Ovviamente, non è un’offesa per nessuno. Si tratta di Ignoro, as, avi, atum, are, verbo latino che significa ignorare, non conoscere, “essere all’oscuro di…”.
Non è l’ignoranza dell’Ucraina, ma di quella pletora di eroi “di guerra”, dal divano e dalle tastiere dei loro pc, pronti a gridare ancora “fino all’ultimo ucraino”. Sono ancora tanti. E sono il nemico più criminale, sanguinario e pericoloso degli ucraini.
Sono convinto che se un essere umano degli anni Sessanta riuscisse a viaggiare nel futuro, arrivando fino a noi, si domanderebbe cosa sia accaduto in pochi decenni per sovvertire l’ordine della normalità.
Un tempo, infatti, i dibattiti erano animati da luminari del pensiero, tra cui Habermas, Marcuse, Foucault, Eco, Pasolini, solo per citarne alcuni.
Oggi, invece, vediamo storici e filosofi sbeffeggiati da politici di professione e giornalisti che ci hanno raccontato di pale ottocentesche, di sanzioni dirompenti, di muli, di microchip smontati dalle lavastoviglie, e tutta una serie di sciocchezze antistoriche, come fantomatiche “paci giuste” e guerre a oltranza, fino all’ultimo ucraino.
Così, da un lato abbiamo tali fenomeni, pronti a spiegarci che Putin è un dittatore che, una mattina di febbraio del 2022, non sapendo come tirare a sera, ha deciso di aggredire l’Ucraina, perciò dobbiamo fermarlo fino all’ultimo ucraino e, se non bastasse, fino all’ultimo europeo.
Gli stessi che, fino al 2021, se ricordavi che lo stesso Putin ha sulla coscienza la morte di diversi giornalisti a lui ostili, ti andavano contro, sostenendo che l’inquilino del Cremlino fosse quanto di meglio fosse capitato all’Europa, mentre c’era la fila di giornalisti e politici di ogni schieramento per scattare un selfie con lui.
Dall’altro lato, abbiamo luminari del pensiero, tra cui: Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Angelo D’Orsi, Massimo Cacciari, Piergiorgio Odifreddi, cioè filosofi, storici e matematici di fama, docenti universitari, che vanno oltre la superficialità del primo gruppo, perché la storia la conoscono e con loro le sciocchezze in stile pale e microchip non funzionano.
Eppure, l’umano giunto dal passato si domanderebbe come sia possibile credere alle scemenze di chi propone di resistere a oltranza “al dittatore Putin”, senza una sola alternativa a “morire fino all’ultimo uomo”.
Si domanderebbe come sia possibile che la società possa ancora dare credito a chi dava Mosca per spacciata entro Natale 2022 in virtù delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti.
Così, vediamo esperti della trappola del fuorigioco che si sono rivalutati grandi statisti, che poi scrivono che la guerra in Ucraina è scoppiata nel 2022, fornendo più di qualche dubbio sulle competenze acquisite con la loro laurea, visto che non conoscono neppure l’ABC della Storia Contemporanea.
Perché che in Ucraina ci siano un aggressore e un aggredito e che la guerra sia scoppiata nel 2022 è una panzana che puoi “accettare” da chi non apre un libro di storia dai tempi delle superiori, ma è imbarazzante se espressa da chi ha un titolo più elevato. Figuriamoci da chi ha l’ardire di definirsi giornalista.
E c’è un dato di fondo che distingue il gruppo della cultura dalla pletora di ignoranti: gli ucraini. I primi cercano di salvarli; per i secondi, invece, sono solo numeri e fiches da puntare.
Poi scavi nel passato di questo gruppo di eroi pronti a mandare ancora gli ucraini al fronte (non certo i propri figli, ovviamente) e li vedi dare dell’antisemita a chi voleva fermare Netanyahu. Gli stessi che cercano di farci la morale contro Putin e i suoi crimini, hanno il poster in camera del sanguinario di Tel Aviv.
Due pesi e due misure, perché, per l’ignorante, il mondo è come la PlayStation e tutto cambia in funzione del personaggio che si interpreta. Non si muore alla prima vita e, quand’anche le vite finissero, puoi sempre riavviare il gioco perché è tutto una finzione.
E l’unica cosa che resta uguale è il valore di chi muore, che, per loro, è pari a zero.
Perché degli ucraini e del loro volere non interessa a nessuno. Non interessa a nessuno dei milioni di ucraini che sono scappati perché la guerra non la vogliono. Non interessa a nessuno delle madri e delle mogli che lottano contro i reclutatori, perché non portino via figli e mariti. Non interessa a nessuno degli ucraini che vengono mandati a morire al fronte per combattere una guerra già persa.
In fondo, siamo tutt’altro che evoluti rispetto alla società della metà del secolo scorso. Il tempo ci ha catapultato in una società che deride gli uomini di cultura come Barbero, Orifreddi e Candora, e glorifica gli eroi del “fino all’ultimo ucraino”. Una società meschina, una società che tifa perché pensare costa fatica, coraggio, e, soprattutto, una cultura che non ha.
Stiamo assistendo alla più grande operazione di dissonanza cognitiva di massa dal secondo dopoguerra a oggi. E questo i più lo hanno capito.
Se osserviamo il palcoscenico della diplomazia internazionale lontani dalla retorica mainstream, notiamo una discrepanza terrificante, quasi psichiatrica, tra ciò che viene detto davanti alle telecamere sorridenti di Berlino e ciò che viene pianificato nei corridoi di Bruxelles e Washington.
È un teatro dell’assurdo dove la parola “pace” viene utilizzata come lubrificante semantico per introdurre il meccanismo irreversibile della guerra totale.
LA SEMANTICA DELLA DISSIMULAZIONE
Da un lato abbiamo i titoli rassicuranti, l’ottimismo di facciata che dipinge accordi imminenti e strette di mano risolutive. Dall’altro, c’è la cruda realtà dei documenti tecnici e delle dichiarazioni militari, per cui sembra che non si stia negoziando la fine del conflitto, ma intervenendo per la sua cronicizzazione.
Le proposte sul tavolo, quei famosi punti sottoscritti dalle cancellerie europee, non sono rami d’ulivo, ma micce già accese. Perché pretendere il dispiegamento di una forza multinazionale a guida europea dentro i confini ucraini e richiedere il mantenimento di un esercito di 800.000 uomini in tempo di pace – finanziato, si badi bene, dai contribuenti europei – non è certo diplomazia, ma un ultimatum travestito.
La Russia, piaccia o meno, ha tracciato delle linee rosse indelebili sulla neutralità di Kiev, e ignorarle, proponendo garanzie di sicurezza che equivalgono a un Articolo 5 di fatto, significa sapere perfettamente che Mosca non potrà mai accettare. E allora perché proporlo?
Semplice. Perché il rifiuto russo servirà a legittimare l’escalation successiva. È una trappola logica: ti chiedo l’impossibile per poterti accusare di non volere il possibile.
L’ECONOMIA DI GUERRA COME NUOVO WELFARE
La narrazione secondo cui la ricostruzione e il riarmo saranno pagati con i beni russi congelati è una favola per l’elettorato distratto; la realtà giuridica e finanziaria è ben diversa e molto più complessa e il conto, salatissimo, verrà servito sulle tavole degli europei. Altro che asset russi!
Stiamo parlando di una pressione fiscale destinata a esplodere per finanziare un complesso militare-industriale che, attraverso voci come quelle di Leonardo, ci vende la paura per farci acquistare missili.
Quando si sente dire che “da Mosca a Roma un missile arriva in tre minuti”, non stiamo ascoltando un’analisi strategica imparziale, ma una strategia basata sul terrore.
La sicurezza diventa un prodotto di lusso, e la valuta con cui si paga è il welfare state, smantellato pezzo per pezzo per “adottare una mentalità di guerra”, come suggeriscono con agghiacciante serenità i vertici olandesi e tedeschi.
LA SOCIOLOGIA DELLA PAURA: PREPARARE LE MENTI AL SACRIFICIO
Ma come si convince una popolazione che ha vissuto ottant’anni di pace e prosperità relativa ad accettare che i propri figli debbano “tornare a farsi male”, come auspicano le alte cariche militari francesi?
Si lavora sull’immaginario collettivo e si normalizza l’impensabile.
Il Ponte sullo Stretto che diventa infrastruttura di evacuazione militare non è solo una sceneggiata, ma anche un segnale preciso che punta a militarizzare lo spazio civile, rendere la guerra una possibilità tangibile nella quotidianità del cittadino. Si dice alla gente: “preparatevi a soffrire come i vostri nonni”.
È una regressione antropologica imposta dall’alto, dove la stupidità e la follia sono i nuovi valori, mentre lo spirito critico è roba da ingenui.
La fretta, questa isteria collettiva che ha contagiato le leadership occidentali, ha un nome e un cognome: Donald Trump.
La sola possibilità che dall’altra parte dell’oceano qualcuno decida di “far scoppiare la pace”, chiudendo i rubinetti del supporto incondizionato, ha gettato nel panico l’establishment europeo.
Devono rendere il conflitto strutturale, irreversibile, blindato da accordi giuridici vincolanti. Devono cementare la guerra nelle fondamenta dell’Europa prima che l’opinione pubblica si svegli dal torpore.
IL FALLIMENTO DELLA NARRAZIONE E LA SVOLTA AUTORITARIA
C’è però un problema in questo ingranaggio perfetto: la credibilità.
La gente inizia a notare le crepe. Se Putin afferma, con un pragmatismo che gela il sangue, di non avere alcun interesse a invadere l’Europa, ma anche di essere pronto a una risposta non chirurgica in caso di attacco, (perciò, potenzialmente atomica), e dall’altra parte i nostri leader evocano scenari apocalittici per giustificare censure e leggi liberticide, il cittadino medio – dotato di buon senso – inizia a farsi delle domande.
Il crollo del consenso verso i governi europei non è frutto della propaganda russa o di fantomatici hacker che manipolano le menti deboli, ma il risultato diretto della schizofrenia dei nostri rappresentanti.
Non puoi predicare i valori democratici mentre prepari scudi informatici per silenziare il dissenso. Non puoi erigerti a difensore della libertà mentre costruisci un apparato di censura per impedire che la “campana russa” venga anche solo ascoltata per comparazione.
Se il tuo prodotto, la tua visione del mondo, la tua politica, è valido, non hai bisogno di eliminare la concorrenza narrativa con la forza. Se hai bisogno di bavagli, retate digitali e filtri social per mantenere il consenso, significa che hai già perso la battaglia delle idee.
L’Occidente non ha bisogno di più armi o di più guerra ibrida. Ha bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se la democrazia che pretende di esportare a colpi di cannone esista ancora dentro i propri confini.
Al momento, la risposta sembra essere un inquietante no.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
C’è un’ironia crudele, quasi teatrale, nel fatto che l’ultimo atto della tragedia ucraina vada in scena tra i velluti dell’Hotel Adlon di Berlino.
Mentre, fuori, la Polonia scava trincee al confine ucraino e l’Europa conta gli spiccioli rimasti in cassa, dentro, sotto i lampadari di cristallo che hanno visto passare imperatori e dittatori, Volodymyr Zelensky sta cercando di vendere fumo a chi ha fatto fortuna nel mercato immobiliare di New York.
La diplomazia, si sa, è l’arte di dire “è simpatico” a qualcuno che vorresti asfaltare. Ma qui è finito persino il carburante per accendere il rullo compressore.
Siamo onesti. Quello che sta accadendo a Berlino non è un negoziato di pace tra pari, ma una procedura fallimentare gestita da curatori internazionali sempre più impazienti e con la testa già proiettata su altri fronti.
L’ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE E LA SOLIDARIETÀ IN BANCAROTTA
Per capire la vera natura di questo vertice, bisogna guardare lontano dai riflettori della Porta di Brandeburgo. Bisogna guardare ai bilanci statali.
L’Europa, che per due anni ha recitato la parte del benefattore inesauribile, ha scoperto improvvisamente che la virtù ha un prezzo che non può più permettersi. Le casse sono vuote. E no, non è una metafora.
La Repubblica Ceca, con il pragmatismo brutale del premier Babis, ha chiuso i rubinetti: ogni corona serve ai cittadini cechi, non alle guerre altrui. La Danimarca dimezza gli aiuti futuri. La Svezia, per mantenere le promesse a Kiev, deve tagliare fondi ad altri disperati del globo.
È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica: spostiamo la miseria da un conto all’altro sperando che nessuno noti il dramma.
La retorica della “vittoria finale” è sempre più grottesca a chi non vive di illusioni.
LA MAPPA NON È IL TERRITORIO: IL BLUFF DI KUPYANSK
Si sa, quando non hai soldi e perdi terreno, devi fabbricare una realtà alternativa. L’annuncio della “riconquista” o “liberazione” di Kupyansk da parte di Kiev, smentita nei fatti e confusa nelle dichiarazioni tra Zelensky e il suo stesso generale Syrskyi, è un classico esempio di framing disperato.
Si annuncia una vittoria inesistente per avere una fiche da puntare sul tavolo verde dell’Adlon.
Ma Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati di Trump, non sono burocrati di Bruxelles che si commuovono per un PowerPoint ben fatto. Loro guardano le mappe reali sul campo di battaglia. E le mappe reali dicono che il Donbass sta scivolando via, villaggio dopo villaggio, con roccaforti come Pokrovsk e Myrnohrad che attendono il loro turno nel tritacarne.
IL PARADOSSO TEDESCO: NEGOZIARE LA PACE, SCAVARE TRINCEE
C’è un dettaglio che smaschera l’intera narrazione occidentale, un dettaglio che vale più di mille comunicati stampa. Mentre Friedrich Merz fa gli onori di casa parlando di “pace duratura”, l’Europa invia truppe al confine orientale della Polonia per erigere barriere anticarro e stendere filo spinato.
Fermatevi a riflettere.
Se la Russia fosse davvero al collasso e il suo esercito prossimo a crollare per le controffensive ucraine, prossimo al collasso economico e militare che ci hanno raccontato per mesi, perché la NATO sta costruendo una Linea Maginot e continua a pianificare miliardi per il riarmo, mentre Rutte dice che dobbiamo prepararci a una guerra come quelle vissute dai nostri nonni?
La verità è che l’Occidente teme un crollo totale del fronte ucraino.
Le trincee in Polonia non servono a fermare una Russia sconfitta, ma a contenere una Russia che avanza.
Nessuno ha paura di un pugile all’angolo che non muove più le braccia, ma tutti temono l’avversario che continua a colpirlo.
IL NEGOZIATO DELL’ASSURDO: VENDERE CIÒ CHE NON SI POSSIEDE
All’Adlon, Zelensky ha calato le sue due carte migliori.
La prima: «Restiamo dove siamo». Un congelamento del fronte che cristallizzi la situazione attuale, rifiutando l’idea americana di una zona cuscinetto che richiederebbe un ulteriore arretramento ucraino, ma che garantirebbe più stabilità e concretezza.
«Se noi indietreggiamo, devono farlo anche i russi», dice. Logica ineccepibile in un dibattito accademico e in una situazione in cui non vi fosse qualcuno che sta vincendo e l’altro che sta vincendo, ma irrilevante quando l’artiglieria e la capacità industriale avversaria hanno una superiorità schiacciante.
La seconda carta è ancora più debole: la rinuncia alla NATO.
Kiev offre di non entrare nell’Alleanza in cambio di garanzie di sicurezza bilaterali blindate (modello Articolo 5). Ma si tratta di un capolavoro di illusionismo. Zelensky sta offrendo di rinunciare a qualcosa che né Trump né Putin – come emerso nei colloqui in Alaska – avevano mai seriamente considerato di concedergli.
È come cercare di pagare il conto del ristorante promettendo di non comprare la Fontana di Trevi.
L’ULTIMA SPIAGGIA
Yuri Ushakov, l’uomo del Cremlino, osserva da lontano con il distacco di chi sa che il tempo lavora per lui. Mosca considera le proposte di elezioni o tregue temporanee come semplici stratagemmi per riarmarsi. Non abboccheranno.
Siamo alla fine della fiera.
L’Europa ”volenterosa” oggi manderà i suoi leader, inclusa Giorgia Meloni, a fare presenza, ma la realtà è che il destino dell’Ucraina si sta decidendo altrove, tra l’impazienza di Mar-a-Lago e il cinismo di Mosca.
Le casse vuote dell’Europa e le trincee piene di fango del Donbass hanno già emesso la sentenza. A Berlino si sta solo discutendo come scrivere il necrologio di un’illusione geopolitica, cercando di spacciarlo per un successo diplomatico.
Intanto, ogni ora che passa senza chiudere la guerra, decine di ucraini muoiono, perché, per tanti eroi da tastiera e da divano in cerca di paci giuste, sono solo numeri senza anima e tessere del Risiko.
C’è un filo d’oro che lega due notizie apparentemente distanti arrivate sulla mia scrivania in queste ultime ore.
Da un lato, il rombo di un’industria che si rifiuta di morire; dall’altro, il silenzioso ribollire di un patrimonio culturale che il mondo ha finalmente deciso di consacrare.
Parlo della clamorosa retromarcia dell’Europa sullo stop ai motori termici nel “035 e del riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Immateriale dell’UNESCO.
A un occhio distratto, sembrano due vittorie separate.
Una politica, l’altra culturale.
Ma per chi si occupa di strategia, di geopolitica e di quel delicato tessuto connettivo che tiene insieme le aziende, il messaggio è uno solo ed è potentissimo: il ritorno alla realtà. Il trionfo della sostanza sull’ideologia.
È il Kintsugi del Sistema Italia.
Abbiamo preso i cocci di narrative che sembravano condannarci all’irrilevanza o all’obsolescenza e li abbiamo saldati con l’oro della nostra identità industriale e culturale.
Beh, non è accaduto solo per merito nostro, ma la cucina è nostra, della creatività dei nostri chef e della forza della nostra filiera agroalimentare, fiore all’occhiello a livello mondiale.
Vediamo cosa cambia, ora, per le nostre imprese.
IL REALISMO INDUSTRIALE: L’AUTO NON SI FERMA
L’Europa ci ha ripensato. Non è un dettaglio, ma un cambio di paradigma.
Il dogma del “tutto elettrico” entro il “035 si è infranto contro il muro del realismo economico e della pressione geopolitica dell’asse Roma-Berlino-Varsavia.
L’obiettivo scende al 90% di riduzione delle emissioni. Il “ban” tecnologico cade.
Cosa significa questo per la nostra Motor Valley e per le migliaia di PMI della componentistica?
Significa ossigeno. Significa non essere condannati a sparire.
Significa che la condanna a morte per il motore a scoppio è stata commutata in una sfida di efficienza.
Per anni ho visto imprenditori paralizzati dall’incertezza, incapaci di pianificare investimenti su tecnologie che Bruxelles aveva bollato come “morte”. Oggi, quella tecnologia è viva.
La neutralità tecnologica non è uno slogan: è la garanzia che l’ingegno italiano – maestro nell’ottimizzazione della meccanica di precisione – può continuare a competere.
Non dovremo più smantellare intere linee produttive per inseguire un unico vettore energetico imposto dall’alto. Possiamo innovare sull’ibrido, sui biocarburanti, sull’efficientamento estremo del termico.
Per le figure HR e i CEO, questo si traduce in una gestione del cambiamento meno traumatica. Non dobbiamo più gestire la dismissione di competenze secolari, ma la loro evoluzione. È una vittoria della competenza sulla burocrazia e sulla tecnocrazia europea.
NON SOLO CHEF: IL CIBO COME ASSET GEOPOLITICO
Parallelamente, a New Delhi, l’UNESCO non ha premiato un ricettario. Ha blindato una filiera.
Attenzione a non cadere nella trappola folcloristica. Il riconoscimento della Cucina Italiana come “miscela culturale e sociale” e pratica di “sostenibilità e diversità bioculturale” è uno scudo economico formidabile.
Fino a ieri, difendevamo il Made in Italy agroalimentare con le unghie; oggi abbiamo un timbro globale che certifica che quel prodotto non è replicabile altrove.
Perché l’UNESCO ha sancito che l’ingrediente segreto non è nel piatto, ma nella relazione.
Questo cambia tutto per l’export.
Le nostre aziende agroalimentari non vendono più solo pasta, olio o conserve. Vendono un rito di inclusione sociale. Vendono benessere. Vendono un modello di vita che ora è patrimonio dell’umanità.
Questo è il colpo definitivo all’Italian Sounding. Il parmesan del Wisconsin può copiare il nome, ma non può copiare il “patrimonio immateriale”, la pratica sociale, la ritualità antispreco che l’UNESCO ha riconosciuto solo a noi.
Per gli imprenditori del settore, dal contadino che coltiva il grano al manager della grande distribuzione, la narrazione deve cambiare radicalmente.
Non vendete cibo e calorie, vendete cultura!
Il valore aggiunto del vostro prodotto è schizzato alle stelle perché è diventato un veicolo di diplomazia culturale.
SINTESI STRATEGICA: IL FUTURO È NELLE RADICI
Queste due notizie ci dicono che la globalizzazione sta cambiando pelle. Si sta passando da una standardizzazione forzata (tutti con l’auto elettrica, tutti con cibo sintetico od omologato) a una valorizzazione delle specificità locali ad alto contenuto tecnologico e culturale.
Per l’Italia, è l’assist perfetto.
Siamo l’unica nazione capace di produrre le auto sportive più desiderate al mondo e, contemporaneamente, di trasformare un pranzo in un atto culturale solenne. Hard power e Soft power.
Il consiglio che do oggi ai capitani d’industria che leggono questa newsletter è di non avere paura del passato. L’innovazione non è cancellare ciò che siamo stati, ma renderlo attuale.
Il motore termico evoluto e la dieta mediterranea certificata sono le due facce della stessa medaglia: la qualità della vita.
Il futuro non appartiene a chi dimentica chi è. Il futuro appartiene a chi sa portare le proprie radici nel domani.
Certo, poi bisognerebbe chiedere conto all’Europa della sua politica miope, che ci ha fatto perdere anni di vantaggio sulla Cina e tanti posti di lavoro, ma è un’altra storia.
Oggi, nonostante una politica sempre più distante dai reali bisogni della gente e del Paese, e un’Europa orientata a spazzare via i valori fondanti della sua stessa motivazione d’esistere, l’Italia è più forte.
Preparatevi a una grande guerra come quella che hanno vissuto i nostri nonni.
No, non solo perché è una frase folle detta dal Segretario della NATO, Rutte, ma perché a Bruxelles alzano la voce come chi ha paura. E c’è motivo di averne, perché, al di là della sicurezza con cui Kaja Kallas avverte Putin che «l’Europa resisterà alla Russia», Mosca può bloccare 300 miliardi di dollari delle aziende e dei fondi pensione occidentali.
E sarebbe il caso di chiedere ai cittadini europei se abbiano voglia di rinunciare a quei soldi – ammesso che sappiano che la Russia può bloccarli, – prima di mostrarsi spavaldi.
Dopo tante tarantelle sui 200 miliardi russi bloccati in Belgio, la Banca Centrale Russa ha sbottato e ha dato mandato ai suoi legali. Ma non si è limitata a un esposto; ha trascinato Euroclear davanti al Tribunale Arbitrale di Mosca. Per ora.
Il tempismo è perfetto, quasi diabolico. Siamo alla vigilia di quel 18 dicembre che dovrebbe sancire il destino di Kiev e il Cremlino ha appena fatto capire che l’Europa sta giocando col fuoco e il rischio di bruciarsi è elevatissimo.
L’ARTE DELLA GUERRA LEGALE E PSICOLOGICA
La vera guerra, quella che decide chi mangia e chi fa la fame, si combatte nei tribunali e sui bilanci.
Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca Centrale russa, è una tecnocrate di altissimo livello e sa benissimo che non può fermare politicamente l’Europa, ma può spaventarla a morte. E in mano ha carte molto buone.
Intentando causa contro Euroclear, la cassaforte belga che custodisce la maggior parte dei quasi 200 miliardi di euro russi congelati, Mosca non cerca solo un risarcimento, ma il caos e la paura degli europei.
L’obiettivo è quello di frammentare il fronte europeo. La Russia sta dicendo a ogni singolo Stato membro, e in particolare ai banchieri terrorizzati del Belgio: «Se toccate quei soldi, vi trascineremo in un inferno legale che durerà decenni e vi costerà tanti, tantissimi soldi».
È una guerra di logoramento psicologico. Euroclear si trova ora con una pistola puntata alla tempia: da una parte la Commissione europea, con l’acqua alla gola e senza più soldi, che cerca disperatamente di finanziare la resistenza ucraina, dall’altra la certezza matematica di vedere i propri bilanci aggrediti da cause risarcitorie miliardarie. E non è un bluff. È il Diritto internazionale usato contro i suoi stessi creatori.
IL TREMORE DEL BELGIO E IL “CAVEAU” DI EUROCLEAR
Il Belgio è l’anello debole della catena e Mosca lo ha individuato con la precisione di un cecchino.
Immaginate, per un istante, di essere a capo del governo belga: ospitate un’istituzione come Euroclear, che detiene 185 miliardi di asset russi. Bruxelles vi chiede di usare quei soldi come garanzia per un prestito all’Ucraina.
Sembra facile, sulla carta. Ma nella realtà, sapete che il rischio di trovarvi costretti a pagare una montagna di soldi di risarcimenti è elevatissimo. E lo sa anche il premier Bart De Wever, che vive un incubo.
Se l’Europa forza la mano, Euroclear rischia di implodere sotto il peso di contenziosi infiniti, destabilizzando l’intero sistema finanziario europeo e non occidentale.
A quel punto, l’Europa si troverebbe nelle stesse condizioni di Hitler quando le cambiali Meifo, che servirono per finanziare il riarmo e la ripresa industriale, divennero insostenibili nel 1939.
Guarda caso, proprio l’anno in cui la Germania invase la Polonia e scatenò la più grande guerra mai vissuta sul pianeta, a oggi. Perché nessuna guerra è mai stata provocata da un pazzo, ma solo e sempre per denaro.
Per usare una metafora, la richiesta di von der Leyen di usare i fondi russi congelati è come entrare in un’ambasciata straniera e rubare mobili, computer, cancelleria, soldi.
Ed è una metafora azzeccata, così come è facile ipotizzare che il derubato non se ne stia con le mani in mano.
Se il Belgio cede senza garanzie blindate che Bruxelles fatica a dare, perché significa che tutti i paesi europei pagherebbero il conto, – e tutti i cittadini, anche tu – si espone a ritorsioni devastanti.
La causa avviata a Mosca è solo l’antipasto. La minaccia russa è quella di inseguire gli asset di Euroclear in ogni giurisdizione del pianeta, trasformando la clearing house belga in una giungla di cause in tutto il mondo. Ecco perché il Belgio frena.
Non per amore di Putin, come potrebbe ipotizzare il classico analista da trattoria in stile “Gigi il troione”, ma per paura della bancarotta.
Inoltre, Avvocati russi hanno riferito all’agenzia Reuters che migliaia di altre azioni legali potrebbero essere intentate da parte di privati contro Stati ed entità europee, e non solo in Russia, ma in tutto il mondo.
L’AZZARDO DI BRUXELLES: L’ARTICOLO 122 E LA FUGA IN AVANTI
Dall’altra parte della barricata, Ursula von der Leyen e la Commissione giocano d’azzardo. Hanno capito che l’unanimità è una trappola mortale, con l’Ungheria di Viktor Orban pronta a sabotare ogni mossa.
Dunque, la soluzione partorita dalla Presidente della Commissione sarebbe tirare fuori dal cilindro l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, una mossa audace, al limite della disperazione.
Permettere il voto a maggioranza qualificata aggirerebbe il veto di Budapest e Bratislava, trasformando il congelamento degli asset da una decisione semestrale precaria a una misura sine die, a tempo indeterminato.
È tecnicamente brillante, ma politicamente esplosiva e potenzialmente il peggior disastro della storia dell’euro.
Stanno cercando di blindare un prestito da 90 miliardi per Kiev usando come garazie beni che, legalmente, appartengono ancora a uno Stato sovrano. È come se pretendeste un prestito astronomico da una banca dando in garanzia azioni e case che non sono vostre, ma del vostro vicino.
In pratica, l’Europa vuole commettere un furto che potrebbe pagare carissimo, trovandosi costretta a restituire il bottino con gli interessi e a renderne conto alla giustizia internazionale e dei singoli stati.
In tale contesto, i mercati rischiano di allontanarsi dal Vecchio Continente, per diversi motivi, a cominciare da due in particolare: in primo luogo perché nessuno investe da chi ruba denaro degli altri. Oggi tocca ai soldi dei russi, domani chissà a chi altro.
Secondo, se l’Europa viene condannata e sarà costretta a pagare multe insostenibili, a rischiare sarebbero anche i capitali investiti o, comunque, il loro valore.
Il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, cerca di rassicurare i mercati, dicendo che «Euroclear potrà rivalersi sui beni russi», ma è la semantica priva di fondamento giuridico di chi non ha capito nemmeno il nocciolo del problema, e la verità è che stiamo navigando in acque inesplorate.
Nessuno ha mai tentato un’operazione di ingegneria finanziaria di questa portata. Un furto che l’Europa vorrebbe legalizzare.
LA RAPPRESAGLIA SIMMETRICA: I CONTI DI “TIPO C”
Ma attenzione, perché in questa partita a scacchi, ogni azione genera una reazione uguale e contraria.
La Russia non è inerme. Mentre l’Europa guarda ai 200 miliardi a Bruxelles, Mosca tiene in ostaggio circa 300 miliardi di dollari di investimenti occidentali nei cosiddetti conti di “Tipo C”.
Sono i soldi delle nostre aziende, dei nostri fondi pensione, – sì anche dei guerrafondai da divano – bloccati nella Federazione Russa dall’inizio del conflitto.
Se l’UE tocca gli asset della Banca Centrale, il Cremlino ha già pronto il decreto per espropriare tutto. E non si fermeranno alle aziende.
Il rischio concreto è che la ritorsione colpisca i privati cittadini europei, anche quelli che con la guerra non c’entrano nulla, innescando una catena di confische incrociate che riporterebbe il Diritto commerciale al Medioevo.
E i ricorsi dell’Europa sarebbero ridicoli, perché avrebbe innescato lei la cosa. Sarebbe il colpevole che querela se stesso.
La banca Sberbank ha già fatto i conti: ci sono miliardi di dividendi pronti per essere sequestrati. È la dottrina della “distruzione economica mutua assicurata”. E sono molti più soldi di quelli russi in mano all’Europa
IL CREPUSCOLO DEL DIRITTO O L’ALBA DI UN NUOVO ORDINE?
Guardando al Consiglio del 18 dicembre, la situazione è critica. L’Ucraina ha un bisogno disperato di liquidità entro marzo; senza quei fondi, il collasso economico e militare è una certezza matematica, al di là delle frasi da film hollywoodiano di Kallas e Rutte.
L’Europa deve scegliere tra due mali: tradire i principi dell’immunità sovrana e rischiare una crisi finanziaria e di sistema con il Belgio come vittima sacrificale, oppure lasciare Kiev al suo destino.
La causa intentata dalla Russia contro Euroclear non è un semplice atto giudiziario, ma un primo stiletto piantato nel petto dell’Europa.
Mosca scommette sulla nostra divisione, sulla nostra paura dei tribunali, sulla nostra incapacità di accettare che le vecchie regole del gioco sono finite.
Il 18 dicembre non decideremo solo un prestito. Decideremo se l’Europa è pronta a svendere la sua esistenza, i cittadini europei e le nostre imprese.
Il tempo è scaduto. E il denaro, come sempre, è l’unica arma che serve davvero.
E l’Europa di soldi non ne ha più, perciò la disperazione potrebbe prendere il sopravvento.
Ma si sa: chi è disperato non sceglie mai la via migliore.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
In uno scambio di battute in Tv, in un fuori onda, qualcuno dei presenti parlava ancora di aggressore e aggredito e di guerra cominciata nel 2022, ignorando otto lunghi anni di guerra civile in Ucraina, di morti nel Donbas e persino il monito del Presidente Mattarella, nell’aprile 2017, quando chiedeva a Putin di intervenire per porre fine alla guerra.
Perché viviamo in una società profondamente ignorante, che non sa nulla di Storia Contemporanea, niente del tentativo di invasione russa di Napoleone, della guerra di Crimea combattuta dai piemontesi, dell’Operazione Barbarossa.
Viviamo nell’era della tecnologia all’ennesima potenza, eppure, se gettiamo via schermi digitali e accesso a Internet, scopriamo una società in caduta libera verso un medioevo cognitivo.
Stiamo assistendo a un’involuzione antropologica che ci riporta indietro di un secolo, non per mancanza di mezzi, ma per un’atroce inversione delle priorità valoriali. Abbiamo scambiato la saggezza per i dati, la cultura per l’intrattenimento, e la cittadinanza per la forza lavoro.
LA GRANDE TRUFFA EDUCATIVA: FABBRICARE INGRANAGGI, NON MENTI
Il peccato originale di questa decadenza va rintracciato negli anni Novanta. È lì che abbiamo deciso di suicidare il nostro futuro.
I nostri nonni, che avevano visto l’abisso del totalitarismo guardandolo dritto negli occhi, sapevano che lo studio era l’unico vaccino contro la manipolazione della propaganda.
Si sono spezzati la schiena affinché i loro figli potessero studiare Kant, Hegel, Focault, la giurisprudenza. Non per “trovare un posto”, ma per trovare sé stessi, per comprendere come va il mondo, per distinguere la propaganda dall’informazione e difendere la libertà.
Oggi, però, quel patto sacro è stato stracciato.
L’Europa, e l’Italia in particolare, si è prostrata all’altare del pragmatismo spicciolo. Abbiamo trasformato scuole e università in centri di addestramento professionale, catene di montaggio per “manodopera qualificata”.
Abbiamo convinto intere generazioni che la filosofia è un orpello inutile perché “non fattura”.
Il risultato è devastante: abbiamo creato tecnici eccellenti incapaci di comprendere il contesto in cui operano, senza gli strumenti filosofici e culturali indispensabili per comprendere come funzionino l’economia, la politica, l’informazione e la comunicazione, tasselli fondamentali che muovono il mondo.
Senza gli strumenti della logica filosofica – e non tecnica, – della storia e della sociologia, la complessità del mondo diventa un rumore di fondo indecifrabile. E quando non capisci il mondo, quando non riesci a sviscerare ciò che ascolti e che leggi, ne diventi vittima.
L’ANALFABETISMO FUNZIONALE E IL TEATRINO GEOPOLITICO
Questa mutilazione culturale ha generato un mostro: l’analfabeta funzionale iper-connesso. È il cittadino che legge, ma non sa distinguere la domanda aggregata dalla domanda, non conosce le basi del Diritto internazionale, non conosce la Storia dal Mercantilismo e degli imperi, fondamentale per comprendere ciò che accade in Ucraina oggi, perciò vede, sente, a volte legge, ma non decodifica.
La gestione della narrazione sul conflitto in Ucraina ne è la prova, un monumento alla cecità collettiva.
Per quasi quattro anni, l’opinione pubblica è stata nutrita con un pastone indigesto di propaganda a basso costo. Ci hanno raccontato che la Russia era devastata dagli effetti dirompenti delle nostre sanzioni, che i loro soldati combattevano scalzi, armati solo di pale, e che smontavano le lavatrici per rubare i microchip, che Putin fosse moribondo per quattro tipologie di cancro.
E noi ci abbiamo creduto. Abbiamo bevuto questa narrazione infantile perché ci mancavano gli anticorpi della cultura, della critica storica e dell’analisi geopolitica.
Perché molti sono come medici fai da te che cercano di combattere il cancro.
Abbiamo ridotto una guerra complessa, radicata nelle tensioni del Donbass e nelle strategie del Progetto per un Nuovo Secolo Americano, a una rissa da bar o, peggio, a un film della Marvel: i Buoni contro i Cattivi.
Senza sfumature. Senza storia.
Una semplificazione grottesca che ci ha impedito di vedere la realtà: le sanzioni, vendute come l’arma finale che avrebbe piegato Mosca, hanno avuto l’effetto di una pistola ad acqua contro un carro armato.
L’economia russa non solo ha retto, ma si è riorganizzata, mentre l’Europa, nella sua arroganza miope, si è sparata su entrambi i piedi. E, forse, un po’ più su.
IL CROLLO DELL’ILLUSIONE E IL CONTO SALATO DELL’INDUSTRIA
Mentre ci raccontavamo favole sulla “vittoria finale”, la realtà ha bussato alla porta con la delicatezza di un ufficiale giudiziario.
I dati ISTAT sull’industria, sui costi energetici e sulla situazione economica dei vari paesi dell’Europa sono una sentenza inappellabile: un crollo verticale, un disastro economico figlio di scelte suicide e di una subalternità imbarazzante agli interessi d’Oltreoceano.
Abbiamo sacrificato il nostro tessuto produttivo sull’altare di una “guerra di civiltà” che nascondeva solo interessi sui gasdotti, materie prime e vecchi rancori da Guerra Fredda.
La classe dirigente europea, composta da tecnocrati – ai cui vertici ci sono personaggi che il popolo non può votare e non può scegliere, – e manager prestati alla politica, ha gestito la crisi come si gestisce un consiglio di amministrazione fallimentare: tagliando i costi sociali e ignorando le conseguenze a lungo termine.
Ursula von der Leyen e i suoi omologhi, distanti anni luce dal sentire comune dei popoli europei (come dimostrano le recenti tornate elettorali), hanno giocato alla guerra con la vita degli ucraini, vilipesi, offesi e trattati come fiches sul tavolo da gioco.
E ora che Washington e Mosca tornano a parlarsi, l’Europa resta nel corridoio, non invitata, umiliata, con in mano un pugno di mosche e un’economia da ricostruire.
In castigo, a sbraitare contro Trump e Musk, perché, quando sei perdente e in torto, meglio dire che il professore è cattivo e non capisce, piuttosto di parlare delle accuse mosse dal professore.
DALL’INTELLETTUALE ALL’INFLUENCER: L’APOTEOSI DEL NULLA
Ma come siamo arrivati a questo livello di insipienza?
Abbiamo sostituito i pensatori con i giullari. C’è stato un tempo in cui i modelli erano Sartre, Pasolini, o persino campioni dello sport con uno spessore umano e culturale, capaci di discutere di democrazia e diritti.
Ricordate Socrates, Senna e Prost, solo per citarne alcuni?
Oggi, il massimo veicolato dagli sportivi è un mix di tatuaggi e cuffie alla moda e il modello è l’influencer che si vanta della propria ignoranza, che dichiara con orgoglio di non aver bisogno dell’università perché il suo conto in banca è florido.
È il trionfo dell’apparire sull’essere, dell’ignoranza sulla cultura, della banalità e del superfluo sui valori e sull’essenza.
Un materialismo volgare che copre il vuoto interiore di chi non ha nulla senza soldi e senza maschere.
Le nuove “star” sono simulacri di ribellione, viziati e omologati, che vestono come adolescenti e pensano come bambini viziati.
Questo culto della superficialità è funzionale al potere, perché una massa che aspira solo all’ultimo modello di scarpe o allo smartphone alla moda è una massa che non protesta, non analizza, non si ribella.
L’AUTOMAZIONE E LA TRAPPOLA DEL TECNICISMO
La tragedia finale si consumerà a breve, e sarà economica oltre che sociale.
L’ossessione per la formazione tecnica si rivelerà una trappola mortale. Mentre spingiamo i giovani verso professioni pratiche e ripetitive, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno già scaldando i motori per cancellare quei posti di lavoro.
Chi avrà studiato solo “come fare” una cosa, si troverà obsoleto nel giro di una settimana. Anche meno.
Chi, invece, avrà studiato il “perché”, chi avrà coltivato il pensiero laterale, la creatività umanistica, la capacità di visione d’insieme, avrà una speranza di sopravvivere allo tsunami dell’automazione. Senza cultura umanistica, stiamo allevando i futuri disoccupati cronici, privi persino del vocabolario necessario per comprendere la propria emarginazione e per rigenerarsi.
L’EUROPA: UNA COMPARSA IN CERCA D’AUTORE
Il risveglio è brutale.
L’Europa credeva di essere la protagonista della Storia, la culla dei diritti e della civiltà, della diplomazia.
Si è scoperta una comparsa irrilevante, belligerante e ottusa.
Zelensky, l’eroe costruito a tavolino da un marketing politico spregiudicato, si ritrova ora come un attore a cui hanno spento le luci del set prima della fine dello spettacolo perché il produttore ha deciso di staccare la spina. Credeva di essere Churchill, si è scoperto portaborse di leader perdenti.
E noi europei siamo quelli che pagano il conto. Abbiamo accettato che i diritti costituzionali venissero sospesi per “emergenze” a rotazione – sanitarie, climatiche, belliche – abituandoci all’idea che la democrazia sia un lusso sospendibile e che dobbiamo anche ringraziare la magnanimità dei vari Draghi, Monti e compagni di merenda.
Abbiamo permesso che il dissenso venisse criminalizzato e che il dubbio fosse bollato come eresia. Abbiamo puntato il dito contro la censura in Russia, Cina e Corea del Nord, ma chiudiamo i conti correnti di chi scrive libri che inchiodano le malefatte di von der Leyen e licenziamo giornalisti come Gabriele Nunziati perché ha posto una domanda che ai leader europei non piaceva.
Insomma, abbiamo tutti i sintomi delle dittature moderne, ma continuiamo a sostenere che malati siano gli altri.
RIPRENDERSI LA BUSSOLA O AFFONDARE
Non c’è molto tempo per invertire la rotta. O torniamo a considerare la cultura – quella vera, profonda, critica – come il fondamento della società, o il nostro destino è segnato. Dobbiamo smettere di formare lavoratori e ricominciare a formare cittadini.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che il Re è nudo, che la narrazione mainstream è stata una truffa colossale e che la realtà è molto più complessa di un post su un social network o delle panzane profuse in televisione da star che possono parlare senza un contraddittorio.
Il treno della Storia sta correndo veloce.
Per ora, l’Occidente sembra deciso a restare seduto nel vagone ristorante, a litigare su questioni futili mentre la locomotiva si dirige verso il precipizio.
La scelta è tra un risveglio doloroso, ma necessario, fatto di studio, fatica, cultura e verità, o un dolce sonno indotto dalla propaganda e dall’ignoranza, dal quale non ci sveglieremo mai più.
Viviamo in un’epoca di straordinaria dissonanza cognitiva, dove i più non analizzano, ma tifano e chiacchierano come al bar.
Mentre il mondo attorno a noi brucia, ridisegnando confini con il sangue di tanti giovani mandati a morire al fronte, in Italia ci perdiamo in dibattiti semantici surreali su ossimori come la “leva volontaria”.
È il sintomo di una patologia sociale profonda, una cecità selettiva che ci impedisce di vedere la nostra irrilevanza strategica sullo scacchiere mondiale.
Come ho avuto modo di spiegare ieri sera, intervenendo senza filtri alla trasmissione di Milano Pavia TV “Senza Peli sulla Lingua”, l’anacronismo del nostro pensiero è il vero nemico.
Pensare di restare isolati in un mondo di imperi in collisione è un suicidio assistito. Ma la soluzione non è un tratto di penna su un foglio di bilancio.
Bisognerebbe creare un esercito europeo, certo. Così, almeno, suggerisce la logica dei numeri. Eppure, e qui sta l’incongruenza che la politica finge di non vedere, prima di un esercito serve fare un’Europa che le persone possano definire “Patria”.
L’errore originale, il peccato mortale dell’Unione, è stato credere che creando un’unione commerciale e monetaria, la politica sarebbe seguita per osmosi. Non è successo.
La moneta non crea il sangue, non alimenta passione e legame profondo, non mette radici, il mercato non crea il destino comune.
IL TEATRO DELL’ASSURDO: LEVA O RISERVA?
Quando il Ministro Crosetto evoca lo spettro della leva, o meglio, di una riserva, sta implicitamente ammettendo il fallimento di vent’anni di pianificazione militare.
Parlare di “leva volontaria” è come parlare di “ghiaccio bollente”: la leva, per definizione, è obbligo. È coercizione legale per la sopravvivenza dello Stato.
Inoltre, la Storia ci ricorda che, ogniqualvolta le nazioni hanno attuato corse al riarmo, a distanza di pochi anni la guerra è arrivata.
Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno non è una massa di ragazzini costretti a marciare per tre mesi, ma una Riserva Ausiliaria seria.
Tuttavia, una riserva è come una tanica di benzina nel bagagliaio: serve solo se hai un serbatoio principale e un motore funzionante, invece, oggi, l’Esercito Italiano è un serbatoio bucato. Abbiamo ridotto le forze a circa 94.000 unità sulla carta, di cui solo 61.000 sono truppa operativa. E il dato più agghiacciante è anagrafico: oltre la metà di questi soldati ha superato i 40 anni.
Non si scalano le montagne e non si regge l’attrito di una guerra convenzionale ad alta intensità con una fanteria geriatrica.
Abbiamo smantellato le infrastrutture, venduto le caserme perché ce lo chiedeva l’Europa, in nome dell’Austerity, abbiamo chiuso gli ospedali militari.
Se anche domani richiamassimo 10.000 riservisti, non sapremmo dove metterli a dormire, né avremmo gli anfibi, le divise e le armi. Questa è la realtà, al di là delle opinioni e dei buoni propositi.
L’ECONOMIA DI GUERRA E IL “DIVIDENDO DELLA PACE” SVANITO
Dal punto di vista economico, la situazione è altrettanto grottesca. I cosiddetti “dividendi della pace” post-1990 non sono stati usati per abbattere il debito o investire in futuro, ma sono stati fagocitati dalla spesa corrente e dal welfare per comprare consenso elettorale a breve termine.
Oggi l’Europa spende, in aggregato, cifre enormi per la difesa, ma le spende con l’efficienza di un ubriaco al casinò.
Senza un’unità politica, ogni nazione difende il suo piccolo orticello industriale. Abbiamo decine di modelli di carri armati diversi, sistemi logistici incompatibili, linee di produzione frammentate.
Negli USA, l’antitrust è debole e i prezzi sono alti, ma l’industria è un colosso unificato. In Europa, l’antitrust funziona sui prezzi civili, ma impedisce la nascita di quei campioni continentali necessari per competere.
Il modello dovrebbe essere quello della Corea del Sud: un’industria Dual-Use dove la tecnologia civile e militare si alimentano a vicenda, con colossi industriali come Samsung, che fabbricano smartphone e condizionatori, come sistemi per carri armati e altre armi avanzate.
Invece, noi continuiamo a vedere la spesa militare come un costo a fondo perduto e non come un volano tecnologico.
LA MENZOGNA GEOPOLITICA E IL FATTORE UMANO
Sul fronte geopolitico, la verità è ostaggio della convenienza e dell’ipocrisia di una classe dirigente che prepara strumenti bellici nascondendosi dietro un linguaggio ovattato per non turbare un elettorato culturalmente pacifista.
D’altro canto, la Russia non invaderà l’Italia domani. E neppure l’anno prossimo, visto che è impantanata nel Donbass da anni. E nemmeno ha necessità di raderci al suolo con un paio di missili ipersonici caricati con testate atomiche.
Ma questo non ci assolve.
Il mondo è cambiato. L’ombrello americano si sta chiudendo.
La deterrenza non si fa con le intenzioni, si fa con la capacità credibile di infliggere danno. Ed è il motivo per cui Russia e USA, al limite, arrivano a fare la voce grossa, ma poi trovano sempre modo di andare a braccetto, anche quando fingono di litigare, poiché sanno che l’esistenza dell’uno dipende dall’altro e viceversa.
E qui torniamo al punto che ho sollevato ieri in TV.
La deterrenza richiede coesione.
Oggi, sarebbe impensabile che un battaglione francese accettasse di farsi mandare al macello agli ordini di un generale bulgaro o rumeno e, alle prime divergenze, il minimo sarebbe la diserzione.
È ancora peggio immaginare che un cittadino greco accetti di morire per difendere Berlino o Helsinki. E siamo onesti: quanti italiani morirebbero per la Danimarca e viceversa?
L’Europa è un condominio litigioso, non una nazione. E gli italiani, quando pensano all’Europa, pensano alle arance mandate al macero, alle quote latte, alle limitazioni, alle norme sulla piegatura delle banane, ai tappi di plastica, non a una patria.
E pensano a un luogo in cui giornalisti vengono licenziati per aver fatto informazione, come accaduto a Gabriele Nunziati, in barba a quell’area democratica e liberale che era un tempo l’Europa.
IL PREZZO DELLA VERITÀ
L’errore fatale è stato credere che l’economia potesse surrogare l’identità. Abbiamo costruito il tetto (l’Euro) senza avere le mura (lo Stato) e senza avere le fondamenta (il Popolo).
Un esercito europeo, in queste condizioni, è solo una chimera pericolosa, un corpo senza testa o, peggio, una testa con ventisette cavalli che tirano in direzioni opposte.
Per sopravvivere al XXI secolo, dobbiamo smettere di mentire. Dobbiamo dire agli italiani che la sicurezza ha un costo esorbitante, che la pace non è la condizione naturale delle cose, ma una conquista armata, e che l’isolamento è una condanna a morte.
Ma soprattutto, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che senza una Patria comune, non ci sarà mai una difesa comune. E senza difesa, saremo solo preda della storia, non più suoi artefici.
Ovviamente, una Difesa serve per non diventare facili prede di qualcuno domani, mentre oggi in tanti stanno alimentando la paura di nemico alle porte che esiste solo nelle fantasie di chi a settembre del 2022 diceva che la Russia era sconfitta dal peso delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti.
Gli stessi che vivono il cortocircuito cognitivo per cui, nei giorni dispari, bisogna armarsi per affrontare lo strapotere russo, pronto a correre verso Lisbona, nei giorni pari, Mosca è al collasso finanziario e sta per capitolare in Ucraina.
Mentre gli Stati Uniti, sotto la spinta pragmatica e dirompente della nuova dottrina Trump, virano verso un isolazionismo calcolato, cercando accordi economici, business e una pace che liberi risorse per la competizione interna e per focalizzare l’attenzione sulla Cina, l’Europa è rimasta sola. Orfana e terrorizzata.
E come reagisce un organismo insicuro quando perde il suo protettore? Con l’aggressività.
Il bellicismo nostrano, caratterizzato da una certa ansia da prestazioni, non è segno di forza, ma somiglia più all’isteria di chi sa di non avere argomenti razionali.
D’altronde, le motivazioni logiche per il riarmo e l’escalation non reggono più all’analisi dei fatti: l’economia europea sanguina, la strategia delle sanzioni è un boomerang e l’ombrello americano si sta chiudendo.
Per questo la politica deve alzare la voce e puntare sulla paura, perché, se si fermasse a riflettere, dovrebbe ammettere il fallimento totale di decisioni suicide.
LA NARRAZIONE IMPOSSIBILE: IL MITO DELLA VITTORIA TOTALE
Lo studio norvegese Europe’s Choice, osannato dalla stampa mainstream come il Vangelo della convenienza bellica, è l’esempio perfetto di come l’ideologia abbia divorato la matematica; ci dicono che finanziare la guerra costa meno che avere Putin vincitore.
Gli autori dello studio dimenticano solo di mettere nero su bianco il numero degli ucraini da mandare a morire perché le loro previsioni bislacche si verifichino.
I numeri, se si ha l’onestà intellettuale di leggerli, disegnano un’utopia logistica: citano 95 brigate, 8 milioni di droni, migliaia di carri armati che non esistono in nessun magazzino occidentale. E soprattutto, quattro anni. Altri quattro anni di massacro di ucraini?!
È un piano che richiede un dispiegamento industriale che l’Europa deindustrializzata non può sostenere e, fattore ancor più tragico, un capitale umano che l’Ucraina non ha più.
Con il 69% degli ucraini che invocano la pace, la strategia europea si rivela per quello che è: un mito sanguinario, un sogno burocratico redatto in uffici climatizzati, che ignora l’odore dei morti in trincea e la fisica elementare della guerra di attrito.
E, ancora peggio, ignora il fatto che Mosca, se mai si trovasse davvero in difficoltà, potrebbe contare sul più potente e ampio arsenale atomico sul pianeta.
A CHI GIOVA L’IPOCRISIA DEL PROFITTO E DEL CONTROLLO?
Ma in ogni crimine, c’è un movente economico, e la Norvegia, patria dei centri studi che ci consigliano la guerra eterna, è lo stesso Paese che sta incassando 130 miliardi l’anno grazie all’aumento dei prezzi del gas, diretta conseguenza del taglio con la Russia.
I norvegesi osservano il conflitto dai loro salotti NATO, mentre il grafico della loro ricchezza nazionale si impenna in proporzione diretta alla durata delle ostilità.
Ma non solo la Norvegia ha i suoi motivi per tifare per la guerra.
Mentre l’America si apre al futuro – deregolamentando, abbracciando Bitcoin, proteggendo la libertà di parola e chiudendo la porta ai tecnocrati dell’OMS – l’Europa usa lo stato di emergenza bellica come cavallo di Troia per il controllo sociale: euro digitale, Chat Control (per ora, accantonata), censura delle piattaforme non allineate, come X.
L’obiettivo non è vincere la guerra a Est, ma blindare il potere a Ovest. È il socialismo della sorveglianza, l’ultima spiaggia di un’élite che teme il proprio popolo più del nemico esterno.
L’AMNESIA STORICA: LA MENZOGNA DELLE “VITTIME INNOCENTI”
Ma il vero cancro, la patologia terminale della classe dirigente europea, è l’ignoranza.
Un’ignoranza perniciosa, arrogante, priva di vergogna. L’Alto Rappresentante UE, Kaja Kallas, ne è l’incarnazione plastica quando afferma che la Russia è l’eterno invasore mai invaso.
Questa non è solo una bugia; è una bestemmia storiografica.
Basterebbe passeggiare per Torino e leggere le lapidi per smentire Bruxelles.
I piemontesi, nel 1855, andarono a morire in Crimea per interessi geopolitici, invadendo la Russia. E prima di loro? Nel 1600 i polacchi e gli svedesi arrivarono al Cremlino. Nel 1812 Napoleone portò mezza Europa a Mosca. Nel 1918, mentre la Russia collassava nella guerra civile, le potenze occidentali, Italia inclusa, invasero nuovamente il territorio russo per sostenere i Bianchi.
E infine, l’Operazione Barbarossa del 1941: un’invasione paneuropea sotto l’egida nazista.
Ignorare che la psicologia strategica russa si fonda sulla sindrome (storicamente giustificata) dell’accerchiamento non è un errore politico. Non è soltanto quello.
È un suicidio intellettuale e l’omicidio della Storia.
I nostri leader guidano il continente verso la guerra mondiale senza aver mai aperto un libro di storia, forse nemmeno un romanzo di Tolstoj.
LA GRANDE DIVERGENZA: IL TRADIMENTO DELLE ÉLITES
Inoltre, c’è un filo rosso che collega il silenzio sulle piazze vuote contro la guerra alla Russia e il clamore mediatico per Gaza. È la manipolazione del dissenso.
L’élite europea, quella che somiglia sempre più a una “cospirazione a cielo aperto” di burocrati e media corrotti, ha deciso che il nemico è a Mosca e che ogni sacrificio è lecito.
Mentre Washington cerca un “Petrodollaro 2.0” e costruisce nuovi equilibri con l’Arabia Saudita per stabilizzare il mondo e fare affari, Bruxelles persegue un’agenda che sembra disegnata per cancellare l’identità e la prosperità del continente: deindustrializzazione forzata, immigrazione usata come ingegneria sociale, e ora la guerra totale.
SALTANO GLI ALTARINI
Ma la realtà, per quanto la si voglia censurare, ha il brutto vizio di emergere. Elon Musk, pur nella sua brutale comunicazione, non ha tutti i torti: la burocrazia sta soffocando l’Europa fino alla morte.
Siamo un continente vecchio, gestito da chi non conosce la Storia del Continente, burocrati che credono di giocare a Risiko mentre il mondo reale si muove su algoritmi e materie prime che non controlliamo.
Gli altarini stanno per saltare. Come sta accadendo in Ucraina, dove la corruzione endemica non può più essere nascosta sotto il tappeto della propaganda eroica, presto anche in Europa emergerà il marciume.
Le verità sul periodo pandemico, le follie della transizione green e, soprattutto, l’assurdità di una guerra combattuta per procura senza strategia d’uscita, verranno a galla.
L’Europa si trova davanti a un bivio esistenziale: recuperare la propria sovranità, la propria memoria storica e il proprio pragmatismo, o affondare definitivamente nel delirio della sua classe dirigente, lasciando che la storia venga scritta, ancora una volta, da chi ha avuto il coraggio di guardarla in faccia.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Ci sono momenti in cui un evento diventa un’esperienza condivisa, un ricordo che si fissa nella memoria dei presenti. Ed è esattamente ciò che è accaduto domenica scorsa a Cremona, negli eleganti spazi di Gabetti Arte in Piazza Stradivari 18.
Una folla delle grandi occasioni, attenta, ha riempito le sale per il vernissage della mostra collettiva a numero chiuso E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?.
Non si è trattato solo di ammirare opere appese alle pareti e di ascoltare qualche frase di circostanza del critico famoso. Al contrario, si è trattato di respirare un’atmosfera diversa, più intima, più filosofica, più profonda.
A fare gli onori di casa è stata la Prof.ssa Daniela Belloni, co-organizzatrice dell’evento, che ha introdotto il tema della rassegna con la consueta eleganza, preparando il terreno per quella che sarebbe stata la sorpresa della serata.
QUANDO LA MUSICA INFRANGE I LIMITI DELL’ETÀ
Il momento più toccante e inaspettato è arrivato quando il Dott. Pasquale Di Matteo, noto critico d’arte internazionale, scrittore e co-curatore della mostra, ha momentaneamente deposto la sua veste istituzionale per imbracciare un violino.
Accanto a lui, il fratello, l’Ingegnere Ciro Di Matteo, seduto con la sua chitarra classica.
Il silenzio in sala si è fatto denso, carico di aspettativa. Le note hanno iniziato a scorrere, non con la freddezza accademica dei virtuosi di professione, ma con il calore genuino di chi suona per passione, alle prime armi sebbene gli anni alle spalle siano quasi metà secolo.
Come ha spiegato lo stesso critico al pubblico, il duo non è nato tra le aule di un conservatorio: entrambi hanno iniziato lo studio dei rispettivi strumenti da meno di tre anni. Una scelta coraggiosa. Un messaggio potente.
FOTO DI: COSETTA FROSI
Perché suonare davanti a un pubblico gremito quando si è ancora “studenti”, per giunta da adulti?
La risposta sta nell’essenza della mostra in oggetto. Immaginare un mondo in cui sia NATALE TUTTO L’ANNO non è un esercizio di retorica buonista, ma una sfida radicale ai nostri schemi mentali.
Significa credere che la vita possa essere diversa, che i limiti che ci imponiamo – “sono troppo vecchio per imparare”, “è troppo tardi per cambiare”, “non sono portato per/ non posso più fare o indossare…” – siano solo barriere illusorie.
Non esiste un’età giusta per intraprendere un nuovo percorso di studi, per indossare abiti o per inseguire una passione. Esiste solo il momento in cui si decide di farlo, il momento in cui ci si sente pronti o quando la vita te lo consente. E quella musica, imperfetta, ma autentica, ne è stata la prova.
DODICI + 1 ARTISTI PER UN SOGNO COMUNE
Passata l’emozione dell’introduzione musicale, l’attenzione è tornata sulle tele.
Pasquale Di Matteo, che ricopre anche il prestigioso ruolo di rappresentante in Italia della società culturale giapponese Reijinsha, ha guidato i presenti attraverso le opere dei dodici artisti selezionati.
Ognuno di loro ha declinato il tema della mostra – un mondo ideale tra Natura, Relazioni e Sogni – attraverso la propria sensibilità stilistica. I visitatori hanno potuto ammirare i lavori di: CHIARA GALLIANO, SERENA PESCARMONA, ATTILIO ZANANGELI, ANNA MAINARDI, ROBERTO RAMIREZ ANCHIQUE, CHIARA MARIA ROSSETTI, MARIA VACCARI, SIMONA SARAO, MARIA ANTONIETTA ROSSI, BRUNO GRECO, MARIA GRAZIA CIMARDI e ALBERTO COSTA.
ALCUNE FOTO DI COSETTA FROSI, ALTRE DI ROSITA CASO
Potete scoprire di più sugli artisti sulla pagina dell’evento, attualmente in continua evoluzione, su cui convoglieranno anche questo articolo e il film dell’evento: CLICCA QUI.
UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE
C’era però una tredicesima voce, delicata e commovente, che ha arricchito il percorso espositivo portando una ventata di emozioni che hanno il profumo del tema dell’evento.
È la voce di Daniela Bussolino, presente non solo con le sue opere pittoriche, dedicate alla sua coniglietta, Cristal, ma con una storia che ha scaldato il cuore di tutti i presenti.
Intervistata da Di Matteo, l’artista ha raccontato il legame speciale con la sua amichetta pelosa.
Cristal non è stata solo un animale domestico, ma la musa ispiratrice dei quadri esposti e la protagonista assoluta del libro narrativo d’esordio di Bussolino, intitolato UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE.
FOTO DI: COSETTA FROSI
Attraverso le domande del curatore, l’autrice ha svelato aneddoti, ricordi e momenti intimi della storia vissuta con Cristal.
L’intera narrazione è portata avanti dalla stessa Cristal e, nel libro, tutto si svolge attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri.
La mostra, curata da Pasquale Di Matteo e Daniela Belloni, resterà visitabile fino al 21 dicembre 2025. Un’occasione imperdibile per chi, tra una corsa ai regali e l’altra, vuole fermarsi a riflettere su cosa significhi davvero far rinascere i propri sogni, ogni giorno dell’anno.
Tra le cancellerie europee si sente strappare della carta, la carta dei copioni scritti nel 2022, quelli che dipingevano una vittoria inevitabile, un Occidente granitico, una superpotenza atomica piegata dalle nostre sanzioni dirompenti.
Ora, quei copioni sono carta straccia.
LA METAMORFOSI DEL BRAND ZELENSKY: DA CHURCHILL A SCAPPATO DI CASA
Avete fatto caso alla semiotica dei media americani?
È brutale. Fino a sei mesi fa, Zelensky era l’uomo in maglietta verde che sfidava l’impero. Oggi, improvvisamente, il New York Times e le agenzie di intelligence scoprono la corruzione a Kiev.
Ma davvero?!
Fino a poche settimane fa, non erano filo-putiniani quelli che ricordavano la corruzione di Kiev?
Siamo seri. L’Ucraina naviga nei bassifondi delle classifiche di trasparenza internazionale da decenni. Lo sapevano tutti. Lo sapeva la CIA, lo sapeva Bruxelles, lo sapeva la Casa Bianca. Perché questa “scoperta” avviene ora?
Perché, quando devi chiudere un investimento in perdita, ti serve una giusta causa. La narrazione sulla corruzione che colpisce il cerchio magico del presidente e figure come Yermak, non è giornalismo investigativo, ma un messaggio politico.
È il segnale che Washington sta preparando il terreno per scaricare Zelensky, il quale, con la sua ostinazione a non cedere territori – costituzionalmente ineccepibile, politicamente suicida – è diventato un ostacolo. E nel business, come nella geopolitica, gli ostacoli si rimuovono.
L’EFFETTO TRUMP: LA FINE DELLE ALLEANZE, L’INIZIO DEGLI ALLINEAMENTI
Donald Trump non è un politico, ma un imprenditorie. E come tale, non ragiona in termini di valori, ma di transazioni.
L’Europa, nella sua commovente ingenuità burocratica, non ha ancora compreso il cambio di paradigma. Trump non cerca alleati, bensì allineamenti. La differenza è abissale.
L’alleanza presuppone una condivisione, mentre l’allineamento è una convergenza temporanea di interessi. O sei con lui, o sei un costo da tagliare.
In questo scenario, la posizione di Giorgia Meloni è un capolavoro di equilibrismo destinato a crollare. Non puoi essere atlantista e sovranista con il tuo elettorato quando l’inquilino della Casa Bianca ti chiede di scegliere: o compri il mio gas e le mie armi, o sei fuori.
L’Italia, avendo rinunciato a esercitare quell’autorità morale che avrebbe potuto avere non inviando armi e ponendosi come mediatore credibile, forte della presenza del Vaticano, ha invece seguito le politiche belliciste europee e si è ridotta a essere un vassallo che attende ordini, terrorizzata dall’idea di diventare irrilevante.
L’ILLUSIONE OTTICA SULLA RUSSIA E LA SOCIETÀ DELL’ATOMO
Abbiamo commesso un errore di calcolo imperdonabile. Abbiamo proiettato sulla Russia le nostre categorie mentali. Ci aspettavamo che le sanzioni e i morti al fronte scatenassero una rivolta, un cambio di regime in Russia.
Non è successo. E non succederà.
Al contrario, abbiamo visto in tutte le elezioni europee l’aumento di voti esponenziali di chi è contrario a continuare la guerra in Ucraina.
La società russa non funziona come quella francese o americana. Non esiste una tradizione di protesta civica di massa capace di rovesciare lo Zar. Esiste, al contrario, una cultura della “salvezza individuale”.
Il russo medio non scende in piazza per la libertà dell’Ucraina; cerca di evitare che il proprio figlio finisca al fronte, o si adatta, o addirittura sostiene la guerra per inerzia patriottica o necessità economica.
Putin lo sa. Sa che il tempo gioca a suo favore. Non vuole una tregua per congelare il conflitto, perché non gli serve una tregua. È l’Ucraina in netta difficoltà. Putin vuole una vittoria de jure, il riconoscimento delle conquiste.
E mentre noi perdiamo tempo parlando di paci giuste in stile favola, la Russia avanza. Lentamente, inesorabilmente, macinando chilometri e vite umane, indifferente alle nostre analisi morali.
IL TEATRO DELL’ASSURDO EUROPEO E LA PACE SPORCA
La scena dei leader europei, Macron, Starmer, e i burocrati di Bruxelles, che si abbracciano promettendo sostegno eterno a Kiev è diventata grottesca. Sembrano gli orchestrali del Titanic che suonano mentre la nave si inclina, come ho scritto in un precedente articolo.
Stanno spingendo per una guerra che non possono finanziare, perché le casse sono vuote, e che non hanno la capacità industriale di sostenere. Chiedono a Zelensky di resistere, ma tremano al pensiero che Trump chiuda i rubinetti.
I burocrati europei oggi temono le “interferenze” americane. Fino a ieri pendevano dalle labbra di Washington per ogni decisione bellica; oggi che Washington spinge per il disimpegno, l’Europa grida allo scandalo.
È la reazione del bambino viziato che scopre che il genitore ha smesso di pagare la paghetta.
VERSO IL MODELLO ISRAELIANO (O LA PARTIZIONE)
La nebbia si sta diradando e la vista non è piacevole. E non mostra affatto quanto vaneggiava Mario Draghi nel 2022, quando parlava di sanzioni dirompenti e ingenti danni inflitti alla Russia, che subiva gravi perdite in battaglia. Cose che, a giudicare dai fatti di oggi, risultano panzane di proporzioni storiche.
L’accordo si farà. E sarà un accordo sporco, cinico, realista. Come è sempre stato nella Storia.
Probabilmente vedrà una cessione de facto dei territori occupati alla Russia, in cambio della sopravvivenza di ciò che resta dello Stato ucraino.
Zelensky verrà messo da parte. Al suo posto, si scalda già il generale Zaluzhny o una figura simile, un pragmatico capace di gestire una transizione verso una “pace armata” o una guerra a bassa intensità, sul modello israeliano: un paese perennemente in allerta, militarizzato, ma che smette di svenarsi in controffensive impossibili.
E l’Europa pagherà il conto. Pagherà la ricostruzione, pagherà l’instabilità ai suoi confini, e pagherà il prezzo politico di aver creduto che la retorica potesse sostituire la strategia.
La storia non è finita. È solo tornata a essere quello che è sempre stata: una brutale contabilità di forza, dove i deboli subiscono ciò che devono e i forti fanno ciò che possono. E noi, temo, abbiamo scelto di non essere tra i forti, inseguendo favole, chimere e l’ignoranza perniciosa di chi ancora è convinto di vivere su un altro pianeta.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.