L’INGANNO DELLA LEVA, PERCHÉ SENZA PATRIA NON ESISTE DIFESA

Viviamo in un’epoca di straordinaria dissonanza cognitiva, dove i più non analizzano, ma tifano e chiacchierano come al bar.

Mentre il mondo attorno a noi brucia, ridisegnando confini con il sangue di tanti giovani mandati a morire al fronte, in Italia ci perdiamo in dibattiti semantici surreali su ossimori come la “leva volontaria”.

È il sintomo di una patologia sociale profonda, una cecità selettiva che ci impedisce di vedere la nostra irrilevanza strategica sullo scacchiere mondiale.

Come ho avuto modo di spiegare ieri sera, intervenendo senza filtri alla trasmissione di Milano Pavia TV “Senza Peli sulla Lingua”, l’anacronismo del nostro pensiero è il vero nemico.

Pensare di restare isolati in un mondo di imperi in collisione è un suicidio assistito. Ma la soluzione non è un tratto di penna su un foglio di bilancio.

Bisognerebbe creare un esercito europeo, certo. Così, almeno, suggerisce la logica dei numeri. Eppure, e qui sta l’incongruenza che la politica finge di non vedere, prima di un esercito serve fare un’Europa che le persone possano definire “Patria”.

L’errore originale, il peccato mortale dell’Unione, è stato credere che creando un’unione commerciale e monetaria, la politica sarebbe seguita per osmosi. Non è successo.

La moneta non crea il sangue, non alimenta passione e legame profondo, non mette radici, il mercato non crea il destino comune.

IL TEATRO DELL’ASSURDO: LEVA O RISERVA?

Quando il Ministro Crosetto evoca lo spettro della leva, o meglio, di una riserva, sta implicitamente ammettendo il fallimento di vent’anni di pianificazione militare.

Parlare di “leva volontaria” è come parlare di “ghiaccio bollente”: la leva, per definizione, è obbligo. È coercizione legale per la sopravvivenza dello Stato.

Inoltre, la Storia ci ricorda che, ogniqualvolta le nazioni hanno attuato corse al riarmo, a distanza di pochi anni la guerra è arrivata.

Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno non è una massa di ragazzini costretti a marciare per tre mesi, ma una Riserva Ausiliaria seria.

Tuttavia, una riserva è come una tanica di benzina nel bagagliaio: serve solo se hai un serbatoio principale e un motore funzionante, invece, oggi, l’Esercito Italiano è un serbatoio bucato. Abbiamo ridotto le forze a circa 94.000 unità sulla carta, di cui solo 61.000 sono truppa operativa. E il dato più agghiacciante è anagrafico: oltre la metà di questi soldati ha superato i 40 anni.

Non si scalano le montagne e non si regge l’attrito di una guerra convenzionale ad alta intensità con una fanteria geriatrica.

Abbiamo smantellato le infrastrutture, venduto le caserme perché ce lo chiedeva l’Europa, in nome dell’Austerity, abbiamo chiuso gli ospedali militari.

Se anche domani richiamassimo 10.000 riservisti, non sapremmo dove metterli a dormire, né avremmo gli anfibi, le divise e le armi. Questa è la realtà, al di là delle opinioni e dei buoni propositi.

L’ECONOMIA DI GUERRA E IL “DIVIDENDO DELLA PACE” SVANITO

Dal punto di vista economico, la situazione è altrettanto grottesca. I cosiddetti “dividendi della pace” post-1990 non sono stati usati per abbattere il debito o investire in futuro, ma sono stati fagocitati dalla spesa corrente e dal welfare per comprare consenso elettorale a breve termine.

Oggi l’Europa spende, in aggregato, cifre enormi per la difesa, ma le spende con l’efficienza di un ubriaco al casinò.

Senza un’unità politica, ogni nazione difende il suo piccolo orticello industriale. Abbiamo decine di modelli di carri armati diversi, sistemi logistici incompatibili, linee di produzione frammentate.

Negli USA, l’antitrust è debole e i prezzi sono alti, ma l’industria è un colosso unificato. In Europa, l’antitrust funziona sui prezzi civili, ma impedisce la nascita di quei campioni continentali necessari per competere.

Il modello dovrebbe essere quello della Corea del Sud: un’industria Dual-Use dove la tecnologia civile e militare si alimentano a vicenda, con colossi industriali come Samsung, che fabbricano smartphone e condizionatori, come sistemi per carri armati e altre armi avanzate.

Invece, noi continuiamo a vedere la spesa militare come un costo a fondo perduto e non come un volano tecnologico.

LA MENZOGNA GEOPOLITICA E IL FATTORE UMANO

Sul fronte geopolitico, la verità è ostaggio della convenienza e dell’ipocrisia di una classe dirigente che prepara strumenti bellici nascondendosi dietro un linguaggio ovattato per non turbare un elettorato culturalmente pacifista.

D’altro canto, la Russia non invaderà l’Italia domani. E neppure l’anno prossimo, visto che è impantanata nel Donbass da anni. E nemmeno ha necessità di raderci al suolo con un paio di missili ipersonici caricati con testate atomiche.

Ma questo non ci assolve.

Il mondo è cambiato. L’ombrello americano si sta chiudendo.

La deterrenza non si fa con le intenzioni, si fa con la capacità credibile di infliggere danno. Ed è il motivo per cui Russia e USA, al limite, arrivano a fare la voce grossa, ma poi trovano sempre modo di andare a braccetto, anche quando fingono di litigare, poiché sanno che l’esistenza dell’uno dipende dall’altro e viceversa.

E qui torniamo al punto che ho sollevato ieri in TV.

La deterrenza richiede coesione.

Oggi, sarebbe impensabile che un battaglione francese accettasse di farsi mandare al macello agli ordini di un generale bulgaro o rumeno e, alle prime divergenze, il minimo sarebbe la diserzione.

È ancora peggio immaginare che un cittadino greco accetti di morire per difendere Berlino o Helsinki. E siamo onesti: quanti italiani morirebbero per la Danimarca e viceversa?

L’Europa è un condominio litigioso, non una nazione. E gli italiani, quando pensano all’Europa, pensano alle arance mandate al macero, alle quote latte, alle limitazioni, alle norme sulla piegatura delle banane, ai tappi di plastica, non a una patria.

E pensano a un luogo in cui giornalisti vengono licenziati per aver fatto informazione, come accaduto a Gabriele Nunziati, in barba a quell’area democratica e liberale che era un tempo l’Europa.

IL PREZZO DELLA VERITÀ

L’errore fatale è stato credere che l’economia potesse surrogare l’identità. Abbiamo costruito il tetto (l’Euro) senza avere le mura (lo Stato) e senza avere le fondamenta (il Popolo).

Un esercito europeo, in queste condizioni, è solo una chimera pericolosa, un corpo senza testa o, peggio, una testa con ventisette cavalli che tirano in direzioni opposte.

Per sopravvivere al XXI secolo, dobbiamo smettere di mentire. Dobbiamo dire agli italiani che la sicurezza ha un costo esorbitante, che la pace non è la condizione naturale delle cose, ma una conquista armata, e che l’isolamento è una condanna a morte.

Ma soprattutto, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che senza una Patria comune, non ci sarà mai una difesa comune. E senza difesa, saremo solo preda della storia, non più suoi artefici.

Ovviamente, una Difesa serve per non diventare facili prede di qualcuno domani, mentre oggi in tanti stanno alimentando la paura di nemico alle porte che esiste solo nelle fantasie di chi a settembre del 2022 diceva che la Russia era sconfitta dal peso delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti.

Gli stessi che vivono il cortocircuito cognitivo per cui, nei giorni dispari, bisogna armarsi per affrontare lo strapotere russo, pronto a correre verso Lisbona, nei giorni pari, Mosca è al collasso finanziario e sta per capitolare in Ucraina.

OCCIDENTE, GUERRA E FUTURO

La frattura è insanabile?.

Mentre gli Stati Uniti, sotto la spinta pragmatica e dirompente della nuova dottrina Trump, virano verso un isolazionismo calcolato, cercando accordi economici, business e una pace che liberi risorse per la competizione interna e per focalizzare l’attenzione sulla Cina, l’Europa è rimasta sola. Orfana e terrorizzata.

E come reagisce un organismo insicuro quando perde il suo protettore? Con l’aggressività.

Il bellicismo nostrano, caratterizzato da una certa ansia da prestazioni, non è segno di forza, ma somiglia più all’isteria di chi sa di non avere argomenti razionali.

D’altronde, le motivazioni logiche per il riarmo e l’escalation non reggono più all’analisi dei fatti: l’economia europea sanguina, la strategia delle sanzioni è un boomerang e l’ombrello americano si sta chiudendo.

Per questo la politica deve alzare la voce e puntare sulla paura, perché, se si fermasse a riflettere, dovrebbe ammettere il fallimento totale di decisioni suicide.

LA NARRAZIONE IMPOSSIBILE: IL MITO DELLA VITTORIA TOTALE

Lo studio norvegese Europe’s Choice, osannato dalla stampa mainstream come il Vangelo della convenienza bellica, è l’esempio perfetto di come l’ideologia abbia divorato la matematica; ci dicono che finanziare la guerra costa meno che avere Putin vincitore.

Gli autori dello studio dimenticano solo di mettere nero su bianco il numero degli ucraini da mandare a morire perché le loro previsioni bislacche si verifichino.

I numeri, se si ha l’onestà intellettuale di leggerli, disegnano un’utopia logistica: citano 95 brigate, 8 milioni di droni, migliaia di carri armati che non esistono in nessun magazzino occidentale. E soprattutto, quattro anni. Altri quattro anni di massacro di ucraini?!

È un piano che richiede un dispiegamento industriale che l’Europa deindustrializzata non può sostenere e, fattore ancor più tragico, un capitale umano che l’Ucraina non ha più.

Con il 69% degli ucraini che invocano la pace, la strategia europea si rivela per quello che è: un mito sanguinario, un sogno burocratico redatto in uffici climatizzati, che ignora l’odore dei morti in trincea e la fisica elementare della guerra di attrito.

E, ancora peggio, ignora il fatto che Mosca, se mai si trovasse davvero in difficoltà, potrebbe contare sul più potente e ampio arsenale atomico sul pianeta.

A CHI GIOVA L’IPOCRISIA DEL PROFITTO E DEL CONTROLLO?

Ma in ogni crimine, c’è un movente economico, e la Norvegia, patria dei centri studi che ci consigliano la guerra eterna, è lo stesso Paese che sta incassando 130 miliardi l’anno grazie all’aumento dei prezzi del gas, diretta conseguenza del taglio con la Russia.

I norvegesi osservano il conflitto dai loro salotti NATO, mentre il grafico della loro ricchezza nazionale si impenna in proporzione diretta alla durata delle ostilità.

Ma non solo la Norvegia ha i suoi motivi per tifare per la guerra.

Mentre l’America si apre al futuro – deregolamentando, abbracciando Bitcoin, proteggendo la libertà di parola e chiudendo la porta ai tecnocrati dell’OMS – l’Europa usa lo stato di emergenza bellica come cavallo di Troia per il controllo sociale: euro digitale, Chat Control (per ora, accantonata), censura delle piattaforme non allineate, come X.

L’obiettivo non è vincere la guerra a Est, ma blindare il potere a Ovest. È il socialismo della sorveglianza, l’ultima spiaggia di un’élite che teme il proprio popolo più del nemico esterno.

L’AMNESIA STORICA: LA MENZOGNA DELLE “VITTIME INNOCENTI”

Ma il vero cancro, la patologia terminale della classe dirigente europea, è l’ignoranza.

Un’ignoranza perniciosa, arrogante, priva di vergogna. L’Alto Rappresentante UE, Kaja Kallas, ne è l’incarnazione plastica quando afferma che la Russia è l’eterno invasore mai invaso.

Questa non è solo una bugia; è una bestemmia storiografica.

Basterebbe passeggiare per Torino e leggere le lapidi per smentire Bruxelles.

I piemontesi, nel 1855, andarono a morire in Crimea per interessi geopolitici, invadendo la Russia. E prima di loro? Nel 1600 i polacchi e gli svedesi arrivarono al Cremlino. Nel 1812 Napoleone portò mezza Europa a Mosca. Nel 1918, mentre la Russia collassava nella guerra civile, le potenze occidentali, Italia inclusa, invasero nuovamente il territorio russo per sostenere i Bianchi.

E infine, l’Operazione Barbarossa del 1941: un’invasione paneuropea sotto l’egida nazista.

Ignorare che la psicologia strategica russa si fonda sulla sindrome (storicamente giustificata) dell’accerchiamento non è un errore politico. Non è soltanto quello.

È un suicidio intellettuale e l’omicidio della Storia.

I nostri leader guidano il continente verso la guerra mondiale senza aver mai aperto un libro di storia, forse nemmeno un romanzo di Tolstoj.

LA GRANDE DIVERGENZA: IL TRADIMENTO DELLE ÉLITES

Inoltre, c’è un filo rosso che collega il silenzio sulle piazze vuote contro la guerra alla Russia e il clamore mediatico per Gaza. È la manipolazione del dissenso.

L’élite europea, quella che somiglia sempre più a una “cospirazione a cielo aperto” di burocrati e media corrotti, ha deciso che il nemico è a Mosca e che ogni sacrificio è lecito.

Mentre Washington cerca un “Petrodollaro 2.0” e costruisce nuovi equilibri con l’Arabia Saudita per stabilizzare il mondo e fare affari, Bruxelles persegue un’agenda che sembra disegnata per cancellare l’identità e la prosperità del continente: deindustrializzazione forzata, immigrazione usata come ingegneria sociale, e ora la guerra totale.

SALTANO GLI ALTARINI

Ma la realtà, per quanto la si voglia censurare, ha il brutto vizio di emergere. Elon Musk, pur nella sua brutale comunicazione, non ha tutti i torti: la burocrazia sta soffocando l’Europa fino alla morte.

Siamo un continente vecchio, gestito da chi non conosce la Storia del Continente, burocrati che credono di giocare a Risiko mentre il mondo reale si muove su algoritmi e materie prime che non controlliamo.

Gli altarini stanno per saltare. Come sta accadendo in Ucraina, dove la corruzione endemica non può più essere nascosta sotto il tappeto della propaganda eroica, presto anche in Europa emergerà il marciume.

Le verità sul periodo pandemico, le follie della transizione green e, soprattutto, l’assurdità di una guerra combattuta per procura senza strategia d’uscita, verranno a galla.

L’Europa si trova davanti a un bivio esistenziale: recuperare la propria sovranità, la propria memoria storica e il proprio pragmatismo, o affondare definitivamente nel delirio della sua classe dirigente, lasciando che la storia venga scritta, ancora una volta, da chi ha avuto il coraggio di guardarla in faccia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ARTE DI VIVERE. GRANDE SUCCESSO A CREMONA PER LA MOSTRA “E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?”

di Redazione TZ

Ci sono momenti in cui un evento diventa un’esperienza condivisa, un ricordo che si fissa nella memoria dei presenti. Ed è esattamente ciò che è accaduto domenica scorsa a Cremona, negli eleganti spazi di Gabetti Arte in Piazza Stradivari 18.

Una folla delle grandi occasioni, attenta, ha riempito le sale per il vernissage della mostra collettiva a numero chiuso E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?.

Non si è trattato solo di ammirare opere appese alle pareti e di ascoltare qualche frase di circostanza del critico famoso. Al contrario, si è trattato di respirare un’atmosfera diversa, più intima, più filosofica, più profonda.

A fare gli onori di casa è stata la Prof.ssa Daniela Belloni, co-organizzatrice dell’evento, che ha introdotto il tema della rassegna con la consueta eleganza, preparando il terreno per quella che sarebbe stata la sorpresa della serata.

QUANDO LA MUSICA INFRANGE I LIMITI DELL’ETÀ

Il momento più toccante e inaspettato è arrivato quando il Dott. Pasquale Di Matteo, noto critico d’arte internazionale, scrittore e co-curatore della mostra, ha momentaneamente deposto la sua veste istituzionale per imbracciare un violino.

Accanto a lui, il fratello, l’Ingegnere Ciro Di Matteo, seduto con la sua chitarra classica.

Il silenzio in sala si è fatto denso, carico di aspettativa. Le note hanno iniziato a scorrere, non con la freddezza accademica dei virtuosi di professione, ma con il calore genuino di chi suona per passione, alle prime armi sebbene gli anni alle spalle siano quasi metà secolo.

Come ha spiegato lo stesso critico al pubblico, il duo non è nato tra le aule di un conservatorio: entrambi hanno iniziato lo studio dei rispettivi strumenti da meno di tre anni. Una scelta coraggiosa. Un messaggio potente.

FOTO DI: COSETTA FROSI

Perché suonare davanti a un pubblico gremito quando si è ancora “studenti”, per giunta da adulti?

La risposta sta nell’essenza della mostra in oggetto. Immaginare un mondo in cui sia NATALE TUTTO L’ANNO non è un esercizio di retorica buonista, ma una sfida radicale ai nostri schemi mentali.

Significa credere che la vita possa essere diversa, che i limiti che ci imponiamo – “sono troppo vecchio per imparare”, “è troppo tardi per cambiare”, “non sono portato per/ non posso più fare o indossare…” – siano solo barriere illusorie.

Non esiste un’età giusta per intraprendere un nuovo percorso di studi, per indossare abiti o per inseguire una passione. Esiste solo il momento in cui si decide di farlo, il momento in cui ci si sente pronti o quando la vita te lo consente. E quella musica, imperfetta, ma autentica, ne è stata la prova.

DODICI + 1 ARTISTI PER UN SOGNO COMUNE

Passata l’emozione dell’introduzione musicale, l’attenzione è tornata sulle tele.

Pasquale Di Matteo, che ricopre anche il prestigioso ruolo di rappresentante in Italia della società culturale giapponese Reijinsha, ha guidato i presenti attraverso le opere dei dodici artisti selezionati.

Ognuno di loro ha declinato il tema della mostra – un mondo ideale tra Natura, Relazioni e Sogni – attraverso la propria sensibilità stilistica. I visitatori hanno potuto ammirare i lavori di: CHIARA GALLIANO, SERENA PESCARMONA, ATTILIO ZANANGELI, ANNA MAINARDI, ROBERTO RAMIREZ ANCHIQUE, CHIARA MARIA ROSSETTI, MARIA VACCARI, SIMONA SARAO, MARIA ANTONIETTA ROSSI, BRUNO GRECO, MARIA GRAZIA CIMARDI e ALBERTO COSTA.

ALCUNE FOTO DI COSETTA FROSI, ALTRE DI ROSITA CASO

Potete scoprire di più sugli artisti sulla pagina dell’evento, attualmente in continua evoluzione, su cui convoglieranno anche questo articolo e il film dell’evento: CLICCA QUI.

UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE

C’era però una tredicesima voce, delicata e commovente, che ha arricchito il percorso espositivo portando una ventata di emozioni che hanno il profumo del tema dell’evento.

È la voce di Daniela Bussolino, presente non solo con le sue opere pittoriche, dedicate alla sua coniglietta, Cristal, ma con una storia che ha scaldato il cuore di tutti i presenti.

Intervistata da Di Matteo, l’artista ha raccontato il legame speciale con la sua amichetta pelosa.

Cristal non è stata solo un animale domestico, ma la musa ispiratrice dei quadri esposti e la protagonista assoluta del libro narrativo d’esordio di Bussolino, intitolato UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE.

FOTO DI: COSETTA FROSI

Attraverso le domande del curatore, l’autrice ha svelato aneddoti, ricordi e momenti intimi della storia vissuta con Cristal.

L’intera narrazione è portata avanti dalla stessa Cristal e, nel libro, tutto si svolge attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri.

La mostra, curata da Pasquale Di Matteo e Daniela Belloni, resterà visitabile fino al 21 dicembre 2025. Un’occasione imperdibile per chi, tra una corsa ai regali e l’altra, vuole fermarsi a riflettere su cosa significhi davvero far rinascere i propri sogni, ogni giorno dell’anno.

L’OCCIDENTE HA DECISO DI “VENDERE” ZELENSKY

Tra le cancellerie europee si sente strappare della carta, la carta dei copioni scritti nel 2022, quelli che dipingevano una vittoria inevitabile, un Occidente granitico, una superpotenza atomica piegata dalle nostre sanzioni dirompenti.

Ora, quei copioni sono carta straccia.

LA METAMORFOSI DEL BRAND ZELENSKY: DA CHURCHILL A SCAPPATO DI CASA

Avete fatto caso alla semiotica dei media americani?

È brutale. Fino a sei mesi fa, Zelensky era l’uomo in maglietta verde che sfidava l’impero. Oggi, improvvisamente, il New York Times e le agenzie di intelligence scoprono la corruzione a Kiev.

Ma davvero?!

Fino a poche settimane fa, non erano filo-putiniani quelli che ricordavano la corruzione di Kiev?

Siamo seri. L’Ucraina naviga nei bassifondi delle classifiche di trasparenza internazionale da decenni. Lo sapevano tutti. Lo sapeva la CIA, lo sapeva Bruxelles, lo sapeva la Casa Bianca. Perché questa “scoperta” avviene ora?

Perché, quando devi chiudere un investimento in perdita, ti serve una giusta causa. La narrazione sulla corruzione che colpisce il cerchio magico del presidente e figure come Yermak, non è giornalismo investigativo, ma un messaggio politico.

È il segnale che Washington sta preparando il terreno per scaricare Zelensky, il quale, con la sua ostinazione a non cedere territori – costituzionalmente ineccepibile, politicamente suicida – è diventato un ostacolo. E nel business, come nella geopolitica, gli ostacoli si rimuovono.

L’EFFETTO TRUMP: LA FINE DELLE ALLEANZE, L’INIZIO DEGLI ALLINEAMENTI

Donald Trump non è un politico, ma un imprenditorie. E come tale, non ragiona in termini di valori, ma di transazioni.

L’Europa, nella sua commovente ingenuità burocratica, non ha ancora compreso il cambio di paradigma. Trump non cerca alleati, bensì allineamenti. La differenza è abissale.

L’alleanza presuppone una condivisione, mentre l’allineamento è una convergenza temporanea di interessi. O sei con lui, o sei un costo da tagliare.

In questo scenario, la posizione di Giorgia Meloni è un capolavoro di equilibrismo destinato a crollare. Non puoi essere atlantista e sovranista con il tuo elettorato quando l’inquilino della Casa Bianca ti chiede di scegliere: o compri il mio gas e le mie armi, o sei fuori.

L’Italia, avendo rinunciato a esercitare quell’autorità morale che avrebbe potuto avere non inviando armi e ponendosi come mediatore credibile, forte della presenza del Vaticano, ha invece seguito le politiche belliciste europee e si è ridotta a essere un vassallo che attende ordini, terrorizzata dall’idea di diventare irrilevante.

L’ILLUSIONE OTTICA SULLA RUSSIA E LA SOCIETÀ DELL’ATOMO

Abbiamo commesso un errore di calcolo imperdonabile. Abbiamo proiettato sulla Russia le nostre categorie mentali. Ci aspettavamo che le sanzioni e i morti al fronte scatenassero una rivolta, un cambio di regime in Russia.

Non è successo. E non succederà.

Al contrario, abbiamo visto in tutte le elezioni europee l’aumento di voti esponenziali di chi è contrario a continuare la guerra in Ucraina.

La società russa non funziona come quella francese o americana. Non esiste una tradizione di protesta civica di massa capace di rovesciare lo Zar. Esiste, al contrario, una cultura della “salvezza individuale”.

Il russo medio non scende in piazza per la libertà dell’Ucraina; cerca di evitare che il proprio figlio finisca al fronte, o si adatta, o addirittura sostiene la guerra per inerzia patriottica o necessità economica.

Putin lo sa. Sa che il tempo gioca a suo favore. Non vuole una tregua per congelare il conflitto, perché non gli serve una tregua. È l’Ucraina in netta difficoltà. Putin vuole una vittoria de jure, il riconoscimento delle conquiste.

E mentre noi perdiamo tempo parlando di paci giuste in stile favola, la Russia avanza. Lentamente, inesorabilmente, macinando chilometri e vite umane, indifferente alle nostre analisi morali.

IL TEATRO DELL’ASSURDO EUROPEO E LA PACE SPORCA

La scena dei leader europei, Macron, Starmer, e i burocrati di Bruxelles, che si abbracciano promettendo sostegno eterno a Kiev è diventata grottesca. Sembrano gli orchestrali del Titanic che suonano mentre la nave si inclina, come ho scritto in un precedente articolo.

Stanno spingendo per una guerra che non possono finanziare, perché le casse sono vuote, e che non hanno la capacità industriale di sostenere. Chiedono a Zelensky di resistere, ma tremano al pensiero che Trump chiuda i rubinetti.

I burocrati europei oggi temono le “interferenze” americane. Fino a ieri pendevano dalle labbra di Washington per ogni decisione bellica; oggi che Washington spinge per il disimpegno, l’Europa grida allo scandalo.

È la reazione del bambino viziato che scopre che il genitore ha smesso di pagare la paghetta.

VERSO IL MODELLO ISRAELIANO (O LA PARTIZIONE)

La nebbia si sta diradando e la vista non è piacevole. E non mostra affatto quanto vaneggiava Mario Draghi nel 2022, quando parlava di sanzioni dirompenti e ingenti danni inflitti alla Russia, che subiva gravi perdite in battaglia. Cose che, a giudicare dai fatti di oggi, risultano panzane di proporzioni storiche.

L’accordo si farà. E sarà un accordo sporco, cinico, realista. Come è sempre stato nella Storia.

Probabilmente vedrà una cessione de facto dei territori occupati alla Russia, in cambio della sopravvivenza di ciò che resta dello Stato ucraino.

Zelensky verrà messo da parte. Al suo posto, si scalda già il generale Zaluzhny o una figura simile, un pragmatico capace di gestire una transizione verso una “pace armata” o una guerra a bassa intensità, sul modello israeliano: un paese perennemente in allerta, militarizzato, ma che smette di svenarsi in controffensive impossibili.

E l’Europa pagherà il conto. Pagherà la ricostruzione, pagherà l’instabilità ai suoi confini, e pagherà il prezzo politico di aver creduto che la retorica potesse sostituire la strategia.

La storia non è finita. È solo tornata a essere quello che è sempre stata: una brutale contabilità di forza, dove i deboli subiscono ciò che devono e i forti fanno ciò che possono. E noi, temo, abbiamo scelto di non essere tra i forti, inseguendo favole, chimere e l’ignoranza perniciosa di chi ancora è convinto di vivere su un altro pianeta.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LE STAGIONI DEL DESIGN 

È spesso relegato nei salotti buoni che fanno tendenza nell’arredamento e nella cultura di una certa élite.

In realtà è una importante tranche dell’economia, una maniera per espandere il pensiero italiano, confrontarsi con il mondo che, da subito dopo la seconda guerra mondiale, ha generato esempi importanti di interpretazione del quotidiano e dell’epoca in cui il design è diventato l’ambasciatore della italianità. Spesso anticipandolo.

Ma non è solo una questione italiana.

È vero, forse noi siamo stati i più fantasiosi nel tradurre il nostro pensiero in forme inimmaginabili che fino ad allora avevano ingabbiato il modo di sedersi, di rimanere a tavola, di dotarsi di posaterie, di archiviare i nostri libri, di dividere gli spazi, di vedere nuove forme e usi presenti sui nostri mobili e nella nostra casa.

Insieme col design abbiamo rivoluzionato anche il nostro modo   di vivere, di essere appagati e presenti in un mondo di cui siamo stati i protagonisti e continuiamo ad essere protagonisti rimanendo al passo con il variare del gusto del tempo. Protagonisti i nostri designer e in qualche modo protagonisti noi che ci siamo lasciati affascinare, ondeggiare da nuove inclinazioni stilistiche.

Ma non è solo un fenomeno italiano. Moltissimi hanno espresso esempi del vivere quotidiano e del godere, insieme a forme nuove, anche di nuove comodità.

Francesi, scandinavi, inglesi, americani, sudamericani, spagnoli e molti altri, partendo magari dalla volontà degli architetti di accontentare i loro committenti, hanno promosso magari involontariamente un carosello di nuove forme di nuovi oggetti, di nuove opportunità estetiche aiutati magari da nuovi materiali certamente più duttili del metallo.

Ma già il legno diventava morbido e veniva plasmato rispetto alle volontà dell’Artigiano o dell’azienda di turno a cui il designer proponeva nuove forme e nuovi stili.

Attenzione: se parliamo di designer dobbiamo parlare anche di design e di industria pronta a recepire i nuovi concetti e a mettere in atto nuove opportunità produttive.

Ma, visto che nulla nasce per caso, l’informazione ci ha aiutato nel tempo a concepire una apertura mentale che era prima sconosciuta, relegata nei meandri dei nostri ricordi tradizionali se non proprio emarginata.

Così sono nate le riviste dell’arredamento che andavano, guarda caso, di pari passo con quelle della moda. Insomma, design e moda non sono mai stati così vicino. Anzi. Ma qui parliamo di design e di designer.

Potremmo citarne a decine e quindi, per forza di cose, mi limiterò a disegnare, senza pretendere di fare una graduatoria, alcuni fra i nomi più famosi o forse mi sbizzarrirò a proporre anche alcuni fra i meno noti ma comunque, a mio parere, importanti o comunque degni di nota.

Potete proporre anche voi, naturalmente, un racconto di quelli che vi hanno più appassionato o affascinato quando siete andati a scegliere la loro produzione per il vostro piacere personale o che avete incontrato e con loro intavolato un dialogo per capire meglio il loro modo di agire e di essere.

E infatti per entrare in modo diverso nelle descrizioni partirò con uno che ha chiesto ai designer di inventarsi qualcosa producendo poi le loro idee. Partiamo con Cleto Munari. Se siete per caso passati al Moma di New York avrete certamente incontrato qualcosa che è nato dalla sua creatività e dal suo modo di essere.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

L’EUROPA SI LAMENTA PERCHÉ GLI USA HANNO UNA STRATEGIA

Mentre Washington traccia le coordinate del mondo per il prossimo quarto di secolo, aggiornando ossessivamente la sua National Security Strategy, l’Europa vaga nelle nebbie della propria irrilevanza.

Siamo spettatori paganti di una tragedia che ci vede protagonisti passivi.

Ma non è solo incompetenza. È qualcosa di più profondo, di sociologicamente più allarmante: è l’atrofia del pensiero logico.

Se analizziamo i comportamenti delle élite occidentali, dai generali a stelle e strisce come Petraeus ai nostri governanti locali, notiamo un pattern terrificante, un disco rotto che si ripete.

Pianificano l’escalation. Discutono di inviare missili a lungo raggio nel cuore di una superpotenza nucleare con la stessa leggerezza con cui si ordina un caffè al bar.

Manca totalmente il calcolo della reazione. È come lanciare un’automobile da un cavalcavia sperando che la gravità si prenda una pausa, senza chiedersi chi ci sia sotto o cosa accadrà all’impatto.

IL VUOTO INQUIETANTE DEL “PIANO B”

C’è un aneddoto che fotografa impietosamente lo stato comatoso della nostra classe dirigente. Riguarda un noto politico italiano, Stefano Bonaccini, il quale, incalzato da Luca Telese sulla possibilità che la strategia in Ucraina fallisse, ha reagito con stizza, quasi con offesa. Perché non hanno un piano B. Non l’hanno mai avuto.

Questa non è politica, è gioco d’azzardo con le fiches dei cittadini. Con i soldi dei cittadini. Con le vite dei cittadini.

Abbiamo affidato il timone del continente a “dilettanti allo sbaraglio” che confondono il desiderio con la realtà. Hanno scommesso tutto sul crollo immediato dell’avversario, ignorando la reale forza del nemico e la nostra fragilità industriale. E quando la realtà ha presentato il conto, invece di cambiare rotta, hanno accelerato verso il precipizio.

SUDDITANZA E DEINDUSTRIALIZZAZIONE: IL PREZZO DEL NON ESSERE

Gli Stati Uniti fanno il loro mestiere. Curano i propri interessi. Sempre.

Che alla Casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, la musica non cambia: l’America first. L’Europa, invece, agisce contro se stessa.

Abbiamo accettato in silenzio il sabotaggio delle nostre infrastrutture energetiche vitali, come il Nord Stream, un atto che ha spezzato la spina dorsale dell’industria tedesca e, a cascata, di quella europea.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, anche se si cerca di non guardare.

La Germania è in recessione strutturale. L’Italia sta scivolando verso un modello economico da “parco giochi”: turismo e servizi, senza più la capacità di produrre auto che si vendano, figuriamoci tecnologia avanzata di difesa.

Stiamo drenando risorse dal welfare, dalla sanità e dalla scuola per finanziare un riarmo tardivo e confuso, acquistando spesso sistemi d’arma americani. Stiamo vivendo un trasferimento di ricchezza colossale, dai contribuenti europei all’industria bellica d’oltreoceano.

Siamo diventati il bancomat delle crisi altrui.

E mentre l’economia sanguina, i “volenterosi” d’Europa, leader presi a schiaffi in patria come Macron, cercano legittimità internazionale spingendo per una guerra che non possono sostenere. È la geopolitica della disperazione.

DALLA CULTURA DEL VINCOLO ALLA CULTURA DELLA POTENZA

Il problema non è tecnico. È esistenziale.

L’Unione Europea produce tonnellate di carte: regolamenti sulla curvatura dei cetrioli e sui tappi delle bottiglie di plastica, direttive green irrealizzabili, documenti tecnici che nessuno legge. È la cultura del vincolo.

Se c’è un termine che possa sintetizzare cosa sia l’Europa oggi è proprio “vincolo”.

Ciò che manca, tragicamente, è la cultura dell’interesse strategico.

Una vera Strategia di Sicurezza non si scrive con il moralismo, ma con le industrie, con l’energia e con la demografia.

Sicurezza significa sapere da dove arriverà il gas tra dieci anni al miglior prezzo possibile, senza che nessuno possa chiudere il rubinetto o imporre dazi né farcelo pagare a prezzi assurdi.

Sicurezza significa avere catene logistiche che non si spezzano al primo soffio di vento geopolitico nel Mar Rosso.

Sicurezza significa avere un’industria capace di sostenere lo sforzo tecnologico senza dipendere dai microchip asiatici, dai software californiani e dalle terre rare che non abbiamo.

Finché l’Europa non risponderà alla seguente domanda, “Chi siamo e cosa vogliamo essere tra vent’anni?”, rimarrà quello che è oggi: un campo di gioco dove altri, più cinici e più preparati, disputano la loro partita.

Siamo la somma delle nostre fragilità perché abbiamo rinunciato ad avere una visione unitaria.

Il Mediterraneo, l’Africa, il Medio Oriente non possono essere note a piè di pagina nei nostri dossier, perché sono il nostro cortile di casa, il nostro destino geografico. Eppure, li guardiamo con gli occhi presi in prestito da Washington, incapaci di formulare un pensiero autonomo che tuteli i nostri cittadini.

L’ULTIMA CHIAMATA PER LA REALTÀ

La storia non aspetta gli indecisi.

Il tentativo fallito di sequestrare gli asset russi in Belgio, bloccato solo dal terrore della BCE di far crollare l’euro e la reputazione finanziaria del continente, dimostra che siamo arrivati al limite. I soldi sono finiti. La retorica si sta sgretolando di fronte ai fatti sul campo di battaglia.

Serve una rivoluzione copernicana nel pensiero europeo. Dobbiamo smettere di essere i servitori sciocchi di strategie decise altrove e iniziare a ragionare come un attore geopolitico adulto.

Serve meno burocrazia e più visione. Meno ideologia e più realismo. Soprattutto, servono leader con competenze storiche, filosofiche e geopolitiche, perché l’ignoranza in queste materie, come si evince, fa danni enormi.

Se non saremo in grado di definire i nostri interessi vitali, dalla sicurezza energetica a quella sociale, e di difenderli con le unghie e con i denti, il destino è segnato.

Non saremo giocatori. Saremo il pallone di una partita giocata da altri.

IL VALZER DEL TITANIC, L’EUROPA, I DRONI FANTASMA E IL DISPERATO SABOTAGGIO DELLA PACE

Se si potesse posare uno stetoscopio sul petto dei leader europei, sentiremmo la tachicardia irregolare di un formicaio impazzito.

Perché, quando un’élite perde il controllo sulla narrazione, la reazione non è mai l’adattamento, ma la negazione violenta della realtà.

Ricordate Hitler che ordinava ancora di attaccare mentre gli Alleati erano entrati a Berlino?

L’obiettivo dell’attuale classe dirigente europea non è la vittoria, ormai chimera anche per i più folli tra loro, ma la sopravvivenza. Perché, dopo von der Leyen, Macron & friends hanno scommesso tutto sul cavallo sbagliato, sono terrorizzati, perciò cercano di sabotare l’unica via d’uscita rimasta: la pace.

IL SUICIDIO FINANZIARIO PER NON AMMETTERE LA PROPRIA INCOMPETENZA

Ursula von der Leyen e Friedrich Merz si sono trasformati in esattori di un debito morale inesistente, braccando il premier belga con una ferocia che tradisce la loro debolezza.

L’obiettivo è Euroclear, la cassaforte in cui sono stipati i miliardi russi congelati.

Fino a ieri, toccare quei fondi era considerato un anatema, un colpo mortale alla credibilità dell’Euro come valuta di riserva globale. Lo stesso premier belga parlava di conseguenze catastrofiche per i cittadini europei.

Ma i soldi sono finiti e von der Leyen, Macron, Merz e i loro amici sono come gli indebitati fino al collo che cercano soldi per pagare le rate in scadenza.

L’Ucraina è in bancarotta, un paziente tenuto in vita solo da trasfusioni di liquidità che l’Occidente non ha più.

La Danimarca annuncia aiuti faraonici per il 2026, ma tagliando i fondi alla cooperazione in Africa, in un gioco delle tre carte contabile che è un insulto all’intelligenza di chiunque sappia leggere un bilancio.

Vogliono rubare gli asset russi per finanziare altri due anni di un conflitto che Kiev ha già perso sul campo, non per tentare di vincere, ma per non dover ammettere oggi di aver bruciato il futuro dell’Europa per la loro totale incompetenza.

L’ARCHITETTURA DELLA PAURA: DRONI INVISIBILI E NEMICI DI COMODO

Quando la realtà sul campo diventa indifendibile – con Pokrovsk che cade e la rete energetica ucraina al collasso – la comunicazione politica deve costruire una realtà alternativa, in modo da contare almeno con quella parte di popolazione poco sveglia e poco informata.

Ecco la narrazione della “guerra ibrida”, dunque, un capolavoro di manipolazione di massa.

I cieli d’Europa si riempiono improvvisamente di droni fantasma. Appaiono sopra le basi tedesche, sorvolano le infrastrutture danesi, minacciano persino l’aereo di Zelensky nei cieli d’Irlanda. Eppure, in un continente che vanta i sistemi di sorveglianza più sofisticati del pianeta, nessuno li abbatte.

Nessuno li fotografa. Nessuno ne recupera i rottami.

Sono gli UFO della geopolitica: esistono solo perché serve che esistano.

Saranno mica alieni?!

No, sono sicuramente russi. Non ci sono nemmeno prove della loro esistenza, ma vi dicono che sono russi, perché questa “minaccia ibrida” è il collante necessario per tenere insieme un’opinione pubblica stanca e impoverita.

È il carburante per mantenere vive le fandonie di qualche cretino che ti dice che Putin è un dittatore e i dittatori vanno abbattuti, anche se siedono sul più grande arsenale atomico al mondo.

Perché le atomiche le ha anche la Francia, perciò siamo tranquilli. Perché gli USA sono nella NATO e non importa che Trump abbia detto all’Europa di arrangiarsi.

Insomma cretini, appunto, che parlano e scrivono perché hanno delle corde vocali e delle dita, ma, dalle sciocchezze che veicolano, si evince che tra le orecchie hanno solo spazio vuoto.

La narrazione serve a giustificare la “proattività” richiesta dai generali NATO, un eufemismo orwelliano per mascherare possibili aggressioni preventive o provocazioni studiate a tavolino.

Parole che, in un mondo normale, sarebbero già all’esame della Magistratura per i rischi che trasmettono sulle spalle dei cittadini europei. Soprattutto italiani, vista la nazionalità di chi l’ha sparata più grossa.

La dissonanza cognitiva raggiunge vette grottesche quando si analizzano i sabotaggi reali. Se un gasdotto esplode nel Baltico o un treno deraglia in Polonia e le tracce portano a Kiev, cala il silenzio di tomba, oppure si dice che siano ucraini al servizio di Mosca.

L’articolo 5 della NATO evidentemente non si applica se il sabotatore indossa la maglia della squadra “buona”. Se invece bisogna incolpare Mosca, non servono prove: basta l’intenzione. E il problema è che in tanti ci cascano.

LO SCISMA ATLANTICO E LA SINDROME DELL’ABBANDONO

I documenti strategici che filtrano da Washington, uniti al ritiro di contingenti dalla Romania, parlano chiaro: per gli Stati Uniti il dossier ucraino è un asset tossico da liquidare al più presto per concentrarsi sul Pacifico. La narrazione europea del “tradimento americano” è patetica. Gli USA non stanno tradendo nessuno; stanno facendo, come sempre, i loro interessi.

È l’Europa che ha scambiato il servilismo atlantista per una polizza assicurativa eterna.

I leader europei stanno cercando di convincere Zelensky che Trump vuole venderlo a pezzi, spingendolo a rifiutare ogni negoziato. Proprio mentre Trump spiega al mondo che l’Europa rischia l’estinzione continuando le politiche sciagurate della Commissione von der Leyen.

È un comportamento di un cinismo raggelante, un comportamento criminale: pur di non sedersi al tavolo della pace e ammettere che la strategia del “tutto o niente” è fallita, l’Europa spinge l’Ucraina al suicidio assistito, spinge gli ucraini a morire in cambio di niente. “I territori prima delle vite umane”, sembra essere il nuovo motto di Bruxelles. O, per essere più sinceri, “i cessi d’oro e chi se ne fotte degli ucraini che muoiono”.

L’ORCHESTRA SUONA MENTRE IL REATTORE SI SPEGNE

Siamo di fronte a uno dei più grandi fallimenti della classe dirigente occidentale dal 1945 ad oggi.

Abbiamo un’Europa che si comporta come un automobilista ubriaco contromano in autostrada, convinto che siano tutti gli altri ad andare nella direzione sbagliata, spinti da cretini che ancora credono alla loro follia, incapaci di comprendere un testo scritto, perciò impossibilitati a cogliere la realtà.

Mentre gli Stati Uniti preparano le valigie, sparando a zero sull’Europa, e la Russia avanza metodicamente, l’Europa cerca disperatamente di sequestrare fondi illegittimi per comprare armi che arriveranno solo tra mesi e mesi, per combattere una guerra immaginaria contro droni fantasma, sperando che il frastuono della propaganda copra il rumore del crollo e che i cretini siano sempre lì, a fagocitare ogni castroneria.

Zelensky viene strattonato per la giacca da leader che non hanno più nulla da offrirgli se non la promessa di morire insieme.

È il valzer del Titanic, ballato nelle sale di Bruxelles, mentre in Ucraina si spengono le luci e arriva l’inverno. E questa volta, non ci saranno scialuppe per la credibilità politica di chi ci ha portato fin qui.

Il problema è che noi cittadini europei siamo i viaggiatori di terza classe, che pagheranno più degli stessi leader la follia di questi sciagurati e di chi ancora ha fiducia in loro.

PERCHÉ SFIDARE UNA SUPERPOTENZA NUCLEARE È UN SUICIDIO GEOPOLITICO

Li avete visti?

I burocrati di Bruxelles e i politici di Roma mentre, dai loro uffici climatizzati, tracciano linee rosse su mappe che non sanno leggere, tanto che qualcuno sostiene che la Russia confini con l’Afghanistan?

Lo so, sembra una barzelletta, ma a decidere del destino delle nostre imprese, delle nostre vite e del futuro dei giovani ci sono politici come Tajani, che si aspettano attacchi dalla Sicilia e sostengono che, appunto, l’Afghanistan confini con la Russia. E il dramma è che Tajani è anche uno dei più preparati.

C’è una sorta di follia collettiva, un delirio tecnocratico che ha infettato la leadership europea.

L’idea che la realtà, quella fatta di testate nucleari, possa essere piegata dalla narrazione, dai tweet o dalle sanzioni, economiche e morali.

Ma lo scenario di un’Europa che entra in guerra contro la Federazione Russa, mentre gli Stati Uniti si siedono in tribuna a guardare, non è affatto una strategia, ma un suicidio.

È come un bullo che sfidi a boxare il campione del mondo dei pesi massimi.

L’ECONOMIA ITALIANA: AUTOPSIA DI UN DISASTRO AUTOINFLITTO

Se l’Europa decidesse di marciare contro Mosca senza lo Zio Sam, l’Italia non subirebbe “contraccolpi”. L’Italia verrebbe cancellata come entità economica moderna.

Siamo un Paese che trasforma materie prime che non ha, usando energia che compra da altri.

La follia della politica europea sta nel voler combattere il nostro principale fornitore storico di energia (sì, ancora lui, direttamente o indirettamente) mentre ci auto-sabotiamo con transizioni ecologiche che hanno disarmato la nostra industria.

IL COLLASSO DELLA CLASSE MEDIA

Giorno uno della guerra. Il gas si ferma. E si ferma tutto.

Non sarebbe una recessione, ma un infarto miocardico del sistema produttivo.

Il governo, in preda al panico, nazionalizzerebbe ogni goccia di carburante.

Il vostro riscaldamento? Spento. La vostra auto? Ferma.

Le aziende del Nord-Est, quel miracolo di ingegneria e creatività, chiuderebbero in massa per l’impossibilità fisica di accendere i macchinari.

L’inflazione esploderebbe.

Il pane, la pasta, i beni primari diventerebbero lussi perché la logistica, senza il gasolio, si ferma.

Vedremmo scene da dopoguerra: il ceto medio, impoverito in una settimana, in fila per i sussidi di uno Stato che non ha più soldi perché i mercati finanziari, realizzando che l’Europa è sola contro l’Orso Russo, venderebbero i BTP italiani come carta straccia.

È criminale ignorare che la nostra prosperità si basa su un equilibrio fragile. Romperlo per seguire un’ideologia bellicista, senza avere la forza militare per sostenerla, è imperdonabile.

L’ARROGANZA DEI DEBOLI E DELL’IGNORANZA GEOPOLITICA

Ma l’aspetto più terrificante non è l’economia. È la totale, assoluta ignoranza della dottrina militare russa da parte delle nostre élite.

Se ci fate caso, i leader europei parlano della Russia come se fosse un “benzinaio con la bomba atomica”.

Invece, la Russia è una superpotenza ingegneristica che ha ereditato e perfezionato l’arsenale dell’apocalisse sovietica, mantenendo la parità atomica con gli USA e raggiungendo la superiorità mondiale nel settore dei missili ipersonici.

E noi vorremmo attaccarli?!

Noi?! Un’Europa che non ha più armi da inviare in Ucraina e che si svena per acquistarle da Trump?!

LA SINDROME DI NAPOLEONE, MA ANCHE SENZA ESERCITO

Ipotizzare un attacco NATO-Europa contro il territorio russo è l’apoteosi della stupidità umana.

La Russia possiede circa 6.000 testate nucleari.

Possiede il sistema Perimeter (la “Mano Morta”), un sistema automatico che lancia missili atomici e garantisce la distruzione del nemico anche se l’intera leadership russa fosse recisa all’istante.

E già, se senti che Putin è stato ucciso, non devi festeggiare, ma cominciare a recitare le tue ultime preghiere.

Possiede i missili Sarmat, capaci di cancellare un’area grande come la Francia con un solo vettore. Uno solo!

Possiede i siluri Poseidon, droni sottomarini nucleari progettati per creare tsunami radioattivi che renderebbero le coste inabitabili per millenni.

E i nostri leader pensano di poter mandare qualche battaglione di carri Leopard e minacciare Mosca?

È come se un bambino armato di fionda provocasse un leone inferocito e affamato.

L’Ucraina è una nazione che i russi non vogliono distruggere, altrimenti avrebbero usato l’aviazione, per bombardare a tappeto infrastrutture e punti strategici, azzerando le difese militari nemiche, per poi marciare fino a Kiev, come la dottrina americana insegna.

Ma un attacco della NATO non sarebbe occasione per impostare una guerra di logoramento, ma sarebbe vista come un problema esistenziale per la Russia, perciò Mosca non azionerebbe nemmeno il suo esercito, ma passerebbe immediatamente alla fase atomica, già dopo il primo attacco occidentale.

IL GIORNO DEL GIUDIZIO: LA REALTÀ DELLA DOTTRINA RUSSA

Ecco cosa succederebbe davvero se l’Europa, in un impeto suicida che seguisse i consigli idioti di certi ammiragli da cartone animato, lanciasse il primo attacco serio contro la Russia.

Non ci sarebbe una lunga guerra di trincea. La dottrina russa è chiara, scritta nero su bianco, ma nessuno a Bruxelles sembra averla letta: minaccia esistenziale allo Stato = risposta nucleare immediata.

Zero soldati, zero carri armati e zero droni. Missili atomici immediati.

Nel momento in cui un missile occidentale colpisse basi strategiche in Russia, il Cremlino non chiamerebbe le Nazioni Unite. Premerebbe il bottone.

Ma non per distruggere tutto subito, ma per educarci col terrore.

IL FUNGO ATOMICO SOPRA IL MEDITERRANEO

Un’esplosione nucleare tattica nell’alta atmosfera sopra l’Italia o il Mare del Nord scatenerebbe un impulso elettromagnetico (EMP).

In un secondo, i satelliti europei friggerebbero. La rete elettrica italiana salterebbe. Internet sparirebbe.

I moderni aerei F-35 non avrebbero più assistenza.

Tutto spento. I soldi sui conti in banca sarebbero impossibili da ritirare, se non con procedure a mano d’emergenza e non certo immediate.

Saremmo riportati al Medioevo in un lampo di luce azzurra.

E a quel punto, Mosca chiederebbe: “Volete continuare? Perché il prossimo colpo è su Roma, Parigi o Berlino”.

Senza gli Stati Uniti a proteggerci, senza la certezza che Washington scambierebbe New York per salvare Milano, cosa farebbe l’Europa?

Si arrenderebbe incondizionatamente, umiliata, distrutta psicologicamente ed economicamente per le prossime tre generazioni.

Sarebbe il caos per le strade, perché, a quel punto, anche il più cretino dei bellicisti da divano si renderebbe conto di essere stato un idiota. (Forse. Vista la mancanza di logica e di competenze di certi personaggi non mi assumo la responsabilità di darlo per scontato.)

IL TRADIMENTO DELLA RAGIONE

Chi oggi spinge per l’escalation, chi minimizza il rischio nucleare, chi crede che la Russia stia bluffando, politico, giornalista o tifoso di entrambi che sia, non è un patriota europeo. È un idiota. E, ancora peggio, è un pericolo pubblico. È un pericolo per la tua impresa, per i tuoi dipendenti, per te e per i tuoi figli.

Stiamo camminando come sonnambuli verso l’abisso, guidati da leader che non hanno mai visto una guerra, che non hanno mai patito la fame e che trattano la geopolitica come un gioco alla PlayStation.

Ma la fisica nucleare non gioca.

Sfidare la più grande potenza atomica del pianeta senza avere le spalle coperte non è coraggio, ma la definizione clinica di follia.

E se non ci svegliamo ora, il prezzo di questa follia non lo pagheranno i politici nei loro bunker, ma lo pagherete voi, i vostri figli e ciò che resterà delle nostre città silenziose per secoli.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL CREPUSCOLO DEL PACIFISMO. L’EUROPA SI RIARMA (E CI RIEDUCA) PER UNA GUERRA CHE NON SA COMBATTERE

Viviamo in una dissonanza cognitiva collettiva senza precedenti.

Da un lato, la politica rassicura con sorrisi di plastica che non manderemo soldati, non siamo in guerra con la Russia.

Dall’altro, la burocrazia dei tavoli tecnici sanitari secretati e delle direttive ministeriali alle università, prepara le bare, gli ospedali da campo e la narrazione necessaria per giustificare il sacrificio di milioni di vite.

Questa schizofrenia è il sintomo di un continente che si prepara a combattere una guerra totale senza averne la forza militare, l’indipendenza economica né il consenso consapevole dei suoi cittadini.

RIEDUCARE LE MASSE PER IL BUSINESS DELLE ARMI

La guerra non si prepara con i carri armati. Quelli arrivano dopo. La guerra si prepara prima nelle menti.

Lo scontro tra il Governo Meloni e l’Università di Bologna, denunciato con veemenza dal professor Orsini, non è una banale scaramuccia istituzionale, ma un tentativo di allineamento culturale.

In tempo di pace, l’università è il luogo del dubbio e della critica. Se non lì, dove allora? Nei bar?!

Ma in tempo di guerra, lo Stato ha bisogno che l’università diventi una fabbrica di consenso. Servono intellettuali pronti a trasformare la morte insensata in “sacrificio patriottico”, servono accademici che forniscano la base teorica per l’escalation. Serve annientare il dissenso.

Se non controlli la vetta del sapere, non puoi controllare la narrazione nelle trincee.

Eppure, guardiamo alla Francia. Macron, in un esercizio di retorica che sfiora il grottesco, evoca il servizio nazionale e la “Patria”, concetti che sembravano sepolti sotto decenni di decostruzionismo post-moderno.

Ma subito dopo, in una capriola logica che svela tutta la fragilità antropologica dell’Occidente, rassicura le madri: “I vostri figli non andranno all’estero”. Solo che le sue parole non valgono niente.

In primo luogo perché i francesi non credono più a Macron da tempo, ormai, in second’analisi perché i suoi vertici militari, non più tardi di dieci giorni fa, hanno detto il contrario, cioè che i francesi devono abituarsi all’idea di perdere i propri figli.

Si cerca di militarizzare una società che è stata sistematicamente ingentilita per decenni. Si chiede a una generazione cresciuta con l’Erasmus e la fluidità dei confini di prepararsi a morire per una linea tracciata nel fango del Donbass.

È una bugia che la politica racconta a se stessa, sperando che il bluff non venga scoperto che i giovani diventino tutti carne da macello perché qualcuno possa acquistare cessi d’oro.

IL VUOTO STRATEGICO: RIARMARSI CONTRO CHI?

L’Europa si sta riarmando, sì. Ma lo fa come un sonnambulo guidato da un cane guida che potrebbe presto cambiare padrone.

Il riarmo europeo è eterodiretto da Washington, che ha tutti gli interessi a vendere armi per far entrare miliardi di dollari nelle sue imprese. Ma cosa accadrà se gli Stati Uniti, con o senza Trump, decidessero che il vero gioco è nel Pacifico, contro la Cina e che con Mosca si può trovare un accordo, in modo tale da non averla contro nella guerra a Pechino?

L’Europa si troverebbe con i magazzini pieni di armi costose, un’economia di guerra zoppicante e nessun nemico strategico chiaro contro cui puntarle, a meno di non voler credere che l’opinione pubblica europea sia pronta a morire per Taiwan, se non per Kiev.

La mancanza di un “Piano B” degli attuali leader europei è terrificante.

La logica militare occidentale sembra essersi ridotta a un pensiero lineare da videogioco: se la Russia avanza, mandiamo missili più potenti. Solo che, alla PlayStation puoi permetterti di essere ammazzato da un missile atomico, perché hai più vite. Nel mondo reale, invece, si muore una volta sola.

Si ignora deliberatamente la dottrina nucleare russa. Si pianifica l’escalation come se l’avversario non avesse capacità di risposta asimmetrica. Come se non fosse la potenza atomica numero uno sul pianeta.

Siamo prigionieri di un automatismo cieco, quello dell’Articolo 5 della NATO, che rischia di scavalcare ogni sovranità nazionale e ogni prudenza politica, trascinandoci in un conflitto per inerzia burocratica, tutto per soddisfare chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

Indottrinando gli europei inventando un nemico alle porte a suon di fake news: pale dell’800, muli, microchip, soldati senza calzini, carriole e altre sciocchezze della propaganda.

L’IMPOTENZA ECONOMICA: IL BLUFF DEI BENI CONGELATI

Ma dove l’ipocrisia raggiunge vette inarrivabili è sul piano economico. La notizia che la Banca Centrale Europea e il governo belga si rifiutano di garantire i prestiti all’Ucraina usando gli asset russi congelati è, per usare un termine tecnico, una “notizia bomba”.

Svela che la leadership europea non ha competenze per governare. E non ha soldi.

Perciò l’Europa vorrebbe fare la guerra con i soldi del nemico perché non ha i propri, o non vuole aumentare le tasse agli europei, per non perdere il favore anche di chi ancora approva certe politiche folli. Ma ha il terrore della bancarotta.

Se Mosca dovesse rivalersi legalmente o applicare il principio di reciprocità, il castello di carte finanziario su cui si regge il welfare europeo rischierebbe il collasso. Niente più pensioni, niente più sussidi, e tagli selvaggi a Sanità e Scuola.

Le cancellerie europee temono la pace, perché un accordo sopra le loro teste le renderebbe irrilevanti e costringerebbe gli attuali leader a rendere conto agli europei della sconfitta; temono la guerra, perché sanno di non poterla sostenere economicamente, ma, almeno, darebbe loro anni di respiro.

L’ITALIA COME SPECCHIO DELL’EUROPA

In questo teatro dell’assurdo, l’Italia recita la parte più tragicomica. Siamo l’anello debole che cerca disperatamente di apparire forte.

Abbiamo una classe politica “fallita”: leader che usano una retorica rassicurante e pacifista in pubblico, mentre nei ministeri attivano protocolli di emergenza sanitaria per gestire un afflusso di feriti che “ufficialmente” non dovrebbe mai esistere.

Il Ministro della Difesa ammette candidamente che l’Italia è indifendibile, priva di munizioni e soldati, eppure ci allineiamo a una strategia che ci espone come bersagli primari, mentre qualche ammiraglio italiano parla a vanvera, senza pesare le parole, esponendo il Paese a rischi di ritorsioni.

La verità, che nessuno ha il coraggio di dire in conferenza stampa, è che l’Europa sta cercando di rientrare nella Storia dalla porta di servizio.

Ci prepariamo a una guerra ibrida e totale con strumenti del passato, con leader che non hanno il coraggio delle proprie azioni e con popoli che non hanno la minima intenzione di sacrificare il proprio stile di vita per Meloni, Macron, Merz e von der Leyen. Men che meno per Kallas e Tusk.

Per questo hanno bisogno di occupare le università, per indottrinare i giovani pensatori e i professori.

Siamo spettatori di una tragedia, seduti in platea con un biglietto costosissimo, fatto di aumenti al supermercato e bollette alle stelle, in un teatro in cui il sipario si sta alzando, mentre gli attori non hanno nemmeno letto il copione.

Ma la Storia, quella vera, non quella da PlayStation, non perdona l’impreparazione, perché non concede una seconda vita. Mai.

LA RIVOLUZIONE DEL TEMPO. A CREMONA L’ARTE SFIDA IL CALENDARIO CON “E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?”

di Redazione TZ.

Cremona – C’è una domanda che aleggia nell’aria, provocatoria e necessaria, pronta a scardinare le nostre certezze cronologiche, antropologiche, scientifiche, persino le abitudini. Non è un semplice titolo, ma un guanto di sfida lanciato contro la frenesia che ci divora: E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?

Questa collettiva a numero chiuso, che aprirà i battenti domenica 7 dicembre negli eleganti spazi di Gabetti Arte, in Piazza Stradivari, non è la solita esposizione natalizia fatta di convenzioni, ma un manifesto ontologico.

Sotto la curatela esperta della Prof.ssa Daniela Belloni e del giornalista e critico d’arte Pasquale Di Matteo, l’arte diventa lo strumento per fermare le lancette dell’orologio.

Dimenticate le luci a intermittenza che si spengono all’Epifania. Dimenticate gli scatoloni da chiudere e riporre in cantina, in attesa del Natale successivo.

Qui si parla di una luminosità immanente, quella Natura Naturans spinoziana che non smette mai di generare, di ardere, di essere viva. È l’invito a riscoprire quella che Hannah Arendt chiamava “natalità”: la miracolosa capacità umana di iniziare qualcosa di nuovo, ogni singolo giorno.

L’obiettivo è ambizioso: trasformare l’eccezionalità della festa nella regola dei rapporti umani, costruendo un’architettura sociale dove l’altro non è un estraneo, ma una risorsa.

IL VERNISSAGE E L’ATTESA DELL’INEDITO

L’inaugurazione si preannuncia come un evento sensoriale completo. Oltre al dialogo visivo con le opere, l’atmosfera sarà elettrica, carica di quell’aspettativa che precede le grandi rivelazioni.

C’è un segreto, infatti, custodito gelosamente dagli organizzatori. Esattamente alle ore 17:00 di domenica 7 dicembre, il brusìo della sala verrà interrotto da una sorpresa musicale inedita. Nessun dettaglio è trapelato: si sa solo che sarà un momento di pura magia, un regalo immateriale che si svelerà solo ai presenti, rendendo l’attimo irripetibile.

I FILOSOFI DEL COLORE: UN VIAGGIO TRA MATERIA E SPIRITO

Gli artisti selezionati per questa “utopia concreta” non sono semplici esecutori, ma sociologi dell’anima. Ognuno di loro offre una tessera di questo mosaico di rinascita.

Si parte dalla grammatica della luce di MARIA GRAZIA CIMARDI, che trasforma le mani in mappe geografiche dell’esistenza: nelle sue tele, una presa infantile o una pelle segnata dal tempo non sono dettagli anatomici, ma racconti, memorie.

La materia si fa invece grido con ALBERTO COSTA, dove il colore non copre la tela ma la scolpisce, creando rilievi emotivi in cui la neve protegge ricordi e i fiori esplodono in una vitalità disperata.

È un percorso che ci porta poi nel silenzio cosmico di CHIARA GALLIANO, capace di racchiudere l’universo nel dettaglio di una foglia o in sfere fragili che galleggiano su un’eternità misteriosa, ricordandoci la nostra piccolezza di fronte all’infinito.

E se il buio sembra vincere, ecco intervenire BRUNO GRECO: i suoi paesaggi sono esplosioni di luce che lacerano la notte, metafore potenti di chi sceglie di vivere e lottare nonostante le ferite.

La vulnerabilità diventa forza scultorea nelle opere di ANNA MAINARDI, dove ceramica e metallo si fondono in totem ieratici, figure senza volto che, attraverso le loro fratture, ci costringono a guardare nell’abisso che ci abita.

La luce, letteralmente, sgorga dalle ferite/incisioni nell’arte di SERENA PESCARMONA: i suoi non sono dipinti, ma incisioni su legno e vetro che, grazie a una tecnica brevettata, sanguinano luminosità, svelando che sotto ogni cicatrice brilla una verità taciuta.

C’è poi chi, come ROBERTO RAMIREZ ANCHIQUE, tesse la sacralità nel povero: iuta e oro dialogano nelle sue opere come la preghiera dialoga con la sofferenza, in un labirinto visivo che cerca costantemente il centro dell’essere.

L’acqua e l’emozione si confondono nelle tele di CHIARA MARIA ROSSETTI, dove i paesaggi marini sono stati liquidi della coscienza, orizzonti viola e magenta che vibrano tra la presenza e l’addio, scrostando la superficie del reale.

La verità nuda e cruda è il terreno di MARIA ANTONIETTA ROSSI: la sua iuta è pelle viva, un sudario che accoglie il rosso viscerale e il bianco silenzioso, trasformando ogni strappo materico in una geografia dell’intimo che non nasconde nulla.

SIMONA SARAO ci invita, invece, a scorticare i muri dell’apparenza: la sua arte è un blu amniotico che accoglie e perdona, in bilico tra la brutalità del mattone e la dolcezza del sogno, dove ogni frattura è una ferita che diventa feritoia di luce.

In un mondo in conflitto, MARIA VACCARI dipinge la sopravvivenza dell’amore: le sue tele sono soglie tra le macerie e la speranza, dove un abbraccio o un volto tenero diventano l’ultimo baluardo contro la disumanizzazione.

Infine, la metafisica sottile di ATTILIO ZANANGELI ci porta in una dimensione di sottrazione: figure esili e alberi d’oro si stagliano in paesaggi di silenzio, dove la fragilità umana viene elevata a condizione sacra, preziosa proprio per le sue crepe.

UN TOCCO DI TENEREZZA LETTERARIA

A completare questo percorso di umanità ritrovata, l’evento ospiterà la presentazione del libro di DANIELA BUSSOLINO. Nota come pittrice, l’artista svela qui la sua anima letteraria con “Una Storia d’Amore a Quattro Zampette”, un tributo commovente all’empatia e all’amore incondizionato, capace di insegnarci la semplicità del bene.

UN INVITO A ESSERE PRESENTI

La mostra sarà visitabile fino al 21 dicembre 2025.

Ma l’appuntamento da non perdere è quello di domenica 7 dicembre. Non venite solo per guardare, ma venite anche per ascoltare quella sorpresa delle 17:00, per immergervi in un tempo diverso e per accettare la scommessa che sì, forse è possibile far sì che la luce non si spenga mai.

Giocare al lotto della speranza, come suggeriscono i curatori, è l’unico modo per avere una possibilità di vincere un mondo nuovo, visto che il nostro traballa, tra follie di guerre atomiche e crisi finanziarie all’orizzonte.

SCHEDA TECNICA DELL’EVENTO

TITOLO: E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?

CURATORI: Prof.ssa Daniela Belloni, Dott. Pasquale Di Matteo

DOVE: Gabetti Arte, Piazza Stradivari, Cremona

VERNISSAGE: Domenica 7 dicembre 2025 (Sorpresa musicale alle ore 17:00)

DURATA: Dal 7 al 21 dicembre 2025

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