo Stato giapponese scendeva in campo per difendere lo spazio virtuale.

Il raid della Fair Trade Commission negli uffici di Microsoft a Tokyo non è soltanto un atto burocratico, ma una dichiarazione di indipendenza tecnologica da parte di una nazione che non vuole più starsene zitta e buona.

L’accusa è aver utilizzato il dominio del software per blindare il mercato del cloud, penalizzando chi sceglie infrastrutture concorrenti attraverso tariffe di licenza discriminatorie.

Un’accusa pesante, in un’epoca in cui i dati sono il nuovo petrolio, perché il Giappone ha deciso di non essere una colonia digitale e l’autorità antitrust nipponica sta dimostrando una muscolarità senza precedenti, colpendo sistematicamente i giganti della Silicon Valley per garantire che il libero mercato non rimanga un concetto teorico sacrificato sull’altare degli algoritmi proprietari.

La strategia del Giappone afferma che la tecnologia deve servire il sistema Paese, non viceversa.

IL GELO DIPLOMATICO E LA GUERRA DEI “DUAL-USE”

Se ci spostiamo lungo l’asse Tokyo-Pechino, lo scenario si fa ancora più teso.

La decisione del Ministero del Commercio cinese di inserire quaranta pilastri dell’industria giapponese – da Subaru a Mitsubishi – in una lista di controllo per l’export è un colpo di fioretto che mira alla catena di approvvigionamento.

Pechino utilizza lo spauracchio della “sicurezza nazionale” e del “duplice uso” civile-militare, per rispondere al riarmo voluto dalla premier Sanae Takaichi.

Politichese, direbbe qualcuno, ma somiglia a delle spinte pericolose sul bordo dell’abisso.

Il Giappone punta a installare missili terra-aria a pochi chilometri da Taiwan entro il 2030 e la Cina risponde con la burocrazia doganale, sapendo di avere in mano la carta delle terre rare; in buona sostanza, non siamo ancora al blocco totale, ma queste “scaramucce” politiche sono i prodromi di una riconfigurazione geoeconomica che potrebbe cambiare il volto dell’Asia Orientale, poiché la Premier Takaichi sta portando il Paese verso una postura militare assertiva, rompendo tabù decennali e accettando il rischio di un isolamento commerciale parziale.

UNA VISIONE D’INSIEME: IL GIAPPONE CHE NON SI PIEGA

Cosa unisce, dunque, questi tre frammenti di attualità?

La risposta è Gaman (pazienza e perseveranza).

C’è il Gaman individuale di un padre che aspetta ventisei anni per un test del DNA, quello istituzionale di un’Authority che sfida i monopoli americani, e c’è il Gaman geopolitico di una nazione che accetta lo scontro con il suo principale partner commerciale pur di non arretrare sulla propria sicurezza strategica.

Il Giappone del 2026 è un laboratorio a cielo aperto, un Paese che sta imparando a dire “no” sia agli alleati ingombranti che ai vicini minacciosi, cercando una via d’uscita tra l’eredità del passato e le incognite di un futuro multipolare.

Non è un percorso privo di ombre o di costi economici altissimi, ma è l’unica strada possibile per una nazione che ha deciso di non lasciare che sia il tempo – o il mercato – a decidere il proprio destino.