“L’obiettivo del 2027 è una trappola”.
Non lo dice un lobbista dell’ultimo minuto, non lo sussurra un nostalgico dei contratti di fornitura siberiani e neppure un putiniano.
Lo dice Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Eni, l’uomo che ha passato gli ultimi tre anni a correre in Africa per sostituire ogni metro cubo di gas russo con il GNL algerino, egiziano o mozambicano.
Eppure, oggi, il capo del Cane a sei zampe sbatte la porta in faccia alla follia di Bruxelles.
Non c’è spazio per le sfumature quando le fabbriche chiudono, perciò, mentre i tavoli europei battono il tempo su una tabella di marcia costruita sulla carta, Descalzi parla la lingua reale dei numeri, della matematica.
E i numeri dicono che il mercato globale dell’energia è un oceano in tempesta dove l’Europa è arrivata tardi e con la borsa vuota.
Gli investimenti in esplorazione sono tagliati da anni sull’altare del mantra green, così come l’offerta globale di gas è stagnante.
La fame di energia dell’Asia è in crescita verticale e, in questo scenario, dichiarare che dal 2027 non toccheremo più un solo elettrone di molecola russa è un salto nel buio che rischia di far schiantare il sistema industriale del Vecchio Continente.
Ancora una volta, la Commissione europea dimostra di essere il più grave dei problemi per famiglie e imprese europee.
LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE SILENTE
Quella portata avanti dalla Commissione europea sembra una politica di deindustrializzazione.
Non si vede nei titoli di coda dei telegiornali, ma si vede nei bilanci delle acciaierie che spengono gli altiforni, nelle aziende chimiche che spostano la produzione in Louisiana perché lì il gas costa un quarto rispetto a quanto costa in Europa, nelle vetrerie che serrano i cancelli perché il conto della bolletta ha superato il margine operativo.
E sì che sono i prezzi che pagavamo al gas di Mosca, prima che l’idiozia europea ci conducesse a questo disastro annunciato.
Descalzi lo ripete come un mantra: l’energia non è un optional politico.
È la benzina che fa andare avanti l’Occidente, il cui cuore è il sistema industriale. E, quando un sistema industriale si inchioda, non riparte con un tweet o con un sussidio statale. E nemmeno con un messaggino di von der Leyen.
La competizione è globale e, se l’Europa si auto-infligge un embargo sui prezzi energetici che i suoi concorrenti americani e asiatici non subiscono, la sentenza è già scritta.
Stiamo scambiando la nostra base produttiva per una follia ideologica che colpisce famiglie e imprese europee.
IL PARADOSSO DELL’ALLINEAMENTO
La cosa buffa, se non fosse tragica, è vedere come le parole di Descalzi vengano brandite a seconda della convenienza.
Il Sole 24 Ore le legge come un allarme tecnico, una chiamata alla responsabilità di chi gestisce il rischio fisico dell’approvvigionamento.
Greenreport le seziona come un atto politico, un soccorso verso quella Lega che da tempo grida all’errore sanzionatorio, quasi che parlare di gas russo sia diventato un reato di opinione o una patente di “putinismo” militante.
Allora, chiediamocelo: quelli come Carlo Calenda, i paladini del “Putin è brutto, sporco e cattivo e Zelensky è un santo”, cosa propongono?
Dobbiamo chiedere agli italiani di spegnere i termosifoni e alle acciaierie di spegnere i forni per non fare un favore al Cremlino? Dobbiamo fare spallucce di fronte alle fabbriche che chiuderanno e ai dipendenti licenziati perché Mosca non deve averla vinta?
Vincere cosa se gli italiani in primis perdono anche lo stipendio?
Ormai, è chiaro che una certa politica sia totalmente sganciata dalla realtà, perciò, il gas non è un dogma, ma una merce.
E le merci non hanno sentimenti, non hanno morale, non hanno schieramenti geopolitici né un pensiero. Hanno un prezzo e una disponibilità e chi ignora questa ovvietà subisce un tracollo.
IL GNL: UN ANELLO AL NASO
Il mito del Gas Naturale Liquefatto (GNL) è l’ultima illusione di una politica senza spina dorsale.
Ci hanno raccontato che bastava rigassificare per essere liberi, ma nessuno ha spiegato agli elettori che il GNL è un mercato globale, dove il miglior offerente vince sempre.
E, indovinate chi è il miglior offerente quando la Cina o il Giappone aprono i cordoni della borsa?
Non certo l’Europa che si è legata le mani con scadenze temporali assurde.
Descalzi punta il dito sulla mancanza di investimenti. Per anni abbiamo confuso la transizione energetica con la dismissione delle fonti fossili, dimenticando che il gas di transizione – quello che serve per non far saltare la rete elettrica quando il sole non picchia e il vento non soffia – va estratto.
Va pompato, va trasportato.
E se smetti di cercarlo perché è “politicamente scorretto”, poi ti ritrovi a elemosinare carichi di GNL sul mercato, pagandoli a peso d’oro, finanziando di fatto chiunque possieda un terminale di esportazione che, il più delle volte, è proprio quell’attore che volevamo isolare. Come avviene con la Russia da quattro anni.
UN BANDO O UN SUICIDIO?
La domanda non è se sia auspicabile fare a meno del gas russo.
Certo che lo è, in un mondo ideale, fiabesco, di buoni e cattivi.
Ma nel mondo reale non esistono buoni, ma solo potenti e meno potenti.
Più in basso ci sono i fessi, gli europei.
L’Europa corre verso il 2027 come un maratoneta che ha deciso di correre senza una scarpa perché il suo allenatore ha detto che quella scarpa non è necessaria.
Quando Descalzi avverte sulla necessità di una revisione, sta dicendo una cosa elementare: non potete decidere a tavolino la fine della dipendenza se non avete costruito l’alternativa.
È ciò che noi di Tamago urliamo da anni.
Se il 2027 arrivasse domani, con i prezzi attuali e la scarsità di offerta, avremmo vinto una battaglia morale e perso la guerra economica, perché avremmo industrie ferme, famiglie in povertà energetica e un sistema elettrico che, per non collassare, dovrebbe ricorrere al carbone.
Un trionfo, non c’è che dire.
La politica italiana, come al solito, balbetta.
Da una parte la retorica del “mai più con Mosca”, dall’altra i contratti rinnovati a Israele, che commette crimini di guerra e contro l’umanità all’ennesima potenza rispetto alla Russia.
In mezzo, la disperazione di una classe imprenditoriale che vede il baratro e un CEO di una delle principali aziende energetiche mondiali che dice, quasi per disperazione, quello che chiunque abbia due neuroni funzionanti e un briciolo di senso del limite sa già: senza il gas di Putin, non c’è futuro.
Se davvero il 2027 è la data fatidica, perché non abbiamo ancora una strategia di sicurezza energetica che non dipenda dalla clemenza del mercato globale?
O forse, la verità è che preferiamo fallire seguendo un piano perfetto, piuttosto che salvarci ammettendo che il mondo, purtroppo, non gira come avremmo sperato?
Il documento del 2027 è scritto.
La realtà, però, se ne frega. E quando le due cose si scontreranno, non sarà il piano di Bruxelles a dover rendere conto, ma il conto corrente di chi dovrà pagare la luce, il mutuo, il recupero crediti e, nel peggiore dei casi, non avrà nemmeno più un lavoro.
È lì che finirà la morale, e inizierà la cronaca.





