IL MERCATO DELLA PAURA E IL SILENZIO DEI CANNONI CHE FA TREMARE I BILANCI

Bruxelles e Parigi non tremano per l’inverno alle porte, né per l’avanzata russa a Pokrovsk.

C’è un fantasma ben più spaventoso che si aggira per le cancellerie dei “volenterosi”, da Macron alla Kallas, fino ai corridoi presidiati da Zelensky, ed è lo spettro del negoziato.

La pace, teoricamente l’obiettivo ultimo di ogni democrazia e di ogni politico sano di mente, è diventata, invece, la minaccia esistenziale per una classe politica che ha scommesso il proprio capitale, e il nostro denaro, sulla vittoria dell’Ucraina o, in alternativa, sulla perpetuazione del conflitto.

L’ACCANIMENTO TERAPEUTICO DI UNA GUERRA LUNGA

C’è un’accelerazione frenetica, quasi isterica, in queste ore.

Zelensky vola da Macron, Umerov incontra le delegazioni americane, i ministri europei si riuniscono d’urgenza. Perché questa fretta dopo quattro anni di quasi totale immobilismo?

Perché sanno che il tempo sta scadendo. L’Amministrazione Trump non perde tempo e non ha voglia di perdere altri soldi in Ucraina, perché deve concentrarsi altrove.

E qui casca l’asino, o meglio, crolla il castello di carte.

La leadership ucraina, rappresentata da figure interscambiabili come Umerov – che nella sua essenza funzionale non è altro che uno Yermak con un taglio di capelli diverso, un altro ingranaggio in un sistema dove la corruzione è endemica e strutturale – sa che la fine delle ostilità significa la fine dell’immunità.

Significa dover rendere conto alla gente del proprio operato. Significa che l’attenzione si sposterà dalle trincee ai conti bancari offshore.

E quando gli ucraini scopriranno che mezzo milione di loro giovani sono morti perché qualcuno potesse comprarsi i sanitari d’oro, il pericolo numero uno per Zelensky & friends non sarà Putin, ma qualsiasi ucraino per strada.

Ecco perché parlano di “progressi sostanziali” dopo gli incontri con gli americani: è il linguaggio in codice di chi ha ricevuto un ultimatum. O la borsa o la vita. O il piano di pace, o il baratro.

I DIVIDENDI DEL SANGUE: UN 2024 DA RECORD

Ma non è solo politica. È, come sempre, economia.

Mentre ci raccontano che la Russia è una minaccia esistenziale che richiede sacrifici immani ai cittadini europei, i bilanci delle aziende della difesa brindano a champagne.

Il 2024 non è stato un anno di guerra per loro. È stato un anno di raccolta. Probabilmente, il 2025 sarà ancora meglio.

Le vendite dei cento maggiori produttori di armi hanno sfiorato i 680 miliardi di dollari. Un aumento del 5,9%. (Rapporto Sipri, Stockholm International Peace Research Institute)

Rifletteteci.

Questi non sono numeri astratti. È un trasferimento di ricchezza colossale dalle tasche del contribuente medio, che vede erodersi il proprio potere d’acquisto e i servizi pubblici, ai portafogli degli azionisti di Rheinmetall, Thales e Leonardo e di tutte le industrie belliche.

Qualcuno non vuole uccidere la gallina dalle uova d’oro e se ciò significa sacrificare altre migliaia di ucraini, a loro non importa.

La guerra è diventata un modello di business.

Fermare tutto adesso?!

Per l’industria bellica sarebbe una catastrofe finanziaria. Hanno bisogno di svuotare i magazzini per riempirli di nuovo, hanno bisogno che la Lituania chiuda l’aeroporto per dei palloni meteorologici bielorussi trasformati, dalla propaganda, in “minacce ibride”.

Hanno bisogno di mantenere alta la tensione perché la tensione fattura, gonfia i conti correnti.

La pace, purtroppo, non paga dividendi trimestrali.

L’IRRILEVANZA STRUTTURALE DELL’EUROPA

In questo scacchiere, l’Europa gioca il ruolo del bambino che urla per attirare l’attenzione mentre gli adulti parlano nella stanza accanto e non si curano di loro.

Il ministro degli esteri francese tuona che non ci può essere pace senza gli europei, ma sono parole al vento.

La verità, cruda e sociologicamente innegabile, è che a nessuno importa cosa pensi l’Europa se non a von der Leyen, a Macron, a Merz e qualche altro colpevole dell’Europa di oggi. Non importa ai russi. Non agli americani. E, ironicamente, nemmeno al Sud del mondo, che ci deride.

L’Europa dei “volenterosi” si è auto-condannata all’irrilevanza nel momento in cui ha abdicato alla sua funzione diplomatica per diventare un mero subappaltatore logistico degli Stati Uniti. Compriamo gas, petrolio e armi dagli USA a prezzi folli e abbiamo chiuso ogni relazione a Est.

Abbiamo sabotato ogni tentativo di mediazione passato, non abbiamo offerto nulla se non escalation retorica e propagandistica, e sanzioni che, dati alla mano, hanno fortificato l’economia di guerra russa e devastato la nostra competitività industriale.

E chi fa la spesa e paga le bollette sa bene a cosa mi riferisca.

Oggi, pretendere di sedersi al tavolo della pace è un esercizio di vanità patetica, è come il magazziniere che pretenda di sedere nel consiglio direttivo dell’azienda per cui lavora.

Come possiamo essere mediatori se siamo, di fatto, co-belligeranti finanziari e politici e dimostriamo ignoranza storica parlando di pace giusta che non è mai esistita?

IL RE È NUDO, MA ARMATO FINO AI DENTI

La situazione sul campo è lo specchio di questa schizofrenia.

I russi avanzano, lentamente, inesorabilmente, ottimizzati per una guerra di logoramento che l’Ucraina non può sostenere demograficamente. Pokrovsk resiste, ma è una resistenza pagata a un prezzo umano esorbitante.

E mentre a Mosca si segnalano ritardi nei pagamenti ai soldati – segno che anche l’orso ha le sue zecche – la macchina non si ferma. Perché la Russia ha il coltello dalla parte del manico. Se non ottiene ciò che vuole con la diplomazia (neutralità ucraina, riconoscimento territoriale), lo prenderà con la forza.

E se la guerra di logoramento non basterà o non fosse più sostenibile, il passo successivo sarebbe l’utilizzo di armi ben più devastanti, senza che l’Occidente possa farci nulla, perché vorrebbe dire spingere la specie umana all’estinzione.

I nostri leader lo sanno.

Macron lo sa. La Kallas lo sa.

Perciò sono terrorizzati. Non dalla sconfitta dell’Ucraina in sé, della quale non importa niente a nessuno, altrimenti si sarebbe firmato un accordo nel 2022 e migliaia di ucraini sarebbero ancora vivi, ma sono terrorizzati dal crollo del paradigma che ha tenuto in piedi le loro carriere negli ultimi tre anni.

Se la guerra finisce, dovranno spiegare ai loro elettori perché hanno speso miliardi per “cessi d’oro” e armamenti mentre gli ospedali chiudevano e si diceva che non c’erano soldi.

Dovranno spiegare perché hanno sacrificato l’economia europea sull’altare di interessi geopolitici altrui.

La realtà è che stiamo assistendo al tentativo disperato di sabotare la pace per prolungare l’illusione e le loro carriere.

Ma la matematica non mente, e la sociologia nemmeno: quando il costo del mantenimento della menzogna supera i benefici del potere, il sistema crolla.

E forse, tra le righe di quei “colloqui difficili, ma produttivi”, quel crollo è già iniziato.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’EUROPA DORME E CI SPINGE ALL’APOCALISSE “PREVENTIVA”. IL DELIRIO STRATEGICO DI UN OCCIDENTE CHE HA SCELTO IL SUICIDIO

Siamo seduti sulla banchina della storia, a osservare un treno merci carico di esplosivo che corre verso un muro di cemento, con i macchinisti che, anziché tirare il freno, stanno discutendo animatamente su come aumentare la velocità perché sono convinti di poterlo sfondare.

Non c’è altra metafora possibile per descrivere il momento di assoluta follia geopolitica che stiamo attraversando.

La rana non è più semplicemente nell’acqua che si riscalda, ma è più che bollita, la pelle si stacca, eppure continua a gracidare convinta di essere in una spa di lusso.

Le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone al Financial Times non sono un semplice aggiornamento tattico e non sono nemmeno un’uscita infelice, ma sono la pietra tombale sulla dottrina difensiva che ha retto l’Occidente per settant’anni.

Quando il capo del Comitato Militare della NATO afferma che l’Alleanza sta valutando “attacchi preventivi” contro la Russia come forma di “azione difensiva”, siamo di fronte a una mutazione genetica delle basi del Diritto internazionale e siamo entrati nella follia pura.

È un artificio retorico degno di Orwell: l’aggressione diventa difesa, la speculazione diventa certezza, la guerra diventa l’unico strumento di pace. La follia diventa la nuova normalità.

LA TRAPPOLA SEMANTICA E L’ADDESTRAMENTO DELLE MASSE

È la tecnica della “finestra di Overton” applicata alla sopravvivenza della specie.

Ricordate il 2022? Ci avevano giurato che avremmo inviato solo elmetti e aiuti umanitari, tanto la Russia era al tappeto per le nostre sanzioni dirompenti e i suoi soldati combattevano solo armati di pale ottocentesche.

Poi sono arrivati i fucili. Poi i carri armati, ma “mai i caccia” dicevano.

Poi sono arrivati gli F16a, ma “mai missili a lungo raggio”.

Poi sono arrivati i missili, ma “solo sul territorio occupato”.

Oggi, con una naturalezza che gela il sangue, discutiamo di colpire Mosca preventivamente perché forse potrebbero attaccarci. La stessa nazione che combatte solo armata di pale e al tappeto per le nostre sanzioni dirompenti.

È un’escalation costruita sulla menzogna.

Ci dicono che dobbiamo essere “più aggressivi del nostro avversario” per rispondere a minacce ibride. Ma di cosa stiamo parlando?

Di due attacchi hacker e quattro droni assemblati con lo scotch?

Davvero siamo disposti a scatenare l’inferno termonucleare per questo?

La sproporzione tra la causa, – peraltro presunta e ingigantita, senza uno straccio di prova, – e la reazione proposta – la guerra nucleare totale – è il sintomo di una patologia decisionale che ha infettato i vertici di Bruxelles e dei comandi NATO.

Siamo in mano a persone da TSO.

IL FALLIMENTO LOGICO DELLA “SENTINELLA BALTICA”

L’ammiraglio cita l’operazione Baltic Sentry come un trionfo della deterrenza: “Abbiamo pattugliato, non è successo nulla, quindi funziona”. Ma è un insulto all’intelligenza, una fallacia di logica.

È come se io vendessi un sasso “anti-tigre” a un cittadino di Milano: “Vedi? Hai il sasso in tasca e non ci sono tigri in Duomo, quindi il sasso funziona”.

Ma ci sarà ancora qualcuno ai vertici occidentali con un briciolo – almeno solo un briciolo – di intelligenza?!

La realtà, molto più banale e meno utile alla propaganda militare, è che forse la Russia non aveva alcuna intenzione di attaccare in quel frangente. Ma ai militari, se dai in mano solo un martello, tutto il mondo sembrerà un chiodo.

Non stiamo parlando di filosofi, ma, con tutto il rispetto, di gente addestrata a uccidere. Non dimentichiamolo.

Il problema è che qui il “chiodo” è una potenza nucleare, e batterci sopra potrebbe far crollare l’intero edificio della civiltà occidentale. Motivo per cui urge l’arrivo di qualche filosofo che ci salvi dalla follia di chi,c come si evince, con la Geopolitica c’entra come i cavoli a merenda.

L’EUROPA: L’ULTIMO GIAPPONESE NELLA GIUNGLA

Ma l’aspetto più grottesco, quello che manifesta più di altro l’abisso intellettuale della nostra classe dirigente, è la posizione dell’Unione Europea.

Mentre a Washington, nel circuito del realismo trumpiano, si inizia a parlare di negoziati veri – che implicano inevitabilmente concessioni territoriali e lo stop all’allargamento della NATO – l’Europa si comporta come l’ultimo soldato giapponese nella giungla, combattendo una guerra che è già finita nei fatti.

Il Parlamento Europeo approva risoluzioni surreali che chiedono la vittoria totale e la confisca di 140 miliardi di asset russi.

È nichilismo puro. È ostruzionismo alla pace. Ed è la fine del futuro dei nostri figli, che saranno costretti a ripagare la Russia per decenni per gli illeciti dei nostri leader.

Ma al di là della violazione delle norme di Diritto internazionale, come ha lucidamente notato il premier belga De Wever, confiscare quegli asset allontanerà ogni accordo diplomatico ed è un suicidio finanziario, perché destabilizzerà l’euro e farà schizzare i rendimenti dei nostri titoli di stato.

Stiamo letteralmente pagando per scavare la nostra fossa, mentre gli Stati Uniti, con cinico pragmatismo, preparano la via d’uscita.

L’IPOCRISIA DEI “VALORI” E IL DOPPIO STANDARD

E dove sono questi sacri “valori occidentali” quando attivisti italiani vengono aggrediti brutalmente dai coloni in Cisgiordania?

Israele non ha infranto il Diritto internazionale? Non ha aggredito paesi sovrani? Netanyahu non è un criminale di guerra per la più alta corte internazionale, nonché ricercato in mezzo mondo?

Lì, il nostro governo e l’UE balbettano di sanzioni inefficaci, si limitano a “condannare” con voce flebile e complice.

Non si parla di attacchi preventivi contro chi viola il diritto internazionale in Medio Oriente, perché, come si evince, la violenza è tollerata. Contro la Russia, invece, la violenza è desiderata preventivamente.

Questa schizofrenia morale non sfugge al resto del mondo e sta distruggendo quel poco di credibilità residua che l’Occidente possedeva.

IL PREZZO DELLA PELLE ALTRUI

Siamo di fronte a una classe dirigente che gioca a Risiko con la pelle degli altri.

Parlano di “leva obbligatoria”, di “riarmo”, di “offensiva”, ma lo fanno dal sicuro dei loro uffici climatizzati a Strasburgo o Bruxelles e state pur certi che i loro figli e nipoti non vedranno mai né la leva né un teatro di guerra.

La verità è che l’Europa ha abdicato al suo ruolo storico di potenza diplomatica per diventare un vassallo “più realista del re”, spingendo per una guerra che nemmeno il Pentagono vuole più combattere in questi termini.

Disinnescare questa bomba richiede un atto di coraggio intellettuale che al momento non vedo perché non vedo politici con un minimo di spessore culturale per ammettere che la strategia è fallita.

Ammettere che la sicurezza non si costruisce minacciando l’apocalisse, ma riconoscendo gli interessi di sicurezza altrui e tornando al tavolo della diplomazia.

Se non fermiamo questo treno ora, l’attacco preventivo di cui parlano sarà ricordato dagli storici futuri (se ce ne saranno) come l’ultimo, tragico errore di una civiltà che ha scelto di morire per non ammettere di aver sbagliato.

Perché, un attimo dopo quell’attacco preventivo, il mondo occidentale verrebbe spazzato via dal più devastante degli attacchi nucleari e miliardi di persone sarebbero carbonizzate nel giro di pochi minuti.

Ma questo, evidentemente, è troppo difficile da capire per chi riesce a partorire sciocchezze illogiche di pale, microchip, attacchi preventivi, beatamente ancorato in una dimensione parallela.

Biden salutava amici immaginari ed evidenziava problemi mentali, ma, a giudicare certe prese di posizione, sembra non fosse quello messo peggio.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

ERAVAMO 40 CONTRO 1 MA ABBIAMO PERSO LO STESSO

IL TRIONFO DELLA REALTÀ SUL METAVERSO BELLICISTA DI UN OCCIDENTE CHE VINCEVA SU TWITTER MENTRE CROLLAVA AL FRONTE

La nebbia, dicono a Kiev, moltiplica i russi.

È un’immagine potente, quasi letteraria, se non fosse tragicomica.

Le fonti ucraine attribuiscono alla foschia meteorologica la capacità magica di far proliferare le truppe di Mosca alle porte di Pokrovsk, come se fossimo in un romanzo gotico e non nel tritacarne del Donbass.

Ma la vera nebbia non è quella che avvolge le trincee. No. La nebbia più fitta, quella impenetrabile e tossica, è quella che avvolge le cancellerie europee e gli studi televisivi occidentali, zeppi di “giornalisti” che raccontano panzane da quattro anni.

Stiamo assistendo a uno dei più grandi esperimenti di dissonanza cognitiva di massa del XXI secolo.

Mentre il fronte ucraino si sgretola con il rumore sordo di un edificio le cui fondamenta sono state erose dall’acqua, la narrazione mainstream costruisce un universo parallelo, un metaverso geopolitico dove la sconfitta viene venduta come stallo e il collasso come “resistenza strategica”.

IL PARADOSSO DI SCHRÖDINGER: LA RUSSIA IMPOTENTE E ONNIPOTENTE

Analizzando il dibattito pubblico, e nello specifico lo scontro dialettico tra Marco Travaglio e Beppe Severgnini di qualche sera fa a Otto e Mezzo, trasmissione condotta da Lilli Gruber, emerge con cristallina evidenza la schizofrenia dell’Occidente.

Severgnini, incarnazione dell’establishment euro-atlantico, si aggrappa a un sillogismo privo di fondamenta: la Russia ha fallito perché non è a Lisbona. È la stessa retorica del “40 democrazie contro 1, non c’è storia, vinciamo noi”.

Beh, son passati tre anni da quell’affermazione e i fatti l’hanno polverizzata.

Qui sta il “Paradosso di Schrödinger”, in cui a fare la parte del gatto ci sono tanti giornalisti: Mosca viene dipinta contemporaneamente come un Paese al collasso finanziario, impantanato nel fango ucraino, incapace di prendere di avanzare, ma, allo stesso tempo, è una minaccia esistenziale, una bestia inarrestabile pronta a divorare la Polonia, i Baltici per poi correre fino all’Atlantico.

Delle due una. E proprio qui crolla il castello di sabbia della propaganda occidentale.

Non si può chiedere ai cittadini europei di svenarsi per un riarmo epocale contro un nemico che, secondo la stessa narrazione, è al collasso. È un insulto all’intelligenza collettiva.

Se la Russia è debole, perché l’Occidente ha questa fretta isterica di congelare il conflitto e perché l’Ucraina implora il cessate il fuoco?

Se è forte, perché abbiamo sabotato i negoziati di Istanbul nel 2022, quando l’Ucraina era ancora intera e centinaia di migliaia di giovani ucraini erano ancora vivi e/o non invalidi?

LA GEOGRAFIA OLTRE LA PROPAGANDA

Scendiamo dal piedistallo della retorica di Beppe Severgnini & friends e guardiamo le mappe.

Pokrovsk sta cadendo. Non è un villaggio da poco, ma lo snodo logistico vitale per l’intero fronte orientale.

Persa quella, si apre l’autostrada verso il Dnepr. E mentre l’esercito di Kiev arretra, abbandonato spesso senza ordini di ritirata, la risposta asimmetrica diventa disperata.

Gli attacchi ai gasdotti, non più solo russi ma ora anche kazaki (il consorzio CPC), o i droni contro le petroliere nel Mar Nero, non sono segni di forza, ma, al contrario, gli spasmi disperati di chi, non potendo vincere sul campo, cerca di internazionalizzare il caos, colpendo infrastrutture civili protette dal Diritto internazionale e irritando persino i partner neutrali.

Un po’ come l’attentato al NordStream, per cui la Magistratura tedesca ha spiccato mandati d’arresto per un commando di ucraini.

E cosa fa l’Europa mentre la diga crolla? Continua a inventare fantasmi e a raccontare balle.

I MiG-31 russi che attivano la contraerea polacca per poi “tornare indietro”, o i droni che violano lo spazio aereo moldavo senza che la Moldavia se ne accorga finché Kiev non glielo dice, sono armi di distrazione di massa.

Invenzioni che servono a tenere alta la tensione emotiva dell’opinione pubblica, a giustificare l’invio di armi che non cambieranno l’esito della guerra, ma ne prolungheranno solo l’agonia.

È la politica del simulacro: fingere un’azione per nascondere l’impotenza.

La dimostrazione palese del fatto che il vero nemico degli ucraini è l’Europa che li costringe a morire in guerra per salvare la faccia di leader incompetenti che non ne hanno azzeccata mezza in quasi quattro anni.

IL PIANO DI PACE COME ATTO DI GUERRA SURREALE

L’apice di questo teatro dell’assurdo è la bozza del “piano di pace” europeo.

Un documento che sembra scritto su Marte.

Chiedere un cessate il fuoco immediato sulle linee attuali (per permettere a Kiev di riarmarsi), mantenere le porte della NATO aperte, non riconoscere i territori persi e pretendere che la Russia paghi i danni, significa non aver mai aperto un libro di storia.

Significa certificare un’incompetenza e un’ignoranza da TSO.

Il “Principio di Realtà”, evocato brutalmente, ma correttamente da Travaglio, è spietato, ma è incontrovertibile perché certificato dalla Storia. Almeno per chi l’ha studiata e compresa.

Chi vince detta le condizioni. Chi perde subisce. Pensare che lo sconfitto (Zelensky) possa presentarsi al tavolo con degli ultimatum per il vincitore (Putin) è un’allucinazione diplomatica di chi è insano di mente.

La Russia ha il coltello dalla parte del manico, perciò non ha alcun interesse a fermarsi ora, non quando il frutto sta cadendo dall’albero per pura gravità.

L’idea che Mosca accetti un congelamento che serve solo all’Occidente per riorganizzarsi è ridicola, è un pensiero che nemmeno un bambino delle elementari riuscirebbe a partorire.

Putin negozierà, sì, ma alle sue condizioni perché la guerra l’ha vinta. Punto.

E le sue condizioni sono: neutralità dell’Ucraina, smilitarizzazione e riconoscimento dello status quo territoriale. Certamente, si tratta di condizioni meno vantaggiose per l’Ucraina, rispetto a quelle del 2022. E nel 2026 saranno ancora più stringenti, perché, ogni giorno che passa, la Russia avanza e il prezzo sale.

Nel 2022 il prezzo era la neutralità. Oggi sono quattro regioni. Domani, sarebbe l’intera Ucraina.

E no, pensare di bombardare il territorio russo non è una genialata, ma sarebbe la mossa di un cretino, per giunta criminale. Perché un attimo dopo, decine di basi militari NATO e di capitali europee verrebbero spazzate vie da missili ipersonici con testate atomiche, insieme a centinaia di milioni di cittadini vittime della stupidità dei loro stessi leader.

Lo so, è una situazione brutta, sporca e crudele, ma è la stessa che ha reso grandi gli imperi dell’era mercantilista e gli stessi Stati Uniti d’America. Vi ricorda qualcosa l’Iraq di Saddam? Il Giappone nel 1945? La Germania nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale? Cuba nel 1962?

La Storia insegna che a decidere è sempre e solo la legge del più forte. E questa è Storia, non opinione.

L’ECONOMIA DEL SANGUE E IL FALLIMENTO DELLE ÉLITE

C’è un dato, citato da fonti interne ucraine e non da russi, riportato con orrore da voci indipendenti, che dovrebbe togliere il sonno: 500.000 ucraini morti. Mezzo milione. A cui vanno aggiunti i feriti. Parliamo di una generazione cancellata.

La responsabilità morale di questa ecatombe ricade interamente su una classe dirigente occidentale – da von der Leyen ai vertici NATO, passando per le cancellerie nazionali – che ha venduto a Kiev un sogno impossibile.

Hanno trattato l’Ucraina non come un alleato da salvare, ma come un asset sacrificabile per logorare la Russia, con il risultato che oggi la Russia è militarmente più avanzata di quattro anni fa, economicamente riorientata verso la Cina e geopoliticamente compatta e più forte nei BRICS.

L’Europa, invece, è deindustrializzata, impoverita, divisa e strategicamente irrilevante.

Siamo di fronte a un fallimento sistemico delle élite liberali, incapaci di leggere il mondo fuori dalla lente deformata della propria ideologia.

Severgnini che si stupisce del “cinismo” della realtà è l’emblema di un mondo che muore per la sua incapacità di vivere e di leggere le situazioni reali della vita.

Travaglio, pur con i suoi toni caustici, si limita a fare ciò che il giornalismo dovrebbe fare: guardare i fatti, non i desideri. Raccontare ciò che accade, non inventare panzane di pale, microchip, muli, Putin in fin di vita o altre sciocchezze.

La guerra è finita e l’Occidente è stato sconfitto.

Lo sanno a Washington, lo sanno a Mosca, lo sanno a Kiev.

Gli unici che fingono di non saperlo sono quelli che hanno costruito le loro carriere sulla menzogna della “vittoria totale, fino all’ultimo ucraino.”

Ma la nebbia, quella vera, si è diradata e ci ha mostrato che di ucraini non ne restano più tanti.

E ci rende visibile anche le macerie di un Paese sconfitto e soffocato dalla corruzione interna e dalla bancarotta. E ci rende visibile anche un’altra bancarotta: quella morale dell’Occidente.

IL GRANDE INGANNO, DALLA CORRUZIONE DI KIEV ALLA TRAPPOLA DEI TRE REGNI

Il fronte si sgretola, giorno dopo giorno.

Mentre le attenzioni del mondo sono calamitate dai flash delle conferenze stampa e dalle strette di mano nei palazzi del potere, la realtà a Pokrovsk è fatta di fango, sangue e ritirate che sanno di disfatta.

Ma c’è un’altra linea del fronte che sta cedendo, quella morale e politica a Kiev. Volodymyr Zelensky è un uomo solo. Sempre più solo.

E la sua non è la solitudine dell’eroe romantico, ma quella del manager fallimentare abbandonato dai soci di maggioranza, dopo che lo scandalo della corruzione ha decapitato i vertici della difesa e dell’energia, toccando figure intoccabili come Yermak.

Perché, quando il mito della vittoria si infrange contro la realtà della guerra di logoramento, inizia la caccia alle streghe interna.

Perciò i fedelissimi cadono e il Re è nudo, ma l’Europa continua a cucirgli addosso vestiti invisibili, fingendo che le tangenti sui generatori e sulle munizioni siano solo un “danno collaterale” della democrazia nascente.

Non lo sono, anche se tanti si arrampicano sugli specchi dicendo “saltano fuori queste cose perché l’Ucraina è una democrazia”.

Sono il cancro che divora la resistenza mentre i nostri soldi, i soldi dei contribuenti europei, finiscono in un buco nero di inefficienza e avidità. Così come le nostre armi finiscono nelle mani di organizzazioni non meglio definite per scopi ancora più bui e misteriosi.

L’ELEFANTE NELLA STANZA HA GLI OCCHI A MANDORLA

Eppure, sarebbe miope, quasi infantile, limitare l’analisi al teatro ucraino. La vera partita si gioca a migliaia di chilometri di distanza. La Cina non è solo uno spettatore silente, ma il banco che tiene in piedi il casinò.

Senza l’ossigeno economico di Pechino, la macchina bellica russa si sarebbe inceppata da tempo.

E anche non aver calcolato la presenza della Cina è un enorme errore di valutazione dei leader europei.

Tuttavia, Xi Jinping non fa beneficenza. Il suo è un calcolo economico e geopolitico, infatti recita la parte di Liu Bei, lasciando che i due giganti, Washington e Mosca, si logorino a vicenda nella guerra combattuta per procura in Ucraina, per emergere poi come il vero vincitore, o quantomeno come l’ago della bilancia indispensabile.

Gli Stati Uniti sono paralizzati da un dilemma shakespeariano: affrontare l’asse sino-russo come un monolite o tentare di sedurre Mosca per isolare Pechino?

È il dibattito che sta dilaniando il Dipartimento di Stato, diviso tra i “vecchi” esperti di Russia, ancorati alla Guerra Fredda, e i nuovi strateghi dell’Indo-Pacifico. E mentre Washington esita, Mosca incassa.

LA PSICOSI EUROPEA E IL MERCATO DELLA PAURA

In questo vuoto strategico, l’Europa è scivolata nel panico. O meglio, nel “marketing del panico”.

Polonia, Germania e Paesi baltici stanno costruendo una narrazione di assedio per giustificare l’ingiustificabile: il ritorno all’economia di guerra e alla leva obbligatoria che, senza paura e senza un nemico alle porte, gli europei non accetterebbero.

I droni di polistirolo rattoppati con lo scotch che “minacciano” i confini polacchi, le misteriose petroliere in fiamme, i sabotaggi maldestri attribuiti a spie da film di Alberto Sordi, pagate in cripto-valute: siamo di fronte a una costruzione sociale della minaccia che fa sorridere chi non ha soltanto spazio tra le orecchie, ma che funziona con tanti, evidentemente.

Varsavia incassa 44 miliardi di euro dall’UE per fortificare i confini, Berlino sogna di ricreare la Wehrmacht in chiave moderna.

Ma per farlo, devono terrorizzare una popolazione pacificata da ottant’anni di benessere. Devono convincere il giovane di Berlino o di Milano che imbracciare un fucile è necessario, è da cittadino modello. Come lo era iniettarsi un vaccino.

Solo che, quando Camilla Canepa è morta, i grandi guru di virologia sono spariti tutti. E quando sono arrivati gli invalidi, il potere non ha trattato quelle persone da eroi, da cittadini modello, ma ha impugnato le sentenze di risarcimento, trincerandosi dietro scuse che la Commissione Covid sta smontando, nel silenzio generale dei media che hanno scelto di fare propaganda anziché informazione.

Perciò, meglio pensarci tre volte, prima di credere alle chimere di eserciti, armi e minacce.

Infatti, tanti non credono più ai politici e alle loro promesse da truffatori in metropolitana.

Allora, che fanno i potenti?

Gridano al lupo ogni giorno. Trasformano ogni incidente in un atto di guerra ibrida, in una evidente manipolazione di massa che serve a coprire il fallimento diplomatico figlio della loro incompetenza.

IL PIANO WITKOFF E IL TRAMONTO DELLA DIPLOMAZIA VALORIALE

In questo scenario apocalittico è esplosa la figura di Steve Witkoff ai colloqui in Florida, per cui è caduta l’ultima maschera. Non si parla di valori, di democrazia o di integrità territoriale. Si parla di affari.

Il piano che si sta delineando è brutale, è fatto di risorse in cambio di tregua. Scambi commerciali come trattati di pace.

Ma c’è un problema di fondo, un problema di fiducia. Mosca non si fida di Washington. Pechino guarda con sospetto a qualsiasi accordo commerciale USA-Russia che possa escluderla.

E Kiev continua a chiedere l’impossibile, cioè la NATO e i confini del 1991, mentre l’Europa la incoraggia ciecamente, come un allenatore che spinge sul ring un pugile ormai suonato, tra il padre cinico che manda al patibolo il figlio al suo posto.

La richiesta russa è sempre quella del 2022, chiara e, dal loro punto di vista, logica: il ritiro ucraino dal Donbas non controllato come precondizione per il cessate il fuoco.

È una resa? Certamente. Ma l’alternativa è che se lo prendano con la forza, metro dopo metro, mentre l’Occidente discute se i droni fossero russi o ucraini.

Perché, da che mondo è mondo, le condizioni dei trattati le dettano i vincitori. E la Russia ha vinto, tanto che a implorare il cessate il fuoco è Kiev, non certo Mosca.

L’ULTIMO ATTO

Siamo di fronte a un bivio storico. La guerra in Ucraina sta diventando un “side show”, uno spettacolo secondario rispetto alla vera tensione che si accumula nel Pacifico, attorno a Taiwan e alle isole Ryukyu.

Il Giappone si riarma, la Cina minaccia, e l’Ucraina rischia di essere la pedina sacrificata per guadagnare tempo, uomini e denaro per rivolere attenzioni più a Est.

Zelensky rimarrà solo nel suo bunker, circondato dai fantasmi della corruzione e dalle promesse infrante dell’Occidente.

E noi europei ci ritroveremo più poveri, più militarizzati e moralmente sconfitti, per aver finanziato una guerra per procura che non potevamo vincere, mentre i tre unici veri imperi ridisegnano le mappe del mondo sopra le nostre teste.

La pace, se arriverà, non avrà il sapore della giustizia, proprio come i libri di storia ricordano a chiunque abbia il coraggio di studiarli.

Avrà il sapore metallico di un accordo commerciale, siglato sulle ceneri di una nazione che abbiamo illuso e mandato al patibolo per la follia di Biden e l’incompetenza di un manipolo di pazzi alla guida delle istituzioni e delle cancellerie europee.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

PERCHÉ LA CORTE DEI CONTI HA FERMATO IL PONTE SULLO STRETTO

C’è un confine sottile, quasi invisibile, ma letale, dove la narrazione politica si infrange contro il Diritto amministrativo.

Purtroppo, nelle democrazie funziona così. In Corea del Nord, decidono pochissimi fedelissimi di un uomo solo, ma da noi no.

È lì, su quel confine, in quel punto preciso, è rimasto imbrigliato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.

La Corte dei Conti, con la freddezza che le compete, ha depositato le motivazioni del “no” pronunciato lo scorso 29 ottobre. E quello che emerge non è solo un intoppo burocratico, ma è la bocciatura di un metodo.

Il Ministero e il Governo, con un riflesso condizionato degno di Pavlov, hanno già lanciato la controffensiva mediatica. “Siamo al lavoro”, dicono. “Supereremo i rilievi”.

Una danza verbale che conosciamo bene, tesa a rassicurare i mercati e l’elettorato. Tuttavia, leggendo le carte, la realtà appare ben diversa.

L’ILLUSIONE DELL’INTERESSE SUPREMO E IL NODO AMBIENTALE

Il motivo della bocciatura è in quattro pilastri fondamentali, quattro crepe strutturali nel progetto di fattibilità giuridica ancor prima che ingegneristica.

La prima è forse la più affascinante dal punto di vista sociologico: il tentativo di utilizzare la procedura “Iropi”, acronimo tecnico che sta per “motivazioni imperative di rilevante interesse pubblico”.

In parole povere, è la carta “esci gratis di prigione” che si gioca quando un’opera viola i vincoli ambientali, ma è talmente vitale da non poterne fare a meno.

Ebbene, i giudici contabili hanno rilevato un dettaglio inquietante, quanto imbarazzante: questa “imperatività” non è stata validata da organi tecnici terzi, ma solo autocertificata. Perciò manca la documentazione “adeguata e circostanziate” non solo sull’impatto ambientale, ma persino sulle ragioni di tutela della salute e della sicurezza pubblica.

In pratica, si è cercato di bypassare il parere formale della Commissione Europea con un atto di fede, piuttosto che con un dossier scientifico. Un azzardo bocciato dalla Corte.

IL PARADOSSO DEGLI APPALTI E LA MEMORIA CORTA SUI COSTI

Spostiamo lo sguardo sul piano economico, seguendo i soldi.

Qui la situazione si fa grottesca. La direttiva Habitat impone di valutare alternative meno impattanti.

Bruxelles aveva chiesto chiarimenti. La risposta del Ministero dell’Ambiente è stata inviare i pareri VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) del 2024 e 2025. Cioè, il governo ha risposto a una domanda con la domanda stessa.

Ma è sulla normativa degli appalti che il castello scricchiola sinistramente.

La Corte ha puntato il dito su un fatto macroscopico: si sta cercando di rianimare un contratto morto e sepolto, basato su costi del 2006, senza una procedura formale di aggiornamento prezzi.

In quasi vent’anni il mondo è cambiato tre volte, l’inflazione ha galoppato, le materie prime sono esplose.

Pensare di non ricalibrare il tutto è follia finanziaria persino per un problema a un esame di licenzia media.

C’è di più. Il modello di finanziamento è mutato radicalmente.

Nel 2003 si parlava di project financing, ovvero coinvolgimento di capitali privati. Oggi siamo di fronte a una copertura integrale con risorse pubbliche.

Il rischio d’impresa è stato totalmente socializzato, spostato sulle spalle dei contribuenti italiani, trasformando l’operazione in un debito pubblico differito, che pagheranno le future generazioni. Il che non è di per sé sbagliato, perché si tratta di un progetto di cui godranno soprattutto le nuove generazioni, perciò è previsto che, per queste opere, lo Stato rinvii il pagamento agli adulti del futuro, ma viene meno il progetto iniziale.

CAOS AMMINISTRATIVO: QUANDO LA MANO DESTRA IGNORA LA SINISTRA

Il terzo punto critico sollevato dai magistrati contabili riguarda l’assenza del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul sistema tariffario.

Sembra un dettaglio tecnico, ma è la chiave di volta del Piano Economico Finanziario. Se non sai quanto costerà il pedaggio e chi lo regolerà, come puoi calcolare la sostenibilità della gestione affidata alla società Stretto di Messina?

L’istruttoria appare, agli occhi dei giudici, come un puzzle incompleto.

Atti mancanti. Versioni multiple degli stessi documenti che si contraddicono o si sovrappongono. Un disordine che tradisce fretta, approssimazione, forse ansia da prestazione politica.

Addirittura, il decreto interministeriale del 1° agosto, che avrebbe dovuto dare il “la” alla delibera del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile (CIPESS), non aveva ancora completato il controllo preventivo alla data della riunione.

In pratica, si è deliberato sul nulla.

L’OTTIMISMO DELLA VOLONTÀ CONTRO IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE

Palazzo Chigi promette battaglia e chiarimenti entro metà dicembre.

Si parla di “ampi margini di chiarimento” e di un confronto costruttivo. È la retorica istituzionale. Eppure, la sensazione è che si stia cercando di curare una frattura scomposta con un cerotto.

Non si tratta di essere contro le grandi opere, perché un’infrastruttura strategica serve, eccome.

Ma la modernità di un Paese non si misura dai metri di campata unica di un ponte, bensì dalla capacità della sua classe dirigente di produrre atti amministrativi inattaccabili, trasparenti, solidi, rapidamente. Possibilmente in maniera non brancaleonosa.

Finché la politica continuerà a considerare le norme europee e i controlli contabili come fastidiosi orpelli da aggirare, e non come garanzie di legalità e sostenibilità che evitano i problemi del “magna magna” del passato, il Ponte sullo Stretto rimarrà quello che è sempre stato: un miraggio onirico sospeso tra Scilla e Cariddi, bellissimo sulla carta, ma incapace di poggiare i piedi sul mondo della realtà.

Le motivazioni dietro lo stop della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto: un’analisi critica su violazioni ambientali, incertezze finanziarie e il braccio di ferro tra narrazione politica e rigore amministrativo.

L’ILLUSIONE DEL SOLDATO VOLONTARIO

L’EUROPA CI PREPARA ALLA GUERRA MENTRE L’ECONOMIA AFFONDA

Ormai, siamo nella fase del marketing della paura.

Mentre l’amministratore delegato di Leonardo, il colosso della difesa italiana, ci dice che “non sta finendo una guerra, ma ne sta iniziando una nuova”, noi ci troviamo di fronte a uno dei più grandi esperimenti di ingegneria sociale del XXI secolo.

E non è affatto un caso.

La sincronia è perfetta: da una parte abbiamo i mercati e l’industria bellica che chiedono sangue e contratti, dall’altra, i governi europei, da Parigi a Roma, che iniziano a sussurrare parole che credevamo sepolte negli archivi del Novecento, quali leva, riserva, mobilitazione, coscritti.

Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha lanciato il sasso al cospetto di Macron, annunciando una riserva ausiliaria di diecimila unità. Volontaria, per ora.

Ma l’aggettivo “volontario”, quando pronunciato in tempi di crisi economica sistemica, assume contorni sinistri. È davvero una scelta libera arruolarsi quando il potere d’acquisto si sgretola e il PIL del tuo Paese flirta con lo zero virgola?

LA DISSONANZA COGNITIVA: IL MITO DELL’INVASIONE RUSSA

La narrazione dominante, quella che giustifica il riarmo e la proposta di una riserva militare, si fonda sul traballante assioma per cui la Russia vuole invadere l’Europa.

Ma è la medesima Russia che comincia ad avere meno incassi dalla vendita di gas e petrolio e che vede le banche e le imprese in grandi difficoltà. La stessa Russia che la propaganda occidentale dava per morta nel 2022, armata solo di pale ottocentesche, senza calzini, a dorso di muli e a caccia di microchip dai tiralatte.

Come fa una nazione che, secondo i racconti di Repubblica, Il Corriere e le altre testate roboanti, è moribonda, con un esercito allo sbando, impantanata nel Donbas da quasi quattro anni, a essere un pericolo per Roma, Parigi, Madrid e Lisbona?

Questi tesi, ripetuta come un mantra ossessivo, cozza violentemente con la realtà logistica e militare.

Mosca è impantanata nel Donbas, sebbene messa indiscutibilmente meglio dell’Ucraina.

Ha impiegato mesi, risorse ingenti e vite umane per conquistare villaggi che sulle carte geografiche che ci mostrano nei talk show appaiono come puntini insignificanti. Almeno così ci dicono i nostri esperti di guerra.

E noi dovremmo credere che questa stessa macchina militare, logorata e lenta, sia pronta a marciare su Berlino o Parigi nel 2029?

Con quali soldi, visto i guai finanziari? Con quali uomini, visto che, con 1000 morti al giorno, stando ai racconti dei nostri media, ha perso più di 1,2 milioni di uomini, cioè l’intero esercito?

È un insulto alla nostra intelligenza, almeno per chi abbia almeno due neuroni funzionanti e non solo spazio vuoto tra le orecchie.

Eppure, questa “bugia utile” serve a coprire un fallimento strategico colossale.

Abbiamo investito miliardi in un conflitto per procura in Ucraina, svuotando i nostri arsenali e le nostre casse, senza ottenere alcun vantaggio geopolitico tangibile, se non quello di aver spinto la Russia tra le braccia della Cina e aver devastato il nostro tessuto industriale con costi energetici insostenibili.

Senza dimenticare il fatto che l’Ucraina che rifiutò i trattati del 2022 aveva un’economia e un esercito, mentre oggi ha il 20% del territorio occupato dal nemico, un esercito allo sbando, l’economia rasa al suolo, con debiti impagabili, un’intera generazione morta o resa invalida e milioni di cittadini in età da lavoro fuggiti all’estero.

Perché, sì, ragazzi: la guerra per una pace giusta porta morti e distruzione; la diplomazia per una pace a qualunque costo, invece, salva vite e la nazione. È solo questione di visione e di scelta. L’Europa ha scelto il fallimento dell’Ucraina e la morte degli ucraini.

IL “PIANO GERMANIA” E I PASSETTI VERSO L’ABISSO

La mossa di Crosetto non è un atto di precauzione nazionale, ma un tassello di un mosaico più ampio e inquietante.

La Germania ha già steso il suo Operation Plan Deutschland, un tomo di oltre mille pagine che non è solo teoria, ma un manuale operativo per trasformare il Paese in un hub logistico per la Terza Guerra Mondiale.

Macron, in Francia, gioca con la retorica napoleonica reintroducendo il servizio universale e i vertici del suo esercito dicono già ai francesi che devono abituarsi all’idea di perdere i loro figli in guerra.

L’Italia si accoda. Si parla di “riserva volontaria”, di “professionalità specifiche”, ma la direzione è inequivocabile: si sta traghettando l’opinione pubblica dalla pace al concetto di “economia di guerra”.

È l’applicazione della Finestra di Overton – per chi non ha studiato Comunicazione e Psicologia, la tecnica della rana bollita.

Oggi ti dicono che servono 10.000 volontari per colmare i vuoti lasciati da anni di tagli sconsiderati.

Domani, quando la crisi economica indotta dalle stesse sanzioni che abbiamo applaudito e le scellerate politiche contro il motore endotermico renderanno il lavoro civile una chimera, la divisa diventerà l’unico ammortizzatore sociale rimasto. Non sarà una leva obbligatoria per legge, ma per fame.

E ti diranno che serviranno 30.000, forse 50.000 inventandosi i più disparati motivi. Un po’ come quando ti dicevano “ancora solo quindici giorni”. Ricordi? La strategia è la stessa.

DIPLOMAZIA VS. RIARMO: LA GRANDE RIMOZIONE

La cosa più spaventosa non è ciò che viene detto, ma ciò che viene taciuto.

Nessuno, nelle cancellerie che contano, parla seriamente di come far finire la guerra.

Le condizioni di Putin sono sul tavolo: riconoscimento della Crimea, ritiro dal Donbas. Sono lì dal 2022 e, più passa il tempo, peggiori e più pesanti diventano.

Possiamo considerarle inaccettabili, ingiuste, brutali. Ma l’alternativa qual è? Continuare a combattere una guerra di attrito che l’Ucraina non può vincere, rischiando di perdere ancora più territorio e più uomini, trascinando l’Europa nel baratro?

Quante migliaia di altri giovani ucraini devono morire perché i leader europei lo capiscano? Perché… vogliono salvarli gli ucraini, vero?!

A me sorge più di qualche dubbio, non so a voi.

La logica – e la cultura – vorrebbe che si esplorasse ogni via diplomatica prima di chiedere ai cittadini di prepararsi a imbracciare le armi, invece, assistiamo a una rimozione collettiva della diplomazia.

Si preferisce investire in munizioni che non abbiamo e in soldati che i popoli europei non vogliono, come hanno dimostrato in tutte le elezioni svolte negli ultimi due anni, in cui hanno dato ampio consenso ai partiti contrari alle politiche belliciste.

Eppure i leader insistono sulla preparazione alla guerra, piuttosto che ammettere di aver miseramente fallito.

IL PREZZO DEL CONFORMISMO

Stiamo scivolando su un piano inclinato, perché la proposta di una riserva militare italiana, venduta come un necessario adeguamento ai tempi correnti, è in realtà la confessione di un’impotenza politica.

I nostri leader, incapaci di garantire prosperità e sicurezza attraverso la politica e l’economia, si rifugiano nell’unica risposta che conoscono quando le idee finiscono: la forza.

Ma attenzione. I miliardi necessari per riarmare l’Europa, per addestrare queste riserve, per riempire i magazzini svuotati, non cadranno dal cielo. Verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alle infrastrutture civili.

Stanno tassando il futuro dei nostri figli.

Ci stanno chiedendo di barattare il nostro benessere con una sicurezza illusoria contro un nemico che non ha né la forza né l’intenzione di varcare i nostri confini, né alcun motivo logico per farlo, a meno che non siamo noi stessi a costringerlo con una minaccia esistenziale.

E, cosa ancora più inquietante, la storia ci insegna che quando si preparano i piani per la guerra, la guerra, per una perversa profezia che si autoavvera, tende ad arrivare davvero.

Chi ha studiato le cause della Prima e della Seconda Guerra mondiali lo sa bene. Purtroppo, sembra che tutti gli altri siano finiti a fare i giornalisti o a rivestire alte cariche europee.

Sembra solo a me?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

MENTRE L’EUROPA PAGA PER L’APOCALISSE, I GIGANTI SI SPARTISCONO LA PACE

È più fitta la nebbia della dissonanza cognitiva europea o quella che avvolge le trincee del Donbas?

Se si osserva lo scenario attuale con il cinismo necessario a chi conosce i flussi del denaro, appare evidente che stiamo assistendo a due rappresentazioni simultanee, recitate su palcoscenici adiacenti, ma totalmente scollegati.

Da una parte c’è Washington, pragmatica e brutale, che ha riaperto i canali della diplomazia con Mosca; dall’altra c’è Bruxelles, avviluppata in una spirale di riarmo compulsivo e retorica bellicista, che sembra prepararsi a un conflitto epocale proprio mentre gli altri cercano di spegnere l’incendio.

IL PARADOSSO POLACCO E I MILIARDI DELLA PAURA

Il primo atto di questa commedia dell’assurdo si svolge a Varsavia.

L’Unione Europea, con una rapidità di esecuzione che fa invidia ai tempi biblici delle sue burocrazie sanitarie o infrastrutturali, ha trovato 44 miliardi di euro.

Non per gli ospedali, non per adeguare i salari reali che in paesi come l’Italia sono in caduta libera da un ventennio, ma per il riarmo della Polonia.

Intanto, anche la Moldavia parla di sconfinamenti nel proprio spazio aereo, perché i miliardi fanno gola, vuoi mettere?

Stiamo finanziando quello che viene pomposamente chiamato “Scudo Orientale”, un muro di droni, fortificazioni e tecnologia militare al confine con la Bielorussia.

La narrazione ufficiale ci dice che queste sono “scelte sofferte”, dettate dalla necessità di difendere la democrazia dalla Russia alle porte. Ma analizzando i fatti, si nota come stiamo assistendo al più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il complesso militare-industriale dai tempi della Guerra Fredda.

E lo facciamo mentre il Parlamento Europeo, in un impeto di zelo che rasenta il grottesco, sdogana l’utilizzo di armamenti controversi, spingendo l’acceleratore verso un’escalation che la stessa popolazione, impoverita e stanca, non ha mai richiesto.

C’è un’isteria quasi artificiale riguardo ai droni e alle presunte violazioni dello spazio aereo in Romania o Moldavia; incidenti che, in un contesto normale, verrebbero gestiti con telefonate tra diplomatici, oggi diventano il carburante per giustificare spese faraoniche.

Se un treno deraglia o un sito web va offline, la colpa è automaticamente di Mosca, una scusa perfetta che assolve le classi dirigenti da ogni incompetenza gestionale interna.

IL REALISMO DI TRUMP E LA DISCESA A PATTI DEL CREMLINO

Mentre l’Europa scava trincee finanziarie, a migliaia di chilometri di distanza la politica reale ha ripreso a respirare.

Le notizie che filtrano dagli Stati Uniti e dalla Russia delineano un quadro radicalmente diverso da quello dipinto da Kaja Kallas, l’Alto Rappresentante UE che continua a ripetere il mantra delle sanzioni e della guerra a oltranza.

Donald Trump ha cestinato i vecchi ultimatum. Il nuovo piano in 28 punti non è più un diktat, ma una mappa flessibile.

Si parla di un esercito ucraino ridimensionato, ma non annientato (800.000 effettivi, una cifra che ha trovato il consenso di Kiev per quanto ridicola, considerando che la Francia ne conta 200.000), e di concessioni territoriali dolorose inevitabili visto l’esito della guerra.

Vladimir Putin non ha sbattuto la porta.

Anzi, ha definito le proposte americane una “buona base di partenza”.

Mosca aspetta gli USA e i canali di intelligence ad Abu Dhabi sono roventi. Persino Zelensky, in un messaggio che tradisce un realismo sopravvenuto, ringrazia Trump e parla di “obiettivi comuni” per una pace dignitosa.

È il crollo della narrazione manichea: il nemico non è più assoluto, ma un interlocutore con cui trattare il prezzo del gas e i confini sulle mappe.

MA CI SONO INTRIGHI INTERNAZIONALI: CHI VUOLE SABOTARE LA PACE?

Eppure, in questo ingranaggio che tenta di riallinearsi verso la stabilità, qualcuno ha gettato della sabbia.

Il leak della telefonata tra l’inviato Witkoff e il consigliere russo Ushakov non è un incidente di percorso, come si potrebbe pensare, ma un atto di guerra ibrida tra alleati.

Le analisi più raffinate, che incrociano fonti disparate come il giornalismo dissidente americano e le inchieste italiane di alto profilo, puntano il dito verso Londra.

L’intelligence britannica, e forse quella francese, terrorizzate dall’idea di un accordo russo-americano che le tagli fuori dai giochi e renda inutile il loro posizionamento oltranzista, potrebbero aver usato la rete Five Eyes (un’alleanza di intelligence formata da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti) per intercettare e bruciare il canale diplomatico.

Siamo di fronte a una frattura transatlantica senza precedenti.

Mentre l’amministrazione americana cerca di chiudere il fronte per concentrarsi sulla Cina, una parte dell’Europa, guidata da un asse franco-britannico e sostenuta dalla burocrazia di Bruxelles, gioca al “tanto peggio tanto meglio”, sabotando le trattative pur di non ammettere il fallimento della propria strategia.

L’EPILOGO: I CITTADINI COME SPETTATORI PAGANTI

La sintesi logica di questi elementi è impietosa. L’Europa è governata da una classe politica che, per non perdere la faccia, è disposta a sacrificare il portafoglio e la sicurezza dei propri cittadini.

Mentre a Mosca e a Washington si discute di come spartirsi le sfere di influenza e si abbozzano i confini del dopoguerra, noi stiamo ancora firmando assegni in bianco e usando fondi russi sequestrati per costruire linee Maginot di polistirolo e droni, inseguendo il fantasma di una vittoria totale che nessuno, nemmeno il Pentagono, ritiene più possibile.

Il rischio, concreto e imminente, è che quando la musica della diplomazia si fermerà e l’accordo verrà siglato sopra le nostre teste, l’Europa si ritroverà sola, armata fino ai denti contro un nemico che ha già fatto pace con il nostro protettore, e con un buco di bilancio che pagheranno le prossime tre generazioni.

Non è difesa della libertà, ma la più costosa presa in giro e dimostrazione di incompetenza politica della storia contemporanea, ma edulcorata dai racconti della propaganda delle pale, dei microchip, dei droni, dei muli e delle tante sciocchezze inventate da chi doveva fare informazione, invece ha scelto di diventare megafono del potere.

IL TEATRO DELL’ASSURDO DI UN’EUROPA CHE HA PERSO LA GUERRA E ANCHE LA RAGIONE

Se esistesse un Ministero della Verità orwelliano a Bruxelles, probabilmente sarebbe gestito da uno stagista al secondo anno di Scienze della Comunicazione in evidente stato di ebbrezza.

Non c’è altra spiegazione logica, né sociologica, per la dissonanza cognitiva che l’Occidente ci sta propinando da due anni a questa parte.

Viviamo in una narrazione schizofrenica per cui la Russia è, nello stesso istante, un gigante terrificante pronto a marciare su Lisbona e invadere la Moldavia con orde di droni inarrestabili, e, contemporaneamente, un esercito di straccioni armati di pale, che combatte per conquistare un pollaio nel Donbass esaurendo i missili per acciuffare niente o quasi.

E mentre noi ci perdiamo in questo labirinto di specchi deformanti, la realtà, quella cosa fastidiosa che tende a non curarsi dei comunicati stampa dei grandi giornalisti delle pale e dei microchip, bussa alla porta con la delicatezza di un missile ipersonico Kinzhal.

URSULA SU MARTE E IL PICCOLO NAPOLEONE: QUANDO LA POLITICA DIVENTA PSICOPATOLOGIA

Osservare Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron oggi è come guardare due generali che spostano bandierine su una mappa di Risiko mentre la loro casa sta bruciando.

Vivono su Marte. O forse in una bolla di irrealtà così spessa che nemmeno il boato delle bombe sulle infrastrutture energetiche ucraine riesce a penetrarla.

La Presidente della Commissione, con la faccia di chi non ha mai dovuto fare i conti con la bolletta del gas di un operaio di Brescia, continua a ripetere che la pressione e le sanzioni sono l’unico linguaggio che Mosca capisce.

Magnifico. Peccato che le sanzioni abbiano isolato l’Europa, non la Russia. E gli operai italiani se ne sono accorti da tempo. Lei no.

Abbiamo spinto Mosca tra le braccia di Pechino, abbiamo devastato la nostra competitività industriale e ora ci troviamo a elemosinare gas liquefatto agli americani a prezzi da gioielleria.

Ma Ursula insiste: non bisogna legittimare i confini cambiati con la forza.

Un concetto nobile, se non fosse che la storia militare non si scrive con i sentimenti, ma con l’acciaio e il sangue degli sconfitti. E l’Ucraina sta finendo entrambi.

E poi c’è Macron, il Napoleone dei nostri giorni, che parla di inviare truppe di “rassicurazione”, mentre gli alti vertici del suo esercito dicono ai francesi di prepararsi a perdere i loro figli.

Rassicurazione per chi? Per i cittadini francesi che vedono il loro potere d’acquisto eroso? O per un establishment terrorizzato dall’idea che la guerra finisca e si debba presentare il conto all’elettorato dei loro disastri?

Questi leader si comportano come se avessero vinto. Dettano condizioni al vincitore. È un livello di idiozia che i greci antichi avrebbero punito con un fulmine di Zeus, ma che noi ci limitiamo a subire con rassegnata apatia.

LO SCANDALO CHE NON C’È: SE IL NEGOZIATORE PARLA CON IL NEMICO

In questo circo, l’ultima performance dei nostri media “liberi e indipendenti” è stata l’indignazione per i contatti tra Steve Witkoff, l’inviato speciale di Trump, e il Cremlino. Repubblica e Bloomberg urlano allo scandalo: “Si sono parlati! Hanno concordato i punti!”.

Fatemi capire: siamo arrivati al punto in cui la diplomazia è considerata tradimento?!

Un mediatore, per definizione, deve parlare con entrambe le parti. Se Witkoff non parlasse con i russi, con chi dovrebbe negoziare la pace? Con lo specchio?!

La verità, quella che fa male ai “pigiamati mimetici” da tastiera, è che Trump, piaccia o non piaccia al salotto buono del progressismo europeo, ha capito il gioco. Sa che l’Ucraina ha perso. Sa che non riavrà la Crimea, né il Donbass, e probabilmente nemmeno la fascia costiera sud-orientale.

Il piano di pace di cui tutti si scandalizzano perché “sembra scritto dai russi” è semplicemente una fotografia della realtà. Se perdi una guerra, fai concessioni territoriali.

Se perdi una guerra, accetti la neutralità. Non è “filo-putinismo”, è realismo politico. È cultura della Storia, quella che né von der Leyen né Macron, tanto meno i nostri illustri giornalisti da pale e microchip, dimostrano di avere. È l’ABC delle relazioni internazionali che chiunque abbia studiato qualcosa oltre ai tweet di Zelensky dovrebbe conoscere.

Ma l’Europa sta cercando disperatamente di sabotare questo processo. I suoi leader vogliono vincolare il futuro, inviare armi a lungo raggio, rubare gli asset russi congelati (un suicidio finanziario per l’Eurozona, ma chi se ne importa?), tutto pur di impedire che la guerra finisca con una sconfitta formale sotto la loro sorveglianza.

IL PREZZO DELLE MENZOGNE: POVERI MA “GIUSTI”

Mentre a Bruxelles giocano alla guerra totale con i soldi degli altri, diamo un’occhiata a cosa succede nel mondo reale, quello dove la gente deve fare la spesa e cambiare le gomme all’auto.

I dati sono impietosi, una sentenza inappellabile contro la nostra classe dirigente.

Negli ultimi vent’anni, mentre in quasi tutta Europa i salari reali crescevano (in Romania del 140%, in Polonia dell’80%), l’Italia è l’unico Paese, insieme alla Grecia, ad avere il segno meno.

Meno quattro per cento. Abbiamo perso potere d’acquisto mentre il costo della vita esplodeva, trainato da quelle sanzioni “intelligenti” che dovevano mettere in ginocchio Putin e invece hanno messo in ginocchio la partita IVA di Mantova.

Ci chiedono 6.800 miliardi per il riarmo entro il 2035. Ci chiedono di sacrificare il nostro benessere sull’altare di una guerra persa, per difendere i confini di un paese che non è nella NATO e non è nella UE, governato da un’élite che si è arricchita mentre mandava al macello una generazione.

La verità è che non stiamo difendendo la democrazia. Stiamo difendendo l’orgoglio ferito di una classe politica europea mediocre, incapace di ammettere l’errore, terrorizzata dall’asse Trmp-Putin e disposta a combattere fino all’ultimo ucraino e fino all’ultimo euro dei nostri risparmi, pur di non dover dire: “Abbiamo sbagliato”.

Il nemico avanza nel Donbass. I droni russi colpiscono quando e dove vogliono. E noi ci indigniamo perché qualcuno ha osato alzare il telefono per cercare di fermare il massacro.

Se non fosse tragico, sarebbe la sceneggiatura perfetta per una commedia di basso livello. Ma purtroppo, i biglietti per questo spettacolo li stiamo pagando noi, e costano carissimo.

IL GRANDE ESODO DALLE URNE. A STRAVINCERE È IL NON VOTO E A PERDERE SONO SINISTRA, CENTRO E DESTRA

Non serve un microscopio per analizzare il cadavere della partecipazione democratica in Italia; basta guardare i numeri delle amministrative.

Nelle regioni chiamate al voto, Campania, Veneto e Puglia, il vero trionfatore non ha volto, non ha simbolo e non ha comizi. Non è di centro, di sinistra o di destra. È il Partito dell’Astensione.

Un gigante silenzioso che ha divorato la legittimità delle istituzioni, che rappresentano solo una minima parte degli italiani.

In Campania, si è presentato ai seggi un misero 44,06% degli aventi diritto. Un crollo vertiginoso dell’11,5% rispetto al 2020. Il Veneto, un tempo roccaforte della partecipazione civica, ha risposto con un’alzata di spalle ancora più netta: 44,64%, lasciando sul terreno oltre 16 punti percentuali. La Puglia segue a ruota, fermandosi al 41,83%.

Il Partito dell’Astensione ottiene tra il 56 e il 59% dei voti. Un plebiscito che indica come i vincitori di questa tornata elettorale rappresentino soltanto un italiano su quattro, spesso addirittura meno.

Il 60% di Fico, ma sul 44% di campani aventi diritto, indica che il nuovo governatore è stato votato da un campano su quattro. Il suo risultato reale è il 26,4% degli aventi diritto.

Stesso discorso vale per gli altri “vincitori” di queste elezioni.

Non è solo un’anomalia statistica, ma un cancro che ha già metastatizzato in Valle d’Aosta, Marche, Calabria e Toscana, dove le percentuali di affluenza sono scivolate inesorabilmente verso il basso, con picchi negativi che sfiorano i 15 punti percentuali di emorragia. L’astensione non è più soltanto un segnale d’allarme, ma la normalità.

DAL VOTO DI OPINIONE AL VOTO DI RELAZIONE: LA FINE DELL’IDEOLOGIA

Le elezioni politiche o europee sono il regno dell’astrazione: si vota un simbolo, una visione, talvolta un risentimento. Il più delle volte, si vota qualcuno per non votare l’altro. Si vota per tifo familiare.

È un voto “di pancia” più che “di testa”.

Alle amministrative non si vota l’ideologia, o, almeno, non si dovrebbe. Si dovrebbe scegliere la “persona”, il volto noto, l’amico dell’amico, il cugino, il professionista che ti ha stretto la mano al bar.

In teoria, questo dovrebbe essere il sale della democrazia rappresentativa: il legame diretto, il controllo immediato, la possibilità per il cittadino di guardare negli occhi l’eletto e chiedergli conto del suo operato.

Dovrebbe.

Ma la realtà è che questo meccanismo si è inceppato da tempo.

Il consigliere locale, un tempo cinghia di trasmissione tra i bisogni del territorio e l’amministrazione, è diventato un simulacro.

Privo di una vera visione del mondo, o pronto a tradirla per un salto della quaglia verso partiti opposti pochi giorni dopo l’elezione, il politico locale non trasforma più il territorio, ma si limita a occuparlo per il partito di appartenenza.

LA CRISI DEL CLIENTELISMO: QUANDO MANCANO LE BRICIOLE

Per decenni, il sistema ha retto su un patto tacito, spesso inconfessabile: il voto di scambio.

Non scandalizziamoci, siamo uomini di mondo. Il sistema clientelare, nella sua perversione, aveva una sua efficienza funzionale, perché il voto garantiva una “pagnotta”. Un posto di lavoro, una licenza, un piccolo appalto.

Oggi, questo meccanismo si è rotto per un motivo puramente economico: la cassa è vuota. Non ci sono più soldi. Non c’è più grasso che cola.

Le amministrazioni locali sono state svuotate di potere reale. Le decisioni strategiche non si prendono nei consigli comunali, ma in Europa, nelle commissioni tecniche, nei board finanziari sovranazionali.

Il politico locale non è più il fornaio che distribuisce il pane, ma è diventato un cameriere che non ha nemmeno accesso alla cucina.

Il voto non si scambia più con un favore reale, ma con la *speranza* di un favore futuro che, con ogni probabilità, non arriverà mai.

Il grande appalto del PNRR o la riqualificazione urbanistica diventano miraggi per tenere l’elettore incatenato in uno stato di perenne attesa, una forma di schiavitù psicologica: l’uomo che dipende dalla promessa di un altro uomo non sarà mai davvero libero.

E l’elettore, stanco di essere preso in giro, ha smesso di credere alla favola. Ha smesso di esprimere un voto per qualcuno o per un partito che sa già che, alla fine, disattenderà le promesse e governerà come chi c’era prima o come avrebbe fatto il suo avversario, perché a decidere l’agenda politica è l’Europa e i politici italiani, dal sindaco del piccolo borgo al Presidente del Consiglio, sono passacarte e meri esecutori.

La gran parte degli italiani l’ha capito e vota in massa: vota per non votare.

Certamente, ci sarà qualche assenteista fisiologico. Nessuna nazione al mondo vanta il 100% di affluenza, ma la gran parte di chi non vota lo fa consapevolmente, per protesta.

IL TEATRO DELLE OMBRE: LA DEMOCRAZIA COME RITUALE SVUOTATO

Ciò a cui assistiamo è la trasformazione della democrazia in uno show costoso dove la sceneggiatura è già scritta. Cambiano i personaggi, ma le storie si ripetono. Come in una soap opera.

Non sono i cittadini a decidere. Il vero potere è in mano agli stakeholder, alle lobby, ai gruppi di interesse che muovono i fili dietro le quinte delle stanze del potere a Bruxelles.

 Le elezioni sono diventate concorsi pubblici truccati, formalmente ineccepibili, sostanzialmente inutili.

E a vedere come Meloni governa, contrariamente alla sua campagna elettorale, tutto è dimostrato. Il PD deluse i propri elettori, poi il Movimento Cinque Stelle.

Non perché i politici italiani siano tutti incompetenti, ma perché non possono fare nulla di quanto promesso in campagna elettorale semplicemente perché non possono decidere nulla. Persino se inviare o non inviare armi in Ucraina è deciso dai ricatti dell’Europa.

E davvero credete che se un governo paventasse una lotta contro la Commissione europea, come cantava una delle promesse in campagna elettorale della Lega, per esempio, il Presidente della Repubblica non interverrebbe?

Nessun governo nazionale è libero di governare. Può soltanto amministrare e mettere in atto le decisioni di Bruxelles. Figuriamoci il governo di una Regione.

L’apparato democratico si regge ormai solo su inerzia, machiavellismo da quattro soldi e una narrazione mediatica sempre più scollegata dalla realtà.

Le maggioranze che escono dalle urne sono “bulgare” solo sulla carta, perché le percentuali sono tra chi ha votato. In realtà rappresentano una minoranza esigua della popolazione reale. Perciò, anche chi comanda non conta niente. Ha un potere vuoto. Finto.

Siamo governati da rappresentanti scelti da nessuno, che rispondono a logiche che nulla hanno a che fare con il bene comune.

Sono una finzione tenuta insieme con le graffette del buonsenso, ma che potrebbe essere spazzata via se solo il Partito dell’Astensione trovasse un leader capace di convogliare quella netta maggioranza del Paese.

VERSO UNA NUOVA CONTRATTUALIZZAZIONE DEGLI INTERESSI

Chi non va a votare non è un ignavo. Spesso è un attore razionale che ha compreso il gioco e ha deciso di non sedersi al tavolo, perché sa che le carte sono segnate. Sono truccate.

Si sa già chi deve vincere. Una volta destra, altre volte sinistra, ma l’agenda sarà quella. E se arriva un Savona a rompere il gioco, ci pensa il Presidente della Repubblica a ricordare che il voto sovrano degli italiani non è più sovrano se all’Europa non piace.

Chi resta a casa lo fa perché ha capito che non ci sono più “pagnotte” da spartire e che le relazioni personali, svuotate di potere economico e politico, non valgono il tempo di una domenica ai seggi.

Lungi dal fare moralismi da salotto, dobbiamo prendere atto di questo fenomeno con freddezza.

L’astensione di massa non è una malattia da curare con appelli accorati alla “responsabilità civica”, ma un sintomo terminale. Forse è arrivato il momento di smettere di recitare in questo teatrino.

Se la democrazia rappresentativa non riesce più a intercettare né gli ideali né gli interessi concreti, visto che non può farlo perché nessun politico è più libero di governare davvero, ha senso continuare a fingere di essere in una democrazia dove il popolo decide?

Potrebbe essere più onesto, e persino più efficace, togliere la maschera ipocrita del suffragio universale e immaginare nuove forme di gestione della res publica.

Magari attraverso una contrattualizzazione diretta degli interessi, assemblee specifiche, o sistemi che riconoscano la realtà delle forze in campo senza nascondersi dietro il velo pietoso di un’urna sempre più vuota.

Fino ad allora, il silenzio degli elettori continuerà a urlare più forte di qualsiasi comizio. E questo urlo, piaccia o no, è la cosa più vera che resta in questo Paese.

Nella speranza, o nella paura, che il Partito dell’Astensione non si renda conto della propria forza rivoluzionaria, l’unica che potrebbe ribaltare i tavoli del gioco e far scappare chi comanda davvero in Italia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ECLISSI DELL’EUROPA, TRA VASSALLAGGIO AMERICANO E IL SUICIDIO GEOPOLITICO IN UCRAINA

C’è un’ipocrisia di fondo, quasi commovente, che serpeggia tra le cancellerie del Vecchio Continente.

Un parlamentare tedesco, di recente, ha definito “insolito” il modo in cui gli Stati Uniti ci stanno trattando.

Insolito?

Permettetemi di correggere il tiro: non è insolito. È semplicemente esplicito.

Donald Trump non ha cambiato la sostanza del rapporto transatlantico, semmai ha solo strappato via il velo di cortesia diplomatica che lo copriva.

Per settant’anni, Washington ci ha trattato come vassalli. La differenza è che le amministrazioni precedenti ci accarezzavano la testa in pubblico, come si fa con i cagnolini, lodando la nostra “partnership” mentre nel retrobottega ci imponevano le loro direttive.

Trump, imprenditore prestato alla politica, ci sbatte in faccia la realtà: siamo servi. E, tragicamente, ci meritiamo questo trattamento. Perché abbiamo accettato la servitù volontaria in cambio di una protezione che ora ci viene presentata con il conto da pagare.

LA NATO COME SUCCURSALE E IL FALLIMENTO DELLA STRATEGIA BELLICA

Guardiamo i fatti.

La NATO non è un’alleanza tra pari, ma un meccanismo di controllo geopolitico e, soprattutto, un gigantesco hub commerciale per il complesso militare-industriale statunitense.

Noi compriamo, loro vendono. Noi paghiamo, loro decidono. Punto.

Nel piano di pace abbozzato dall’entourage di Trump, l’Alleanza Atlantica viene trattata come un corpo estraneo, un’entità a cui gli USA “vendono” sicurezza, non come un partner con cui la costruiscono.

E non c’è da scandalizzarsi, ma solo da capire la realtà dei fatti.

E mentre noi europei ci stracciamo le vesti per le maniere forti di Trump, fingiamo di non vedere la sporcizia di casa nostra: la strategia bellica occidentale in Ucraina è un fallimento totale.

Siamo al quarto anno di guerra. Abbiamo inviato miliardi, tank, missili, intelligence. Abbiamo imposto sanzioni che dovevano mettere in ginocchio la Russia già nel 2022 e che invece hanno devastato la nostra economia, portando la crescita europea allo “zero virgola” e regalandoci una crisi energetica strutturale.

E il risultato sul campo?

L’Ucraina arretra e la Russia vince.

I confini si muovono con la forza, smentendo anche la retorica di Ursula von der Leyen secondo cui “nel 2025 i confini non si toccano”. Si toccano eccome, se hai i carri armati e l’avversario ha finito gli uomini.

E, malgrado la propaganda occidentale abbia raccontato che a perdere 1000 uomini al giorno erano i russi – cioè oltre 1,2 milioni dal 2022 – a non avere più uomini è l’Ucraina. Tant’è che dalla Francia si comincia a dire alla gente che dobbiamo abituarci all’idea di perdere anche i nostri figli in questa guerra.

Vi suggerisce qualcosa o vi serve un disegnino?!

IL TEATRINO DELL’ASSURDO: LA CONTROPROPOSTA EUROPEA

Di fronte a questo disastro, la risposta dell’Europa è puro delirio da centro psichiatrico.

Bruxelles tenta di avanzare una “controproposta” al piano Trump che ha del surreale. Si parla di imporre all’Ucraina un limite di 800.000 soldati attivi. Un limite?

Ma ci rendiamo conto che l’esercito francese, il più potente dell’UE, conta a malapena 200.000 effettivi?

Parlare di “limitare” Kiev a una cifra che è quattro volte superiore alle nostre capacità è la prova che i leader europei vivono in una realtà parallela.

L’Europa, in questo negoziato, è quel convitato di pietra che parla a voce alta mentre gli altri commensali, USA e Russia, continuano a mangiare ignorandolo.

Mosca ha già respinto al mittente le nostre proposte, definendole “non costruttive”.

E perché dovrebbe ascoltarci? Non abbiamo un esercito federale, non abbiamo più soldi da spendere (dopo esserci dissanguati per obbedire a Washington) e non abbiamo la volontà politica di inviare truppe a morire nel Donbass, a parte Macron, che accarezza l’idea di una guerra per sospendere le elezioni.

IL CANCRO DELLA CORRUZIONE A KIEV: L’AFFARE YERMAK

Ma c’è un livello ancora più inquietante in questa tragedia, che i media mainstream faticano a raccontare perché darebbero ulteriormente ragione a noi di Tamago e a chi ha raccontato la verità dal 2022 e non le panzane su democrazia, microchip e pale ottocentesche.

Mentre i soldati ucraini muoiono al fronte, a Kiev si consuma una guerra interna tra le istituzioni. Fonti dirette e rapporti investigativi puntano il dito contro Andrij Yermak, il potentissimo capo dell’ufficio presidenziale.

Una sorta di braccio destro di Zelensky.

La situazione è grottesca: gli organi anti-corruzione ucraini (NABU e SAPO), creati e addestrati con i soldi dei contribuenti occidentali per ripulire il Paese, sono ora sotto attacco.

Yermak, identificato in alcune indagini con pseudonimi pittoreschi come “Alibaba”, starebbe utilizzando i servizi di sicurezza per perseguitare i detective che osano indagare sul cerchio magico del potere.

Questo è il quadro: l’Occidente finanzia la resistenza di un Paese dove l’apparato statale combatte chi cerca di fermare i ladri perché gran parte dei ladri si trovano al potere.

È una contraddizione insostenibile, che erode ogni residua legittimità morale del nostro intervento in Ucraina. Come sosteniamo dal 2022, da quando tanti altri ci davano dei putiniani.

IL TRISTE DILEMMA DI ZELENSKY

Zelensky si trova stretto in una morsa mortale, perché, da una parte c’è Donald Trump, con un piano di pace brutale, transazionale, che probabilmente costringerà l’Ucraina a ingoiare rospi territoriali e una neutralità parziale; dall’altra ci sono gli “amici europei”.

Amici inaffidabili, impotenti, che promettono sostegno “finché serve,” ma che contano come il nulla elevato alla potenza dello zero poiché hanno i magazzini vuoti e le economie in stagnazione.

L’Europa si è auto-esclusa dalla storia per colpa di leader incompetenti e folli.

Abbiamo obbedito ciecamente, tagliando i ponti con l’energia a basso costo russa per comprare gas liquefatto americano a prezzi maggiorati, distruggendo la nostra competitività e salvando l’America da un disastro economico che incombeva e che, invece, Biden prima e Trump poi hanno trasferito sulle nostre imprese e sul nostro futuro.

Abbiamo perso la nostra credibilità diplomatica trasformandoci in semplici esecutori di ordini altrui.

La verità, tagliente come una lama, è che l’unica via d’uscita per l’Ucraina oggi passa per un accordo sporco tra Washington e Mosca.

L’alternativa europea, cioè continuare una guerra senza mezzi, basandosi su principi astratti mentre la realtà sul campo crolla, non è una strategia, ma un suicidio assistito.

E nessuno, a parte i nostri leader da clinica psichiatrica, sembra più disposto a finanziarlo.