L’IRAN STA POLVERIZZANDO IL PETROLDOLLARO. ENERGIA, FANATISMO E FINANZA STANNO DISINTEGRANDO L’ORDINE MONDIALE

Oggi il barile di Brent è arrivato intorno ai 120 dollari, mentre il gas naturale in Europa ha subito un rincaro del 30% nel giro di poche, asfissianti ore, che annunciano chiusure di imprese e famiglie sotto i ponti.

È un dato freddo, numerico, che scivola tra i led delle borse mondiali con la spietata indifferenza tipica dei mercati finanziari. Eppure, dietro a queste cifre si nasconde il collasso di un’intera architettura geopolitica, un sisma che l’opinione pubblica, narcotizzata da una narrazione mediatica superficiale e frammentata, fatica a decodificare.

La storia non si muove per compartimenti stagni e quella che stiamo vivendo oggi, in questo sanguinoso marzo del 2026, non è semplicemente l’ennesima crisi in Medio Oriente innescata dal bombardamento israeliano del sito di gas iraniano di South Pars e dalla conseguente rappresaglia di Teheran sulle infrastrutture energetiche del Golfo.

Questa è una cortina fumogena.

Il vero conflitto, quello che determinerà il volto del ventunesimo secolo, si sta combattendo su una scacchiera tridimensionale dove idrocarburi, fanatismo religioso e, soprattutto, l’egemonia del dollaro americano si fondono in un cocktail letale.

L’ILLUSIONE ENERGETICA E LA TRAPPOLA EUROPEA

Partiamo dalla materia, dall’energia.

L’attacco di Israele a South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, condiviso paradossalmente con il Qatar (un alleato statunitense), ha scoperchiato il vaso di Pandora della vulnerabilità occidentale.

La rappresaglia iraniana, chirurgica e mirata contro i nodi energetici di Doha, degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita, ha dimostrato che chi controlla i colli di bottiglia fisici della globalizzazione, controlla il battito cardiaco dell’Occidente.

Detta in gergale: l’Iran ci tiene per le palle.

L’Europa, energivora e cronicamente dipendente dalle importazioni di Gas Naturale Liquefatto (GNL) statunitense e mediorientale, si ritrova ostaggio delle proprie miopie strategiche distillate in venti pacchetti di sanzioni alla Russia e in contratti a prezzo quadruplo siglato con USA e altri paesi.

Pechino, che nell’ultimo decennio ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, ha costruito uno scudo sistemico contro lo shock dei combustibili fossili, trasformando una debolezza geografica in un vantaggio asimmetrico incalcolabile.

Noi paghiamo le accise; loro ridisegnano le mappe del potere.

Le nostre accise sono momentanee e servono a poco più di nulla, la loro visione strategica è durevole e porterà alla leadership mondiale.

QUANDO L’APOCALISSE DIVENTA AGENDA POLITICA

Ma per comprendere intimamente l’irrazionalità apparente di questa escalation, dobbiamo fare un passo oltre l’economia ed entrare nei meandri oscuri della psicologia delle masse e della sociologia delle religioni.

Le guerre si combattono per le risorse, ma si vendono ai popoli attraverso i miti. E oggi, il mito dominante è quello della fine dei tempi.

Stiamo assistendo a una terrificante convergenza di tre agende di fanatismo, tre narrazioni apocalittiche che siedono letteralmente nelle stanze dei bottoni.

Da un lato abbiamo l’Iran, la cui impalcatura statale si regge su un’ideologia che inquadra la resistenza contro l’imperialismo americano e il sionismo come la preparazione necessaria per il ritorno del Dodicesimo Imam, il Mahdi.

Non si tratta di mera retorica anti-occidentale, bensì di un dovere teologico in cui il martirio dei propri leader è una tappa messa in conto nel disegno divino.

Dall’altro lato, troviamo un asse Israele-Stati Uniti che risponde con lo stesso parossismo messianico.

A Washington, l’amministrazione si affida a figure come il Segretario della Difesa Pete Hegseth, portatore sano di un’ideologia cristiana dominionista, i cui tatuaggi, come la Croce di Gerusalemme e il motto “Deus Vult”, non sono vezzi estetici, ma manifesti programmatici. Sono tatuati nel cervello più che sulla pelle.

Per una vasta fetta dell’elettorato evangelico e per questi “sionisti cristiani”, il ritorno degli ebrei in Israele e l’imminente, potenziale distruzione della Spianata delle Moschee per ricostruire il Terzo Tempio non sono eventi politici, ma prerequisiti per la “Grande Tribolazione” e il ritorno di Cristo.

Donald Trump non viene valutato per la sua statura morale, ma viene venerato come un unto da Dio, per compiere le Sacre Scritture.

In mezzo c’è il governo di Benjamin Netanyahu, che strumentalizza il fervore del movimento ultra-ortodosso Chabad-Lubavitch e usa la retorica biblica dello scontro totale contro “Amalek” per giustificare mosse politicamente e militarmente estreme.

Quando due potenze nucleari e una missilistica smettono di ragionare in termini di deterrenza geopolitica e iniziano a muoversi per assecondare profezie millenaristiche, la razionalità diplomatica cessa di esistere e il dialogo muore nel momento in cui il tuo nemico diventa l’Anticristo.

E in questa guerra, gli Anticristo sono tre.

IL VERO BERSAGLIO: IL FUNERALE DEL PETRODOLLARO

Eppure, dietro il fanatismo religioso e il fumo delle raffinerie in fiamme, si nasconde il vero capolavoro strategico di questa crisi, l’atto finale che potrebbe scardinare l’egemonia americana una volta per tutte.

L’Iran ha appena compiuto la mossa più audace della sua storia contemporanea, annunciando che consentirà il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz solo ed esclusivamente se il carico verrà pagato in Yuan cinesi.

Solo quattro parole: “pagamento in Yuan cinesi”. Un missile puntato direttamente al cuore pulsante del potere americano.

L’Iran non vuole soltanto vincere gli USA, ma vuole annientarli.

Dal 1974, l’intero sistema globale si regge sul patto del petrodollaro, siglato tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita: protezione militare in cambio del monopolio del dollaro nelle transazioni petrolifere.

Questo meccanismo ha costretto ogni nazione del pianeta a detenere riserve in valuta americana, garantendo a Washington il privilegio esorbitante di stampare moneta e accumulare deficit spaventosi senza subire le conseguenze dell’inflazione galoppante.

L’egemonia militare USA è, prima di tutto, un’egemonia finanziaria. Ma se quest’ultima viene a mancare, crolla anche la prima.

Chiunque abbia osato sfidare questo dogma nel recente passato è stato spazzato via. Saddam Hussein ci provò nel 2000, vendendo petrolio in euro; guarda caso, tre anni dopo l’Iraq fu invaso.

Muammar Gheddafi sognò una valuta panafricana basata sull’oro; il suo regime fu rovesciato dalla NATO nel 2011. Ma l’Iran di oggi non è l’Iraq del 2003, né la Libia del 2011. E Teheran non è sola.

Dietro l’ultimatum iraniano c’è l’ombra lunga di Pechino.

La Cina ha passato anni a costruire silenziosamente l’infrastruttura finanziaria per sopravvivere senza il dollaro, creando reti di pagamento alternative come il progetto mBridge, la piattaforma commerciale con cui la Cina vuole sostituire lo Swift, e acquistando il 90% del petrolio iraniano aggirando le sanzioni tramite circuiti ombra.

Oggi, con il prezzo del greggio alle stelle e lo stretto di Hormuz chiuso, l’asse sino-iraniano pone il mondo di fronte a un bivio atroce.

Nazioni assetate di energia, come l’India o la Turchia, si trovano di fronte al ricatto perfetto: affrontare il collasso economico e sociale, rimanendo fedeli a un dollaro che non garantisce più forniture, o piegarsi al nuovo ordine, accettando le condizioni di Teheran e iniziando a commerciare in Yuan?

EPILOGO DI UN IMPERO

Mentre l’amministrazione americana valuta l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente, sventolando bandiere crociate e invocando la sicurezza globale, la realtà è che gli Stati Uniti sono finiti in trappola.

Perché l’invio di truppe sarebbe la vittoria finale dell’Iran, il cui territorio è vasto come mezza Europa e prevalentemente montuoso. Solo qualche migliaio di uomini in un territorio così vasto e con quella geologia è come essere certi di centrare il Superenalotto giocando una sola combinazione di 6 numeri.

Secondo alcuni esperti, infatti, non basterebbe un contingente di un milione di uomini.

Una flotta navale può incenerire una base militare, un raid aereo può decapitare una leadership politica, ma nessun esercito al mondo, per quanto tecnologicamente avanzato, può costringere mercati terrorizzati e nazioni alla canna del gas – nel vero senso della parola – a continuare a credere in una valuta, se esiste un’alternativa vitale per la loro sopravvivenza.

Il potere dell’America non viene sfidato solo nel Golfo Persico, ma nei registri contabili delle banche centrali di tutto il pianeta.

La storia ci insegna che gli imperi non muoiono quasi mai per una sconfitta militare in campo aperto, infatti, crollano quasi sempre quando la loro valuta perde valore, quando il mito che li sorregge smette di affascinare il mondo, e quando l’irrazionalità dei loro leader li spinge a combattere guerre divine per difendere interessi puramente terreni.

Il petrodollaro sta bruciando e le fiamme di Hormuz illuminano la fine dell’egemonia dell’Occidente.

TRUMP SEMPRE PIÙ SOLO IN PATRIA E SEMPRE PIÙ ISOLATO NEL MONDO

Teheran vive un blackout informatico che ha trasformato la Repubblica Islamica in una scatola nera, dove i segnali di fumo della propaganda di regime si scontrano con i boati dei bombardamenti nelle periferie industriali.

Lungo lo Stretto di Hormuz, intanto, lungo quell’arteria indispensabile all’economia mondiale, l’acqua è diventata un tappeto d’acciaio e petrolio dove centinaia di navi cisterna oscillano immobili, prigioniere di una paralisi che costa miliardi di dollari ogni ora e che ha trasformato le rassicurazioni dei Lloyd’s di Londra in polvere.

Siamo al ventesimo giorno di un conflitto che molti, a Washington e Tel Aviv, avevano immaginato come una “decapitazione chirurgica” in stile Venezuela e che, invece, si sta rivelando una metastasi geopolitica senza precedenti, capace di divorare sia la stabilità del Medio Oriente sia le fondamenta del consenso politico interno americano.

L’assassinio di Ali Larijani, il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale, avvenuto pochi giorni dopo l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei, segna il punto di non ritorno della diplomazia mondiale, perché Larijani non era semplicemente un falco o un pragmatico, categorie ormai desuete per chi mastica la complessa sociologia del potere teocratico, bensì il perno gravitazionale che armonizzava le diverse anime del sistema.

Era il punto di sutura tra i Pasdaran assetati di scontro, di sangue e di violenza, e la necessità di un dialogo sotterraneo con le cancellerie occidentali e asiatiche.

Era l’uomo su cui parte dell’Amministrazione Trump puntava per una strategia d’uscita dal pantano iraniano, ma che Israele vedeva come un pericolo, perché se gli USA li lasciassero da soli contro l’Iran…

Tracciato dai servizi israeliani mentre imprudentemente si mescolava alla folla durante la giornata di al-Quds, la sua scomparsa lascia il giovane Mojtaba Khamenei in balia di un apparato militare che non conosce più la lingua della negoziazione, ma solo quella della sopravvivenza bellica.

In pratica, gli americani e gli israeliani hanno ucciso l’unico iraniano in grado di dialogare e dato l’assist a chi vorrebbe incendiare la guerra, colpendo senza sosta tutte le raffinerie di gas e petrolio del Medio Oriente, per uccidere alla fonte non solo gli USA, ma l’intero Occidente.

Senza la capacità di mediazione di Larijani, l’Iran non ha più soggetti capaci di trattare ed è un organismo ferito in balia di chi vuole guerra e vendetta.

Oggi non esiste nessuna minaccia iraniana legata al nucleare, come ha sottolineato più volte l’unica agenzia internazionale che ha davvero voce in capitolo, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e il capo dell’intelligence statunitense Tulsi Gabbard, ma questi omicidi cambiano l’orizzonte: l’Iran vivrà i prossimi anni con l’unico obiettivo di farla pagare a USA, Israele e a tutti i loro alleati nella maniera più devastante e tragica possibile.

Dall’altro lato dell’oceano, il mito del “Rally Around the Flag”, quel fenomeno per cui gli americani si stringono intorno alla bandiera e che salvò la popolarità di Bush Jr. dopo l’11 settembre, nel caso di Trump si sta sgretolando sotto il peso delle bare che tornano alla base di Dover e di un’inflazione energetica che sta per mettere in ginocchio l’inverno dell’intero Occidente.

Donald Trump, come uno di quei dittatori tragicomici del cinema, continua a proclamare una vittoria imminente, a dire che il nemico è stato distrutto dalla potenza militare statunitense, ma la sua maschera da boss del quartiere mostra crepe profonde, specialmente dopo che Joe Kent, l’eroe decorato della destra MAGA e architetto dell’antiterrorismo, ha rassegnato le dimissioni denunciando il tradimento della promessa originaria di porre fine alle “guerre infinite”.

E Kent non è certo una voce isolata, ma ha amplificato quella di un malessere che attraversa trasversalmente l’elettorato conservatore e quella sensazione che si stia versando sangue americano non tanto per la sicurezza nazionale, ma per soddisfare la “Dottrina dell’1%” dei neoconservatori, quella hybris intellettuale che trasforma ogni minima probabilità di minaccia in una certezza che giustifica la distruzione preventiva, e per sviare l’opinione pubblica e i media dalle realtà violentissime e brutali dei rapporti di Trump e di tanti pezzi da novanta americani con Epstein.

Lo stesso vicepresidente, JD Vance, uno dei più contrari a ogni guerra esterna, è palesemente in disaccordo con il tycoon, tanto che le sue apparizioni pubbliche sono, ormai, un evento d’eccezione, così come le sue esternazioni non somigliano affatto a quelle che lo contraddistinguono, ma sembrano ripetere a pappagallo testi istituzionali scritti in politichese da altri.

Mentre Washington cerca disperatamente alleati che non arrivano per salvare gli Stati Uniti dal disastro che hanno causato nello stretto di Hormuz, con l’Europa che risponde con un gelido rifiuto e i giganti asiatici che osservano il caos con un distacco calcolato, la Russia di Putin incassa i dividendi di questa follia collettiva e se la ride di gusto.

Ogni barile di petrolio che rimane bloccato a Hormuz si trasforma in miliardi di rubli per le casse del Cremlino, permettendo a Mosca di finanziare la propria economia di guerra a scapito di una Ue che ha rinunciato alla propria autonomia energetica per legarsi a un fornitore americano ora distratto e costosissimo.

E che rende insostenibile non solo inviare armi all’Ucraina, – come ha ribadito il Primo ministro belga pochi giorni fa, – ma persino tenere aperte le aziende a Berlino, a Milano e a Parigi.

La Cina, dal canto suo, si espande nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nel Pacifico, consapevole che più l’America spende i suoi missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia di dollari, più il secolo asiatico accelera la sua ascesa inevitabile.

Pechino, in silenzio e basita dalla scelleratezza americana, si prepara a ricevere lo scettro di padrone del mondo dagli USA, che sono ormai un giocatore con troppi debiti, con poche carte in mano e senza la possibilità di attingere al mazzo.

È un paradosso sociologico affascinante e tragico: la superpotenza che voleva “spaventare” il mondo sta finendo per spaventare solo i propri alleati e i propri cittadini, costringendo persino nazioni storicamente neutrali come Svezia e Finlandia a chiedersi se l’ombrello della NATO non sia diventato, in realtà, un parafulmine per i disastri altrui.

Ciò che, d’altro canto, la Storia dimostra essere stato almeno… negli ultimi settant’anni.

L’ideologia che muove questo conflitto non è solo politica, ma è intrisa di un fanatismo religioso che vede nel sionismo cristiano degli evangelici americani il motore di una profezia auto-avverante.

Questi gruppi, che vedono la guerra come il catalizzatore necessario per l’Armageddon e la seconda venuta di Cristo, esercitano su Trump una pressione elettorale che non ammette ritirate, trattando lo stato ebraico non tanto come un alleato politico, ma come uno strumento teologico per i propri fini apocalittici.

In tale scenario, l’uso di armi nucleari tattiche cessa di essere un tabù per diventare un’opzione razionale all’interno di una logica neocon che non accetta la parità del rischio o la complessità del negoziato, e nemmeno un’ennesima sconfitta come in Vietnam o in Afghanistan.

L’attacco statunitense-israeliano vicino alla centrale di Bushehr, pur non avendo causato disastri strutturali, è il monito finale, perché il realismo politico è stato sacrificato sull’altare di un radicalismo che non distingue più tra sicurezza e distruzione totale.

L’importante è vincere, costasse anche milioni di vite innocenti.

Il risultato è una “superbia” che precede la caduta, un sistema di deterrenza che, invece di prevenire l’attacco, ha finito per invitarlo e per creare i presupposti per un futuro fatto di voglia di sangue e di vendetta.

L’Iran ha imparato dalle guerre precedenti, sa che per vincere deve solo non sparire, e sta applicando una strategia di logoramento che sfrutta ogni debolezza del mercato occidentale.

Gli Emirati Arabi, il Bahrein, l’Arabia Saudita sono nazioni che si credevano al sicuro sotto lo scudo stellato, ma scoprono oggi che l’alleanza con Washington le ha rese bersagli privilegiati di una pioggia di fuoco che non risparmia né le infrastrutture energetiche né la stabilità sociale.

Di conseguenza, i loro petroldollari che arricchivano l’America rischiano di non realizzarsi più, mandando in fumo le loro ricchezze, ma anche la fonte primaria dell’egemonia economica degli USA.

Se il piano di Trump era riportare l’ordine, l’unica cosa che ha ottenuto è stato l’ingolfamento dell’economia occidentale, il rischio di perdere i petroldollari indispensabili per l’America, e una perpetua sete di vendetta e di sangue che accompagnerà noi e i nostri figli per i decenni, lasciando i cittadini europei a guardare con terrore le bollette di un inverno che si preannuncia il più buio e freddo dalla Seconda Guerra mondiale.

La storia, quella vera, non si scrive con i tweet trionfali o con le conferenze stampa in stile cinema di Hollywood, ma con le conseguenze di decisioni prese ignorando la realtà sul campo, la storia, la geopolitica, la conoscenza di un popolo lontanto.

E, oggi, l’ignoranza e la mancanza di competenze di Trump e dei suoi consiglieri ci dimostra che l’impero è nudo, isolato e pericolosamente vicino al bordo dell’abisso.

Solo che a picco ci finiscono pure gli alleati. E indovina qual è il Paese più vulnerabile…?

ARAFAT E I COMPAGNI DI MERENDE 

di Danilo Preto

Desidero ritornare ancora un po’ al nostro amato (giornalisticamente) leader perché c’è ancora qualcos’altro che vale la pena di leggere e di ricordare. 

Risultato indenne in sette attentati, dove magari quelli che viaggiavano con lui rimanevano sul terreno esanimi, si è avvalso della possibilità di contornarsi di speciali virtù riconosciute dal suo popolo e provenienti dall’alto. 

Sul fronte terreno però qualche vizietto ce l’aveva. Come ho già descritto. Ma molti al tempo lo chiamavano Mr. Rolex.

Lui era appassionato di orologi, non lo negava, e controllava spessissimo il passare del tempo guardandosi al polso come la sua vita si stesse allungando. Meglio con un Rolex al polso.

In un’intervista del 1989 su Vanity Fair, Yasser viene fotografato con un Rolex Datejust non certo falso. 

È vero, non è l’unico capo che viene ritratto con un simile capitale al polso. Certo fa un po’ specie che lo portasse lui esibendolo come un trofeo mentre il suo popolo non se la passava certo benissimo.

D’altra parte, uno che, fra i sette attentati che ha subito, c’è anche quello perpetrato sulle spiagge del Libano dove faceva jogging ed è stato oggetto di una sventagliata di mitra a bassa quota, ma ne è uscito incolume, non può che essere definito un predestinato alla immortalità, alla gloria e al comando. Senza un graffio. Pessima mira? semplice avvertimento?

Per farvi un’idea più precisa vi invito a leggere questi due articoli che non sono opera mia ma che descrivono, mi pare molto bene, un certo sentiment dell’epoca. Il resto lo avete già letto. Da me.

IL SUICIDIO DEI FENOMENI, TRA DRONI DI POLISTIROLO E BENZINA A TRE EURO

Lo sfogo delle persone comuni sui social network e i distributori di benzina nelle nostre province diventano i termometri di un’apocalisse economica imminente, nel rumore di fondo della nostra civiltà, mutato drasticamente dopo la folle aggressione all’Iran, da parte di Israele e USA.

Non è più il ronzio rassicurante della globalizzazione neoliberista, quel sogno sbiadito di mercati infiniti e democrazie d’esportazione vendute un tanto al chilo, ma è diventato il sibilo asimmetrico di un drone iraniano da poche migliaia di dollari, che, in una parabola lenta e inesorabile, va a schiantarsi contro il mito della superiorità tecnologica occidentale.

Quella balla spaziale, veicolata per decenni come un mantra dalle pellicole hollywoodiane, si sgretola oggi davanti alla realtà brutale di un sistema di difesa da milioni di dollari costretto a svuotare i propri silos per intercettare giocattoli di polistirolo.

È il logoramento sistemico, bellezza, e noi siamo dalla parte di chi sta finendo le munizioni.

IL RE ANARCHICO E LA PARALISI DELL’IMPERO

Dobbiamo avere il coraggio di guardare gli Stati Uniti al loro interno per capire perché la loro flotta nel Golfo Persico appaia oggi come una foresta d’acciaio piantata su una terra sterile.

La verità, che anche i media più assuefatti alla propaganda atlantica cominciano a sussurrare con un terrore palpabile, è che la rivoluzione digitale ha compiuto il suo lavoro sporco, polverizzando la coesione sociale americana e riducendo le funzioni cognitive della democrazia di massa a un relitto del secolo scorso.

In questa frammentazione totale, Donald Trump emerge come un “Re anarchico” che non è un rivoluzionario, ma il sintomo di una degenerazione sistemica, un cancro terminale alle ossa del sistema democratico, un leader che cavalca il disordine promettendo restaurazioni da film tragicomici, sullo stile di “Scuola di Polizia”, mentre le basi industriali del suo Paese cadono a pezzi.

Gli Stati Uniti non possono ricostruire la propria potenza navale in meno di un decennio, perché hanno dimenticato come si produce, mentre la Cina osserva dal Pacifico, accumulando una massa critica che non ha più bisogno di sparare un solo colpo per dichiarare ufficialmente la fine del secolo americano.

IL GIOCO D’AZZARDO SU KHARG: UNA GHIGLIOTTINA PER L’EUROPA

L’idea balzana di colpire l’isola di Kharg, nodo vitale che gestisce il 90% delle esportazioni di greggio iraniano, non è la mossa finale di una partita che si sta dominando, ma, al contrario, l’ultimo gesto disperato di chi sta perdendo, come il pugile alle corde e che non sa più come venire via dall’angolo.

Se Washington decidesse davvero di sventrare quel deposito, toglierebbe dal mercato due milioni di barili al giorno in un momento in cui il sistema energetico globale è già in rianimazione.

Le conseguenze non sono ipotesi accademiche, ma parliamo di un petrolio che schizzerebbe verso i 200 dollari in una manciata di giorni, polverizzando l’economia europea e costringendo i governi del Vecchio Continente a una scelta brutale tra la fedeltà servile all’alleato e la sopravvivenza delle proprie famiglie.

Già ora, il Brent ha sfondato di nuovo quota 100 dollari, nonostante i paesi occidentali abbiano messo mano alle scorte, per abbassare i prezzi, dopo il record di oltre 119 dollari fatto registrare nei giorni scorsi.

E qui è complice anche l’incompetenza esponenziale della leadership europea, sempre più lanciata a tutta contro il burrone di una guerra totale alla Russia.

Mentre gli USA hanno tolto le sanzioni al gas russo, per evitare di far pagare caro e salato il fallimento in Iran, l’UE, tramite la portavoce Kaya Kallas, ribadisce che l’Europa continuerà a boicottare Mosca.

Ma la bionda per cui qualunque donna con due neuroni funzionanti si sente indignata a vedere il genere femminile preso a schiaffi da cotanta incompetenza, non sa che Putin se la ride, visto che importiamo gas russo triangolato via Turchia o GNL pagandolo fino a quattro volte tanto.

Putin incassa comunque. E con il Brent che sale, incassa molto più di prima.

Gli americani, che hanno creato il disastro, si tutelano, mentre noi che lo subiamo e basta, ci facciamo il segno della croce ogni volta che si accende la spia della riserva perché abbiamo leader molti simili alla biondina di cui sopra. Anche di aspetto, ora che mi sovviene.

Che Lombroso avesse ragione?!

Diciamo che Macron e Merz non sono propriamente biondine con gli occhi azzurri, ma il risultato non sembra cambiare. Anzi…

Vedere la Kallas che insiste col “rigore” mentre i nostri alleati ci lasciano col cerino in mano è roba da neurodeliri. Stiamo pagando una guerra economica con le tasche di chi deve andare a lavorare, mentre chi decide ha l’auto blu pagata da noi.
Ma ci sono o ci fanno? A casa mia questo si chiama suicidio assistito.

Qualcuno, come il premier del Belgio, sembra una flebile luce nella notte europea, una persona sana di mente – cosa rara di questi tempi tra i vertici europei – che definisce INSOSTENIBILI le sanzioni alla Russia e le armi a Kiev, come riportato da Financial Times.

E già nelle prossime settimane, la follia di USA e Israele e l’incompetenza dei leader europei sapranno picchiare duro con i rincari di spesa, carburante e bollette alle stelle.

Mentre Trump invoca l’aiuto di NATO, Cina e Giappone per porre rimedio al disastro che ha creato per inseguire gli ordini di Netanyahu, – ricevendone in cambio solo silenzi imbarazzati o secchi rifiuti – l’Europa continua a fare la parte dell’agnello sacrificale, inviando sistemi di difesa per proteggere interessi che non le appartengono e pagando una benzina che presto arriverà a tre euro al litro.

Sempre che il petrolio, una volta arrivato a 200 dollari, non salga ancora, allora…

SCACCO MATTO A TAIWAN E IL CROLLO DELLE ICONE DI VETRO

Nel frattempo, Pechino gioca a scacchi con la pazienza di chi sa che il tempo è un alleato fedele. L’invio senza precedenti di caccia e navi da guerra intorno a Taiwan è un test clinico sui riflessi di un Occidente sovraccarico, impegnato su troppi fronti e con i magazzini di munizioni che iniziano a mostrare il fondo.

Se la Cina decidesse di anticipare la conquista dell’isola al di fuori del canonico 2027, provocherebbe un infarto istantaneo all’economia mondiale, bloccando la produzione del 90% dei semiconduttori globali e congelando trilioni di investimenti. Sarebbe il colpo di grazia all’Occidente.

In questo scenario di fragilità estrema, Dubai, la città-miraggio fatta di vetro e finanza volatile, osserva i propri capitali migrare verso Singapore, consapevole che, senza la protezione reale dei sistemi d’arma americani, le sue zone franche valgono quanto carta straccia.

DIRITTO INTERNAZIONALE O SUICIDIO COLLETTIVO?

Quello che sta avvenendo è un rito di purificazione attraverso il fuoco in cui Washington e Tel Aviv stanno bruciando i ponti con la realtà industriale del XXI secolo per inseguire fantasmi di supremazia che non possono più permettersi.

La guerra contro l’Iran è già persa, non perché siano affondate le portaerei, ma perché il costo di continuare a combattere è diventato superiore al valore della vittoria stessa, in termini economici e, ancora di più, morali.

Perché, se anche Teheran si arrendesse oggi, dove sarebbe la pace nella regione e la sicurezza per Israele? Dove sarebbe il cambio di regime?

Decisamente più lontani rispetto al 27 febbraio scorso. Ma resterebbe un popolo animato da desideri di vendicarsi il prima possibile e nella maniera più potente.

Inoltre, Teheran non ha alcuna intenzione di arrendersi, perché sa che tiene gli USA per le palle, e scusate il francesismo.

E… qualcuno ha notizie certe sulle sorti di Netanyahu? Qualcuno ha visto video recenti che non siano potenzialmente generati da intelligenze artificiali?

L’Iran ha dettato condizioni chiare: gli Stati Uniti fuori dal Medio Oriente e il risarcimento di ogni singolo centesimo di danno causato dalle aggressioni contrario al Diritto internazionale, – già oggi, di decine di miliardi di dollari – oppure la prosecuzione di un conflitto che cancellerà definitivamente l’economia occidentale.

Le regole della democrazia e del Diritto internazionale, che noi occidentali amiamo invocare solo quando si tratta di sanzionare i nemici, oggi ci chiedono il conto della nostra incoerenza.

IL VERDETTO DEL 2026: L’ULTIMO ATTO DELL’IMPERO

Il 2026 non passerà alla storia come l’anno della vittoria di qualcuno, ma come l’anno in cui l’impero americano ha deciso di ingolfare il mondo intero piuttosto di ammettere che il proprio motore si è fermato per sempre.

È la mossa finale di una classe dirigente disperata, che preferisce l’escalation nucleare alla verità, magari sperando che il fumo delle esplosioni nasconda per sempre le ombre morali che gravano sui suoi leader, dal disastro di Hormuz alle frequentazioni innominabili con personaggi come Epstein.

Se l’unico limite politico alla guerra di Trump è il prezzo della benzina nel Midwest, allora significa che la geopolitica è morta, sostituita da un cinico calcolo elettorale di breve termine che consegna le chiavi del pianeta a un asse eurasiatico più paziente, pragmatico e, purtroppo per noi, decisamente più lucido.

L’ordine liberale sta collassando sotto il peso delle proprie menzogne e ogni nuovo missile lanciato è un destro al mento dell’egemonia e della credibilità occidentali.

L’EREDITÀ DEI “DITTATORI”. OGGI PARLIAMO DI YASSER ARAFAT

(Nome di battaglia Abu Ammar = Padre del Costruttore)

di Danilo Preto

Yasser Arafat è stato un nome di spicco nel mondo arabo.  il suo vero nome per esteso è Mohammed Abdel Rahman Abdel Raouf Arafat al-Qudwa al- Usseini. Negli anni ‘50 ne adottò una contrazione divenendo semplicemente Yasser Arafat.

In Italia divenne noto immediatamente per essere stato implicato nel sequestro della nave da crociera italiana Achille Lauro quando mandò Abu Abbas a trattare la resa dei terroristi che erano saliti a bordo. Era il 7 ottobre 1985. Prima coincidenza casuale con i fatti del 7 ottobre 2023 In Israele.

Dopo quella che sembrava essere una felice conclusione della trattativa con la liberazione degli ostaggi, i crocieristi a bordo della nave, e che prevedeva un salvacondotto per i terroristi con destinazione finale Egitto, tutto si complicò quando veniva trovato il corpo di Leon Klinghoffer, cittadino americano di fede ebraica, paralitico e in sedia a rotelle, scaraventato dalla nave su una banchina del porto dove la nave era attraccata.

Ovviamente gli Stati Uniti non gradirono. La vicenda che ne seguì fu clamorosamente nota per la proibizione da parte del governo Craxi di utilizzare la base americana di Sigonella per intervenire nel momento in cui Abbas si trovava sul territorio italiano pronto per essere estradato in Egitto secondo gli accordi intercorsi.

Era l’11 ottobre 1985. Una strana coincidenza l’11. Non era l’undici settembre ma l’undici ottobre. Chi si ricorda l’attacco alle torri gemelle a New York?  ma non sarà l’unica strana coincidenza che vi racconterò.

Abu Abbas fu sempre protetto da Arafat, catturato durante la guerra del Golfo in Iraq e 18 anni dopo quell’avventura italiana, diciamo che è stato trovato morto per cause naturali, secondo la versione ufficiale, ospite degli americani.

Arafat si sposa in segreto in Tunisia quando aveva 61 anni con la sua segretaria e traduttrice, Suha, che allora aveva 27 anni. Lei era cattolica, ha dovuto ovviamente convertirsi all’islam e dopo cinque anni nasce l’unica figlia Zahwa, in Francia.

La Francia ricorre spesso nelle vicende di Arafat sia pubbliche che private. Infatti, l’11 novembre del 2004 a 75 anni a Clamart, paesino francese di circa 35000 abitanti Yasser muore, assistito amorevolmente, dalla moglie Suha che sembra abbia raccolto le ultime testimonianze confidenziali di Arafat sui codici dei conti correnti posseduti da lui e dal governo della OLP.

Suha ha molto combattuto per conoscere la vera realtà sulla morte del marito. Ha sostenuto per anni che fosse morto per un avvelenamento da polonio. Chi si ricorda il dissidente russo Litvinenko morto a Londra in quelli stessi anni e certamente per un avvelenamento da polonio?

Sì, ma ora entriamo nel vivo delle vicende economiche sue e della sua famiglia. Non prima però di aver ricordato che Arafat è stato anche insignito nel 1994 del premio Nobel per la pace.

E questo mi fa rafforzare nell’ipotesi dello strabismo svedese e occidentale nell’assegnare questo premio, più che dedicato alle vicende attuali, sviluppato sulle ipotesi future. Molte volte non si sono mai avverate. Le speranze dei potenti non sempre nascono da un premio Nobel. Anzi.

Nel 2003/2004 la rivista Forbes inserire Yasser Arafat in una classifica che lo include tra i leader più ricchi stimando un patrimonio personale di circa 200-300 milioni di dollari.

Altre inchieste, incluse quelle del Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno stimato cifre molto più alte suggerendo la gestione di un portafoglio di investimenti segreti che coinvolgeva centinaia di milioni di dollari in fondi pubblici.

C’è anche un’accusa di fondi occulti. Avrebbe gestito personalmente circa 900 milioni di dollari di fondi dell’autorità palestinese tra il 1995 e il 2000. Altre fonti giornalistiche hanno stimato che il patrimonio nascosto di Arafat potesse aggirarsi persino attorno al miliardo di dollari, spesso reinvestito in imprese e fondi come riportato da molti fonti giornalistiche.

Le autorità palestinesi, per obbligo di appartenenza, hanno spesso difeso la natura di questi fondi sostenendo che fossero destinati a scopi di sostegno dei palestinesi e non ad uso personale del leader.

Era lo stesso FMI nel 2003 che stabilisce che Arafat avesse dirottato quei 900 milioni di dollari in investimenti che spaziavano da casinò a compagnie di cemento nonché a compagnie telefoniche in Algeria e Tunisia.

Ma un conto sono le casse della OLP un conto sono le sue vicende personali e citiamo anche Rashid nello stato palestinese, diciamo il ministro delle finanze, consigliere finanziario del presidente palestinese. Ora molto assente dalle cronache ufficiali.

Nel 2002 si parla di un trasferimento di 300 milioni di dollari dalla ANP ad un conto corrente della Arab Bank Ramallah, anche uno verso la banca Svizzera Lombard Odier e verso altre società in Svizzera e Gran Bretagna. Naturalmente per non dare nell’occhio i trasferimenti venivano fatti gradualmente.

Suha è stata oggetto di molte polemiche. Tutti i mesi riceveva dal marito 100.000 dollari per le necessità correnti ma un’inchiesta francese ha riferito che vi erano stati dei movimenti per circa 11,5 milioni di dollari.

Come abbiamo detto, Arafat è stato incluso nelle classifiche dei capi di Stato più ricchi del mondo risultando al sesto posto. Sulla figlia Zawa circolano voci fondate che stimano una presunta fortuna ereditaria che arriverebbe fino a otto miliardi di dollari.

La pensione di Suha. Si sussurra che l’ex moglie di Arafat per aver confessato i codici dei conti segreti del marito stia assumendo un appannaggio mensile di 20 mila dollari oltre ad aver ricevuto una cifra una tantum che si aggirerebbe intorno ai 20/30 milioni di dollari. Giusto per chiudere qui le vicende economiche.

Quando si citano però questi numeri che sembrano talmente ballerini da sembrare non veri, c’è da domandarsi se le fonti siano tutte attendibili indipendentemente dalla matrice che hanno generato queste informazioni.

Non ho avuto molta difficoltà a raccogliere info e a scremarle opportunamente per far sembrare più credibile il racconto di un leader amato, odiato, vilipeso, premiato, osannato.

In pieno stile disneyano perché se non crediamo a qualcuno o a qualcosa non siamo credibili e non possiamo raccontare la nostra storia. Io non credo che quella che ho narrato sia la parola fine di questo racconto. E vi posso garantire che ho tralasciato molti dettagli. Ma ognuno può farsi una idea o può arricchire la propria fantasia o le proprie informazioni andando a caccia di quello che è disponibile.

A mio giudizio però va annoverato che molte delle indagini sono nate prima della sua morte. Un sintomo che si era già palesato raccontando la vera destinazione di quella montagna di moneta che quel mondo aveva e che continua ad inglobare.

Fate anche voi le vostre ricerche e poi magari ci confrontiamo. Per ora è così.

PERCHÈ LA FOLLIA DI TRUMP POTREBBE FAR CROLLARE L’AMERICA

C’è un errore di calcolo che storicamente decreta la fine dei grandi imperi: l’idea che una superpotenza sia troppo grande per fallire. Un errore che hanno commesso tanti nella storia.

Lo abbiamo visto con la Germania del secolo scorso, con il Giappone, con Napoleone…

Oggi, però, il rischio non riguarda solo i confini geografici di una nazione, ma l’architettura su cui poggia il benessere quotidiano di ogni cittadino occidentale. Se Washington dovesse commettere l’ennesimo passo falso in Medio Oriente, non saranno i palazzi di New York a bruciare, ma i conti correnti degli americani. E quelli degli europei.

LA GUERRA È ASIMMETRICA E IL NEMICO COLPISCE LA SETE

Mentre i telegiornali si concentrano sui droni, sui costi dei missili e sulle minacce atomiche, l’Iran sta giocando una partita molto più sottile e letale, preparata in anni di minacce occidentali.

Teheran sa di non poter distruggere militarmente gli Stati Uniti, ma ha capito come paralizzare i suoi alleati chiave, quelli che alimentano le casse dell’America. E l’Iran non ha necessità di invadere l’Arabia Saudita se può distruggere i suoi impianti di desalinizzazione, perché nel deserto l’acqua vale più del petrolio.

Senza quegli impianti, la popolazione dei Paesi del Golfo avrebbe un’autonomia di appena trenta giorni. Colpire l’arteria vitale dello Stretto di Hormuz, non significa soltanto bloccare il greggio, ma anche il cibo e i beni di prima necessità.

È una pressione psicologica ed economica che sta spingendo i giganti del Golfo – Arabia Saudita ed Emirati Arabi in testa – verso un punto di rottura.

E quando questi paesi tremano, le fondamenta degli Stati Uniti iniziano a creparsi.

Sarà per quello che Trump e i suoi portavoce sembrano sempre più veementi e fuori controllo nella loro comunicazione. Perché chi si vede crollare il terreno sotto i piedi, difficilmente mantiene la calma.

IL FANTASMA DEL PETRODOLLARO E IL PRIVILEGIO ESORBITANTE

Per capire perché una crisi a Riad possa mandare in fumo la Silicon Valley, dobbiamo tornare al 1970.

Dopo l’abbandono del sistema “gold standard”, l’America ha stretto un patto fondamentale con i sauditi, grazie al quale il petrolio sarebbe stato venduto esclusivamente in dollari.

Questo meccanismo, noto come “Petrodollaro”, ha reso la banconota verde l’unica moneta necessaria per far girare il mondo.

Grazie a questo meccanismo, gli Stati Uniti hanno goduto di quello che gli economisti chiamano “privilegio esorbitante”: la capacità di spendere più di quanto producono, di accumulare debiti mostruosi e di finanziare una spesa militare da trilioni di dollari.

Se oggi una famiglia americana può permettersi università costosissime per i figli, un’auto per ogni membro familiare e altri privilegi, mentre nel resto del mondo si fatica, è perché miliardi di persone sono costrette ad accumulare dollari per comprare energia.

Ma questo castello di carte sta per essere spazzato via dalla strategia difensiva dell’Iran.

LA BOMBA DA DUE TRILIONI DI DOLLARI CHE MINACCIA IL NASDAQ

Il vero pericolo non è solo geopolitico, ma finanziario, perché i Paesi del Golfo non sono solo fornitori di petrolio, ma anche i principali finanziatori del mercato azionario americano. Ad oggi, detengono circa 2.000 miliardi di dollari in azioni e asset negli Stati Uniti.

Se l’instabilità provocata dall’Iran dovesse perdurare, questi regni si troverebbero costretti a un massiccio ritiro di capitali per salvare le proprie economie interne al collasso.

Una fuga di capitali di questa portata innescherebbe una reazione a catena che possiamo riassumere come segue:

1. Il crollo delle Big Tech. Aziende che oggi valgono trilioni perderebbero il loro supporto finanziario principale per continuare a svilupparsi e prosperare.

2. Lo scoppio della bolla dell’Intelligenza Artificiale. Senza i continui investimenti dei fondi sovrani, il settore dell’AI, su cui l’America sta scommettendo tutto, perché sa che a comandare il mondo sarà chi sarà leader in questo settore, beh… potrebbe implodere.

3. L’iperinflazione in casa. Con meno domanda globale di dollari, il valore della moneta crollerebbe, portando i prezzi dei beni di consumo a livelli insostenibili per la classe media americana.

IL LABIRINTO IRANIANO E PERCHÉ UN’INVASIONE SAREBBE IL COLPO DI GRAZIA PER GLI USA

In questo scenario apocalittico, che la mancanza di visione strategica dell’Amministrazione Trump sta causando, la tentazione di Washington potrebbe essere quella di “risolvere il problema alla radice” con un’invasione terrestre dell’Iran.

Come farebbe qualunque manager “diamoci un taglio” o qualsiasi esperto di geopolitica da Bar Sport, insomma.

Ma qui la strategia non provocherebbe solo un disastro, ma sfocerebbe in un suicidio. L’Iran non è l’Afghanistan dei Talebani, che pure hanno costretto gli americani a fuggire, e non è nemmeno l’Iraq di Saddam Hussein.

Parliamo di un territorio vasto quanto mezza Europa, una fortezza naturale fatta di catene montuose, bunker sotterranei e una popolazione militarmente preparata.

Un conflitto del genere costerebbe molto più dei 3 trilioni di dollari spesi tra Kabul e Baghdad messi insieme e servirebbero milioni di uomini da mandare sul campo.

Sarebbe una spesa che l’America, già indebolita dalla competizione tecnologica con la Cina e dalla dedollarizzazione russa, non potrebbe sostenere senza dichiarare bancarotta, e perché non ha abbastanza uomini per una simile operazione, se non utilizzando l’intera NATO.

COMANDA WASHINGTON O ISRAELE?

La domanda che circola sottovoce nei corridoi del potere e tra chi mastica geopolitica è inquietante: gli Stati Uniti stanno agendo in maniera così palesemente sconsiderata, per chiunque abbia un briciolo di conoscenza economica, del Diritto e di geopolitica, per preservare la propria egemonia oppure perché sono costretti a rispondere a ordini dettati dalle agende di terzi?

Senza girarci troppo intorno, il legame con Israele è profondo, ma il rischio attuale è che la difesa – o le minacce – di un alleato territoriale porti al sacrificio dell’impero.

L’America si trova a giocare una partita che mette in pericolo la sua stessa esistenza come superpotenza, perché continuare a sfidare l’Iran sul piano militare rischia di spezzare il legame con i Paesi del Golfo e, di conseguenza, con il Petrodollaro.

Una volta che il mondo dovesse smettere di aver bisogno del dollaro per il petrolio, l’impero americano diventerebbe solo un ricordo nei libri di storia e gli USA una nazione come tante altre, sommersa da un debito immane e una crisi che aprirebbe a un malcontento che l’America non ha mai visto nemmeno nei film più catastrofici.

L’Iran ha capito che la vera guerra non si combatte con i missili, ma con la fiducia in quella banconota verde che, per la prima volta in cinquant’anni, sembra non essere più così intoccabile.

Il problema, per gli americani e gli occidentali, è che né Trump né i suoi collaboratori e consiglieri, tanto meno molti suoi sostenitori, sembrano avere le competenze per capirlo.

L’EREDITÀ DEI “DITTATORI”. OGGI PARLIAMO DI SADDAM HUSSEIN

(E aspettatevi Yasser Arafat, Ali Khamenei, Che Guevara, …)

di Danilo Preto

C’è una cosa che mi ha sempre colpito quando scompare un Capo di Stato di un regime totalitario o di un’icona. Non è tanto il pianto dei sudditi per la sua scomparsa, l’immenso vuoto lasciato nell’animo di chi vi ha creduto, ma come si sviluppa la successione.

E non tanto dal punto di vista politico che è spesso una vicenda molto complessa e difficile da districare e comprendere se non si vive pienamente quel clima che ha generato l’ascesa al potere di quel “capo” ma piuttosto quello che lascia agli eredi. Sì, i suoi, non al suo popolo.

Ai suoi eredi diretti. Parlo di vil moneta. Di dollari insomma.

Ne ho presi tre: Saddam Hussein, Yasser Arafat e Ali Khamenei. E un quarto: Che Guevara di cui parlerò a parte perché è uno dei pochi che ha lasciato un’eredità spirituale pulita. Ci sarà anche un po’ di contorno familiare, che non guasta mai, per capire un po’ meglio le situazioni.

Saddam Hussein È stato quello che ha pagato con la vita per la barzelletta che si sono inventati gli americani.

Dicevano, gli americani, che Hussein stava costruendo armi per la distruzione di massa. E si mostravano fialette di antrace indicato come potenziale eliminatore di masse umane di cui l’Iraq sarebbe stato in possesso.

Quindi, in sintesi, guerra, cattura del dittatore dopo otto mesi di latitanza, processo sommario, condanna a morte, uccisione per impiccagione in carcere. 

Destabilizzazione dell’area come corollario finale. Poi si scoprì che non era vero niente, che le accuse erano false, ma nel frattempo erano passati molti anni.

Giusto per rinfrescarci la memoria perché sono passati anche molti anni, ma, come dicevo all’inizio, quello che mi interessa di più ora è quello che è stato scritto, si è saputo sulla sua eredità, ripeto, di natura economica.

L’eredità di Saddam Hussein è complessa, segnata da una imponente accumulazione di ricchezza personale stimata tra i 2 e oltre 20 miliardi di dollari, nascosta in conti esteri.

Non stupisca la apparente distonia delle cifre visto che si va per induzione e per raccolta di informazioni spesso non ufficiali. Si stima un tesoro personale accumulato negli anni ‘90 depositato su conti esteri con stime che appunto variano fra i 2 e i 20 miliardi di dollari.

Parte di questo denaro sarebbe stato accumulato tramite il programma Onu “oil for food” petrolio in cambio di cibo. Saddam era considerato il ladro numero uno in Iraq. In una corruzione dominante lui veniva chiamato mister 10% perché per ogni contratto pubblico lui si intascava quella quota.

Oggi, dopo la sua morte, sembra sia cambiato tutto e ci siano migliaia di ladri ad utilizzare la stessa tecnica. 14 miliardi di euro 21,3 miliardi di dollari.

A tanto ammonterebbe quanto messo da parte da Saddam Hussein aggirando le sanzioni dell’ONU in 12 anni dal 1991 al 2003. Il dittatore iracheno è uscito appropriarsi illecitamente di una vera e propria fortuna addirittura il doppio di quanto pensava il governo americano.

Parte di questo tesoro sarebbe servito per mantenere il potere prima e finanziarie il sistema poi. Chi ha diretto le indagini sul programma oil for food delle Nazioni unite in Iraq, il senatore Norman Coleman, ha reso noto dettagli fino ad allora sconosciuti come riportava la stampa.

Era il 1996 quando iniziava il programma che doveva servire ad alleviare l’impatto sulla popolazione delle sanzioni imposte all’Iraq dopo l’invasione del Kuwait del 1990.

L’ONU aveva autorizzato l’Iraq a vendere limitate quantità di petrolio i cui proventi avrebbero potuto essere utilizzate per acquistare cibo e medicinali. Ma il fatto che Baghdad fosse autorizzata a siglare contratti in proprio ha consentito a Saddam Hussein di corrompere uomini e funzionari di vari paesi.

A capo di questo sistema c’era il capo del programma Benon Sevan che ha negato ovviamente, seccamente e ripetutamente ogni accusa rivoltagli dal capo della commissione di inchiesta Volcker. Coinvolti anche gli ultranazionalisti russi, francesi, svizzeri, cinesi, italiani (chi non ricorda Formigoni).

Circa 2000 grandi aziende sembra siano state coinvolte nel sistema corruttivo. Le smentite sì sono susseguite anche se il dittatore iracheno ha smentito decisamente di avere ricevuto tangenti.

In particolare, invece, secondo quanto emerse dalle lunghe indagini sarebbe riuscito ad intascare 3,9 miliardi di dollari dal contrabbando di petrolio, 4,4 milioni di dollari in tangenti per la concessione di aiuti e poi, 7 miliardi di dollari per l’operazione oil for food.

C’è una accusa molto chiara nei confronti del sistema svizzero ma è evidente che, anche se la Svizzera non ha mai riconosciuto di avere un problema Saddam Hussein e ricorda che applica una politica fra le più severe al mondo per quanto concerne i fondi depositati su istituti operanti sul suo territorio e di proprietà dei capi di Stato stranieri.

Misure ancora più dure nei confronti dei fondi privati di Saddam Hussein o di altre personalità irachene, ricorda, dipenderebbero da eventuali sanzioni dell’ONU.

Un’inchiesta dell’avvocato John Fawcett che è autore di un rapporto per conto della coalizione della giustizia internazionale citava: “da 10 a 20 interventi che hanno comperato il petrolio iracheno accettando di versare tangenti che vanno direttamente nelle tasche di Saddam Hussein e dei suoi familiari in violazione delle sanzioni dell’ONU” e aggiunge che Saddam Hussein dispone di prestanomi in Svizzera.

Non c’è da stupirsi visto che sappiamo che, ad esempio la Russia, possiede una flotta di una trentina di “navi pirata” (non battendo ufficialmente bandiera russa ma cambiandola a seconda delle necessità dei controlli eventuali che potrebbero intervenire durante la navigazione) in grado di trasportare petrolio verso destinazioni non consentite dai trattati internazionali.

Ma la Svizzera non è l’unica. Il Liechtenstein è sotto casa e non è necessario andare a cercare paradisi fiscali molto distanti.

L’ECLISSI DELLA RAGIONE. PERCHÉ IL PANTANO IRANIANO SEGNA LA FINE DELL’ILLUSIONE AMERICANA

Ci sono le eclissi lunari, quelle solari e quelle delle fasi storiche. Ebbene, stiamo vivendo l’eclissi di un impero.

Mentre il cielo nero sopra Teheran racconta dell’attentato chimico alla vita degli iraniani, con il petrolio che riempie le nuvole, e mentre le cancellerie europee restano avvolte in un silenzio che oscilla tra l’impotenza e la complicità, il verdetto del campo parla una lingua che Washington si ostina a non voler comprendere.

Siamo dinanzi a quella che dobbiamo definire una disfatta imbarazzante, non tanto per la disparità dei mezzi tecnologici messi in campo, quanto per l’assoluta incapacità dei decisori americani di comprendere la grammatica profonda della realtà persiana.

Gli americani trattano il Medio Oriente come qualunque esperto del Bar Sport, di quelli che parlano di civiltà occidentale superiore per la tecnica e per altre seghe mentali da bar, per l’appunto, di quelli che capisci subito quanto siano orfani di letture e studi approfonditi.

L’aggressione di USA e Israele, in netto contrasto con le norme del Diritto internazionale, iniziata il 28 febbraio scorso, non ha prodotto il crollo del sistema degli Ayatollah, come erano convinti Trump e gli eroi del bar; al contrario, ha agito come un formidabile catalizzatore, compattando una popolazione che, pur nelle sue divergenze interne, ha risposto all’invasore straniero con una capacità di adattamento e di resistenza che avevamo già colpevolmente ignorato nelle tragiche lezioni delle sconfitte subite dalla NATO in Afghanistan e, di fatto, anche in Iraq.

IL FALLIMENTO DI UN’OFFENSIVA A FARI SPENTI

La strategia del “regime change” si è infranta contro il muro di un’evidenza antropologica che Dario Fabbri ha giustamente definito come il peccato originale dell’intelligence occidentale.

Abbiamo scambiato il legittimo malcontento di una società civile giovane e vibrante per una disponibilità a farsi “liberare” dalle bombe termobariche americane, ignorando che il patriottismo iraniano è una fibra millenaria che non si spezza sotto il peso di un Tomahawk.

Il paradosso è accecante.

Nel tentativo di decapitare la leadership, gli Stati Uniti e Israele hanno consegnato al nuovo leader supremo, figlio di Khamenei, un consenso plebiscitario nato dal sangue e dalle macerie.

Le piazze gremite non sono, come vorrebbe la nostra propaganda, solo il frutto della costrizione, ma la manifestazione di un corpo sociale che si sente sotto assedio e che ha scelto di serrare i ranghi attorno alla bandiera.

Come evidenziato dal New York Times, Teheran sta colpendo obiettivi strategici americani, soprattutto radar e costosissimi sistemi di difesa aerea, causando danni per decine di miliardi di dollari, anche grazie a milizie di alleati nella regione.

Nel Kurdistan iracheno, uno sciame di droni ha colpito anche un hotel di lusso a Erbil, frequentato da militari americani, evidenza di come l’Iran sia a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti ospitino truppe anche in strutture civili e di quanto a Washington abbiano sottovalutato l’avversario.

L’ABISSO ETICO E IL DELIRIO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Non possiamo tacere sull’orrore di Minab, dove il bombardamento di una scuola elementare femminile ha strappato alla vita 175 bambine, un atto che Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei Marines, ha denunciato come il simbolo di una guerra condotta senza più il freno della legalità internazionale.

È l’oscuro lascito del fanatismo dottrinario di Hegseth, quella “perestrojka della guerra” che, nel nome della letalità assoluta e del rifiuto del cosiddetto “wokismo” militare, ha rimosso le direttive di protezione dei civili emanate dalla precedente amministrazione.

Affidare la scelta dei bersagli ad algoritmi di intelligenza artificiale privi di supervisione umana non è progresso tecnologico, ma un ritorno alla barbarie mascherato da efficienza digitale.

Quando Donald Trump dichiara che la colpa è dell’Iran, mente ai suoi elettori e scava un solco incolmabile tra la credibilità morale degli Stati Uniti e il resto del mondo, lasciando che la Russia e la Cina osservino con freddo distacco il suicidio di quella che è, ormai, una ex superpotenza.

L’EMORRAGIA ECONOMICA E IL BLOCCO DI HORMUZ

Sul piano economico, il disastro è, se possibile, ancora più tangibile e immediato.

Lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per l’energia del pianeta, è strozzato, nelle mani dei Pasdaran, capaci di bloccare il greggio e le derrate alimentari, innescando una spirale inflattiva che minaccia di trascinare l’Europa in una recessione senza precedenti.

Abbiamo assistito a una fuga di capitali da Dubai e Abu Dhabi verso i porti sicuri di Londra e Francoforte, un segnale inequivocabile che la “bolla di sicurezza” garantita dagli Accordi di Abramo è esplosa sotto i colpi dei missili iraniani, dimostrando che nessun hub finanziario può prosperare sotto la traiettoria di una pioggia balistica.

I costi sono insostenibili: spendere quasi sei miliardi di dollari in quarantotto ore per munizioni che si stanno rapidamente esaurendo è una strategia che può piacere ai consigli di amministrazione dell’industria bellica, ma che condanna il contribuente americano a un dissesto finanziario che peserà sulle prossime generazioni.

L’IRRILEVANZA EUROPEA E IL RISCHIO ITALIANO

In questo scenario di caos, l’Europa brilla per la sua assenza, ridotta a un coro di voci fastidiose, che non riescono a produrre una sola nota di diplomazia.

L’Italia, in particolare, si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, perché la nostra dipendenza dalle basi americane e l’invio di armi ci espongono a rappresaglie che il nostro governo sembra voler ignorare, preferendo trincerarsi dietro rassicurazioni parlamentari che suonano come preghiere nel vuoto.

Parole di facciata, che somigliano alle famose brioches date in pasto a chi protesta.

Se il conflitto dovesse degenerare nell’uso dell’arma atomica, come ventilato da alcuni circoli estremisti a Tel Aviv, la risposta iraniana cancellerebbe ogni traccia di stabilità nella regione, portando il mondo sull’orlo di un conflitto totale, casa per casa, stazione per stazione, centro commerciale per centro commerciale, strada per strada, che nessuno, a parte forse Netanyahu per scopi di sopravvivenza politica personale, può desiderare.

IL PREZZO DELL’ARROGANZA

Gli Stati Uniti si sono avventurati in questa guerra senza un “Piano B”, convinti che la superiorità tecnologica potesse sopperire all’assenza di una visione politica lungimirante.

Oggi, a fari spenti, Washington scopre che non basta bombardare cinquemila obiettivi per piegare una nazione se non si ha un’idea chiara di cosa debba venire dopo.

La verità, amara come il petrolio che continua a bruciare nei depositi di Teheran, è che questa guerra non ha vincitori, ma solo spettatori che attendono la fine di un’epoca.

Se vogliamo davvero un cessate il fuoco, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la presenza americana in Medio Oriente e le follie espansionistiche di Israele sono diventate parte del problema e che l’unico modo per uscire dal pantano è restituire la parola alla diplomazia, prima che l’ultimo barlume di ragione venga definitivamente inghiottito dall’oscurità del deserto.

Perché, mentre Trump e gli eroi del bar che approvano la sua follia in Iran esultano per l’uccisione dell’ex guida suprema e di altri cinque membri della sua famiglia, il suo successore e chi dovesse venire dopo di lui vivranno con l’unico scopo di farla pagare agli americani e ai loro alleati.

Eccolo il risultato di questa guerra.

In un mondo al contrario, è facile trovare chi colleziona più bottiglie di alcol che libri, pronto a definirla vittoria.

ALCUNE FONTI

LA FERRARI SENZA BENZINA, L’EUROPA NELLA TRAPPOLA DEL NUOVO DISORDINE MONDIALE E IL TRAMONTO DELLA VERITÀ GEOPOLITICA

Stiamo vivendo un’epoca che potremmo definire di “cecità strategica deliberata”, dove la realtà dei fatti viene sistematicamente sacrificata sull’altare di una narrazione bidimensionale, quasi infantile, che ignora le brutali leggi dell’Economia e della geopolitica delle potenze.

Mentre l’opinione pubblica viene nutrita con il rancio ideologico dello “scontro tra democrazie e autocrazie”, – anche quando le democrazie compiono massacri e violano sistematicamente il Diritto internazionale, – dietro le quinte si sta consumando il più grande trasferimento di sovranità energetica e finanziaria della storia recente, un gioco a somma zero dove l’Europa, e l’Italia in particolare, recitano la parte del donatore involontario.

L’Italia, che potremmo definire una “Ferrari con il serbatoio vuoto”, rappresenta l’emblema di questa fragilità strutturale: un sistema manifatturiero d’eccellenza, capace di competere ai massimi livelli mondiali nell’export di gioielleria, aerospazio e alta moda, che però si scopre paralizzato non appena una mano invisibile – o fin troppo visibile – chiude i rubinetti delle materie prime.

Un’asimmetria tra capacità produttiva e dipendenza energetica che non è solo un limite tecnico, ma una vulnerabilità esistenziale che ci espone a quella che gli economisti chiamano “tempesta perfetta”.

Con un debito pubblico che galoppa abbondantemente oltre il 130% del PIL e uno spread che sussulta a ogni stormir di fronde nello Stretto di Hormuz, il nostro Paese si trova costretto a navigare a vista in un oceano di stagflazione, dove i rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni sfiorano soglie d’allarme, minacciando di soffocare l’economia reale sotto il peso di mutui e prestiti insostenibili.

Il paradosso energetico europeo è il frutto di una scelta che rivela una dissonanza cognitiva senza precedenti, perché abbiamo rinunciato al gas russo a basso costo, una risorsa che per decenni ha alimentato la locomotiva industriale tedesca e quella manifatturiera italiana, per gettarci tra le braccia del GNL statunitense e qatariota, convinti che la diversificazione fosse sinonimo di libertà.

Invece, siamo caduti in una trappola geoeconomica orchestrata con precisione chirurgica: mentre Washington incassa extra-profitti miliardari vendendoci gas a prezzi di speculazione e Putin reindirizza con estrema agilità i propri flussi verso i mercati asiatici – India e Cina in testa – l’Europa si ritrova a pagare il conto di una circumnavigazione forzata dell’Africa.

Ogni nave cisterna che, per evitare le minacce nello stretto di Bab el-Mandeb o la chiusura di Hormuz, è costretta a doppiare il Capo di Buona Speranza, carica sulle spalle dei consumatori europei due milioni di euro di costi aggiuntivi solo di carburante, una tassa occulta che finisce direttamente nelle bollette di famiglie e imprese già allo stremo.

Ma la crisi non è solo una questione di cifre e rotte marittime; sopra ogni cosa, è una crisi della verità e dell’etica dell’informazione.

La narrazione mediatica dominante ha adottato un “doppiopesismo” che è diventato ormai la norma comunicativa del decennio.

Quando i confini vengono violati da una parte, invochiamo il Diritto internazionale, le sanzioni e l’esclusione degli atleti dalle competizioni o l’oscuramento delle loro bandiere; invece, quando l’aggressione militare avviene da parte di attori considerati “alleati” o funzionali a certi equilibri di potere, il lessico cambia improvvisamente e l’invasione diventa “sconfinamento”, “attacco preventivo” o “legittima difesa”, il bombardamento dei civili si trasforma in “guerra per la pace” e la ritorsione della vittima viene etichettata come “un’escalation imperdonabile”.

Ma se le ritorsioni delle vittime causano danni al NordStream e alle tasche degli europei, tutto tace.

Questa manipolazione semantica, che trasforma i carnefici in liberatori e il diritto alla difesa in peccato mortale a seconda di chi compie cosa, è il sintomo di un’Europa che ha smarrito la propria bussola morale e politica, riducendosi a vassallo di strategie altrui, spesso contrarie ai propri interessi nazionali.

In Iran, la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema e la crescente influenza dei Pasdaran sono segnali di un irrigidimento che risponde a una pressione esterna costante che, anziché aizzare la popolazione contro il regime, ha compattato quel popolo contro gli invasori.

La minaccia di Teheran di bloccare totalmente le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico non è un bluff, ma una mossa disperata in un gioco dove l’economia mondiale rischia un collasso peggiore di quello del 1973, quando fummo costretti a chiudere le fabbriche e a tenere le auto in garage di domenica.

Eppure, di fronte a questo scenario apocalittico, la risposta dei leader europei e italiani appare di un dilettantismo sconcertante: ci si limita a invocare una de-escalation generica, in stile nonna che dal balcone urla “villani” a dei mafiosi in azione, mentre si partecipa a missioni navali “difensive” che puzzano di intervento bellico, senza avere la forza o la visione per proporre una via diplomatica autonoma che non sia la mera esecuzione dei desiderata dei nostri padroni: Washington e Tel Aviv.

Siamo arrivati al punto in cui la legge del più forte ha sostituito definitivamente il Diritto internazionale, un ritorno allo stato di natura decantato da Thomas Hobbes, dove l’unica legge che conta è quella dettata dai mercati finanziari e dai complessi industriali bellici.

L’Italia, intrappolata nel suo “conservatorismo energetico” e nella sua avversione per l’innovazione, dal nucleare di nuova generazione alle fonti realmente indipendenti, rischia di rimanere a guardare mentre il mondo si resetta in base alla forza militare.

È necessario uno scatto di coscienza intellettuale: smettere di credere alle “favole della buonanotte” sulla democrazia esportata con i missili e iniziare a guardare in faccia la realtà di un’economia che sta perdendo 20 miliardi di export a causa di conflitti che non abbiamo saputo né prevenire né gestire.

Se non saremo in grado di riempire quel serbatoio con una strategia energetica sovrana e una politica estera coraggiosa, la nostra Ferrari è destinata a diventare un magnifico pezzo d’antiquariato in un museo della storia in cui non entrerà nessuno perché nessuno potrà permettersi nemmeno il biglietto, mentre il resto del mondo corre verso un futuro in cui noi non saremo più protagonisti, ma semplici spettatori paganti.

E il prezzo da pagare, purtroppo, è la nostra sopravvivenza economica.

IL NUOVO ORDINE MONDIALE NEI GIOCHI DI POTERE DEL 2026

Le petroliere che danzano lungo lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia dove il respiro energetico del pianeta può essere strozzato in un battito di ciglia, ricordano all’Occidente che la sua stessa esistenza è molto più fragile di quanto abbiano veicolato per decenni i film di Hollywood.

Sono puntini su una mappa che Donald Trump osserva con i suoi consiglieri, con la cornetta ancora calda tra le dita, dopo sessanta minuti di colloquio con Vladimir Putin, e una visione della geopolitica che non è questione di principi morali, di trattati e di Diritto internazionale, come richiederebbe il ruolo che ricopre, quanto piuttosto un brutale esercizio di bilanciamento tra pesi e contrappesi, un mercato delle vacche dove la carne sul piatto è la sovranità dei popoli.

La telefonata del 9 marzo 2026 tra Trump e Putin segna l’atto di nascita del cosiddetto “Grande Scambio”, un’operazione che trasforma l’Ucraina in una fiche di scambio per isolare definitivamente Teheran.

Mentre la retorica ufficiale parla di pace e de-escalation, la sociologia della comunicazione ci insegna a guardare sotto il tappeto delle parole: Trump sta offrendo a Putin il riconoscimento delle “nuove realtà territoriali” a est del Dnepr, una concessione che farebbe tremare i leader europei, ma in cambio esige il divorzio di Mosca dai Mullah.

È una Realpolitik feroce, che vede la Russia passare dal ruolo di paria internazionale a quello di arbitro forzato, costretta a scegliere tra il consolidamento dei propri confini imperiali e la lealtà verso un alleato iraniano che, ormai, è diventato un peso morto nella gestione del potere.

Ma l’Iran non è il Venezuela, e nemmeno l’Iraq; è un colosso geografico e socioculturale, un organismo complesso che non si piega sotto la sola minaccia dei bombardamenti chirurgici, come le inchieste più attente hanno spesso tentato di spiegare a un’opinione pubblica sedata dai titoli sensazionalistici della propaganda occidentale.

L’idea che un cambio di regime a Teheran possa avvenire senza un’invasione di terra massiccia è una pericolosa allucinazione, poiché l’altopiano iranico, con la sua estensione quattro volte superiore a quella italiana, rappresenta un labirinto difensivo che richiederebbe uno sforzo bellico senza precedenti negli ultimi trent’anni. Uno sforzo economico che, a oggi, la NATO intera non può permettersi.

Eppure, la scommessa di Washington gioca su un altro tavolo: quello della fragilità interna del regime, un sistema che Trump tenta di scardinare alternando minacce nucleari a promesse di nuovi leader già pronti nell’ombra, in una danza comunicativa studiata per generare paranoia tra le fila delle Guardie della Rivoluzione.

In questo scacchiere, la Cina osserva con la pazienza millenaria che la contraddistingue, ma il suo presunto sostegno incondizionato all’Iran è un mito che crolla sotto il peso dell’evidenza economica.

Pechino, guidata da un pragmatismo che confina con il cinismo, ha investito somme astronomiche nelle infrastrutture dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, partner che oggi le garantiscono un flusso di greggio ben più vitale di quello iraniano.

Se le armi cinesi vendute a Teheran dovessero colpire i pozzi sauditi o le raffinerie degli Emirati, Xi Jinping vedrebbe i propri investimenti andare in fumo in un istante, quindi, nella sfida globale tra blocchi, la Cina preferirà sempre un “compromesso venezuelano” – ovvero restare a guardare mentre un alleato cade – piuttosto che scendere in trincea contro gli Stati Uniti in un conflitto che distruggerebbe il commercio mondiale, su cui Pechino ha costruito il suo impero.

Sullo sfondo, il paradigma energetico agisce come il vero motore invisibile della storia.

Mentre il cittadino medio americano impreca contro la benzina a tre dollari al gallone, i vertici dell’industria del fracking negli Stati Uniti brindano segretamente, consapevoli che ogni picco di tensione in Medio Oriente trasforma le loro attività in miniere d’oro nero.

Questa è la grande contraddizione del populismo trumpiano: la sofferenza economica del consumatore domestico, alimentata dall’inflazione, diventa il carburante necessario per finanziare l’indipendenza energetica americana, rendendo gli USA non solo spettatori, ma beneficiari netti di una crisi che mette in ginocchio l’Europa e l’Asia.

L’isolamento dell’Iran, mediato dal disimpegno russo in Ucraina, è il segnale che il mondo sta scivolando verso un nuovo bipolarismo asimmetrico, dove gli Stati Uniti tornano a esercitare una forza capace di smantellare gli assi avversari pezzo dopo pezzo.

Un gioco d’azzardo che, tuttavia, non è più controllato soltanto da loro, ma dipende dalla volontà di Mosca e di Pechino. Soprattutto la Cina non ha motivo di entrare in guerra adesso, rischiando di perdere la leadership mondiale che arriverà a breve, grazie anche allo strapotere energetico quasi esclusivo di terre rare e altri materiali indispensabili per alimentare le AI, perciò, preferisce restare a guardare le mosse disperate dell’impero americano, che, come tutti gli imperi giunti alla fine, diventano folli.

Inoltre, la follia americana è un gioco che crea danni enormi alla stabilità mondiale, perché l’Iran non perderà mai una guerra contro gli USA quand’anche Washington vincesse questa battaglia e piantasse la bandiera a stelle e strisce a Teheran.

Gli iraniani trasformerebbero la guerra in terrorismo, in Iran e nel resto del mondo. E, dopo vent’anni, i marines sarebbero costretti a ritirarsi, come già fatto in Afghanistan e altrove, lasciando il Paese nel caos.

Senza dimenticare che quest’aggressione contraria al Diritto internazionale, perciò, illegale, nasce ancora di più dal desiderio espansionistico del ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità che governa Israele, azioni che regalano agli israeliani decenni di rabbia e di terrorismo con cui dovranno convivere per salvare Netanyahu dai tribunali interni e internazionali.

La possibile vittoria di questa battaglia di Trump non si gioca in Mesopotamia, ma nella capacità di convincere Putin che il suo futuro è più sicuro come guardiano del fianco est che come complice di una Teheran sull’orlo del baratro.

Anche perché Putin, in questo momento, è cento volte più forte del mese scorso. Con il petrolio e il gas alle stelle, la Russia incassa trilioni di dollari in più. Inoltre, se la ride per come ora l’Europa sia costretta a chiedergli aiuto per non scegliere di aprire le aziende a giorni alterni.

È una partita a scacchi giocata con le vite di milioni di persone, dove la comunicazione diventa l’arma di distrazione di massa e l’economia il boia che esegue la sentenza, lasciando il resto del mondo a chiedersi quale sarà il prossimo sacrificio necessario per mantenere in piedi il precario equilibrio del potere.

Tutto mentre si avvicinano le elezioni di medio termine in America, dove per Trump sarà difficile non essere travolto dall’indignazione di chi lo ha votato perché chiudesse le guerre e perché pensasse prima all’America, invece, si ritrova con una politica sbilanciata su “Prima Israele” e con un presidente disposto anche a scatenare la Terza e Ultima Guerra mondiale pur di scappare ai file Epstein.

L’unica vera sconfitta globale resta l’Europa, i cui leader possono solo restare a guardare e balbettare che non ci sono prove evidenti per schierarsi da una parte o dall’altra, dimentichi dell’esistenza di quel Diritto internazionale per cui ci hanno massacrato gli zebedei per quattro anni e delle evidenze dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che ha sancito la totale assenza di sviluppi di armi atomiche in Iran.

Ma si sa: tra chi tiene il guinzaglio e chi lo ha intorno al collo, è il primo a pensare e a decidere.

E, in Europa, nessuno ha qualcosa in mano che non sia aria fritta o cocci di scelte politiche scellerate che, oggi, presentano il conto devastante agli europei.