CACCIA GROSSA NEL MONDO DELLA MODA

Da quando qualcuno ha avuto il coraggio di parlare chiaro, nella moda si susseguono i richiami, i suggerimenti, le rivisitazioni. 

Il chiacchiericcio dei salotti buoni delle Maison sta lasciando il posto alle analisi per prendere delle decisioni che potrebbero anche ridefinire tutti i contorni finora praticati.

O buona parte di essi.

In questo intervento si parla degli ultimi 30 anni come epoca alla quale far risalire l’inizio della deformazione del comparto. 

È un lancio di concetti inevitabili dopo le variabili individuate, con l’incrocio dei dati dei tabulati di vendita e sulle analisi delle tendenze dei consumatori. 

Frazionando i consumatori e classificandoli secondo norma (gen z, baby boomers, silver gen,..), non sfuggirà che c’è una spasmodica necessità di individuare nuovi idiomi, nuove “sirene” per ammaliare un consumatore sempre più distratto o meno incline ad ascoltare il canto lusinghiero degli affascinatori. 

Sembra quasi che si giochi al contrario.

Una volta erano le maison che dettavano le regole della nuova stagione a cui i consumatori dovevano adeguarsi. Ora sembra che siano gli acquisti che informano cosa sarebbe giusto produrre e a quale criterio sarebbe corretto uniformarsi per realizzare qualcosa di vendibile e che arrivi subito al mercato.

Con buona pace dei bilanci e dei resti di magazzino che pesano anche per il pianeta perché comunque vanno smaltiti oltre che per i bilanci delle aziende stesse. E qui si direbbe: finalmente.

Chi fa le indagini di mercato per aiutare chi produce, arriva normalmente con un po’ di ritardo rispetto a quello che è già successo e viene recepito con altrettanto ritardo nella logica della catena di produzione.

Non va certo imputato a chi fa analisi di mercato e a chi tenta di rispettare quei risultati proponendo l’adeguamento con formule più o meno stratificate nella logica della propria visione aziendale. 

Il mercato poi cambia molto più rapidamente rispetto a chi fa analisi con dati che diventano obsoleti dopo poco tempo.  Quasi mai quello che cambierà domani mattina e che permetterebbe di anticipare  le linee produttive con evidenti grandi risparmi nella filiera, viene percepito ed adattato ai propri criteri produttivi con altrettanta rapidità. 

Quello a cui stiamo assistendo ascoltando i “formatori” sono concetti base da sviluppare. Ma sembrano anche lanci di ipotetici ganci per una nuova stagione produttiva.

Cioè da prodotto a benessere, a rappresentazione della autenticità, a simbolo di etica e mettiamoci pure tutti gli aggettivi di cui ci riempiamo la bocca oggi.

Se non li citi non sei nemmeno degno di bere un caffè al bar. Potrai solo disquisire del mancato Gol nel derby rimediato dalla tua squadra del cuore! E ti sentirai disperato, emarginato, fuori dal coro. Una nullità consumistica insomma. 

Passare dai bei vaporosi concetti proposti nei convegni di settore ad un esercizio produttivo concreto che tenga conto di tutto quello che “ti abbiamo insegnato”, non è problema da poco.

E allora avanti.

Perché la caccia grossa, che ti fa ragionare su tutto quello che sei e quello che fai, non è mai finita e non puoi permetterti di essere stanco perché altrimenti la macchina (la tua azienda) potrebbe iniziare a scricchiolare e la rottamazione potrebbe essere dietro l’angolo. 

Buona “caccia grossa” a tutti!

Intanto, potete approfondire come operano i cinesi e perché leggendo questo articolo: https://it.fashionnetwork.com/news/Perche-i-consumatori-cinesi-preferiscono-i-brand-locali-a-vuitton-e-gucci,1783337.html

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

SABOTAGGIO IN POLONIA: L’OMBRA RUSSA E LA MANO UCRAINA. UNA NUOVA, PERICOLOSA NARRAZIONE

Due ucraini. Una linea ferroviaria polacca sabotata. Un colpevole: ovviamente, la Russia.

No, non è la premessa di un romanzo di spionaggio, ma la sintesi nuda e cruda della dichiarazione del Primo Ministro polacco Donald Tusk al suo Parlamento.

È una sequenza che, nella sua disarmante linearità, rivela molto più di un semplice atto di sabotaggio, poiché mostra l’architettura di un copione di guerra che non ammette più sfumature, un copione già scritto in cui il colpevole è designato prim’ancora che le prove vengano completamente vagliate.

E, ancora una volta, la Polonia si ritrova epicentro di un incidente che lambisce pericolosamente i confini della NATO, gettando benzina su un fuoco che l’Europa intera fatica a contenere.

Anche se poi, dal 2022 a oggi, le indagini hanno sempre sbugiardato le parole del governo polacco.

LA CRONACA DI UN’ACCUSA ANNUNCIATA

I fatti, o almeno la loro versione ufficiale, sono politicamente esplosivi.

Tra il 15 e il 17 novembre, una linea ferroviaria, un’arteria vitale per il trasporto di aiuti militari e umanitari verso Kiev, subisce due attacchi. Il primo, quasi artigianale: una fascetta d’acciaio fissata ai binari, un ostacolo grezzo progettato per il deragliamento.

Il secondo, decisamente più inquietante: la detonazione di un ordigno “di tipo militare” al passaggio di un treno merci.

Fortunatamente, non ci sono state vittime.

Il premier Tusk, citando inquirenti e procuratori, indica i responsabili: due cittadini ucraini, veterani della collaborazione con i servizi segreti russi.

Uno, un residente del Donbas occupato.

L’altro, un individuo già condannato per sabotaggio a Leopoli.

Stando alle voci, i due sarebbero entrati in Polonia dalla Bielorussia, per poi svanire presumibilmente nella stessa direzione dopo aver compiuto la loro missione.

L’accusa è chiara, la logica apparentemente ferrea. Ma è davvero così?

Sono così certi che si tratti di questi due ucraini? Se li hanno seguiti dal loro ingresso, perché non li hanno fermati prima, visto che sapevano fossero spie al soldo di Mosca? Perché ne hanno perso le tracce, mentre, a quanto pare, fino all’attentato li seguivano passo passo?

A CHI GIOVA? LA DOMANDA CHE L’EUROPA NON OSA PIÙ FARSI

Come abbiamo scritto fino ala nausea, in ogni inchiesta degna di questo nome, la prima, fondamentale domanda è sempre la stessa: A chi giova?” Chi ne trae vantaggio?

La Russia, additata come mandante, guadagnerebbe ben poco da un’operazione del genere e spingerebbe l’Europa a riarmarsi ancora di più. Sarebbe un fallimento strategico di proporzioni bibliche.

Infatti, un sabotaggio a basso impatto materiale, ma dall’altissimo costo politico serve solo a cementare ulteriormente l’ostilità europea, a rafforzare la coesione della NATO e a giustificare un nuovo giro di vite nelle sanzioni e nel supporto militare a Kiev.

Dal punto di vista strategico del Cremlino, sarebbe un autogol.

Un’azione che aliena anche i più tiepidi sostenitori di una de-escalation, offrendo su un piatto d’argento ai “falchi” occidentali la prova che cercavano della minaccia russa sul suolo dell’Alleanza.

Perciò, anche solo per logica, la Russia va scartata come principale indiziata.

Allora, spostiamo lo sguardo.

Chi, invece, ha tutto da guadagnare da un’azione che spaventa la Polonia e, di riflesso, l’intera Europa?

La risposta è dolorosa ma inevitabile: l’Ucraina.

In un momento in cui l’attenzione mediatica globale si sposta, in cui le risorse economiche e militari occidentali iniziano a mostrare segni di affaticamento, un atto terroristico sul territorio NATO, attribuibile a Mosca, è un potentissimo acceleratore di consenso.

È un modo per gridare al mondo: “Vedete? La minaccia non è confinata al Donbas. È qui, alle vostre porte”.

È la leva perfetta per chiedere, con ancora più forza, un intervento occidentale più massiccio, più armi, più soldi, più impegno.

Non è un giudizio morale, ma una fredda analisi geopolitica: per una nazione che combatte una guerra esistenziale, ogni strumento per mantenere vivo il sostegno internazionale è, per definizione, vitale. Probabilmente, lo faremmo anche noi nelle condizioni disperate del governo Zelensky.

La narrazione dello spionaggio russo diventa così solo il comodo e impenetrabile scudo dietro cui giustificare l’incredibile: un atto ostile compiuto da cittadini di una nazione amica sul suolo di un’altra.

Suona come la sciocchezza per cui a danneggiare il Nord Stream erano stati i russi, che si erano auto inflitti un danno enorme. E, anche allora, il vero colpevole era l’Ucraina.

IL PRECEDENTE PERICOLOSO: DA PRZEWODÓW AL NORD STREAM

Questo episodio non nasce nel vuoto, ovviamente, ma è solo l’ultimo capitolo di una saga di incidenti ambigui che hanno scandito il conflitto.

Ricordiamo il missile caduto a Przewodów nel novembre 2022. Per ore, forse giorni, il mondo ha trattenuto il fiato mentre Varsavia e i media internazionali puntavano il dito contro Mosca, evocando lo spettro dell’articolo 5 della NATO.

Solo in un secondo momento, con tanta riluttanza, si ammise la verità: era un missile della contraerea ucraina, finito fuori rotta.

E come dimenticare il sabotaggio del gasdotto Nord Stream?

Anche in quel caso, l’accusa istintiva e corale fu rivolta alla Russia. Eppure, le inchieste giornalistiche più approfondite, dal New York Times allo Spiegel, hanno progressivamente fatto convergere i sospetti su un commando di operativi ucraini, con il probabile coinvolgimento dei vertici di Kiev.

La costante è evidente anche a un cieco. Davanti all’incertezza, la narrazione scelta è sempre la più incendiaria, quella che dipinge Mosca come l’unica, onnipresente forza del caos.

L’incidente ferroviario, con i suoi esecutori ucraini, si inserisce perfettamente in questo schema. Non potendo negare la nazionalità degli attentatori, si ricorre alla spiegazione più semplice e politicamente utile: erano marionette del Cremlino.

Senza dimenticare che, più va avanti la guerra in Ucraina, maggiori sono gli introiti delle fabbriche di armi europee e, soprattutto, americane. Un dettaglio, ma pesante come un treno merci.

LA FABBRICA DELLA PAURA E L’ECONOMIA DELLA GUERRA

Assistiamo alla perfezione di un meccanismo di costruzione della paura. La “guerra ibrida” russa, un concetto tanto reale quanto abusato, diventa un contenitore onnicomprensivo per ogni evento anomalo, un asso nella manica che risolve ogni complessità.

Questa costante alimentazione della paura non è fine a sé stessa, ma serve a oliare gli ingranaggi di una gigantesca economia di guerra.

Lo stesso Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha candidamente ammesso che il sostegno all’Ucraina serve principalmente a “guadagnare tempo”, non necessariamente a vincere.

Guadagnare tempo per cosa? Per riarmare l’Europa. Per riempire i magazzini dell’industria bellica americana e continentale. Per giustificare di fronte a un’opinione pubblica sempre più stremata sacrifici economici che, in tempo di pace, sarebbero politicamente insostenibili.

Ogni sabotaggio, reale o presunto, ogni allarme, fondato o gonfiato, diventa un’altra rata versata per il mantenimento di questo stato di emergenza perpetua.

I cittadini europei, distratti dalla minaccia esterna, sono meno inclini a mettere in discussione le politiche interne che erodono il loro benessere, con la costruzione di una potenza di guerra.

LA VERITÀ COME PRIMA VITTIMA

La linea tra informazione e propaganda è diventata così sottile da essere quasi invisibile.

L’attentato in Polonia è un caso studio emblematico.

A prescindere da chi abbia realmente armato la mano di quei due uomini, il modo in cui l’evento è stato immediatamente inquadrato e offerto al pubblico dimostra che, in questa guerra, la verità non è solo la prima vittima, ma è diventata uno strumento, un’arma flessibile da brandire a seconda delle necessità strategiche del momento.

L’interrogativo che dovremmo porci, non è tanto “chi ha piazzato la bomba?”, ma “chi beneficia di più dalla spiegazione che ci viene data?”.

Finché non avremo il coraggio di affrontare questa domanda onestamente, rimarremo spettatori passivi di un gioco pericoloso, le cui regole sono scritte da altri.

E mentre la nebbia della propaganda si addensa sui binari d’Europa, chi sta davvero pagando il prezzo di questo gioco d’ombre?

Gli ucraini mandati a morire nelle trincee e gli europei, che vedono erosi i loro soldi e i loro diritti (sanità, istruzione, welfare).

Fino a quando non si arriverà alla guerra vera. Allora, quando non ci saranno più ucraini da mandare al fronte, manderanno gli europei. Solo che dubito che Crosetto, Macron, Meloni, Merz & C. mandino i loro figli.

Perciò, fate un po’ voi.

IL CONTO SALATO DELLA GUERRA IN UCRAINA CHE L’EUROPA NON VUOLE VEDERE

Le persone comuni non lo sanno o, forse, non riescono ancora a quantificarlo.

Non vedono il nesso diretto tra il carrello della spesa, sempre più vuoto, e le decisioni prese dai leader europei. Non collegano le buche nell’asfalto delle loro strade con gli stanziamenti miliardari per le armi.

Eppure, il conto è arrivato. Ed è salatissimo.

La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase di logoramento. Non solo sul campo di battaglia, dove l’esercito ucraino è decimato da perdite spaventose e da una crisi morale che conta centinaia di migliaia di diserzioni.

Il vero logoramento è qui, in Europa. Un logoramento economico, politico e, soprattutto, strategico. È un’emorragia. E nessuno sembra avere la volontà, o la lucidità, di fermarla.

IL TEATRO DELLA SOLIDARIETÀ E IL PREZZO NASCOSTO

Mentre le televisioni ci mostrano il tour europeo di Zelenskyy, intento a chiedere, – quasi a pretendere in verità, – nuovi e più potenti armamenti, la narrazione ufficiale si concentra sulla “solidarietà necessaria”.

Ma dietro questa retorica si cela una realtà ben più concreta e drammatica.

I 178 miliardi di euro che l’Unione Europea ha già speso – una cifra tra le otto e le dieci manovre finanziarie italiane, per intenderci – non sono un atto di generosità, come qualcuno potrebbe pensare, dopo una lettura superficiale di ciò che accade. In realtà, sono un gigantesco affare.

Un accordo decennale con la Francia per cento caccia Rafale, sistemi di difesa aerea, droni. Questi non sono regali, ma commesse per l’industria bellica francese, pagate con i soldi dei contribuenti europei, erogati all’Ucraina affinché possa “fare spesa” proprio in Europa.

È un circolo vizioso perfetto, un capolavoro di ingegneria finanziaria dove il banco, che, in questo caso, è l’industria della difesa, vince sempre.

A perderci sono i contribuenti europei con il loro potere d’acquisto e intere generazioni di ucraini mandati al macero. Altro che “solidarietà agli ucraini”!

Nel frattempo, la richiesta di maggiore trasparenza sulla gestione di questi fondi viene sistematicamente ignorata, nonostante i tanti allarmi di queste ultime settimane.

Le agenzie anticorruzione ucraine che osano sollevare dubbi su una “mafia della guerra”, interna intenta a dirottare il denaro, vengono messe a tacere o delegittimate.

Ma la risposta di Bruxelles, anziché pretendere indagini serie, è inviare più soldi. È come tentare di curare un alcolizzato inondandolo di vodka, sperando che prima o poi si disseti.

Ma quale amministratore delegato continuerebbe a dare soldi a un partner commerciale che avesse fatto sparire soldi e prodotti?!

L’ECONOMIA DI GUERRA IN TEMPO DI (NON) PACE

Non che in casa nostra le cose vadano meglio.

L’Italia, fanalino di coda per crescita economica in Europa, con stime che rasentano lo “zero virgola niente”, con le stime dimezzate dalla previsione d maggio dello 0,7% a un più realistico 0,4, approva il dodicesimo pacchetto di aiuti militari.

Aiuti secretati, ovviamente. Perché il popolo sovrano… conta come la crescita economica: lo zero virgola niente, appunto.

Occhio non vede, cuore non duole. Ma il portafoglio degli italiani, quello sì che duole!

E mentre si finanziano armamenti, le nostre infrastrutture crollano.

Le liste d’attesa nella sanità pubblica si allungano a dismisura, costringendo quegli stessi cittadini le cui tasse finanziano la guerra a rivolgersi al privato, pagando due volte.

L’unica, vera occasione di rilancio, il PNRR, viene gestita… – sembrerebbe non essere gestita affatto, – con fondi spesi a pioggia senza una visione strategica, se non forse per opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto, quando ci sono ponti e viadotti su cui ci si fa il segno della croce prima di attraversarli.

L’enorme indebitamento pubblico schiaccia ogni possibilità di politica espansiva interna, ma non sembra essere un ostacolo quando si tratta di sostenere lo sforzo bellico.

La pacchia per l’Europa, quella che secondo gli slogan elettorali dell’attuale maggioranza di governo doveva finire, non solo continua, ma prospera sulle nostre macerie economiche.

LA FRATTURA INTERNA: MORALE, CONSENSO E VERITÀ CENSURATE

La narrazione mediatica occidentale dipinge un’Ucraina eroica e compatta, ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia. Il gradimento di Zelenskyy è in caduta libera, crollato del 40% in una sola settimana secondo fonti parlamentari ucraine, non secondo blog russi.

Un dato che riflette la crescente frustrazione di un popolo stremato e la consapevolezza di una corruzione sistemica che prospera anche durante il conflitto.

L’esercito è al collasso. Le perdite sono immani, il morale è a terra e il fenomeno delle diserzioni ha raggiunto proporzioni epidemiche. I soldati vengono mobilitati a forza, rastrellati per le strade, in un disperato tentativo di tappare le falle di un fronte che si sgretola sempre di più.

Questa non è affatto propaganda russa, come la propaganda occidentale sbraita ogni giorno, ma sono i segnali inequivocabili di un sistema che sta implodendo dall’interno, come si comprende ascoltando ciò che raccontano i parlamentari ucraini e l’informazione ucraina messa a tacere da Zelensky.

Ma guai a dirlo. Guai a mettere in discussione il dogma. Qualsiasi analisi critica, qualsiasi dato che incrini la facciata della narrazione ufficiale, viene immediatamente bollato come “guerra ibrida”, “disinformazione”, “propaganda del Cremlino”.

Si progetta un “Ministero della Verità” europeo per filtrare le notizie, in un delirio orwelliano che confonde il giornalismo con la propaganda di Stato. Perché per qualunque potere dispotico, il dissenso non è più un pilastro della democrazia, ma un’infezione da debellare.

Perciò, secondo questa logica, le persone critiche sono il nuovo male.

EUROPA, SENZA STRATEGIA, SOLO COSTI

Siamo di fronte a un bivio storico.

Continuiamo a versare miliardi in un conflitto che non possiamo vincere militarmente, indebolendo le nostre economie e sacrificando il nostro stato sociale, oppure ci fermiamo a riflettere e cominciamo a comportarci da adulti?

Qual è la strategia?

Spendere cifre colossali in armamenti, senza un esercito europeo, senza una politica estera comune, senza un comando unificato, è pura follia.

Significa delegare la nostra sicurezza e la nostra politica a potenze esterne, principalmente agli Stati Uniti, i cui interessi industriali ed economici sono i veri beneficiari di questo conflitto, sia a livello commerciale sia sotto il profilo geopolitico.

L’Europa sta finanziando la propria irrilevanza. Sta pagando un prezzo esorbitante per dimostrare una lealtà atlantica che nessuno le aveva chiesto in questi termini suicidi.

È un paradosso letale, per cui più spendiamo per questa guerra, più diventiamo deboli, poveri e, in ultima analisi, meno sovrani.

La vera “guerra ibrida” non è quella combattuta con le fake news, ma quella che stiamo conducendo contro noi stessi. Il vero nemico non è a Est, ma sulle nostre teste. I veri nemici degli europei sono quei leader le cui politiche vanno contro il nostro futuro. Contro ogni logica.

E sono anche quei giornalisti che hanno scelto di non informare più, ma di diventare megafoni del potere, come denuncio nel libri LA FABBRICA DELLA PAURA.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CROSETTO GIOCA CON LE PAROLE.

MENTRE KIEV AFFONDA, CROSETTO SI PRODIGA IN GIRI DI PAROLE PER LITIGARE CON BORGHI

Un tweet e una domanda.

È bastato questo a Claudio Borghi, senatore della Lega, per scoperchiare il vaso di Pandora della maggioranza italiana sulla crisi ucraina che si avvita su se stessa da quasi quattro anni.

La sua domanda, tanto logica quanto velenosa – “Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?” – è il sintomo di una narrazione occidentale che fa acqua da tutte le parti.

La risposta del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stata immediata e chirurgica, eppure profondamente fragile. Un colpo di fioretto retorico che, nel tentativo di difendere la democrazia, ne ha mostrato le contraddizioni.

L’ELEGANZA DELLA DISTRAZIONE: DECIFRARE LA RISPOSTA DI CROSETTO

Il Ministro ha articolato la sua difesa su due pilastri apparentemente inscalfibili.

Il primo, la distinzione di intento: gli Stati Uniti, a suo dire, “non hanno mai invaso una nazione per occuparne stabilmente il territorio con la scusa che alcuni parlassero inglese”.

Il secondo, la distinzione di metodo: la libertà di espressione che permette a Borghi di dissentire in Italia, sarebbe impensabile nella Russia di Putin.

Analizziamo il primo punto con lucidità.

Crosetto ha tecnicamente ragione. L’obiettivo manifesto delle recenti avventure militari americane non è stata l’annessione territoriale in stile ottocentesco praticata da Mosca con la Crimea e il Donbas.

Tuttavia, è proprio qui che la sua argomentazione, da un punto di vista del Diritto internazionale e della logica politica, si rivela un sofisma. Non ha risposto nel merito, perché il quesito di Borghi non verteva sulla modalità dell’occupazione, ma sulla legittimità dell’aggressione.

Sostenere che le invasioni americane siano moralmente superiori perché non mirano all’annessione è come affermare che un’aggressione a scopo di rapina sia meno grave di un’aggressione a scopo di sequestro.

L’atto primario, la violazione della sovranità di una nazione, resta identico. È un atto contrario al Diritto. Punto.

D’altronde, la storia pesa come un macigno sulla credibilità occidentale e ci ricorda che gli USA hanno dato il via a conflitti devastanti sulla base di menzogne costruite a tavolino, come le famose armi di distruzione di massa in Iraq, una fake news partorita nelle stanze della CIA; altre volte, hanno agito in palese spregio del consenso internazionale, come con il bombardamento del Kosovo, nel 1999, senza uno straccio di mandato ONU.

Un attacco al Venezuela, dunque, sarebbe un atto di pirateria internazionale esattamente come l’invasione russa dell’Ucraina. Con qualsiasi intento.

La domanda di Borghi, per quanto provocatoria, è dunque logicamente impeccabile. Crosetto, eludendola, ha mostrato tutta la sua debolezza, politica e dialettica.

LA LIBERTÀ A CORRENTE ALTERNA E LO SPETTRO DI NUNZIATI

Il secondo pilastro della difesa di Crosetto è ancora più insidioso: la libertà di parola.

Un inno alla democrazia che suona meraviglioso, ma che stride con una realtà più complessa e amara.

“Mi ostinerò a difendere il diritto di Claudio Borghi… di dire tutto ciò che gli passa in testa”, scrive il Ministro. Eppure, con questa difesa appassionata, dimentica, o sceglie di ignorare, che la libertà nel nostro Occidente non è un monolite, ma un ecosistema delicato e spesso condizionato.

Il caso del giornalista Gabriele Nunziati, licenziato per un post ritenuto scomodo, non è avvenuto a Mosca. È avvenuto qui. In Italia.

L’autocrazia reprime col carcere, invece certe democrazie logore emarginano con la precarietà economica e l’ostracismo professionale.

Il risultato, per la singola voce dissenziente, non è poi così diverso.

E già che ci siamo, sarebbe il caso di ricordare Julian Assange, il giornalista che rischiava più di 175 anni di carcere per aver pubblicato documenti che provano i crimini di guerra americani (quelli degli invasori “buoni”, per intenderci).

Assange non è stato detenuto a Mosca, ma a Londra, in attesa di essere estradato proprio in quegli USA che il ministro dipinge come il paradiso della libera espressione.

Forse la libertà di cui parla Crosetto è quella di poter criticare Putin dal salotto di Bruno Vespa. O quella di Damiano dei Maneskin, super star perché ha insultato il leader russo dal comfort degli Stati Uniti d’America.

Quella, sì, è garantita. Per il resto, meglio chiedere il permesso.

O, come direbbe il Ministro, meglio avere l’opinione giusta, altrimenti la libertà di parola diventa libertà di trovarsi un altro lavoro. Proprio come accaduto a Nunziati.

L’argomento di Crosetto, dunque, si configura come un’arma a doppio taglio, perché glorifica un ideale che la prassi quotidiana, anche in Italia, spesso prende a calci.

IL VERO FRONTE SIAMO NOI

Lo scambio tra Borghi e Crosetto non è un battibecco politico come tanti altri, ma è la fotografia di un problema di credibilità che rivela un Occidente in crisi, dopo anni di conflitto.

La stanchezza economica, le popolazioni sempre più scontente di chi comanda e, soprattutto, il peso delle proprie contraddizioni storiche stanno erodendo il fronte atlantico dall’interno.

La vera minaccia per l’Ucraina, oggi, non è solo la superiorità russa, ma la disintegrazione della volontà politica occidentale.

Le nostre democrazie, impantanate nelle loro stesse sinapsi digitali e incapaci di sostenere uno sforzo prolungato senza frammentarsi in mille polemiche, hanno ancora la coerenza per difendere i principi che affermano di rappresentare, in qualsiasi caso e contro qualunque soggetto che violi il Diritto internazionale?

Oppure, continueremo a dare l’impressione al resto del mondo che il Diritto internazionale sia soltanto una lista di norme di poco conto per gli occidentali, ma tassative per il resto del mondo?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

ELISABETTA FRANCHI: UNA VOCE FUORI DAL CORO. SARA’ L’UNICA?

Fra i vari articoli sulla moda che incontriamo con una visione aperta e onesta oltre che sul suo stato di salute, ho scelto questo che illustra il pensiero di Elisabetta Franchi.

È una soddisfazione per me vedere che la pensiamo nella stessa maniera.

Non mi illudo di essere un vate del settore, ma semplicemente uno che ha il coraggio di pensare con la propria testa dopo essersi informato.

Sullo stato dell’arte delle maisons, in generale, in questo pezzo si trovano molte somiglianze con le mie analisi.

In generale gli articoli che ho scritto sul tema, dove veniva descritto il gran cambio di rotta e di guida per i brand da parte dei nuovi o riciclati stilisti che sono ormai diventati più manager che non generatori di stile e design, risalgono al dicembre 2024, a mio parere l’anno della svolta.

Godetevi questa splendida intervista: https://www.leggo.it/schede/13_novembre_2025_elisabetta_franchi_outlet_eta_abiti_borse_saldi_intervista_cosa_dice-sull_addio_a_marco_bizzarri-4-9186694.html

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

I GABINETTI D’ORO DELLA GUERRA. MENTRE L’UCRAINA SANGUINA, I NOSTRI MILIARDI FINANZIANO L’ABISSO DELLA CORRUZIONE

Il fango di Pokrovsk racconta una storia fatta di morti e distruzione, ma un gabinetto d’oro massiccio in una villa di Kiev ne racconta un’altra, completamente diversa.

Sono entrambe frutto dei miliardi dell’Occidente.

Da una parte, soldati mandati al macello senza uno scopo chiaro, intrappolati in sacche mortali mentre i generali millantano vittorie sbugiardate dai fatti. Dall’altra, un’élite che, al riparo dal fronte, sguazza in un lusso osceno, pagato con i fondi e le armi che noi inviamo senza alcun controllo.

Noi, in Europa, guardiamo con incredulità, ma, solo un po’ imbarazzati, promettiamo altri soldi.

GUERRA E PARADISI FISCALI

La propaganda è la prima arma di ogni conflitto. E noi abbiamo contribuito a costruirne una potentissima.

Volodymyr Zelensky è stato eletto a icona: il “nuovo Churchill”, il “De Gaulle ucraino”, persino.

Un baluardo “incorruttibile” della democrazia, scrivevano i nostri eroi del mainstream. E, quando dalla Russia si puntava il dito sulla corruzione di Kiev, ecco che era propaganda becera di Mosca.

Eppure, questa statua eroica mostra da tempo delle crepe profonde, crepe che abbiamo scelto deliberatamente di non vedere, perché, altrimenti, dovremmo ammettere che quella di Mosca non era affatto becera propaganda, ma la realtà.

Eppure, sarebbe bastato leggere.

Bastava ricordare l’inchiesta internazionale “Pandora Papers” del 2021, molto prima che l’invasione su larga scala iniziasse. Lì emergeva già il ritratto di un uomo d’affari abilissimo, creatura dell’oligarca Ihor Kolomoisky, noto finanziatore di milizie controverse come il battaglione Azov.

Lì si scoprivano le società offshore a Cipro e nelle Isole Vergini, i conti nei paradisi fiscali e una lussuosa villa con piscina a Forte dei Marmi, acquistata per quasi 4 milioni di euro e mai dichiarata prima della sua elezione.

Non proprio il comportamento di un uomo democratico e incorruttibile.

Oggi, mentre il suo popolo muore, Zelensky è costretto a una purga teatrale, sacrificando ministri e sanzionando il suo ex socio e amico intimo, Timur Mindich. Lo stesso Mindich fotografato con credenze piene di mazzette di banconote e, appunto, sanitari d’oro.

Un uomo esentato dalla leva e fuggito all’estero grazie a una soffiata, sospettato di essere il regista di un sistema che scremava fino al 15% su ogni appalto energetico.

È davvero credibile che Zelensky non sapesse nulla?

LA CORRUZIONE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

L’annuncio di Zelensky di una “riforma” e di un “audit completo” è un capolavoro di gestione della percezione. È un messaggio diretto non ai cittadini ucraini, ma ai suoi finanziatori a Bruxelles e a Washington.

È il tentativo di mettere una pezza, di nascondere la polvere sotto un tappeto sempre più logoro, per non interrompere il flusso vitale degli aiuti.

Ma la legge che doveva garantire l’indipendenza degli organi anti-corruzione è stata emendata proprio da Zelensky per porli, di fatto, sotto il controllo del suo stesso governo. Si indaga, ma solo fin dove il potere permette, insomma.

A quanto emerge, in Ucraina il furto non è un’eccezione, è la regola.

Cento milioni di dollari spariti solo nel settore energetico. Soldi per le uniformi dei soldati, svaniti.

Persino i 170 milioni versati dalla NATO per costruire trincee di legno, sono stati intascati. Ogni proiettile, ogni giubbotto antiproiettile, ogni euro che inviamo transita attraverso questo sistema malato.

Come può un soldato al fronte, in attesa di una ritirata che non arriva mai, combattere con il morale alto sapendo che la sua stessa leadership si arricchisce sulla sua pelle?

Questa non è una “guerra ibrida” russa che diffonde disinformazione, purtroppo, ma è la cruda verità che emerge dalle inchieste di queste ultime settimane e la nostra riluttanza ad accettarla ci rende complici.

IL PREZZO FINALE È POVERTÀ, INSTABILITÀ E IL MERCATO NERO

La questione, ovviamente, non è soltanto di ordine morale, ma riguarda la sicurezza dell’intero Occidente, perché il fallimento non è solo etico, ma anche strategico.

L’economia di guerra che stiamo sostenendo non sta solo impoverendo i nostri cittadini e le nostre imprese, non sta solo prolungando un conflitto senza una via d’uscita militare, ma sta creando il più grande mercato nero di armamenti della storia recente.

Mezzo milione di armi, secondo alcune stime, sono già “fuori controllo”.

Dove sono? Chi le userà domani? Chi si sta preparando davvero a una guerra contro di noi, mentre noi puntiamo il dito contro Mosca?

Stiamo armando una nazione perché possa difendersi o stiamo inavvertitamente rifornendo i conflitti del futuro in Africa, in Medio Oriente, forse persino nelle nostre stesse città?

Le conseguenze geopolitiche di questo lassismo, di questa miopia dei vertici europei, saranno devastanti e durature.

Mentre i governi europei tacciono, paralizzati dall’imbarazzo, qualcuno si distingue per un cinismo quasi comico.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, si affretta ad annunciare “un nuovo pacchetto di aiuti nelle prossime ore”.

È la sintesi perfetta della nostra tragedia politica: di fronte alla prova schiacciante che il sistema è marcio, la risposta non è fermarsi a riflettere, ma raddoppiare la scommessa. Casomai non sapessero più cosa rubare.

Volendo escludere che si tratti di gravi problemi cognitivi, naturalmente.

Siamo a un bivio, dunque.

Possiamo continuare a finanziare questa illusione, raccontandoci la favola della democrazia incorruttibile, oppure possiamo affrontare la realtà. La realtà di un popolo meraviglioso e coraggioso tradito dal suo nemico, certo, ma, forse, anche da una parte della sua stessa leadership.

Continuare a inviare armi e denaro senza condizionalità ferree e una supervisione spietata non è aiutare l’Ucraina.

È finanziare un abisso in fondo al quale ci sono due immagini: il volto di un soldato nel fango e il riflesso accecante di un gabinetto d’oro.

Noi stiamo pagando per entrambi.

E il dramma è che in tanti se ne vantano.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

ATTRAZIONE ASTRALE, L’UMANITÀ SUSSURRATA DI MARALBA FOCONE

Cremona non è solo la capitale mondiale della liuteria. Non è solo la città di Stradivari, dove il suono prende forma nel legno. Non è nemmeno la città con il museo del violino numero uno al mondo.

Per qualche settimana, è stata anche il portale verso un’altra dimensione, un luogo dove la forma si dissolve per rivelare il suono dell’anima.

Questo portale ha un nome: “Attrazione Astrale”, la mostra personale di Maralba Focone, ospitata negli spazi di Gabetti Arte, in Piazza Stradivari. Un evento che, visto il notevole successo di pubblico e le richieste di tanti cremonesi, si è guadagnato una proroga fino al 14 novembre, con ben due settimane di mostra in più rispetto a quanto previsto.

Il giorno dell’inaugurazione, non è stato un vernissage come tanti, perché è cominciato con uno splendido concerto di Aurelia Macovei, che ha incantato il pubblico al Museo del Violino di Cremona, suonando il Vesuvio di Stradivari.

Poi, una visita alla basilica di Cremona, infine il vernissage in Gabetti, dove non c’è stata solo arte visiva, ma anche un momento di pura emozione, grazie alle note del violino di Paola Tezzon e del pianoforte di Giovanni Guerretti.

Un intervento musicale che è stata una chiave d’accesso a un mondo pittorico che esige un ascolto profondo, quasi quanto una visione: il mondo di Maralba Focone, perché la sua arte non è un’esperienza puramente visiva, ma un’immersione sinestetica che coinvolge gli altri sensi e il linguaggio dell’anima.

IL VIAGGIO OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE

Il titolo completo, “Attrazione astrale. Il viaggio di Floriana, oltre il velo della superficie”, non è un mero orpello, ma è il manifesto di una visione, di un’analisi del nostro tempo, di un progetto itinerante che vedrà nuove tappe nel 2026.

Delinea un percorso, una narrazione attraverso Floriana, una alter ego dell’artista e, al tempo stesso, un archetipo universale.

Perché Floriana siamo tutti noi, nel momento in cui decidiamo di smettere di guardare e iniziamo a vedere. E no… non sono la stessa cosa.

Le opere di Focone, infatti, incarnano questo viaggio. Sono immagini rarefatte, quasi in dissolvenza incrociata, come in una sequenza cinematografica che sfuma dal ricordo al sogno. Un visitatore drlla msotra ha giustamente notato un richiamo alla “settima arte”, ed è una percezione acuta.

L’artista lavora per sottrazione, con spatola e pennello piatto, scarnificando la materia pittorica per estrarne l’essenza. Le figure e i paesaggi non si impongono con la prepotenza del dettaglio, ma emergono dalla tela come apparizioni, spettri di sentimento.

È una pittura che non descrive il mondo, ma evoca mondi. Quelli interiori, quelli “astrali” appunto, che giacciono appena sotto la pelle della quotidianità.

GRAMMATICA DEL SENTIMENTO: COLORE E FORMA

Osservando il corpus delle opere esposte, si delinea una grammatica visiva di straordinaria coerenza e profondità. La palette cromatica si muove tra due poli emotivi: da un lato i viola, i lilla, i blu, colori dell’introspezione, della spiritualità, dell’inconscio, talvolta di una malinconia picassiana che ricorda il Periodo Blu; dall’altro, gli aranci, le terre calde che narrano di un’umanità carnale, di luoghi che, pur essendo “luoghi che non ci sono”, conservano il calore di un vissuto tangibile.

Le figure umane sono il fulcro di questa narrazione. Spesso ritratte di spalle, “spersonificate”, diventano icone universali.

Non vediamo un volto specifico, ma riconosciamo un’età, una postura, un sentimento, un tormento, una sensazione, un’emozione: la tenerezza protettiva di una madre, la disperazione di un abbraccio che è al contempo appiglio e addio, la solitudine meditativa di una figura isolata.

I colli allungati e gli occhi indecifrabili, di eco modiglianesca, e le mani che si trasformano in artigli non sono vezzi stilistici, ma metafore potenti: sono il tentativo di afferrare, di trattenere, di connettersi a un altro essere umano in un mondo che spinge all’isolamento.

Come ha sottolineato il critico d’arte internazionale, Pasquale Di Matteo, questa pittura richiede “capacità di analisi, sensibilità e cultura”, perché non si ferma all’estetica, ma interroga l’osservatore sulla condizione di una “umanità spesso dimenticata”.

L’ARTE COME INVESTIMENTO DELL’ANIMA (E DEL PORTAFOGLIO)

Da analista dei flussi economici e culturali, la domanda “Perché investire su Maralba Focone?” trova una risposta su due livelli complementari, entrambi solidi.

Il primo, e più nobile, è l’investimento nell’anima. Acquistare un’opera di Focone significa portare a casa un frammento di storia, un pezzo di narrazione autentica del nostro tempo che continuerà a dialogare con noi negli anni a venire.

Non è un semplice oggetto d’arredo, ma un catalizzatore di riflessioni, un bene rifugio per lo spirito in tempi di assordante superficialità.

Il secondo livello è prettamente economico e, per questo, non meno rilevante.

Il mercato dell’arte premia la coerenza, l’identità e la storicizzazione. Maralba Focone non è un’artista emergente sulla cui evoluzione si possa solo scommettere, ma, con una carriera di oltre quarant’anni, una presenza costante in cataloghi di riferimento, e un linguaggio pittorico unico e immediatamente riconoscibile, rappresenta un valore consolidato.

Un collezionista avveduto non cerca l’artista che copia la tendenza del momento, ma chi crea un linguaggio.

Focone lo ha fatto.

In un’epoca che ha visto il tracollo di investimenti apparentemente sicuri – pensiamo ai famigerati bond argentini di vent’anni fa – un’opera d’arte di un’artista storicizzata come lei rappresenta una delle forme di investimento più sicure. Nella peggiore delle ipotesi, il suo valore si manterrà stabile nel tempo. Nella più probabile, è destinato a una crescita costante e significativa.

UN’EREDITÀ A CREMONA

La mostra “Attrazione Astrale”, curata con sensibilità da Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo, ha offerto a Cremona molto più di una semplice esposizione. Ha creato un momento di aggregazione culturale, un dialogo tra pittura, musica e persone. Ha acceso un riflettore su un’umanità dolente ma dignitosa, fragile ma tenace.

Maralba Focone ci insegna che il viaggio più importante non è verso stelle lontane, ma dentro il nostro stesso universo interiore. Le sue tele sono mappe di questo cosmo, inviti a guardare oltre il velo per riscoprire ciò che ci rende, nel profondo, irripetibilmente e meravigliosamente umani. E questo, oggi più che mai, è un messaggio di valore inestimabile.

Potete scoprire di più su Maralba Focone al suo sito web: maralbafocone.eu

e sulla pagina dedicata alla mostra: Attrazione Astrale di Maralba Focone.

PERCHÉ LA MANCATA INTERVISTA A LAVROV È IL VERO FALLIMENTO DEL CORRIERE DELLA SERA

Il silenzio è un’arma diffusa in Cina, Russia, Corea del Nord.

E il Corriere della Sera, nel gestire la mancata pubblicazione dell’intervista a Sergey Lavrov, ha scelto di puntarsela alla tempia, infrangendo il contratto di fiducia con i suoi lettori, perché ora tutti sono consapevoli del fatto che i vertici del Corriere vogliono decidere cosa debbano pensare quei lettori, cosa debbano leggere.

Questo non è informare, ma somiglia molto a indottrinare.

Quello che è accaduto non è un semplice incidente di percorso editoriale, ma una capitolazione etica, un sintomo profondo e allarmante della malattia che affligge gran parte del giornalismo occidentale, soprattutto in Italia, ovvero la devozione alla propria bolla narrativa e la negazione di chi la pensi diversamente.

Un giornalismo che ha smesso di cercare la verità per limitarsi a certificare la propria.

L’INTERVISTA CHE NON DOVEVA ESSERE LETTA

Analizziamo i fatti.

Il Corriere della Sera chiede un’intervista al Ministro degli Esteri di una delle maggiori potenze mondiali, un attore centrale nel più grande conflitto sul suolo europeo dal 1945.

Accetta la formula delle domande e risposte scritte, una prassi comune in diplomazia, che per sua natura implica un controllo del messaggio da parte dell’intervistato.

Poi, una volta ricevute le risposte, le giudica “pura propaganda” e, di fatto, le cestina, pubblicando un articolo che spiega perché non le pubblica.

È un atto intellettualmente disonesto. E pericolosamente ingenuo.

Cosa si aspettavano a via Solferino? Che Lavrov, uno dei diplomatici più scafati e longevi del pianeta, usasse le loro colonne per fare autocritica e lodare le politiche della NATO? Si aspettavano che annunciasse un pacchetto di sanzioni dirompenti contro Mosca e aiuti per Kiev?

La sorpresa del Corriere è una recita ad uso e consumo di chi ha già deciso da che parte stare. È la performance di chi, invitato a un duello, si lamenta che l’avversario si sia presentato.

Il punto non è difendere Lavrov. Il punto è difendere il giornalismo da chi ha scelto di fare solo propaganda, come denuncio nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA.

Ma immaginiamo lo scenario a parti invertite.

Un giornale russo chiede un’intervista scritta a Zelensky, a Trump, a Macron.

Riceve le risposte e poi scrive: “Non le pubblichiamo, sono propaganda occidentale”.

Verrebbero invocati, a ragione, i principi sacri della libertà di stampa. Principi che, a quanto pare, per alcuni valgono solo quando le risposte coincidono con le proprie tesi.

Ebbene, questo non è giornalismo, ma un servizio di validazione per la propria comfort zone ideologica. È mera propaganda.

IL GIORNALISTA CANCELLATO: IL CASO ELISEO BERTOLASI

Ma il Corriere non si è limitato solo a censurare l’intervistato, ma ha nascosto ai suoi lettori persino l’esistenza di voci dissonanti citate da Lavrov stesso. Di giornalisti italiani che dissentono.

Nella sua risposta, il ministro russo menziona il giornalista Eliseo Bertolasi, analista italiano, autore di un libro sul conflitto ucraino, che scrive anche per Il Fatto Quotidiano.

Una voce che offre una prospettiva diversa, che documenta, che argomenta. Un libro scritto in lingua russa – Eliseo è un linguista specializzato in lingue russa e araba – per spiegare l’affare ucraina visto da un giornalista italiano.

Perché nascondere questo nome?

Perché menzionarlo avrebbe significato ammettere che esiste un dibattito, una complessità, una pluralità di letture al di fuori del monolite narrativo “aggressore-aggredito”.

Avrebbe costretto il lettore a porsi una domanda, forse la più sovversiva di tutte: “E se ci fosse altro?”.

Il Corriere, invece di aprire una finestra, ha tirato una tenda. Ha negato ai suoi lettori non solo le parole del nemico, ma anche l’esistenza di un connazionale che quel nemico lo studia da una prospettiva non allineata.

Un giornalista serio e preparato come Bertolasi, che scrive anche sul Fatto Quotidiano.

Questa non è una svista, ma la decisione cosciente di mantenere il pubblico all’oscuro, di proteggerlo da informazioni che potrebbero incrinare le certezze preconfezionate.

È l’atto supremo di paternalismo intellettuale: “Non ve lo facciamo leggere, perché non siete in grado di capirlo. Ci pensiamo noi a dirvi cosa è giusto pensare”.

In pratica, Il Corriere della Sera ritiene i suoi lettori dei perfetti idioti.

QUANDO IL GIORNALISMO DIVENTA PROPAGANDA DI STATO (INCONSAPEVOLE)

Un giornalista serio non censura. O pubblica l’intervista, corredandola di tutte le analisi critiche e il fact-checking del caso, o non la chiede affatto.

Pretendere che le risposte siano quelle desiderate è il modus operandi dei regimi totalitari, non di un quotidiano che si vanta di essere un pilastro della democrazia liberale. È una logica da Corea del Nord, dove l’intervista è solo la celebrazione di una verità già decretata dal potere.

Il Corriere, agendo in questo modo, si è trasformato nello specchio di ciò che afferma di combattere. Ha usato un metodo dispotico per difendere un presunto ordine democratico. Invece di illuminare, ha scelto di oscurare. Invece di informare, ha preferito indottrinare.

Il vero giornalismo non ha paura delle parole del nemico.

Anzi, le cerca, le sbatte in prima pagina, le analizza, le smonta pezzo per pezzo con le argomentazioni e così facendo espone la loro eventuale falsità.

Si fida dell’intelligenza del proprio pubblico, fornendogli tutti gli strumenti per formarsi un’opinione autonoma.

La propaganda, invece, teme il confronto. Dimostra che argomentazioni valide per controbattere non ce ne sono. Perciò ha bisogno del silenzio dell’altro per poter urlare più forte la propria versione.

E la propaganda considera i propri lettori dei menomati mentali.

LA FIDUCIA TRADITA: UN PATTO CON IL LETTORE INFRANTO

Ogni mattina, un lettore compra un quotidiano sulla base di un patto non scritto: tu, giornalista, mi darai i fatti, le opinioni, il quadro completo, e io, lettore, userò la mia testa per trarre le mie conclusioni.

Il Corriere della Sera ha stracciato questo patto. Ha detto ai suoi lettori: “La vostra testa non serve. Vi diamo noi il risultato finale”.

Tutto ciò è osceno, nonché dimostrazione del fatto che molti giornalisti italiani non fanno più informazione da tempo, ma altro.

Questa è l’infantilizzazione del dibattito pubblico. È la resa della ragione alla comodità della tifoseria, del potere che comanda.

Ciò che resta è un vuoto. Il vuoto lasciato da un’informazione che non è stata data, da un punto di vista che non è stato ascoltato, da un nome che non è stato letto.

E, in questo vuoto, prosperano il sospetto, la disinformazione e la convinzione che, in fondo, “siano tutti uguali”.

Non pubblicando Lavrov, il Corriere non ha indebolito la propaganda russa. Paradossalmente, l’ha rafforzata, permettendole di recitare il ruolo della vittima di censura, e ha dimostrato, senza se e senza ma, come si faccia propaganda in Italia.

L’ECO DELLA VERITÀ RICHIEDE CORAGGIO, NON CENSURA

Un grande giornale non si misura dalla capacità di confermare i pregiudizi dei suoi lettori, ma dal coraggio di sfidarli.

Si misura dalla volontà di esplorare anche i territori più oscuri e sgradevoli del pensiero umano, perché è solo mostrando le argomentazioni del nemico che si può dimostrare la superiore validità delle proprie. Quando ci sono, ovviamente.

E, in questo caso, Il Corriere della Sera ha dimostrato di non averne, come intuisce chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti nello spazio tra le orecchie.

Il Corriere ha scelto la via più facile. La via del silenzio. Come in Cina. Come in Corea del Nord. Come in quella Russia sempre additata come dittatura.

Ma la storia, quella vera, non è mai silenziosa. È un rumore assordante di voci contrastanti. Il dovere di un giornalista non è abbassare il volume, ma alzarlo perché tutti possano sentire per poter giudicare.

È fornire un buon paio di cuffie e gli strumenti per capire chi sta mentendo. E chi, forse, sta dicendo una verità che semplicemente non ci piace ascoltare.

PUOI LEGGERE L’INTERVISTA INTEGRALE A LAVROV (QUELLA CHE IL CORRIERE DELLA SERA HA CENSURATO) CLICCANDO “QUI

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

INTERVISTA INTEGRALE A LAVROV, CENSURATA DAL CORRIERE DELLA SERA

Di seguito, l’intervista diramata dal Ministero degli Esteri russo, quella che Il Corriere della Sera ha chiesto e poi non pubblicato.

INTERVISTA

Corriere: È stato riferito che il successivo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump a Budapest non ha avuto luogo perché persino l’amministrazione statunitense si è resa conto che non siete pronti per i colloqui sull’Ucraina. Cosa è andato storto dopo il vertice di Anchorage che ha alimentato la speranza per l’avvio di un autentico processo di pace? Perché la Russia rimane fedele alle richieste avanzate da Vladimir Putin nel giugno 2024 e su quali questioni potreste raggiungere un compromesso?

Sergey Lavrov: Le intese raggiunte ad Anchorage hanno rappresentato una pietra miliare importante nella ricerca di una pace duratura in Ucraina, superando le conseguenze del violento colpo di stato anticostituzionale a Kiev, organizzato dall’amministrazione Obama nel febbraio 2014. Le intese si basano sulla realtà esistente e sono strettamente legate alle condizioni per una risoluzione giusta e duratura della crisi ucraina, proposte dal presidente Putin nel giugno 2024. Per quanto ne sappiamo, tali condizioni sono state ascoltate e recepite, anche pubblicamente, dall’amministrazione Trump, in particolare la condizione che sia inaccettabile trascinare l’Ucraina nella NATO per creare minacce militari strategiche alla Russia direttamente ai suoi confini. Washington ha anche ammesso apertamente che non potrà ignorare la questione territoriale a seguito dei referendum nelle cinque regioni storiche della Russia, i cui residenti hanno scelto inequivocabilmente l’autodeterminazione, a prescindere dal regime di Kiev che li ha etichettati come “subumani”, “creature” e “terroristi”, e ha optato per la riunificazione con la Russia.

Anche il concetto americano che, su istruzione del Presidente degli Stati Uniti, il suo Inviato Speciale Steve Witkoff ha portato a Mosca la settimana prima del vertice in Alaska, era costruito attorno a questioni di sicurezza e realtà territoriale. Il Presidente Putin ha dichiarato a Donald Trump ad Anchorage di aver concordato di utilizzare questo concetto come base, proponendo al contempo un passo specifico che apra la strada alla sua attuazione pratica.

Il leader statunitense ha affermato che avrebbe dovuto consultarsi con i suoi alleati; tuttavia, dopo l’incontro con i suoi alleati, svoltosi a Washington il giorno successivo, non abbiamo ricevuto alcuna reazione alla nostra risposta positiva alle proposte che Steve Witkoff aveva presentato a Mosca prima dell’Alaska.

Nessuna reazione è stata comunicata durante il mio incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio a settembre a New York, quando gli ho ricordato che la stavamo ancora aspettando. Per aiutare i nostri colleghi americani a decidere autonomamente, abbiamo esposto le intese per l’Alaska in un documento informale e lo abbiamo consegnato a Washington. Diversi giorni dopo, su richiesta di Trump, lui e Vladimir Putin hanno avuto una conversazione telefonica e hanno raggiunto un accordo preliminare per incontrarsi a Budapest, dopo un’accurata preparazione per questo vertice. Non c’era dubbio che avrebbero discusso le intese ad Anchorage. Dopo alcuni giorni, ho parlato con Marco Rubio al telefono. Washington ha descritto la conversazione come costruttiva (in effetti è stata costruttiva e utile) e ha annunciato che, dopo quella conversazione telefonica, un incontro di persona tra il Segretario di Stato e il Ministro degli Esteri russo in preparazione dell’incontro al massimo livello non era necessario. Chi e come abbia presentato rapporti segreti al leader americano, in seguito ai quali quest’ultimo ha rinviato o annullato il vertice di Budapest, non lo so. Ma ho descritto la cronologia generale basandomi rigorosamente sui fatti di cui sono responsabile. Non mi assumerò la responsabilità di notizie palesemente false sulla mancanza di preparazione della Russia ai colloqui o di aver sabotato i risultati dell’incontro di Anchorage.

Vi prego di rivolgervi al Financial Times che, per quanto ne so, ha diffuso questa versione fuorviante di quanto accaduto, distorcendo la sequenza degli eventi, per addossare la colpa a Mosca e deviare Donald Trump dalla strada da lui suggerita – una strada verso una pace duratura e stabile, piuttosto che verso un cessate il fuoco immediato, che i padroni europei di Zelensky stanno trascinando a causa della loro ossessiva intenzione di ottenere un po’ di tregua e iniettare al regime nazista più armi per continuare la guerra contro la Russia. Se anche la BBC avesse prodotto un video falso in cui Trump invocava l’assalto al Campidoglio, il Financial Times sarebbe capace di qualcosa di simile. In Russia, diciamo, “non si farebbero scrupoli a dire una bugia”. Siamo ancora pronti a tenere un altro vertice Russia-USA a Budapest, se si baserà realmente sui risultati ben elaborati del vertice in Alaska. La data non è ancora stata fissata. I contatti Russia-USA proseguono.

Corriere: Le unità delle Forze Armate russe controllano attualmente meno territorio rispetto al 2022, a diverse settimane dall’inizio di quella che definite un’operazione militare speciale. Se state davvero prevalendo, perché non riuscite a sferrare un attacco decisivo? Potreste anche spiegare perché non state rendendo pubbliche le perdite ufficiali?

Sergey Lavrov: L’operazione militare speciale non è una guerra per i territori, ma un’operazione per salvare la vita di milioni di persone che hanno vissuto su quei territori per secoli e che la giunta di Kiev cerca di sradicare – legalmente, proibendone la storia, la lingua e la cultura, e fisicamente, utilizzando armi occidentali. Un altro obiettivo importante dell’operazione militare speciale è garantire la sicurezza della Russia e indebolire i piani della NATO e dell’UE di creare uno stato fantoccio ostile ai nostri confini occidentali che, per legge e di fatto, si basa sull’ideologia nazista. Non è la prima volta che fermiamo aggressori fascisti e nazisti. Ciò è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale e accadrà di nuovo.

A differenza degli occidentali che hanno raso al suolo interi quartieri, noi stiamo risparmiando le persone, sia civili che militari. Le nostre forze armate stanno agendo con estrema responsabilità e stanno sferrando attacchi ad alta precisione esclusivamente contro obiettivi militari e le relative infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Non è consuetudine rendere pubbliche le perdite sul campo di battaglia. Posso solo dire che quest’anno la Russia ha rimpatriato oltre 9.000 salme di personale ucraino. Abbiamo ricevuto 143 salme di nostri combattenti dall’Ucraina. Potete trarre le vostre conclusioni.

Corriere: La sua presenza al vertice di Anchorage con una felpa con la scritta “URSS” ha sollevato molti interrogativi. Alcuni l’hanno vista come una conferma della sua ambizione di ricreare, se possibile, l’ex spazio sovietico (Ucraina, Moldavia, Georgia, Paesi Baltici), se non addirittura di restaurare l’URSS. Era un messaggio in codice o solo uno scherzo?

Sergej Lavrov: Sono orgoglioso del mio Paese, dove sono nato e cresciuto, dove ho ricevuto un’istruzione dignitosa e dove ho iniziato e continuato la mia carriera diplomatica. Come è noto, la Russia è l’erede dell’URSS e, in generale, il nostro Paese e la nostra civiltà risalgono a mille anni fa. La Novgorod Veche è emersa molto prima che l’Occidente iniziasse a giocare alla democrazia. A proposito, ho anche una maglietta con lo stemma nazionale dell’Impero russo, ma questo non significa che vogliamo restaurarlo. Uno dei nostri più grandi beni, di cui siamo giustamente orgogliosi, è la continuità nello sviluppo e nel rafforzamento del nostro Stato nel corso della sua grande storia di unificazione e consolidamento del popolo russo e di tutti gli altri popoli del Paese. Il Presidente Putin lo ha recentemente sottolineato nel suo discorso in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale. Quindi, per favore, non cercate segnali politici in questo. Forse il sentimento di patriottismo e lealtà verso la propria Patria sta svanendo in Occidente, ma per noi fa parte del nostro codice genetico.

Corriere: Se uno degli obiettivi dell’operazione militare speciale era quello di riportare l’Ucraina sotto l’influenza russa, come potrebbe sembrare, ad esempio, in base alla vostra richiesta di poter determinare la quantità dei suoi armamenti, non pensate che l’attuale conflitto armato, qualunque ne sia l’esito, conferisca a Kiev un ruolo e un’identità internazionale molto specifici, sempre più distanti da Mosca?

Sergey Lavrov: Gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati definiti dal Presidente Putin nel 2022 e rimangono rilevanti ancora oggi. Non si tratta di sfere di influenza, ma del ritorno dell’Ucraina a uno status neutrale, non allineato e non nucleare, e del rigoroso rispetto dei diritti umani e di tutti i diritti delle minoranze nazionali russe e di altre minoranze nazionali: questi obblighi sono stati sanciti dalla Dichiarazione di Indipendenza dell’Ucraina del 1990 e dalla sua Costituzione, ed è stato proprio in vista di questi obblighi dichiarati che la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dello Stato ucraino. Stiamo cercando e raggiungeremo il ritorno dell’Ucraina alle sane e stabili origini della sua statualità, il che implica che l’Ucraina non offrirà più servilmente il suo territorio alla NATO per lo sviluppo militare (così come all’Unione Europea, che si sta rapidamente trasformando in un blocco militare altrettanto aggressivo), spazzerà via l’ideologia nazista proibita a Norimberga, restituirà tutti i loro diritti ai russi, agli ungheresi e alle altre minoranze nazionali. È indicativo che, mentre trascinano il regime di Kiev nell’UE, le élite di Bruxelles rimangano in silenzio di fronte all’oltraggiosa discriminazione delle “etnie non indigene” (come Kiev chiama sprezzantemente i russi che vivono in Ucraina da secoli) e lodino la giunta di Zelensky per la difesa dei “valori europei”. Questa è solo un’ulteriore prova del fatto che il nazismo sta risorgendo in Europa. È qualcosa su cui riflettere, soprattutto dopo che Germania e Italia, insieme al Giappone, hanno recentemente iniziato a votare contro la risoluzione annuale dell’Assemblea Generale sull’inaccettabilità dell’esaltazione del nazismo.

I governi occidentali non nascondono il fatto che, in realtà, stanno conducendo una guerra per procura contro la Russia attraverso l’Ucraina e che questa guerra non finirà nemmeno “dopo l’attuale crisi”. Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, il Primo Ministro britannico Keir Starmer, i burocrati di Bruxelles Ursula von der Leyen e Kaja Kallas e l’Inviato Speciale del Presidente degli Stati Uniti per l’Ucraina Keith Kellogg ne hanno parlato in numerose occasioni. È evidente che la determinazione della Russia a proteggersi dalle minacce create dall’Occidente attraverso il regime sotto il suo controllo è legittima e ragionevole.

Corriere: Gli Stati Uniti forniscono anche armi all’Ucraina e di recente si è discusso della possibilità di consegnare missili da crociera Tomahawk a Kiev. Perché avete opinioni e valutazioni diverse sulla politica degli Stati Uniti e dell’Europa?

Sergey Lavrov: La maggior parte delle capitali europee costituisce attualmente il nucleo della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, il cui unico desiderio è mantenere le ostilità in Ucraina il più a lungo possibile. A quanto pare, non hanno altro modo per distrarre i propri elettori dal forte peggioramento dei problemi socioeconomici interni. Sponsorizzano il regime terroristico di Kiev usando il denaro dei contribuenti europei e forniscono armi che vengono utilizzate nell’ambito di un’azione costante per uccidere civili nelle regioni russe e ucraini che cercano di fuggire dalla guerra e dagli scagnozzi nazisti. Minano qualsiasi tentativo di pace e si rifiutano di avere contatti diretti con Mosca; impongono sempre più sanzioni che hanno un effetto boomerang per le loro economie; stanno apertamente preparando l’Europa a una nuova grande guerra contro la Russia e stanno cercando di convincere Washington a rifiutare un accordo onesto ed equo.

Il loro obiettivo principale è compromettere la posizione dell’attuale amministrazione statunitense, che fin dall’inizio ha sostenuto il dialogo, ha esaminato la posizione della Russia e si è mostrata disposta a perseguire una pace duratura. Donald Trump ha ripetutamente affermato in pubblico che una delle ragioni dell’azione russa era l’espansione della NATO e l’avanzamento delle infrastrutture dell’alleanza fino ai confini del nostro Paese. È questo il motivo per cui il Presidente Putin e la Russia mettono in guardia da vent’anni. Ci auguriamo che a Washington prevalga il buon senso, che mantenga la sua posizione di principio e si astenga da azioni che possano spingere il conflitto a un livello di escalation superiore.

Considerando tutto ciò, per i nostri militari non fa alcuna differenza che le armi provengano dall’Europa o dagli Stati Uniti, e distruggono immediatamente tutti gli obiettivi militari.

Corriere: Lei è stato colui che ha premuto il pulsante “reset” insieme a Hillary Clinton, anche se poi gli eventi hanno preso una piega diversa. È possibile ripristinare i rapporti con l’Europa? La sicurezza comune può fungere da piattaforma per migliorare le relazioni attuali?

Sergej Lavrov: Lo scontro che è scaturito dalla politica sconsiderata e inefficace delle élite europee non è una scelta della Russia. La situazione attuale non soddisfa gli interessi del nostro popolo. Vorremmo che la consapevolezza di una politica così disastrosa si diffondesse tra i governi europei, la maggior parte dei quali persegue un’agenda ferocemente anti-russa. L’Europa ha già combattuto guerre [contro di noi] sotto le bandiere di Napoleone, e il secolo scorso anche sotto le bandiere e i colori nazisti di Hitler. Alcuni leader europei hanno la memoria molto corta. Quando questa ossessione russofoba – non riesco a trovare un’espressione migliore – svanirà, saremo aperti ai contatti, pronti a sentire se i nostri ex partner sono intenzionati a fare affari con noi. E poi decideremo se ci sono prospettive per costruire legami equi e onesti.

Gli sforzi dell’Occidente hanno completamente screditato e smantellato il sistema di sicurezza euro-atlantico nella sua forma precedente al 2022. A tal proposito, il Presidente Putin ha proposto un’iniziativa per istituire una nuova architettura di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia. È aperta a tutte le nazioni del continente, compresa la sua parte europea, ma richiede un comportamento educato, privo di arroganza neocoloniale, basato sull’uguaglianza, sul rispetto reciproco e sull’equilibrio degli interessi.

Corriere: Il conflitto armato in Ucraina e il conseguente isolamento internazionale della Russia potrebbero avervi impedito di agire in modo più efficace in altre aree di crisi, come il Medio Oriente. È così?

Sergey Lavrov: Se l’”Occidente storico” decidesse di isolarsi da qualcuno, si chiamerebbe autoisolamento. Tuttavia, le sue fila non sono comunque solide: quest’anno, Vladimir Putin ha incontrato i leader di Stati Uniti, Ungheria, Slovacchia e Serbia. Chiaramente, il mondo di oggi non può essere ridotto alla minoranza occidentale. Questa è un’epoca passata da quando è emersa la multipolarità. Le nostre relazioni con i paesi del Sud e dell’Est del mondo, che rappresentano l’85% della popolazione mondiale, continuano a progredire. A settembre, il presidente russo ha effettuato una visita di Stato in Cina. Solo negli ultimi mesi, Vladimir Putin ha partecipato ai vertici della SCO, dei BRICS, della CSI e della Russia-Asia centrale, mentre le nostre delegazioni governative di alto livello hanno partecipato ai vertici dell’APEC e dell’ASEAN e ora si stanno preparando per il vertice del G20. Vertici e riunioni ministeriali nei formati Russia-Africa e Russia-Consiglio di cooperazione del Golfo si tengono regolarmente. I paesi della maggioranza globale sono guidati dai loro interessi nazionali fondamentali piuttosto che dalle istruzioni delle loro ex potenze coloniali.

I nostri amici arabi apprezzano la partecipazione costruttiva della Russia alla risoluzione dei conflitti regionali in Medio Oriente. Le discussioni in corso all’ONU sulla questione palestinese confermano che le capacità di tutti gli attori esterni influenti devono essere messe insieme, altrimenti non ne uscirà nulla di duraturo se non cerimonie colorite. Condividiamo inoltre posizioni vicine o convergenti con i nostri amici del Medio Oriente, il che facilita la nostra interazione all’ONU e in altre piattaforme multilaterali.

Corriere: Non pensa che nel nuovo ordine mondiale multipolare da lei promosso e sostenuto, la Russia sia diventata più dipendente dalla Cina economicamente e militarmente, il che ha creato uno squilibrio nella sua storica alleanza con Pechino?

Sergey Lavrov: Non “promuoviamo” un ordine mondiale multipolare poiché la sua affermazione è il risultato di un processo oggettivo. Invece di conquista, schiavitù, sottomissione o sfruttamento, che è stato il modo in cui le potenze coloniali hanno costruito il loro ordine e hanno poi instaurato il capitalismo, questo processo implica cooperazione, tenendo conto degli interessi reciproci e garantendo un’intelligente divisione del lavoro basata sui vantaggi competitivi comparati dei paesi partecipanti e sulle strutture di integrazione.

Per quanto riguarda le relazioni Russia-Cina, non si tratta di un’alleanza nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto di una forma di interazione efficace e avanzata. La nostra cooperazione non implica la creazione di blocchi e non prende di mira paesi terzi. È abbastanza comune che le alleanze dell’era della Guerra Fredda siano composte da chi guida e chi è guidato, ma queste categorie sono irrilevanti nel nostro caso. Pertanto, speculare su qualsiasi tipo di squilibrio sarebbe inappropriato.

Mosca e Pechino hanno costruito i loro legami su un piano di parità e li hanno resi autosufficienti. Lo hanno fatto sulla base della fiducia e del sostegno reciproci, radicati in molti secoli di relazioni di vicinato. La Russia riafferma il suo fermo impegno al principio di non ingerenza negli affari interni.

La cooperazione tra Russia e Cina in ambito commerciale, di investimenti e tecnologico ha portato benefici a entrambi i Paesi e promuove una crescita economica costante e sostenibile, migliorando al contempo il benessere dei nostri cittadini. Per quanto riguarda gli stretti legami militari, essi garantiscono la reciproca complementarietà, consentendo ai nostri Paesi di affermare i propri interessi nazionali in termini di sicurezza globale e stabilità strategica, contrastando efficacemente le sfide e le minacce convenzionali e nuove.

Corriere: L’Italia porta con sé l’etichetta di Paese ostile, come lei ha ripetuto più volte, anche nel novembre 2024. Ha sollevato un punto particolare a riguardo. Tuttavia, negli ultimi mesi il governo italiano ha dimostrato la sua solidarietà all’amministrazione statunitense, anche sulla questione ucraina, mentre Vladimir Putin ha usato il termine “partner” per riferirsi agli Stati Uniti, pur non arrivando a definirli alleati. Considerando la nomina di un nuovo ambasciatore a Mosca, ci sono motivi per ritenere che Roma stia cercando una sorta di riavvicinamento. Come valuta il livello delle nostre relazioni bilaterali?

Sergey Lavrov: Per la Russia, non ci sono nazioni o popoli ostili, ma ci sono paesi con governi ostili. E poiché questo è il caso di Roma, le relazioni tra Russia e Italia stanno attraversando la crisi più grave della storia del dopoguerra. Non siamo stati noi a dare il via alla questione. La facilità e la rapidità con cui l’Italia si è unita a coloro che scommettevano sull’infliggere quella che definivano una sconfitta strategica alla Russia, e il fatto che le azioni dell’Italia siano contrarie ai suoi interessi nazionali, ci hanno davvero sorpreso. Finora, non abbiamo visto alcuna iniziativa significativa per cambiare questo approccio aggressivo. Roma persiste nel fornire il suo sostegno a tutto tondo ai neonazisti di Kiev. Il suo risoluto tentativo di recidere tutti i legami culturali e i contatti con la società civile è altrettanto sconcertante. Le autorità italiane hanno annullato le esibizioni di eminenti direttori d’orchestra e cantanti lirici russi e si sono rifiutate di autorizzare il Dialogo di Verona sulla cooperazione eurasiatica da diversi anni, nonostante sia stato istituito in Italia. Gli italiani hanno la fama di amanti dell’arte e di essere aperti a promuovere i legami interpersonali, ma queste azioni sembrano per loro piuttosto innaturali.

Allo stesso tempo, ci sono parecchie persone in Italia che cercano di arrivare in fondo alle cause della tragedia ucraina. Ad esempio, Eliseo Bertolasi, un importante attivista civile italiano, ha presentato prove documentali delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità di Kiev nel suo libro “Il conflitto in Ucraina attraverso gli occhi di un giornalista italiano”. Vorrei consigliarvi di leggere questo libro. In effetti, trovare la verità sull’Ucraina in Europa è diventato un compito piuttosto arduo al giorno d’oggi.

I popoli di Russia e Italia trarranno beneficio da una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa tra i nostri due Paesi. Se Roma è pronta a procedere verso il ripristino di un dialogo basato sulla fiducia reciproca e sulla considerazione dei reciproci interessi, deve inviarci un segnale, poiché siamo sempre pronti ad ascoltare ciò che avete da dire, incluso il vostro ambasciatore.

L’ARMA SEGRETA DEI RUSSI NON È LA PALA, MA LA CARRIOLA

Archiviate i caccia di quinta generazione.

Dimenticate i missili ipersonici. Relegate il missile a propulsione atomica nei libri di storia.

La dottrina militare del futuro, il segreto dei russi che nessuno riusciva a scoprire, signore e signori, è stato finalmente svelato.

E non arriva dai laboratori del MIT o dai think tank della DARPA. No. Arriva direttamente dai campi fangosi del Donbass, spinta da mani callose e da una volontà ferrea che evidentemente i nostri analisti da salotto non avevano messo in conto. Una volontà contadina, campagnola, bucolica.

L’arma segreta definitiva dell’esercito russo che farà impallidire i miliardi di euro e di dollari del complesso militare-industriale occidentale, è lei: la carriola.

Un oggetto che puoi trovare in qualunque Brico center, perfino al supermercato.

Sì, avete letto bene. La carriola. Semplice. Geniale. Inarrestabile.

Mentre le nostre cancellerie si affannano a contare i proiettili e a incolpare la nebbia, mentre i nostri generali si perdono in power point colorati sulle meraviglie dell’intelligenza artificiale applicata al campo di battaglia, i russi hanno scoperto l’arma definitiva.

L’hanno epurata da ogni orpello tecnologico, riportandola a una purezza quasi zen. Una ruota, due manici, un cassone. E la vittoria è servita.

DALLA PALA DELL’800 AL CHIP DELLA LAVATRICE, CRONACA DI UNA DEBACLE ANNUNCIATA MA MAI AVVENUTA

Sia chiaro, l’avvento della carriola tattica non è un fulmine a ciel sereno. Fa parte di una narrazione che da oltre tre anni ci culla dolcemente, raccontandoci la favola di un esercito di straccioni tenuto insieme non si sa bene da cosa, prossimo al collasso ogni giovedì pomeriggio.

Un esercito che non dovrebbe neppure esistere più, visto che ci parlano di 1000 perdite al giorno dal 2022, cioè, almeno 1,3 milioni di morti su un esercito che, nel 2022, era stimato tra 1,2 e 1,5 milioni di uomini.

È una litania di mera propaganda che ormai conosciamo a memoria, un rosario di inettitudine strategica che recitiamo per auto-assolverci.

Prima furono le letali pale da fanteria l’arma segreta, strumento multiuso buono sia per scavare trincee a mani nude (perché ovviamente non avevano altro a causa delle nostre sanzioni dirmpenti) sia per assalti corpo a corpo degni di un film di serie B.

Poi arrivò la mirabolante saga dei chip per lavatrici, la panzana più divertente, chip trafugati dalle case ucraine per guidare missili di precisione e droni, in un capolavoro di ingegneria inversa che avrebbe fatto invidia a MacGyver.

Una trovata che negli USA ha mandato al collasso il flusso di miliardi spesi in ricerca e sviluppo per la Difesa, quando bastava rivolgersi alla Indesit o similari per chip a poco prezzo.

E come dimenticare il mistero irrisolto dei calzini spaiati e delle divise mancanti per un milione e mezzo di soldati che, nel frattempo, morendo 1000 al giorno, dovrebbero essersi estinti?

O le carovane di asini e muli che, secondo le fonti informatissime delle nostre testate più blasonate, avrebbero dovuto sostituire i blindati, ormai tutti distrutti dall’esercito ucraino?

Ogni settimana, una nuova, esilarante prova dell’imminente implosione russa. Ogni settimana, puntualmente, una nuova avanzata russa sul campo.

C’è una dissonanza, da qualche parte. Una sola?!

Un enorme, quanto incontrovertibile, cortocircuito tra la realtà che ci raccontano e quella che, banalmente, accade.

ANALISI GEOPOLITICA DELLA CARRIOLA MODELLO POKROVSK

Ma ora, con la carriola, siamo al livello successivo.

Non più un semplice attrezzo, ma una piattaforma logistica polivalente. Le agenzie, citando fonti di un’intelligence che evidentemente passa le sue giornate a spiare i cantieri edili, ci informano che questi avveniristici mezzi trasportano di tutto.

Caspita, che geni!

Droni. Munizioni. Generatori. Viveri.

Il tutto per chilometri, nella nebbia “putiniana” che, come è noto, ostacola la vista solo ai soldati e alle armi NATO.

È ovvio che non stiamo parlando di una carriola qualsiasi. Sarebbe un errore pensarla come quella di vostro nonno nell’orto.

Qui siamo di fronte a un sistema d’arma integrato, signori.

Immagino già le specifiche segrete: telaio in lega leggera, manopole ergonomiche riscaldate per l’inverno siberiano, ruota con pneumatico antiproiettile e, naturalmente, una suite di optional da far invidia a un’auto di lusso.

Fari antinebbia a LED (fondamentali a Pokrovsk), vernice mimetica cangiante a seconda del fango, e – tenetevi forte – uno scudo deflettore in plexiglass per proteggere il carico dai droni.

Magari con lo scarico in titanio e il parafango in carbonio per i modelli “sport” o “GT”, come si definivano un tempo.

È l’unica spiegazione logica. Altrimenti dovremmo ammettere che, forse, l’efficacia sul campo non dipende solo dall’ultimo gadget hi-tech, ma da fattori più prosaici.

Come la massa, la produzione industriale, la dottrina militare e la capacità di sopportare le perdite. Ma queste sono cose noiose, da libri di storia. Meglio la carriola.

PROPAGANDA, QUANDO LA REALTÀ DIVENTA UN OPTIONAL

Arriviamo al dunque. Perché questa narrazione? Perché si continua con la propaganda anziché raccontare i fatti?

Perché, mentre il conflitto sta ridefinendo gli equilibri mondiali, le nostre fonti di informazione si concentrano su dettagli che oscillano tra il comico e il patetico?

Beh, perché è un sedativo per le coscienze. Serve a costruire l’immagine di un nemico che non è soltanto malvagio, ma anche stupido e tecnologicamente inferiore.

Un cretino, goffo e prevedibile.

Questo “comfort narrativo” ha una duplice funzione.

Da un lato, rassicura l’opinione pubblica interna, con una carezza ideologica per cui “stiamo vincendo, è solo questione di tempo”; dall’altro, giustifica ogni fallimento strategico, perché, diciamocelo: “come potevamo prevedere che usassero le carriole?”.

È la stessa logica che porta a definire “non etica” ogni mossa efficace del nemico e “giusta e necessaria” ogni nostra azione, anche la più fallimentare. Le famose armi del nemico che uccidono e le nostre, intelligenti.

Si crea un mondo parallelo, una bolla mediatica in cui le nostre armi sono sempre infallibili, le nostre sanzioni sempre devastanti e il nemico è sempre a un passo dal baratro.

È una fiaba, naturalmente. Non perché lo sostenga io, ma perché ce lo sbatte in faccia il tempo. Ce lo raccontano i fatti sul campo di battaglia.

È una ninna nanna per adulti spaventati. Ma il problema è che le guerre non si vincono con le fiabe.

Mentre noi ridiamo delle carriole, chilometri di terra cambiano di mano. Mentre ci indigniamo per le pale, intere linee difensive russe vengono consolidate. Mentre contiamo i chip delle lavatrici, le fabbriche d’armi del nostro avversario lavorano su tre turni.

La propaganda è un’arma potente, certo. Ma ha un difetto fatale: non ferma i proiettili e non cambia i fatti.

Può distorcere la realtà per mesi, perfino per anni, ma poi il tempo passa e pone ogni pagliaccio nel suo circo.

E temo che quando, e se, decideremo di svegliarci da questo torpore autoindotto, scopriremo che la realtà, a differenza della nostra narrazione, non si spinge con una sola ruota.

Forse, serve davvero una riunione urgente tra i vertici della Difesa, perché, a furia di raccontare supercazzole di tali proporzioni, il livello cognitivo di certi italiani è sceso a livelli preoccupanti e il rischio è che, al circo, si sveglieranno in tanti.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.