L’OMBRA DI EPSTEIN SU TRUMP, TRA RAGAZZE, BUGIE E SUSSURRI RUSSI, IL FANTASMA CHE LA CASA BIANCA NON PUÒ ESORCIZZARE

WASHINGTON. C’è un fantasma che si aggira per i corridoi del potere a Washington, avrebbero scritto quelli bravi qualche decennio fa.

Un fantasma che non ha catene, ma file criptati. Non emette lamenti, ma dispensa email al cianuro.

Il suo nome è Jeffrey Epstein e la sua ultima bordata rischia di lesionare le fondamenta della Casa Bianca.

Le email, rilasciate come schegge di mortaio dai Democratici della Commissione di Vigilanza, sono molto più di un’accusa. Sono un’architettura narrativa.

“Trump sapeva delle ragazze”. “Virginia Giuffre ha passato ore a casa mia con lui”.

Firmato, Jeffrey Epstein.

Parole scritte nero su bianco come un’epigrafe sulla presidenza Trump.

La reazione della Casa Bianca è stata immediata, quasi pavloviana: “Fango dei Dem”, “una bufala”.

Ma liquidare tutto come un semplice gioco di parti sarebbe un errore intellettuale imperdonabile.

Ebbene, non siamo di fronte a una schermaglia politica, ma ci troviamo a essere spettatori di una guerra combattuta con le armi della comunicazione di massa, dove la percezione del reale diventa più potente della stessa realtà.

LA GRAMMATICA DEL RICATTO AI PIANI ALTI DEL POTERE

Analizziamo i reperti.

Un’email a Ghislaine Maxwell. Un’altra allo scrittore Michael Wolff. Una, la più bizzarra, a se stesso.

Epstein, uomo dal quoziente intellettivo indiscutibilmente elevato e dalla morale inversamente proporzionale, non scriveva mai a caso. Ogni sua comunicazione era come una mossa da abile giocatore di scacchi.

L’apparente lapsus, “Non ha mai ricevuto un massaggio”, dopo aver affermato che Trump frequentava la sua casa, è una finezza sociolinguistica di rara perfidia. È una negazione che afferma e sottintende un universo di possibilità, lasciando all’immaginazione del lettore il compito di riempire gli spazi vuoti.

La difesa di Trump si basa sulla sua stessa versione dei fatti: allontanò Epstein da Mar-a-Lago perché “rubava” le impiegate. Una versione che, paradossalmente, la stessa email di Epstein a Wolff sembra corroborare: “Ovviamente sapeva delle ragazze perché ha chiesto a Ghislaine di fermarsi”.

Ma cosa sapeva esattamente? Che Epstein era un predatore o che era un criminale federale? La differenza non è semantica, è giuridica e morale. È l’abisso che separa un giudizio etico da una complicità penale dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

IL NODO GEOPOLITICO: DA PALM BEACH A MOSCA

L’errore più grande sarebbe confinare questa storia a Palm Beach.

Giugno 2018. Un mese prima che Donald Trump incontri Vladimir Putin a Helsinki, in un vertice che passerà alla storia per la controversa sottomissione del presidente americano all’ex uomo del KGB, Jeffrey Epstein tenta di inserirsi come intermediario. “Penso che potresti suggerire a Putin che Lavrov potrebbe ottenere informazioni parlando con me”.

Questa non è la millanteria di un playboy, come potrebbe pensare qualcuno, ma la mossa di un operatore di intelligence non statale.

Epstein non stava vendendo pettegolezzi, ma faceva leva su un presidente in carica degli Stati Uniti. Quali informazioni possedeva per ritenersi così credibile agli occhi del Cremlino?

La sua rete non era solo sessuale, era un ecosistema di potere globale. Nelle sue email compaiono i nomi di ex Primi Ministri, direttori della CIA, giganti della finanza come Peter Thiel e Larry Summers, e principi sauditi.

Epstein era un nodo in una rete dove il capitale finanziario, il capitale politico e il capitale segreto si fondevano. Definiva Trump “un demente borderline”, ma era un demente che, a suo dire, poteva essere “guidato”.

La domanda che terrorizza Washington oggi è: guidato da chi? E con quali segreti?

LA VERITÀ È L’ULTIMA VITTIMA

La figura di Virginia Giuffre, tragicamente scomparsa, è emblematica. Nelle sue deposizioni giurate ha sempre scagionato Trump da abusi diretti, pur confermando la sua presenza in quel mondo.

Ora, l’email di Epstein la usa come un’arma postuma. È la vittima usata due volte: prima dal suo aguzzino, adesso dal suo fantasma.

Mentre la Camera si prepara a votare sulla pubblicazione di tutti i 23.000 documenti, la politica si trasforma in un reality show macabro e i media sono pronti al Grande Fratello e al processo mediatico.

I Repubblicani pronti a votare con i Democratici non lo fanno per sete di giustizia, ma per calcolo politico, forse per liberarsi di un leader diventato troppo ingombrante.

Trump, dal canto suo, definisce chiunque voti a favore “molto cattivo o stupido”, un’estrema semplificazione che nasconde il terrore di ciò che potrebbe emergere.

Se non avesse nulla da nascondere e da temere, infatti, sarebbe lui il primo a chiedere di pubblicare ogni documento per dimostrare al mondo la sua estraneità.

E Ghislaine Maxwell?

È la custode vivente dei segreti.

La sua richiesta di grazia, unita al suo trasferimento in un carcere più “confortevole”, ci parla di un patto con qualcuno molto in alto. Moltissimo. Un silenzio comprato in cambio di clemenza?

È la variabile impazzita, la donna che sa se le affermazioni di Epstein fossero una polizza assicurativa, un’arma di ricatto o la cruda verità.

Alla fine, ciò che rimane non è la certezza di una colpa, che, allo stato attuale, non esiste, ma resta la corrosione di ogni fiducia.

Il suicido/omicidio di Jeffrey Epstein non ha solo dato il via a una scia di vite distrutte, uccise, suicidate, ma è qualcosa di più potente, un veleno inoculato nel sistema politico e mediatico che ci costringe a domandarci se esista ancora una verità o se tutto è solo la versione della storia raccontata dal vincitore dell’ultima battaglia.

In questa vicenda, temo che la risposta sia già stata scritta. Ed è la più desolante di tutte.

Le email di Epstein scuotono la Casa Bianca: accuse, legami con la Russia e il fantasma di un ricatto. Un'inchiesta tagliente sul potere, le bugie e i segreti che minacciano di travolgere la presidenza Trump.

UN CONTROLLO DELLA VERITÀ. COME IN COREA DEL NORD

Mentre la narrazione sulla vittoria ucraina e dei russi costretti dalle nostre sanzioni dirompenti a combattere solo armati di pale si scioglie nel fango del Donbas, a Bruxelles si lavora alla censura. Caduta la legge Chat Control, ora l’Europa cambia strategia, ipotizzando qualcosa di molto più pericoloso.

C’è un soldato, da qualche parte tra Kupiansk e Pokrovsk, che affonda gli stivali nel fango gelido. Gli avevano raccontato una favola. Quella di un nemico assopito dalle sanzioni dell’Occidente, che combatteva con le pale, senza calzini, guidato da un tiranno a cui mancavano pochi mesi di vita.

Gli avevano promesso una vittoria rapida, gloriosa. Oggi, quel soldato si ritira. Lo chiamano “riposizionamento strategico”. Una ginnastica semantica per mascherare una verità brutale. La Russia avanza.

Non è armata solo di pale e le sue truppe non usano muli al posto dei mezzi corazzati. Quelle erano balle raccontate dalla propaganda ucraina ed europea. Balle raccontate anche da larga parte della stampa italiana.

A migliaia di chilometri di distanza, nelle sale immacolate di Bruxelles, si pensa a una nuova arma.

Non di acciaio, ma di algoritmi, regolamenti e comitati di “esperti”.

Lo chiamano “Scudo Democratico”.

La sua missione ufficiale è proteggerci dalle stesse “interferenze” e “narrazioni ingannevoli” che per quattro anni ci hanno nutrito.

La connessione tra quel soldato in ritirata e il burocrate che scrive la nuova legge sulla censura non è casuale, ma un nesso di causa ed effetto.

È la storia di come una guerra persa sul campo si stia trasformando in una guerra per il controllo delle nostre menti, delle nostre idee. E, ancora peggio, per il controllo di cosa debba essere considerato vero e cosa no.

Perché hanno una paura fottuta a ogni elezione, visto che, a ogni elezione, chi non tifa per il pensiero unico, chi non tifa per il riarmo e nemmeno per le lobby della guerra, vince oppure ottiene risultati che inguaiano i vari Macron, Merz e chi sposa le politiche di von der Leyen.

IL TEATRO DELL’ASSURDO: CRONACA DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA (E MAI ARRIVATA)

Per quasi quattro anni, ci hanno raccontato un copione meraviglioso. I missili russi erano finiti.

L’economia di Mosca era al collasso grazie alle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti. L’esercito russo era una massa di ubriaconi raccattati per le strade, tant’è che disertavano a centinaia ogni giorno; la Russia non aveva più giovani da mandare al fronte perché erano già tutti morti in battaglia. I loro mezzi corazzati erano stati distrutti e sostituiti da muli. Le loro armi erano pezzi da museo e per armare i droni smontavano microchip dagli elettrodomestici ucraini.

Noi, intanto, inviavamo miliardi. Armi, munizioni, promesse, perché tanti di noi credevano a questo copione di falsità della propaganda.

Mentre questa narrazione monodirezionale veniva pompata a reti unificate, la realtà si mostrava su Telegram, sui blog indipendenti, tra gli analisti militari non allineati, un’alternativa ai media ufficiali, che ormai è l’ultima fonte di un’informazione non addomesticata.

Lì si vedeva l’avanzata russa, lenta ma inesorabile. E si vedeva quanto ciò che ci raccontavano i media ufficiali fossero fake news.

Si leggevano i resoconti sulla corruzione sistemica a Kiev, con centinaia di milioni di dollari dei nostri aiuti che svanivano in un buco nero di tangenti e appalti truccati, come sta emergendo pian piano oggi. Si scopriva di mezzo milione di armi “scomparse”.

Emergeva il dramma umano di una mobilitazione forzata, con giovani che fuggivano dal Paese per non finire al fronte a morire per una causa i cui obiettivi primari – la riconquista dei territori – apparivano, e appaiono tuttora, irraggiungibili.

Se oggi non siamo basiti di fronte al ritiro ucraino, se non ci chiediamo “Ma come? Non stavamo vincendo? I Russi non erano senza soldi e armati solo di pale?”, è solo grazie a queste voci libere e non serve della propaganda.

Voci che il potere ha sistematicamente etichettato come “filo-russe”, “disfattiste”, “putiniane”. Voci che hanno semplicemente raccontato i fatti.

Voci che l’Europa vorrebbe imbrigliare poiché scomode.

SE NON PUOI CAMBIARE I FATTI, CENSURA CHI LI RACCONTA E LI MOSTRA

Il crollo della narrazione ha creato un vuoto di credibilità tra i media tradizionali.

Nessuno sano di mente crede più a chi ha raccontato di pale, muli, microchip e soldati senza calzini né a chi giurava che Putin fosse in punto di morte.

Ma se i fatti non corrispondono più alla propaganda, tanto peggio per i fatti. La soluzione non è correggere la narrazione e licenziare chi ha raccontato panzane per mesi e mesi, allora, ma rendere obbligatoria la propaganda.

È qui che entra in scena Ursula von der Leyen con il suo capolavoro: una “rete europea indipendente di fact-checking”. Indipendente, certo.

Talmente indipendente da essere guidata direttamente dal suo ufficio, una sorta di CIA europea dell’informazione.

L’obiettivo dichiarato, come riportato dal Financial Times e dal Fatto Quotidiano, è “individuare e rintracciare l’utilizzatore dei social media” che diffonde “informazioni inaffidabili”.

E quando si attiverà questa santa inquisizione digitale?

Non sempre. Solo in momenti precisi, chirurgici: “elezioni, emergenze sanitarie o calamità naturali”.

Tradotto: si attiverà ogni volta che il consenso vacilla. Ogni volta che la gestione di una crisi (politica, sanitaria, economica) genera dissenso. Non serve a proteggerci dalle truffe online. Serve a proteggere il potere dalle nostre domande.

È una STASI al servizio del potere.

In Italia, mentre il Partito Democratico applaude, il partito di Calenda propone uno “Scudo Democratico” contro le “interferenze russe e cinesi”, e il Quirinale convoca il Consiglio Supremo di Difesa per discutere la “dimensione cognitiva”.

La parola chiave è sempre quella: cognitiva. Non si combatte più un nemico fisico, si combatte un’idea. Un pensiero. Un dubbio.

Il sistema combatte chiunque metta in discussione le supercazzole che la propaganda ha spacciato per vera: sanzioni dirompenti, microchip smontati dagli elettrodomestici, russi armati solo di pale e senza calzini, esercito di ubriaconi perché i giovani erano tutti morti, muli al posto dei mezzi corazzati, Putin prossimo a essere stroncato da uno, due, tre, quattro tipologie di cancro – perché la sfiga si incaponisce con l’orco russo.

IL PARADOSSO DELLA DEMOCRAZIA BLINDATA: IL MINISTERO DELLA VERITÀ È GIÀ QUI

La propaganda di questi quattro anni non è stata un errore di comunicazione, perché, se fosse stata un errore, il Presidente Mattarella avrebbe chiesto una riunione per verificare questa diffusione sistematica di fake news.

Invece, è stata una prova generale. Un test su larga scala per misurare la nostra capacità di assorbire una realtà artificiale, fatta di balle che il tempo e i fatti stanno rivelando essere tali.

Il test ha dimostrato che, senza un’informazione alternativa e robusta alle panzane di pale e microchip, la maggioranza della popolazione è disposta a credere a qualunque balla, anche la più inverosimile, perché tanti non hanno studi e cultura sufficienti, non si informano da più fonti e/o ragionano in base al tifo partitico, senza avere la mente aperta e spirito critico.

Ora, di fronte al fallimento della favola raccontata dalla propaganda, si passa alla fase due: l’istituzionalizzazione del controllo.

Ciò che prima era propaganda, ora diventerà “fact-checking” ufficiale. Un po’ come accaduto durante la pandemia Covid, quando sono stati censurati articoli, post e idee vere, reali e dimostrate da studi, fatti e tempo, solo perché erano contrari alla narrazione del pensiero unico.

La narrazione governativa non sarà più una “versione”, ma “la Verità”, l’unica verità a non essere reato di propaganda, l’unica verità certificata da un organismo che risponde direttamente a chi comanda.

Hanno creato il problema, cioè un’opinione pubblica disorientata da anni di menzogne, e ora ci offrono la loro soluzione: un’autorità centrale che ci dirà cosa pensare. Che cosa è vero e che cosa è falso.

È un circolo vizioso perfetto, un’architettura di potere che si autoalimenta.

È il sistema che cerca di salvare giornalisti e media che non informano più, ma hanno scelto di diventare megafoni del potere, motivo per cui la gente non li legge più.

Ci dicono che lo fanno per salvare la democrazia. Ma sono gli stessi che la democrazia l’hanno messa in soffitta con il green pass e con le supercazzole di pale e microchip.

Una democrazia vera e sana non ha bisogno di uno “scudo” per proteggere i cittadini dal pensiero critico. Quella è una dittatura, quella è la Corea del Nord.

Il problema semmai è chi o cosa difenderà la democrazia da questo “scudo” dal perfetto stile Pyongyang.

Proprio per spiegare come hanno costruito la propaganda, ho scritto un piccolo libro, disponibile in esclusiva su Amazon.

IL CROLLO DEL FRONTE E DELLA NARRAZIONE. TRA PROPAGANDA DI GUERRA E CENSURA “DEMOCRATICA”

La dissonanza cognitiva collettiva ha raggiunto il suo punto di rottura con la caduta delle città di Pokrovsk e Kupyansk, simboli di una narrativa che si sgretola sotto il peso dei fatti.

IL FRONTE MILITARE: LA SCONFITTA NEGATA

In Ucraina, i conti non tornano più.

La strategia della “difesa a oltranza”, imposta più per ragioni politiche che per saggezza tattica, si sta rivelando un suicidio.

I comandanti sul campo, quelli che vedono i volti dei loro uomini prima di mandarli a morire, lo dicono a mezza voce: continuare a difendere “calderoni” indifendibili, come la sacca di Mirnograd, serve solo a macinare le ultime, preziose vite rimaste.

La richiesta avanzata allo Stato Maggiore di un arretramento tattico per accorciare il fronte di 1.300 chilometri non è un atto di codardia, ma l’unica mossa razionale rimasta su una scacchiera dove la partita è persa da mesi.

Eppure, pubblicamente, si nega.

Si nega l’accerchiamento, anche quando le mappe dell’Institute for the Study of War – un think-tank tutt’altro che filo-russo – lo certificano.

Si parla di situazione “sotto controllo” mentre le truppe ucraine a est del fiume Oskol lottano disperatamente per coprire una ritirata senza più ponti sicuri.

Sembra di rivivere la follia dell’Asse sul Fronte Orientale, sacrificare tutto per non cedere un metro di terra, anche quando quella terra è già diventata la tomba dei suoi difensori.

È una logica che non porta alla vittoria, ma solo all’annientamento.

Intanto, i russi entrano a Pokrovsk. Sarebbero non meno di 300. Altri 10.000 sarebbero pronti a entrare, a Sud.

La città diventerebbe una conquista cruciale, il centro più grande conquistato da Mosca, dopo Bakhmut, nel 2023, e Avdiivka, nel febbraio 2024.

La sua caduta permetterebbe di consolidare il controllo russo sul Donetsk e l’esercito di Mosca sarebbe libero di avanzare verso la “cintura delle fortezze ucraine”, dislocate tra Kostyantynivka, Druzhkivka, Kramatorsk e Sloviansk.

IL FRONTE INTERNO: LA DISERZIONE E LA FUGA DI UN POPOLO

Forse la metrica più onesta per misurare la legittimità di una guerra non è il numero di chilometri conquistati, ma la direzione in cui corre la sua gente. E la gente, in Ucraina, sta correndo via.

Il racconto di un popolo unito e pronto al sacrificio si infrange contro due dati impietosi. Il primo è il record di diserzioni registrato a ottobre: oltre 21.000 uomini. E a dirlo non è un blog russo, ma l’ex parlamentare ucraino Igor Lutsenko.

Un esercito che si disgrega dall’interno, minato da una sfiducia che la propaganda non può più nascondere.

Il secondo dato, ancora più eloquente, è la fuga di massa dei giovani. L’impennata di espatriati nella fascia 18-22 anni, non appena le frontiere sono state riaperte in via eccezionale per loro, non è un’opinione, ma è un vero e proprio plebiscito contro la politica di Zelensky.

-Ricordiamo che, in virtù delle leggi marziali, gli ucraini dai 18 ai 60 anni non possono lasciare il Paese. Ai giovani tra i 18 e i 22 è stata data la possibilità dopo le forti pressioni dell’opinione pubblica ucraina.-

Questi ragazzi non fuggono per codardia. Fuggono perché, a differenza dei “guerrieri da salotto” di Bruxelles, Roma, Parigi, Berlino e Varsavia, sanno cosa li aspetta.

Vedono le ronde di reclutamento forzato per le strade. Sentono le storie, sussurrate e mai ufficiali, di battaglioni con perdite del 70% mai rimpiazzate.

Sanno che la domanda non è più “se” andranno al fronte, ma “quando”.

E si chiedono per cosa andranno a morire vista la sconfitta sempre più inequivocabile.

LA GUERRA DELL’INFORMAZIONE: DAL PENSIERO UNICO ALLO “SCUDO DEMOCRATICO”

Di fronte al fallimento della propria narrazione, incapace di reggere l’urto della realtà, l’establishment europeo non fa autocritica. Raddoppia, in perfetto stile orwelliano.

Prima, con la solita strategia mediatica: negare la sconfitta fino all’ultimo, per poi minimizzarne l’importanza strategica ed esaltare le “enormi perdite” del nemico.

Ma ora si prepara il passo successivo, quello più pericoloso. La Commissione Europea, come riportato da N-TV, progetta uno “Scudo Democratico”.

Il nome è nobile, ma si tratta di un pacchetto di misure per contrastare la “guerra di influenza” e le fake news, finanziando ulteriormente i media allineati.

Solo che le fake news, per l’Europa, non sono le panzane raccontate per quattro anni su pale dell’800, soldati russi a dorso di muli perché i mezzi corazzati erano tutti annientati e altre sciocchezze della propaganda diffusa dal mainstream, ma fake news sono i fatti.

Chiamiamolo con il suo vero nome, allora: un Ministero della Verità.

Se un’idea è forte, non ha bisogno di censurare quelle opposte; le smonti con la forza degli argomenti e dei fatti.

Ma quando i fatti diventano scomodi, allora l’opinione è additata come “disinformazione”, l’analisi critica è “propaganda nemica”, il dubbio “ingerenza straniera”.

Il vero pericolo per la democrazia non è chi esprime un’opinione diversa, ma chi, detenendo il potere, ha certezze assolute e una paura fottuta che qualcuno possa metterle in discussione.

Questi personaggi, che si ergono a difensori della libertà auspicando la censura, non stanno costruendo uno scudo per la democrazia, ma stanno instaurando una dittatura, un pezzo alla volta.

LA SOSTENIBILITÀ DI UNA GUERRA PERSA

L’ostinazione europea a prolungare il conflitto si schianta contro la matematica e la realtà sul campo di battaglia.

La Russia ha tempo, uomini reclutati su base volontaria e una macchina industriale bellica a pieno regime. La sua strategia di logoramento funziona; ‘Ucraina, al contrario, ha finito gli uomini, le munizioni e presto finirà anche l’elettricità, con un sistema energetico sistematicamente smantellato.

In tale scenario, il piano di pace europeo in 12 punti appare come il delirio di chi ha già perso, ma non vuole ammetterlo.

Chiedere un cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte e pretendere che la Russia paghi le riparazioni di guerra è un insulto all’intelligenza e alla storia, che insegna come le riparazioni le paghino gli sconfitti. E l’Ucraina, insieme all’Europa, questa guerra la sta perdendo.

Il fronte ucraino sta crollando. E con esso, l’intera impalcatura narrativa che ha giustificato per anni questa politica scellerata. Il rumore delle bombe a Pokrovsk è assordante, ma quasi quanto il silenzio dei media europei, che distolgono lo sguardo dalla sconfitta.

Il vero scudo di cui la democrazia ha bisogno non è contro le idee altrui, soprattutto contro la realtà, ma contro chi ha una paura fottuta della verità.

Per combattere le fake news e la disinformazione, non servono ministeri, intelligence, nuove norme restrittive. Basterebbe solo raccontare la verità e osservare i fatti portati dal tempo.

Basterebbe non seguire più chi ha raccontato di pale, muli e microchip, chi ha raccontato che Mosca stava crollando nel 2022 per le nostre sanzioni dirompenti, chi ha raccontato che era stato Putin a danneggiare il Nord Stream.

Insomma, basterebbe volere la verità e non tifare per la propaganda.

Solo che la propaganda serve a creare un nemico. E, senza nemico, gli europei non accetterebbero lacrime e sangue per il riarmo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

È STATA L’UCRAINA, QUINDI TUTTI ZITTI. SILENZIO SU MIG-31 E NORD STREAM

Ci sono verità che fanno rumore, quando fai comunicazione e il tuo scopo è informare, ma se fai propaganda e il tuo scopo è creare nemici perpetui, allora certi fatti vanno silenziati.

Ecco perché certi fatti emergono silenziosi, tra le pieghe di un’inchiesta giornalistica o nelle righe di un comunicato dei servizi segreti, eppure hanno la potenza di un’onda d’urto capace di frantumare l’intero paradigma narrativo su cui si regge l’attuale conflitto europeo e la sua propaganda.

La verità, oggi, ha il volto scomodo di un’Ucraina non solo vittima, ma anche attore spericolato e cinico, un giocatore d’azzardo che gioca il tutto per tutto per scatenare una guerra mondiale.

LA MASCHERA CADE: IL CASO NORD STREAM E IL CAPRO ESPIATORIO PERFETTO

Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream è stato il più grande attacco a un’infrastruttura critica europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un colpo chirurgico che ha reciso l’arteria energetica della Germania, che ha messo in ginocchio l’economia europea e ha ridefinito gli equilibri geopolitici per i decenni a venire.

La narrazione iniziale, immediata e martellante, puntava il dito contro Mosca, in un coro quasi unanime che non ammetteva repliche, nonostante l’idea che fosse stato Putin a distruggere un’infrastruttura fondamentale per la Russia fosse idiota.

Ma la verità e i fatti si presentano sempre, prima o poi.

A supporto delle indagini della magistratura tedesca, che ha già emanato mandati d’arresto per diversi ucraini, sono arrivate le rivelazioni del Wall Street Journal, corroborate da molteplici indagini, ad indicare una direzione diversa e sconvolgente: Kiev.

L’operazione, complessa e costosissima, sarebbe stata pianificata ed eseguita da un gruppo d’élite delle forze speciali ucraine.

Ora, essendo impossibile che un uomo solo, l’ex Comandante in Capo delle forze armate ucraine, il generale Valerii Zaluzhnyi, potesse disporre di somme ingenti di denaro e potesse orchestrare un’operazione simile in solitudine è evidente il coinvolgimento del governo ucraino.

Anche l’essere stato spedito a fare l’ambasciatore a Londra, sembra la chiusura di un cerchio, per allontanarlo dal luogo del delitto.

Ma le notizie emergono e il Nord Stream si conferma sempre più un attentato ucraino agli europei.

Immaginate se fosse emerso che era un commando russo?

Titoli di giornale, intere puntate dedicate nei talk show, invocazione dell’articolo 5.

Invece, cosa fanno Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni? Tacciono per una chiara scelta politica.

È l’accettazione passiva di un affronto senza precedenti a un partner europeo, un atto di sottomissione strategica che rivela la fragilità e la mancanza di sovranità di un’Unione incapace persino di chiedere conto a chi sabota le sue fondamenta economiche.

Un silenzio per nascondere il fallimento di quasi quattro anni di scelte sbagliate e miliardi dei contribuenti sperperati a difendere chi ci danneggia.

OLTRE IL BALTICO ENNESIMO TENTATIVO DI DISASTRO

Se il caso Nord Stream rivela un’inquietante spregiudicatezza, la notizia sventata dai servizi segreti russi (FSB) dipinge uno scenario da incubo, un gioco ai confini della follia, che dimostra quanto Zelensky sia pronto a tutto.

Secondo Mosca, i servizi segreti di Kiev, con il presunto appoggio britannico, avrebbero tentato di corrompere piloti russi per dirottare un caccia MiG-31, un intercettore armato con missili ipersonici Kinzhal.

Lo scopo era quello di dirigersi contro una base NATO in Romania.

Ora, immaginate un aereo da combattimento russo, con capacità quasi nucleari, che viola lo spazio aereo di un paese NATO per atterrare in una sua base?

Cosa sarebbe successo?

L’operazione, fortunatamente sventata, non può essere solo un tentativo di una nazione che si difende disperatamente, ma è la follia di pazzi disperati e disposti a tutto, anche a rischiare l’apocalisse.

Ma chi stiamo armando a nostre spese?!

Certo, qualcuno potrebbe far notare che è quanto affermato da Mosca, ma si tratta degli stessi che puntavano il dito contro Kiev per il Nord Stream. Perciò, sono certamente fonti più attendibili di chi gridava “è stato Putin”, raccontandoci panzane di pale e microchip.

FINANZIARE CHI CI SABOTA E IGNORARE UN POPOLO IN FUGA

In comunicazione, la percezione è spesso più potente della realtà. La realtà, però, ha il vizio di presentare il conto.

L’Europa oggi paga il prezzo di un’equazione insostenibile. La Germania, la nazione più colpita economicamente dal sabotaggio ucraino, si appresta ad aumentare i suoi aiuti militari a Kiev fino a 11,5 miliardi di euro, trasformando al contempo il proprio esercito nel più grande del continente.

Cosa che dovrebbe far venire i brividi a chiunque non nutra idiosincrasie nei confronti della Storia.

È un paradosso che sfida ogni logica, se non quella di un vassallaggio strategico ormai palese. Mentre le nostre economie soffrono e le nostre industrie chiudono, continuiamo a foraggiare un apparato bellico la cui leadership dimostra di non avere scrupoli, nemmeno nei confronti dei propri benefattori.

E il popolo ucraino cosa pensa?

La narrativa occidentale ce lo descrive come un monolite compatto, unito nella volontà di combattere fino all’ultimo uomo.

Eppure, dall’apertura delle frontiere, si è assistito a una fuga di massa di giovani che non vogliono essere mandati al fronte, dato incontrovertibile che dimostra come il popolo ucraino scappi dalla guerra, un popolo sottomesso da una classe politica che la impone, sacrificando una generazione sull’altare di obiettivi che appaiono sempre meno chiari e sempre più pericolosi per tutti.

L’Occidente ha scelto di non vedere, di non sentire.

Ma siamo davvero disposti a finanziare chi è disposta a trascinarci in una guerra atomica a ogni costo?

La prima vittima di ogni guerra è la verità. La seconda, se non iniziamo a porci le domande giuste, potrebbe essere tutto il resto. Dove per tutto il resto s’intende le nostre vite e quelle dei nostri figli.

FONTI

Il Fatto Quotidiano, WSJ, Il Manifesto.

VON DER LEYEN A CAPO DI UNA INTELLIGENCE EUROPEA?

La notizia è esplosa con la forza di un’ammissione a mezza bocca.

La Commissione Europea di Ursula von der Leyen sta mettendo in piedi un proprio servizio di intelligence.

Sembra proprio che quella di Ursula von der Leyen sia la biografia di un potere che si fa sempre più presidenziale, quasi solitario, nel cuore di un’Europa spaventata dai suoi messaggini e dalle sue politiche che, fin qui, hanno portato a un’involuzione industriale e sociale preoccupante.

ANATOMIA DI UN SEGRETO DI PULCINELLA

Il piano, svelato dal Financial Times, è tanto semplice nella forma quanto complesso nella sostanza.

Una “cellula” dedicata, incastonata nel Segretariato Generale della Commissione, con il compito di sintetizzare e analizzare le informazioni provenienti dai vari servizi segreti nazionali.

Un crocevia di intelligence. Un punto di ascolto privilegiato per la Presidente.

Ufficialmente, si tratta di “integrare” e “rafforzare” le strutture esistenti, in primis l’INTCEN, il centro di analisi che già opera sotto l’egida del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), oggi guidato da Kaja Kallas.

Ma le parole, in politica, sono strumenti delicati che, spesso, nascondono più significati.

E qui, “integrare” suona sinistramente come “scavalcare”. “Rafforzare” somiglia pericolosamente a “controllare”.

La cellula, seppur minuscola, non risponderebbe all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, ma direttamente alla Presidente della Commissione. Un dettaglio non da poco che getta molte ombre sulla figura di Ursula von der Leyen.

L’ALIBI DELLA PAURA: RUSSIA, TRUMP E LA NECESSITÀ DI SAPERE

Ogni grande mossa di potere ha bisogno di un nemico. E oggi, secondo la propaganda occidentale, l’Europa ne ha in abbondanza.

C’è il Cremlino, con la sua guerra ibrida fatta di disinformazione, sabotaggi e aggressione militare.

C’è Donald Trump, e ci sono le minacce interne, come le accuse di spionaggio che lambiscono persino uno Stato membro come l’Ungheria.

In questo clima da nuova Guerra Fredda, l’argomento della Commissione è potente, quasi inattaccabile. “I servizi segreti degli Stati membri sanno molto. La Commissione sa molto. Abbiamo bisogno di un modo migliore per mettere insieme tutto”, ha confidato una fonte.

È la logica spietata del mondo dello spionaggio: per ottenere informazioni, devi offrirne. Devi avere un posto al tavolo dei grandi.

La paura è un formidabile acceleratore politico e von der Leyen la sta usando come carburante per il suo progetto di una “unione della sicurezza”, più coesa, più autonoma. Più centralizzata.

VERSO UN TRONO A BRUXELLES

Ma dietro la cortina fumogena della sicurezza globale, si sta giocando una partita ben più inquietante, per il controllo della politica estera e di difesa dell’Unione.

Da quando è al timone, Ursula von der Leyen ha sistematicamente eroso le prerogative del SEAE, l’organismo che per sua natura dovrebbe gestire la diplomazia UE.

La sua condotta è un’architettura del potere che si ridisegna, mattone su mattone, al buio, di nascosto, nei memorandum riservati e nelle decisioni quasi furtive, come quelle prese con i famosi messaggini.

Prima la nomina di un Commissario per la Difesa, sottraendo un pezzo di portafoglio all’Alto Rappresentante. Poi la creazione di una Direzione Generale per il Mediterraneo, un feudo personale che scavalca la diplomazia tradizionale. Ora, l’intelligence.

Spostare l’analisi delle informazioni sensibili dal SEAE al Segretariato Generale della Commissione significa prosciugare il potere dell’Alto Rappresentante e trasformare la Presidenza della Commissione in un vero e proprio “gabinetto di guerra”. Un comando operativo che risponde a una sola persona. L’unica donna al comando, come sottolinea cinicamente qualcuno.

I FANTASMI, TRA SOVRANITÀ E SCANDALI

Ci sono diversi punti da tenere in considerazione. Il primo è il muro degli Stati membri. L’intelligence è il luogo più intimo della sovranità nazionale dei singoli stati, l’ultimo santuario che i governi custodiscono con gelosia paranoica.

L’idea di condividere le informazioni più preziose con una struttura sovranazionale che fa capo a un’unica donna al comando è un anatema per molte capitali. La storia della condivisione di intelligence in Europa, iniziata faticosamente dopo l’11 settembre, è una storia di riluttanza e diffidenza.

È probabile, se non certo, che le principali agenzie nazionali si opporranno a quello che percepiscono come un tentativo di esproprio.

Il secondo fantasma è proprio Ursula von der Leyen, perché come si può affidare la gestione dei segreti più oscuri del continente a una leader il cui operato è già segnato da ombre pesanti e condotte tutt’altro che trasparenti?

Le accuse contenute nel saggio “UrsulaGates” non sono pettegolezzi, ma questioni concrete che hanno già superato il vaglio della magistratura, per la gestione opaca dei contratti sui vaccini Pfizer, con miliardi di euro negoziati via SMS.

C’è una condanna della Corte di Giustizia Europea per mancanza di trasparenza e c’è un rapporto disinvolto con le lobby. E, soprattutto, c’è il paradosso di un controllo di fatto sulla Procura Europea (EPPO), l’organismo che, in teoria, dovrebbe indagare proprio su queste vicende.

Affidarle anche un servizio segreto, per quanto piccolo, è come dare le chiavi di un arsenale a chi è già sospettato di non rispettare le regole di ingaggio.

Di fatto, si dimostra sempre di più come si stia costruendo un’oligarchia, un potere esecutivo che si pone al di sopra di ogni controllo che vorrebbe scrivere il futuro dell’Europa.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

PERCHÉ L’EUROPA VA SCIOLTA E RICOSTRUITA

In Europa si aggira un fantasma che non è lo spettro del terrorismo. Non è nemmeno il comunismo, ma la carcassa esangue del sogno di Ventotene.

Quella visione di un continente unito nel nome della pace, del diritto e della prosperità allargata.

Un’utopia sorta sulle ceneri di due guerre mondiali e portata avanti da uomini come Altiero Spinelli, che avevano visto e vissuto l’abisso, perciò avevano giurato di non tornarci mai più.

Oggi, quel giuramento è infranto dai loro figli e nipoti, che l’abisso non l’hanno vissuto, ma si fanno ingolosire dagli stessi meccanismi di soldi e potere che portarono alle grandi guerre.

L’UE, o ciò che ne resta, ha smarrito la propria bussola morale e si è trasformata nell’esatto contrario della sua promessa fondativa. È diventata un’entità che parla di pace armando una guerra per procura; che predica la democrazia mentre si affida a comitati opachi e a tecnocrazie di non eletti; che si erge a baluardo della libertà mentre soffoca il dissenso e impone una narrazione unica.

Viene il sospetto che l’Europa della democrazia e della pace fosse un bluff fin dall’inizio, che non fosse altro che un magnifico simulacro. Un’abile costruzione propagandistica, un velo di ideologia steso sopra un progetto occulto, economico e geopolitico, funzionale agli equilibri di potere decisi altrove, oltre l’Atlantico, all’indomani del 1945.

Un’illusione data in pasto a generazioni di cittadini per renderli docili consumatori di un mercato comune, il più grande mercato al mondo per gli USA, e, ora, docili contribuenti di uno sforzo bellico. Perché quel mercato si era aperto troppo ad altre economie, Cina e Russia in testa.

L’UCRAINA, DOVE LA VIRTÙ DIVENTA DERIVA

La guerra in Ucraina è stata lo spartiacque, il Rubicone oltre il quale ogni finzione è crollata.

L’aggressione della Federazione Russa è, e rimane, un atto brutale, un’inaccettabile violazione del Diritto internazionale. Punto.

Ma non si possono affrontare le crisi senza domandarsi da cosa siano state generate.

Non si può ammonire la Russia se per anni la NATO ha disatteso ogni promessa di allargamento a Est. Non si può pretendere che Mosca ristetti il diritto, quando la NATO ha invaso l’Iraq sulla base di una fake news della CIA e bombardato il Kosovo senza alcun mandato ONU.

Non si può dare a Putin del dittatore sanguinario, quando altri dittatori sanguinari possono commettere genocidi e si licenziano giornalisti che fanno domande scomode. Non a Mosca, ma a Roma, come accaduto a Gabriele Nunziati.

Inoltre, è proprio la gravità dell’atto di aggressione russo a richiedere una risposta intelligente e strategica, non di fervore ideologico.

La politica, quella con la “P” maiuscola, ha il dovere di guardare oltre l’orizzonte dell’indignazione da bar, per scorgere le conseguenze a lungo termine delle proprie scelte.

Ma ha scelto la via più facile, la più sterile, la meno intelligente Ha scelto l’illusione di una vittoria totale che sarebbe impossibile da ipotizzare persino dalla propaganda di Hollywood.

Sin dal primo giorno del 2022, l’asimmetria delle forze in campo era un dato fattuale, non un’opinione.

Chiunque, dotato di una conoscenza basilare di storia militare, economia e geopolitica, poteva comprendere che l’ipotesi di una sconfitta strategica di una superpotenza nucleare come la Russia sul proprio confine, per mano di una nazione non nucleare e materialmente dipendente, era pura idiozia.

L’ho scritto, l’ho detto, l’ho analizzato in ogni sede. Fui tacciato di disfattismo, di essere un “putiniano”, l’insulto standardizzato per chiunque osi profanare l’altare della propaganda.

Tuttavia, mentre cantori del potere parlavano di “contrattacco imminente”, “sanzioni dirompenti” e “crollo del regime di Putin”, i fatti e il tempo mi davano ragione. A me e a quei pochi tacciati di vicinanza con Mosca, ma la cui unica vicinanza era ai libri di storia e non ai dispacci delle notizie ottriate dall’alto.

Ricordate “Lo sbarco in Lombardia”, errore ripetuto dai Tg di diverse emittenti televisive italiane?

Basta quello a dimostrare come le notizie abbiano chi scrive copioni ripetuti a pappagallo, copioni che dimostrano la deriva dell’informazione, che serve a mascherare la deriva politica dell’Unione.

L’ARCHITETTURA DEL POTERE: OLIGARCHI, IMPERI E MERCANTI

E chi guida questa deriva?

Non di certo i popoli europei, che in ogni tornata elettorale di questi ultimi anni hanno premiato le forze contrarie a riarmi e guerre.

Loro pagano solo il conto, in bollette, inflazione e servizi sociali tagliati per finanziare gli arsenali.

A guidare la deriva è una casta di funzionari non eletti, intrecciata con lobby industriali e finanziarie, tutta gente che vede nella guerra un’opportunità, non una tragedia. Un’oligarchia che risponde a logiche di potere e profitto, non al mandato popolare.

In questa desolante coreografia, si fa strada la Gran Bretagna. Una nazione che ha divorziato dall’Unione con un atto di auto-proclamata sovranità, per poi rientrare dalla finestra come il più zelante suggeritore di una politica estera aggressiva.

Non è un paradosso, ma la coerente prosecuzione della sua dottrina storica: impedire l’emergere di una potenza egemone sul continente europeo e mantenere la Russia in uno stato di perenne debolezza.

L’obiettivo, mai mutato dai tempi del “Grande Gioco” in Asia centrale, è quello di frammentare il gigante eurasiatico, per poter accedere, con il consueto spirito predatorio del colonialismo mercantilista, alle sue sterminate risorse naturali.

L’Ucraina è solo una pedina sacrificabile. L’Europa è la scacchiera.

IL PREZZO DELLA FOLLIA: UN CONTINENTE IN GINOCCHIO

Il bilancio di questa colossale miopia strategica è sotto gli occhi di tutti. È un bollettino di guerra che non troverete nei telegiornali.

Abbiamo un’Ucraina martoriata, trasformata in un fronte permanente, con perdite umane che segneranno la sua demografia per un secolo. Una Russia logorata ma non sconfitta, anzi, rinsaldata nel suo nazionalismo e pienamente riconvertita a un’economia di guerra.

Arsenali occidentali svuotati. Miliardi di euro, che avrebbero potuto finanziare la transizione ecologica, la sanità, l’istruzione, bruciati sull’altare di un conflitto senza vittoria.

E soprattutto, abbiamo un’Europa più debole, più divisa, più dipendente militarmente dagli Stati Uniti e più vulnerabile economicamente.

Abbiamo sacrificato la nostra autonomia strategica in cambio di una pacca sulla spalla da Washington. Un pessimo affare, da qualunque prospettiva lo si guardi.

Gli oligarchi al potere dell’Europa, dopo aver rifiutato ogni via negoziale, oggi tornano a sussurrare di accordi che ricalcano le bozze discusse a Istanbul nei primi mesi del conflitto.

Quegli accordi che vennero stracciati e rifiutati, a cominciare da Boris Johnson, ma che avrebbero salvato decine di migliaia di giovani ucraini.

Se così fosse, il giudizio della Storia sarà impietoso. Avremo perso centinaia di migliaia di vite per tornare al punto di partenza.

LA LEZIONE IGNORATA DELLA STORIA

Purtroppo, molti politici, tanti giornalisti e analisti sembrano aver dimenticato la lezione che la sterminata pianura russa ha impartito a ogni impero che abbia osato sfidarla. Dalla Confederazione polacco-lituana a Napoleone, dall’Impero svedese a Hitler, tutti si sono schiantati contro la profondità, la strategia e la capacità di sacrificio di quel popolo.

Pensare di riuscire oggi, con sanzioni e missili a lungo raggio, dove hanno fallito la Grande Armée e la Wehrmacht, è delirio di onnipotenza. E di incompetenza.

Il paradosso è che i più ferventi sostenitori di questa escalation, gli stessi che fino a ieri sventolavano arcobaleni e parlavano di “Europa dei popoli”, sono gli ultimi a non volere la pace, proprio ora che, sottotraccia, Washington e Mosca cercano di ricucire un dialogo per evitare l’apocalisse.

Sono più falsi di una moneta da tre euro.

RIPENSARE LA PACE

Questa Unione Europea deve fallire.

Non per un desiderio di distruzione, ma per una necessità di sopravvivenza degli europei. E non solo degli europei.

La sua struttura oligarchica, la sua deriva autoritaria mascherata da burocrazia, la sua vocazione guerrafondaia, la rendono un pericolo per i cittadini che afferma di proteggere.

Il futuro non può essere un superstato centralizzato che ci trascina in guerre non nostre. Il futuro deve tornare nelle mani di Stati veramente sovrani, capaci di collaborare su basi paritetiche, di cooperare per obiettivi concreti: il benessere economico, la sicurezza energetica, la stabilità sociale. LA PACE!

La geopolitica NON DEVE ESSERE un’arena di gladiatori, di droni e missili. Può e DEVE diventare un processo evolutivo di coscienza collettiva.

La pace non è un intervallo tra due guerre, MA UNA FORMA SUPERIORE DI INTELLIGENZA.

È la capacità di comprendere che il nostro destino è interconnesso e che la distruzione di un altro, alla fine, non è che un suicidio più elaborato.

Finché non supereremo il paradigma della forza come arbitro ultimo delle relazioni internazionali, non faremo che ripetere gli stessi errori, ma con armi sempre più definitive.

La vera vittoria non è sconfiggere un nemico, ma rendere il nemico superfluo attraverso l’intelligenza.

E anche cominciare a rispettare per primi il Diritto internazionale, essere equi e giusti con tutti, e comprendere le ragioni dell’altro, non guasterebbe.

Questa è l’unica lezione che conta. Ed è la lezione che l’Europa di oggi ha scelto, deliberatamente, di dimenticare. O di ignorare.

IL PARADOSSO DELLA LEALTÀ E LA POLITICA ENERGETICA EUROPEA CHE FARÀ FUGGIRE ANCHE GLI IMPRENDITORI

Un interruttore si spegne in una fabbrica del Veneto, un altro in Lombardia. Un silenzio innaturale cala su un distretto ceramico emiliano.

Non si tratta di una crisi contingente, ma di una scelta politica dei palazzi di Bruxelles che mina il tessuto produttivo italiano con una precisione chirurgica che sfugge alla narrazione ufficiale.

La crisi energetica italiana non è solo una conseguenza della guerra, ma è il risultato di una solidarietà europea a geometria variabile, un gioco spietato in cui l’Italia, fedele e disciplinata, sta pagando il prezzo più alto come il Fantozzi di turno.

IL PATTO ATLANTICO E IL SUO PREZZO INVISIBILE

La decisione è stata presa.

Il cordone ombelicale con il gas russo, che per decenni ha alimentato a basso costo l’industria del Vecchio Continente, doveva essere reciso. Un atto di coesione morale e strategica contro l’aggressione, sigillato da un nuovo, monumentale patto con gli Stati Uniti che costringerà i nostri figli a immaginare un futuro al di fuori dall’Italia in maniera ben più potente di quanto non avvenga già oggi: un acquisto da 750 miliardi di dollari di Gas Naturale Liquefatto.

Perché l’Europa ha scelto il suo campo. Ha scelto di sacrificarsi per il bene dell’impero americano, accettando di pagarne il prezzo.

Un prezzo che sapevamo sarebbe stato alto. Il GNL americano, per sua natura logistica e di mercato, costa molto di più rispetto a quello russo.

In pratica, l’Europa ci consente di avere solo la Fiat e non più la Renault, ma la Panda la paghiamo come una Mercedes di fascia alta.

Inizialmente, la promessa era quella di un sacrificio condiviso, di un fronte unito dove il fardello sarebbe stato distribuito equamente.

Tutte balle.

FIGLI E FIGLIASTRI: LA GEOMETRIA VARIABILE DELLA SOLIDARIETÀ EUROPEA

Mentre le aziende italiane vedevano i loro costi energetici triplicare, mettendo in ginocchio interi settori, una realpolitik silenziosa e pragmatica si faceva strada nella realtà.

La Germania, motore industriale d’Europa, otteneva una proroga di sei mesi per la sua strategica raffineria PCK Schwedt, di proprietà russa, scongiurando una crisi energetica per Berlino e garantendo al suo sistema produttivo un ossigeno che a noi veniva negato. Un atto di autoconservazione nazionale mascherato da necessità tecnica.

L’Ungheria di Orbán si assicurava un’esenzione di un anno, di fatto isolandosi dalle conseguenze più devastanti dell’embargo. E con essa, anche Slovacchia, Bulgaria e Romania, consapevoli della propria dipendenza strutturale, hanno iniziato a tessere le proprie reti di sicurezza.

Il principio del “chi figli e chi figliastri” non è un modo di dire dialettale, ma la perfetta fotografia di una Unione Europea dove l’adesione ai principi comuni è direttamente proporzionale alla capacità di un Paese di assorbirne i costi senza collassare.

Per chi, come la Germania, ha le spalle larghe, il rigore è un’opzione flessibile. Per l’Italia, la cui spina dorsale manifatturiera è tanto vitale quanto fragile, il rigore è diventato un cappio.

L’INDUSTRIA ITALIANA AL BIVIO: COMPETERE AD ARMI IMPARI

L’asimmetria dei costi energetici non è un mero tecnicismo contabile e nemmeno una seccatura di poco conto, ma è uno stiletto che uccide la manifattura italiana.

Immaginate un’azienda metalmeccanica di Brescia o una che fabbrica piastrelle in Emilia Romagna.

Queste realtà non competono solo con la Cina e la Turchia, ma anche con un’azienda tedesca della Ruhr che, grazie a un’eccezione, paga l’energia circa il 30% in meno.

Il prodotto italiano non ha una qualità minore e non è frutto di minore ingegno, ma è semplicemente, e tragicamente, più costoso da produrre. Di conseguenza, ha meno mercato.

Non è concorrenza. È una condanna. È come gareggiare nei 100 metri piani, ma costretti a indossare degli scarponi da marine anziché scarpini da atletica.

Stiamo assistendo a un trasferimento involontario di competitività industriale dal Sud al Nord Europa, orchestrato dalle stesse regole che avrebbero dovuto garantirci un mercato unico e leale.

Grazie all’Europa, le nostre PMI non stanno chiudendo per le dinamiche del mercato, ma perché il campo da gioco è stato deliberatamente inclinato a nostro svantaggio.

QUANDO IL DIBATTITO DIVENTA TABÙ

Perché non se ne parla di questo problema?

La narrazione egemonica si è concentrata sulla “russofobia”, un imperativo morale che rende ogni discussione sui costi e sulle conseguenze un atto di eresia.

Perciò, se l’imprenditore italiano lamenta la truffa in atto ai suoi danni, viene tacciato di essere putinano.

Il perimetro del dicibile si è ristretto a tal punto che un giornalista, per aver posto una domanda legittima a Bruxelles sulla disparità dei danni di guerra nel mondo, è stato licenziato.

Perché, ormai, il giornalismo vero lo facciamo in pochi. Gli altri, compresi i nomi altisonanti, fanno politica. È la gestione strategica del silenzio per dare ragione a chi comanda. Sempre e comunque.

Creare un nemico esterno monolitico e demonizzato è una tecnica antica per mascherare le contraddizioni interne e le ingiustizie. Una tecnica tipica di qualunque dispotismo, di qualsiasi dittatura.

Distogliere lo sguardo dalla bolletta insostenibile di una famiglia italiana per puntarlo incessantemente sulla colpa morale di un avversario geopolitico è un’operazione di ingegneria del consenso tanto efficace quanto letale per la nostra consapevolezza economica.

Puntare il dito contro Mosca evita di ragionare sui danni causati alle imprese italiane dalle politiche ingiuste e disomogenee di Bruxelles.

OLTRE LA CRISI: QUALE FUTURO PER UN’EUROPA A DUE VELOCITÀ?

Ci stiamo avviando verso un’Europa a due velocità che i paesi del Nord auspicano da anni.

Un nucleo di nazioni pragmatiche che proteggono le proprie industrie e una periferia di Paesi “leali” destinati a un lento e inesorabile processo di deindustrializzazione.

Tutto orchestrato per puntare sui campioni industriali del Centro e del Nord Europa, lasciando all’oblio i paesi del Sud.

La nostra fedeltà alla causa comune, priva di una strenua difesa dei nostri interessi nazionali, rischia di essere la nostra rovina.

Considerando anche una natalità tra le più basse al mondo e la fuga di tantissimi giovani, che queste politiche europee accelereranno ancora di più, l’industria e la manifattura italiana rischiano l’estinzione.

E la fuga oltre confine sarà anche di chi fa impresa.

Se aggiungiamo anche le nuove rotte strategiche delle merci in Asia, che isolano l’Europa, il quadro è ancora più tragico e desolante. (Come puoi leggere nel primo articolo consigliato in calce a questo.)

Perché l’interruttore spento in quella fabbrica veneta non è solo un costo economico, ma è soprattutto un pezzo di futuro che se ne va. È il simbolo di un’intera nazione che sta scoprendo, nel modo più duro, che in questa Europa il prezzo della lealtà è la propria irrilevanza.

E nessuno potrà dire che non eravamo stati avvertiti.

IL MONDO SCEGLIE ALTRE STRADE E CONDANNA L’EUROPA A ESSERE UNA MALINCONICA PERIFERIA

Due immagini prendono a schiaffi l’Europa.

Nella prima, la stretta di mano alla Casa Bianca tra Donald Trump, l’incarnazione del pragmatismo brutale americano, e Viktor Orban, il ribelle d’Europa.

L’oggetto del contendere sono petrolio e gas russi.

Orban li definisce una “realtà fisica”. Trump annuisce. Perché nella geopolitica, la realpolitik ha sempre la precedenza sulle dichiarazioni di principio.

Nella seconda immagine, rileviamo il fischio di un treno. Ma non un treno qualunque, bensì il primo convoglio merci che da Mosca, attraversando deserti e steppe dell’Asia Centrale, arriva in Iran.

Non trasporta solo decine e decine di container, ma il futuro. È il primo vagito di un’infrastruttura colossale, il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), un serpente d’acciaio lungo 7.000 chilometri destinato a collegare San Pietroburgo a Mumbai, bypassando l’Europa, i suoi porti, i suoi canali, le sue regole. Le sue sanzioni.

La sua economia. Di fatto un corridoio che isola l’Europa da buona parte di Asia.

Questi non sono due eventi separati, ma rintocchi di una stessa campana a morto. Quella che suona per l’Europa.

LA GRANDE ILLUSIONE: QUANDO LA MORALE DIVENTA UNA GABBIA DORATA

La progressiva trasformazione della politica europea in un esercizio di autocompiacimento narrativo sta producendo disastri e danni di proporzioni atomiche.

Bruxelles non governa più la realtà e produce comunicati stampa su come la realtà dovrebbe essere. I suoi leader vivono su un mondo parallelo, che non esiste. Sono rimasti nella dimensione di Joe Biden e dei suoi amici immaginari.

L’Europa ha costruito se stessa su democrazia, diritti, sostenibilità, ma si è chiusa dentro una bolla, convinta che il resto del mondo sarebbe venuto in pellegrinaggio.

Una bolla in cui quegli stessi diritti democratici non sono più garantiti. Non se poni domande scomode e non ti allinei ai pensieri dominanti, come accaduto a Ranucci, a Baldan e a Nunziati.

Una bolla in cui vige la censura dolce, per cui, se poni domande scomode e pubblichi inchieste che non piacciono a chi comanda, ti licenziano, ti bruciano l’auto, ti chiudono tutti i conti.

Ma il mondo non è venuto in quella bolla. Ha semplicemente costruito altre strade sul mondo reale.

L’incontro Trump-Orban è la crepa che svela l’ipocrisia del sistema. Mentre la leadership europea si flagella per ogni metro cubo di gas ancora acquistato, condannando l’Ungheria come un eretico, il presidente americano liquida la questione con una scrollata di spalle.

Perché Trump, come ogni imprenditore che non ragioni come Kallas o von der Leyen, sa che il bilancio viene prima del comunicato stampa.

Orban non sta facendo un’affermazione ideologica in stile Commissione europea, ma sta leggendo una riga del suo conto economico nazionale. La dipendenza dal gas russo non è un’opinione, ma un dato di fatto. È una “realtà fisica” incontrovertibile.

L’Europa, invece, ha scelto di abitare in una “realtà normativa” in cui le norme sono stabilite senza logica e senza tenere conto della realtà del mondo e dei fatti.

Un luogo incantato dove le sanzioni dovrebbero funzionare per decreto, dove le supply chain si riorganizzano con la forza della volontà e dove la Russia dovrebbe crollare sotto il peso della nostra indignazione.

È un’illusione confortante che dimostra tutta l’incompetenza della leadership europea.

Perché le fabbriche non funzionano con le illusioni. Le famiglie non pagano le bollette con l’indignazione.

La realtà non si cambia perché Kallas e von der Leyen lo impongono.

L’AUTOSTRADA DELLA SETA D’ACCIAIO CHE UCCIDE LE IMPRESE EUROPEE

E mentre l’Europa discute di etica, la Russia e l’Iran costruiscono ferrovie.

Pensateci.

Il Corridoio Nord-Sud non è solo una rotta commerciale alternativa, ma un bypass cardiaco impiantato nel corpo dell’economia globale per escludere un’arteria malata: l’Europa.

Un corridoio che costa il 30% in meno rispetto a passare per Suez. È più veloce di 20 giorni. E, soprattutto, è a prova di sanzioni. È un ecosistema chiuso, autosufficiente, che collega un fornitore di materie prime (Russia) con un hub manifatturiero e tecnologico (India) attraverso un corridoio strategico (Iran, Asia Centrale).

Cosa significa questo per un’azienda europea?

Significa la morte perché i medici a cui si è rivolta sono ciarlatani.

Significa che un’azienda manifatturiera tedesca, che già lotta con costi energetici folli a causa di politiche miopi, dovrà competere con un’azienda indiana che riceve materie prime e componenti a un costo logisticamente inferiore del 30% e con tempi di consegna dimezzati.

Significa che il porto di Rotterdam o di Amburgo, un tempo fulcro del mondo, diventeranno progressivamente stagni secondari, mentre il traffico merci globale si sposta sulle rotte caspiche e persiane.

Significa che l’imprenditore italiano che produce macchinari d’eccellenza si troverà tagliato fuori da mercati in crescita esponenziale, perché le nuove autostrade del commercio non passano più dal suo giardino.

L’Asia sta costruendo il futuro del mondo. Un futuro in cui l’Europa sarà il nuovo deserto economico.

Questa non è una previsione. È matematica. Ogni container che viaggia su quei binari è un chiodo sulla bara della competitività europea. Noi abbiamo offerto al mondo i nostri valori. Loro hanno offerto un prezzo migliore.

Indovinate cosa sceglie il mercato?

L’ISOLAMENTO NON È UNA POLITICA. È UNA CONSEGUENZA.

L’Europa, nel suo sforzo di isolare la Russia, sta realizzando il proprio perfetto isolamento. Ha trasformato la propria geografia, un tempo un vantaggio strategico che la poneva al centro delle rotte mondiali, in una debolezza. È diventata un’isola normativa in un oceano di pragmatismo.

Il problema non sono le decisioni in sé. Le sanzioni possono essere uno strumento legittimo. Il problema è l’assenza di una visione strategica su ciò che accade dopo. È il non conoscere la situazione reale del mondo e il posto sempre più isolato e di poco conto dell’Europa.

Cosa facciamo quando l’avversario non si limita a subire, ma reagisce costruendo un sistema alternativo che ci rende irrilevanti?

Di certo, la risposta non può essere rendere più difficile i visti sui passaporti russi. Perché, se scegli di imbarcare disperati che chiedono sussidi e neghi l’ingresso a turisti e manager che portano soldi, non sei solo incompetente, ma un pazzo criminale da arrestare per alto tradimento.

La risposta di Bruxelles è stata più burocrazia, più simile a quella del pazzo criminale, più regolamentazione, più dichiarazioni di principio. È come cercare di fermare un treno in corsa applicando il codice della strada.

Quello che stiamo osservando non è solo uno spostamento di assi geopolitici, ma sta avvenendo qualcosa di più profondo, di più umano. È la storia di un continente che, ubriaco della propria superiorità morale e culturale, ha dimenticato le regole fondamentali della sopravvivenza economica e strategica.

Ha dimenticato che il potere non deriva da ciò che dici, ma da ciò che controlli: rotte, risorse, tecnologia.

E mentre noi controlliamo sempre meno, altri costruiscono e fanno in modo che controlliamo ancora meno.

E il fischio di quel treno, in lontananza, non è solo il suono del commercio, ma la sinfonia del futuro.

Un futuro in cui, per le nostre aziende e per i nostri figli, l’Europa sarà solo una irrilevante periferia.

Fonti:

Ecco la lista delle fonti con i relativi link per la notizia sul primo treno merci russo diretto in Iran e il corridoio di trasporto Nord-Sud:

  1. Agenzia Nova – Iran: arrivato ad Aprin primo treno merci dalla Russia
    https://agenzianova.com/iran-arrivato-ad-aprin-primo-treno-merci-dalla-russia/
  2. Green Report – La rotta alternativa al Canale di Suez che passa da Iran e Asia centrale
    https://greenreport.it/la-rotta-alternativa-al-canale-di-suez-che-passa-da-iran-e-asia-centrale/
  3. ICE Italia – La Russia avvia la costruzione del corridoio di trasporto chiave dell’Iran
    https://ice.it/it/news/russia-avvia-la-costruzione-del-corridoio-di-trasporto-chiave-delliran
Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GUERRA DEI DUE VOLTI, IL COLLASSO UCRAINO E IL FANTASMA CHE RIARMA L’EUROPA

Mentre il fronte di Kiev si sbriciola sotto la pressione russa e la popolazione gela al buio, l’Occidente viene nutrito con la narrazione di una minaccia imminente per giustificare un riarmo da migliaia di miliardi.

Le due verità, però, non possono coesistere. Si tratta di una dissonanza cognitiva orchestrata, la più grande operazione di ingegneria del consenso dai tempi della Guerra Fredda.

C’è una verità che si misura in metri di fango conquistati e un’altra che si misura in miliardi di euro stanziati, due realtà parallele, due narrazioni inconciliabili che definiscono oggi il più grande conflitto sul suolo europeo dal 1945.

Da un lato, il gelo e il caos di un’Ucraina al collasso. Dall’altro, il rimbombo mediatico di una Russia pronta a invadere la NATO, ma senza che ci diano un motivo che non sia quello proposto da un eroe da grappino al bar.

“Domani.”

Una parola sola, lapidaria, pronunciata da un generale tedesco. La Russia potrebbe lanciare un attacco su scala ridotta contro un paese NATO. Domani. E un attacco su larga scala entro il 2029.

Questa affermazione, se non fosse tragica, rasenterebbe il ridicolo. Una comicità fantozziana.

È un capolavoro di comunicazione strategica, mirato a scuotere le coscienze e, soprattutto, ad aprire i portafogli. Ma cozza violentemente, brutalmente, contro la realtà che emerge dal campo di battaglia ucraino e dall’effetto “dirompente” delle nostre sanzioni.

Per comprendere questa dicotomia, dobbiamo sporcarci gli stivali e andare lì, dove la guerra è fatta di carne e acciaio, non di conferenze stampa e propaganda.

LA VERITÀ DAL FANGO: IL FRONTE UCRAINO AL COLLASSO

Le notizie che filtrano, persino da fonti ucraine come il blog DeepState, descrivono uno scenario apocalittico. I russi avanzano. Hanno preso Pavlivka. Stringono d’assedio Pokrovsk, un nodo strategico la cui caduta rappresenterebbe per Mosca il più grande successo militare da mesi, forse anni e indicherebbe la sconfitta definitiva per l’Ucraina.

La situazione per le truppe di Kiev è disastrosa.

E non lo scrivo io. Lo urlano i fatti.

Si parla di rinforzi inviati allo sbaraglio, di unità diverse, esercito, guardia nazionale, polizia militare, gettate nella mischia senza un briciolo di coordinamento. Tanto per fare numero perché non si sa più chi mandare.

Un caos totale. Un sacrificio umano consumato sull’altare della propaganda, con il solo, disperato obiettivo di dimostrare agli sponsor occidentali che si sta combattendo ancora. Che c’è ancora speranza. Che la resistenza continua.

Ma quale resistenza?

Mentre i soldati muoiono in trincee sguarnite, il resto del Paese è al buio. Letteralmente. I bombardamenti russi hanno devastato la rete energetica in modo sistematico, chirurgico. Intere regioni sono soggette a blackout controllati che durano 10, 12 ore al giorno.

Immaginate cosa significhi?

È la conservazione del cibo che diventa impossibile. È l’acqua che smette di scorrere. Sono gli ospedali che faticano a operare.

È una crisi umanitaria silenziosa, che si consuma nel freddo e nell’oscurità, lontana dalle telecamere che preferiscono immortalare la stretta di mano di un leader in felpa che stringe mani e scatta foto in cerca di soldi e di ulteriori armi.

Eppure, dai palazzi di Kiev, la narrazione ufficiale nega.

Nega l’accerchiamento. Nega il collasso. Nega la disperazione.

Si continua a chiedere armi e aiuti, certo, ma dipingendo un quadro di tenace e quasi eroica resistenza che i rapporti dal campo smentiscono ogni giorno.

IL NEMICO ALLE PORTE: LA FABBRICA DELLA PAURA E IL RIARMO EUROPEO

Ed è proprio qui, nel punto di massima debolezza dell’esercito ucraino e di massima fragilità dello Stato, che si innesta la seconda, paradossale narrazione. Quella per noi. Per l’opinione pubblica europea e americana.

La Russia, quella stessa Russia che impiega mesi per conquistare un villaggio fantasma, quella che secondo le fonti di Kiev perde quasi mille uomini al giorno, cioè 360000 uomini all’anno, quindi oltre 1 milione di uomini dall’inizio della guerra, quella che combatte solo armata di pale e ha i carri armati tenuti insieme da microchip smontati dalle lavatrici ucraine, sarebbe pronta ad attaccare l’alleanza militare più potente della storia.

E lo farebbe domani.

Ma questa è una sciocchezza ci proporzioni galattiche. Non è un’analisi degna di considerazione, ma solo la costruzione del nemico. Un’operazione psicologica su vasta scala per creare un senso di urgenza, di minaccia esistenziale. Una minaccia che, guarda caso, richiede una sola, costosissima risposta: il riarmo.

Gli annunci si susseguono, le scadenze cambiano, a seconda dei giorni, degli umori e delle voci, – 2026, 2027, 2029, 2030 – ma il messaggio di fondo resta identico.

Dobbiamo prepararci. Dobbiamo spendere.

Mark Rutte, che fino all’altro ieri lamentava la soverchiante capacità produttiva russa, oggi cambia spartito e dichiara trionfante che la NATO ha già superato Mosca nella produzione di munizioni.

Applausi a scena aperta.

Le nuove linee di produzione sono state aperte, ci dicono. Decine di nuove fabbriche. Stiamo producendo più che negli ultimi decenni.

Ma la contraddizione logica è palese, anche se viene ignorata. Se l’esercito russo è così inefficiente e logorato in Ucraina, come può rappresentare una minaccia credibile per la NATO? Se è così logorato, perché aprire nuove fabbriche di armi?

E se, al contrario, è così forte da minacciare la NATO, come mai l’Ucraina non ha ancora perso? Oppure, ribaltando il punto di vista: se la NATO è in grado di contenere la forza della Russia, come mai non ha ancora vinto in Ucraina, con i Patriot, i carri armati i satelliti, gli F16?

Insomma, da qualunque punto di vista, la narrazione della propaganda occidentale fa acqua da tutte le parti.

SEGUIRE I SOLDI: DALLO SVILUPPO ALLA DIFESA, LA GRANDE RIALLOCAZIONE

Ce lo ha insegnato Giovanni Falcone che la risposta si trova seguendo il flusso del denaro.

Ed è qui che il quadro diventa cristallino. La “triade europea” – Commissione, Consiglio, Parlamento – si è già accordata per riassegnare fondi precedentemente destinati allo sviluppo dei paesi membri.

Verso dove? Verso progetti di “dual use”, un elegante eufemismo per indicare tecnologie e materiali che servono tanto al civile quanto, e soprattutto, al militare.

Stiamo parlando di centinaia di miliardi di euro. Stiamo parlando di portare la spesa militare al 5% del PIL, una cifra che prosciugherebbe le risorse per sanità, istruzione e welfare e cancellerebbe l’economia sussidiaria per tornare a un’economia mercantilistica. Quella che ha condotto l’Europa alla Prima e alla Seconda Guerre Mondiali.

La guerra in Ucraina, o meglio, la narrazione della guerra in Ucraina, è diventata il più grande pretesto della storia moderna per un massiccio trasferimento di ricchezza pubblica verso il complesso militare-industriale.

L’armata russa “rotta”, che non riesce a vincere in Ucraina, diventa, per magia della propaganda, un’orda inarrestabile pronta a varcare i confini della Polonia. E l’unica salvezza è comprare più carri armati, più caccia, più proiettili.

Ovviamente, in gran parte dagli USA. Vuoi mettere?!

TRA REALTÀ E NARRAZIONE: L’EUROPA SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO

Siamo intrappolati in un paradosso letale.

La sofferenza reale del popolo ucraino, la distruzione del Paese, il sacrificio dei suoi giovani e meno giovani mandati al macello in una guerra ormai insostenibile, vengono usati come carburante per alimentare una macchina propagandistica che ha un solo obiettivo: giustificare una spesa militare senza precedenti.

Non si parla più di pace. La diplomazia è una parola dimenticata, roba da complottisti e putiniani, quasi un’eresia.

L’unica soluzione proposta è l’escalation: più armi all’Ucraina per prolungare la sua agonia e più armi a noi per prepararci a una guerra che, a detta degli stessi leader, è inevitabile.

La vera minaccia per gli europei e per gli italiani non è l’orso russo alle porte, azzoppato e sanguinante. La vera minaccia è questa pericolosa dissociazione dalla realtà dei nostri leader, europei e italiani, la loro volontà di ignorare il collasso dell’Ucraina per inseguire i fantasmi di una guerra futura.

E mentre noi discutiamo su quando e come la Russia ci attaccherà, ma mai sul perché dovrebbe farlo, con quale obiettivo, con quali mezzi e quali soldi, c’è un intero popolo che, semplicemente, sta morendo di freddo, di fame e di bombe.

Oggi.

Non domani e non nel 2029 o nel 2030.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

VOLEVANO RECLUTARE ANCHE LA GUARDIA DEL CORPO DI ANGELINA JOLIE

Angelina Jolie, si è recata a Kherson in qualità di Ambasciatrice di Buona Volontà delle Nazioni Unite, per una missione umanitaria.

Il copione era perfetto, tra sorrisi ai bambini, visita a un ospedale e la narrazione della resilienza ucraina.

Poi, la realtà si è dissolta in maniera brutale, goffa e inesorabile.

Uno dei suoi bodyguard è stato prelevato con la forza a un posto di blocco, trascinato in un centro di reclutamento per spedirlo a morire al fronte.

Si è trattato di un errore?

No, è l’immagine plastica di un apparato militare così disperato, così affamato di uomini, da agire in modo automatico e indiscriminato, quasi cieco.

L’episodio si è risolto solo quando l’attrice di Hollywood è intervenuta di persona. Ma, se lei non fosse stata Angelina Jolie, attrice famosissima e, soprattutto, statunitense, quell’uomo sarebbe stato spedito al fronte poiché di origini ucraine.

Un episodio che è una crepa che si apre nella facciata accuratamente costruita di un’Ucraina efficiente e in pieno controllo, mentre affonda nel caos operativo che si cela dietro il sipario mediatico.

Se questo è il livello di coordinamento durante un evento ad altissima visibilità internazionale, cosa accade realmente per le strade ucraine e nell’ombra delle trincee, dove le telecamere non arrivano e dove non possono intervenire star hollywoodiane?

La risposta è Pokrovsk.

IL BUCO NERO STRATEGICO DI POKROVSK

Mentre i media si dilettavano con la disavventura della guardia del corpo di Angelina Jolie, a centinaia di chilometri a est, la stessa disorganizzazione e la stessa negazione della realtà stavano consumando una tragedia ben più vasta.

La città è sempre più inghiottita. Fonti militari russe e think tank occidentali come l’ISW concordano sulla tattica messa in atto dall’esercito russo: una lenta, quanto inesorabile manovra a tenaglia per strangolare la città tagliando ogni via di rifornimento.

Le forze russe avanzano, stabiliscono posizioni di fuoco, creano depositi logistici e si infiltrano progressivamente, chiudendo il cappio.

E Kiev? Nega.

Il comando ucraino, in una propaganda spettrale, tra le più disastrose del XX secolo, continua a smentire l’accerchiamento.

Lo Stato Maggiore parla di “attacchi respinti”, mentre le sue stesse mappe militari mostrano un corridoio di rifornimento ridotto a un sottile filo di pochi chilometri, costantemente bersagliato dall’artiglieria russa.

Beh, questa non sembra affatto una strategia difensiva, ma piuttosto il sacrificio deliberato di migliaia di soldati sull’altare di una narrazione. Si stanno lasciando a morire tanti soldati, pur di non ordinare loro il ritiro, per dare in pasto ai media occidentali un martirio emozionale su cui puntare per altre armi e altri soldi.

Quei giovani ucraini sono lasciati lì come carne da macello, come un sacrificio, in una posizione militarmente insostenibile, per poter dire di non aver ancora perso.

È un investimento fallimentare dove la valuta non sono i dollari, ma le vite umane di quegli ucraini che, invece, Zelensky e i suoi sostenitori dicono di voler salvare.

Si posticipa una sconfitta tattica al costo di una potenziale catastrofe strategica, perché ammettere la verità, per Zelensky è politicamente inaccettabile.

LA DIPENDENZA DALLA NARRAZIONE E L’INCUBO DELLA VERITÀ

Qui si svela la patologia dell’Ucraina e dei partner europei.

La leadership ucraina – e l’Europa – è prigioniera di una dissonanza cognitiva strategica, costretta a gestire due realtà inconciliabili.

La prima è quella interna, fatta di coscrizione forzata, perdite spaventose e un morale che inevitabilmente vacilla, con le famiglie ucraine sempre più contrarie al governo.

La seconda è la realtà di facciata, costruita per un’immagine patinata di eroismo e successo, un prodotto di marketing essenziale per mantenere aperto il flusso vitale di miliardi di dollari e armi dalla NATO.

La guerra, nella sua dimensione politico-economica, è diventata un’impresa il cui bilancio dipende dalla percezione degli investitori, ovvero i governi e le opinioni pubbliche occidentali.

Ammettere il crollo imminente di un nodo strategico come Pokrovsk equivarrebbe a un crollo del “valore azionario” del conflitto, rischiando di far dubitare i finanziatori sulla bontà del loro investimento.

Quale investitore vincola soldi su un asset destinato a fallire?

E così, per non perdere i finanziamenti di domani, si sacrificano gli uomini di oggi. Si nega la realtà sul campo per sostenere la finzione necessaria a Washington e, soprattutto, a Bruxelles.

DALLA NEGAZIONE SUL CAMPO ALL’ESCALATION GLOBALE

La narrazione, per sopravvivere, ha bisogno di un evento che cambi le regole del gioco. Ecco che il discorso si sposta, quasi per magia, sul piano nucleare. Si diffonde la notizia che gli Stati Uniti potrebbero riprendere i test atomici, un tabù infranto per la prima volta in decenni.

D’altronde, gli USA hanno bisogno di mostrare i muscoli dopo i test russi andati a buon fine sui missili ipersonici e a propulsione nucleare.

E la reazione di Mosca non è una minaccia proattiva, come viene maliziosamente dipinta da certa stampa occidentale, ma una risposta quasi ovvia, un calcolo da manuale della deterrenza: se voi alzate la posta con le armi nucleari, noi dobbiamo dimostrare di poter vedere la vostra puntata.

Di fatto, la Russia avverte che, se il trattato viene violato, si sentirà libera di fare altrettanto per non restare tecnologicamente indietro.

Anche perché non è Mosca ad aver iniziato l’escalation, ma la sua reazione, con i test degli ultimi mesi, è lo specchio del fallimento della strategia occidentale in Ucraina, fatta di riarmi e voci di guerra.

La prospettiva di riprendere anche i test nucleari è il sintomo più grave della malattia: quando la vittoria sul campo diventa un miraggio, si inizia a evocare l’apocalisse per alterare l’equilibrio strategico.

Il legame è sottile, ma potente.

Si inizia negando un accerchiamento locale per non incrinare la narrazione, si finisce per contemplare la rottura di equilibri globali per non ammettere il fallimento di quella stessa narrazione.

L’incidente della guardia del corpo di Angelina Jolie e le vite gettate via a Pokrovsk sono facce della stessa, tragica medaglia. Raccontano una guerra dove la propaganda ha divorato la strategia.

Il pericolo più grande non è un esercito nemico alle porte, ma una leadership che, per compiacere i propri sponsor che fabbricano armi, sceglie di credere alle proprie menzogne.

E quando si scommette contro la realtà, il banco vince sempre.

Il prezzo da pagare in questo Casinò della propaganda, purtroppo, non lo pagano i giocatori al tavolo verde della geopolitica, non lo pagano i politici in giacca e cravatta, ma i giovani ucraini senza nome mandati a morire nel fango come vittime sacrificali.