I GIOVANI UCRAINI SCAPPANO DALLA GUERRA OCCIDENTALE CONTRO LA RUSSIA

Dalla fine di agosto 2025, un fiume umano di giovani tra i 18 e i 22 ha lasciato l’Ucraina.

Circa 100.000 uomini.

Il motivo di questo esodo non è l’ennesimo disastro militare al fronte, ma un provvedimento legislativo paradossale, un emendamento voluto dal Primo Ministro del governo del presidente Zelensky, Yulia Svyrydenko, che, in piena legge marziale, ha convinto l’ex comico ad allentare le restrizioni all’espatrio per i soggetti alla mobilitazione.

Un atto di apparente liberalità che ha innescato un’esplosione di realismo disperato, dimostrando come gli ucraini non siano affatto quel popolo descritto dal mainstream occidentale, pronto a morire contro i russi a ogni costo.

LA LEGGE DELLA FUGA: TRA LIBERTÀ INDIVIDUALE E NECESSITÀ NAZIONALE

Solo nelle prime 24 ore dall’entrata in vigore della norma, 10.000 richieste di passaggio hanno collassato le autorità di frontiera. Il confine polacco-ucraino, un tempo simbolo di solidarietà europea, è diventato il palcoscenico principale di questa emorragia demografica.

Numeri che hanno la concretezza di un pugno nello stomaco ai tanti guru dell’informazione occidentale: quasi 100.000 giovani hanno varcato quella linea, diretti verso un futuro incerto, ma lontano dalla morte certa in trincea.

Oltre 1.700 a settimana vengono registrati in Germania, dove le autorità locali iniziano a mostrare il segno della stanchezza, mentre l’attenzione internazionale vacilla, forse per non dover ammettere che il popolo ucraino vuole diplomazia e non più armi.

Il governo di Kiev difende la mossa come un gesto di civiltà, un riconoscimento del diritto alla scelta, ma si tratta di una resa alla pressione delle famiglie ucraine, un calcolo politico per alleviare il malcontento sociale che poteva esplodere in una rivoluzione, in cambio di un indebolimento della riserva umana per la guerra.

LA SCELTA IMPOSSIBILE: TRA PATRIA E PROSPETTIVA

“Non voglio morire.”

Queste quattro parole, pronunciate in un sussurro da Markiyan, 19enne di Leopoli ora a Varsavia, e da tantissimi suoi coetanei, sono un’epigrafe per un’intera generazione.

Suo padre, un veterano del Donbas, lo ha spinto a partire, come tanti genitori hanno spinto i 100000 in fuga, fatti che smontano la narrazione eroica della resistenza.

Le famiglie ucraine, in verità, hanno capito che la sopravvivenza biologica e culturale dei propri figli vale più della continuità dello Stato.

La fiducia nella leadership e nel “senso del combattimento” è evaporata non per mancanza di amor patrio, ma per un sentimento più forte: i valori della famiglia su ogni altra cosa.

È un cortocircuito emotivo e politico devastante. La paura per un presente esplosivo ha sopraffatto la speranza in un futuro radioso da costruire insieme.

Non è viltà, come, invece, direbbero i nostri guerrafondai da salotto e talk show, ma è un realismo dettato dalla carneficina.

È la conseguenza di aver visto troppi ragazzi della propria cerchia non fare più ritorno o resi invalidi per sempre, in cambio di territori persi, un’economia al tappeto e una nazione che rischia di sparire dalle carte geografiche.

L’OMBRA DEL DOMANI: L’UCRAINA DOPO L’ESODO

Le conseguenze a lungo termine sono una bomba a orologeria demografica ed economica.

Sondaggi condotti tra i rifugiati ucraini in Europa dipingono un quadro agghiacciante: meno della metà è disposta a tornare, anche qualora la guerra cessasse all’istante.

Perché questi giovani non stanno semplicemente “aspettando”. Stanno costruendo altrove. E non si fidano di chi ha mandato a morire in guerra intere generazioni che non ci sono più.

Stanno imparando nuove lingue, iscrivendosi a università straniere, formando legami affettivi, entrando in economie più stabili.

Il legame con la madrepatria, già logorato dalla distanza, rischia di spezzarsi definitivamente.

L’Ucraina della dottrina Zelensky sta perdendo la guerra militare e rischia di perdere quella per il proprio futuro.

L’Ucraina è sempre di più una nazione da ricostruire, con le sue infrastrutture in macerie, ma senza i suoi architetti, i suoi ingegneri, i suoi insegnanti, i suoi innovatori, perché morti in battaglia o scappati per salvarsi.

Una nazione di anziani e di reduci invalidi, con un buco generazionale che richiederà decenni per essere colmato.

LA LIBERTÀ CHE UCCIDE LA SPERANZA

L’esodo dei 100.000 è il segnale che la pazienza di un popolo ha un limite e quel limite è l’annichilimento della propria progenie.

La legge di Svyrydenko, nata forse come una valvola di sfogo per salvare il salvabile, ha involontariamente manifestato la realtà della fede in un progetto nazionale collettivo che sta cedendo il passo all’istinto di conservazione individuale.

Gli ucraini non scelgono più Zelensky e la guerra, ma fuggono altrove.

Quel treno che attraversa il confine polacco non trasporta solo ragazzi spaventati, ma ciò che resta della gloria di un presidente vittima della sua vanagloria e della sua miopia politica, offuscata dai dollari occidentali e dalle promesse di vittorie impossibili.

Anche se l’Ucraina sopravvivrà come stato, riuscirà a sopravvivere come società?

FONTI


  1. The Telegraph – Almost 100000 young men flee Ukraine in two months
    https://www.telegraph.co.uk/world-news/2025/10/29/100000-young-men-flee-ukraine-two-months/
  2. UNN News – Almost 100000 young men left Ukraine after rules were relaxed
    https://unn.ua/en/news/almost-100000-young-men-left-ukraine-after-rules-were-relaxed-the-telegraph
  3. Yahoo News UK – Will young Ukrainians return with borders open again?
    https://uk.news.yahoo.com/young-ukrainians-return-borders-open-055000387.html
  4. Brussels Signal – Young Ukrainian men rush to Polish border as Kyiv relaxes war restrictions
    https://brusselssignal.eu/2025/09/young-ukrainian-men-rush-to-polish-border-as-kyiv-relaxes-war-restrictions/
  5. Intellinews – Young Ukrainians asylum seekers fleeing the war for Germany surges
    https://www.intellinews.com/young-ukrainians-asylum-seekers-fleeing-the-war-for-germany-surges-406591/
  6. Gradus.app – Return or Stay? How Ukrainian Migrants’ Sentiments in the EU are Changing
    https://gradus.app/en/open-reports/return-or-stay-how-ukrainian-migrants-sentiments-in-the-eu-are-changing/
  7. IFO Institute – Return of Ukrainian Refugees Depends on Security and Political Reforms
    https://www.ifo.de/en/press-release/2025-10-10/return-ukrainian-refugees-depends-security-and-political-reforms
  8. TVP World – Zelenskyy’s travel policy sparks surge in young Ukrainians leaving the country
    https://tvpworld.com/89753486/zelenskyys-travel-policy-sparks-surge-in-young-ukrainians-leaving-the-country
  9. Reuters – Ukrainian men aged 18-22 now allowed to cross the border freely
    https://www.reuters.com/world/ukrainian-men-aged-18-22-now-allowed-cross-border-freely-pm-says-2025-08-26/
  10. Censor.net – About 100000 young men of draft age have left Ukraine
    https://censor.net/en/news/3582393/about-100000-young-men-of-draft-age-have-left-ukraine
  11. Germany reports increased arrivals of young Ukrainian men
    https://www.indopremier.com/ipotnews/newsDetail.php?jdl=Germany_reports_increased_arrivals_of_young_Ukrainian_men&news_id=1706523&group_news=ALLNEWS&news_date=&taging_subtype=RUSSIA&name=&search=y_general&q=RUSSIA%2C+
Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

1984: IL MANUALE D’ISTRUZIONI DELL’OCCIDENTE

L’Europa sta costruendo la sua Eurasia del controllo, un blocco alla volta. E noi siamo i mattoni.

Il pensiero non è più libero.

Questa non è una profezia. Non è l’incipit di un romanzo distopico.

È una constatazione incontrovertibile, un referto autoptico sul cadavere ancora caldo di un’idea che credevamo immortale: la libertà d’espressione occidentale.

George Orwell non era un veggente, ma un acuto osservatore della natura umana e delle meccaniche del potere. Non ha predetto il futuro, ci ha fornito un manuale d’istruzioni.

E sembra che, a Bruxelles come a Londra e a Berlino, – per ora solo lì – qualcuno lo stia seguendo alla lettera. Con una meticolosità agghiacciante.

L’Eurasia di Orwell non era solo una massa continentale, era un’omologazione ideologica, un superstato mentale prima che geografico, definito dalla sua ostilità verso l’Oceania.

Oggi, mentre puntiamo il dito contro i nemici designati a Est, stiamo meticolosamente importando e perfezionando i loro più efficaci strumenti di controllo.

IL LABORATORIO BRITANNICO, DOVE AVERE UN’OPINIONE È REATO

L’Inghilterra, culla della Magna Carta, del liberalismo di John Stuart Mill, è oggi l’avanguardia di un esperimento sociale terrificante, semplice e brutale.

Se un tuo commento, un tuo post, persino un post condiviso, viene percepito come “offensivo” o capace di “turbare” un membro di una categoria protetta, puoi finire in carcere.

Non per diffamazione, non per un’incitazione diretta e comprovata alla violenza. No. Per aver turbato.

Il Parlamento Europeo e il Times parlano di oltre 30 arresti al giorno. Trenta. Al giorno.

Sono 11.000 all’anno. Undicimila.

Pensateci.

Non è più la sostanza oggettiva di un’affermazione a essere giudicata, ma l’impatto soggettivo che genera su un ascoltatore potenzialmente ipersensibile. È la vittoria della tirannia della vulnerabilità, un’arma potentissima nelle mani di chi vuole silenziare ogni voce fuori dal coro.

Si è creata una neolingua giuridica in cui “sicurezza” significa assenza di dissenso e “violenza” è una parola che non ci piace.

Questo non è progresso, ma un’involuzione deliberata verso uno stato di polizia del pensiero, dove l’autocensura diventa il primo, istintivo meccanismo di sopravvivenza sociale.

L’agente di polizia non è più solo per strada, ma è nella tua testa, rilegge le tue bozze, ti ferma il dito un istante prima di cliccare “invia”. Perché fanno in modo che tu viva nella paura.

LA GERMANIA E LA VERITÀ IN APPALTO

Se il modello britannico è la mazza, quello tedesco è lo stiletto. Più sottile, più elegante, forse ancora più letale.

La Corte d’Appello di Berlino ha emesso una sentenza che dovrebbe far tremare le vene ai polsi di ogni cittadino europeo. Ha sancito che una piattaforma privata come LinkedIn ha il diritto di rimuovere qualsiasi contenuto che contraddica le fonti “ufficiali”, come l’OMS o gli enti governativi. Senza obbligo di verificare che il contenuto dica il vero e sia supportato da fonti e fatti.

Rileggetelo.

Senza l’obbligo di verificare che il contenuto dica il vero e sia supportato da fonti e fatti.

La verità non è più un orizzonte da raggiungere tramite il dibattito, il confronto, la dialettica scientifica o filosofica, ma è diventata un prodotto confezionato, un dogma calato dall’alto da enti la cui infallibilità è data per decreto.

La piattaforma social non è più un’agorà, per quanto caotica, ma il terminale di un Ministero della Verità privatizzato in cui si può esprimere solo ciò che vuole chi comanda.

È un modo per silenziare le opposizioni e per controllare le masse.

È un’architettura di controllo straordinariamente efficiente, in cui lo Stato non si sporca le mani con la censura diretta, ma delega il lavoro sporco a entità private che, in nome della “sicurezza” e delle “linee guida della community”, diventano i gendarmi de facto del discorso pubblico, erodendo lo spazio del dibattito legittimo fino a farlo coincidere con il perimetro del dogma ufficiale.

Un professore universitario, un medico con decenni di esperienza, un premio Nobel possono essere silenziati da un algoritmo addestrato a riconoscere una sola verità, cioè quella governativa.

E se, per ora, queste censure naziste sono problemi solo degli inglesi e dei tedeschi, non dimentichiamoci che le medesime censure le abbiamo già vissute anche noi durante la pandemia, quando sono stati cancellati post di premi Nobel, docenti universitari di medicina e di virologia, perché non erano allineati al pensiero unico.

Perciò, c’è poco per stare tranquilli.

LO SPECCHIO CINESE: CENSURA DELLA COMPETENZA O DEL CONSENSO?

E se guardiamo alla Cina, l’involuzione dell’Europa è ancora più evidente.

La sua recente legge sugli influencer, pur essendo emanazione di un regime autoritario, introduce un principio che, al confronto con la deriva europea, appare quasi illuminista, perché non si vieta il contenuto contrario in sé, ma si vieta a chi non ha competenza di trattare argomenti complessi.

Vuoi parlare di medicina, diritto, ingegneria, finanza? Devi dimostrare di avere i titoli per farlo, una laurea o un master universitario.

L’Europa fa l’esatto opposto.

Da noi, un virologo di fama mondiale che esprime un dubbio sulle linee guida ufficiali viene bannato, cancellato, ridotto al silenzio. Un economista che critica le politiche della BCE viene etichettato come disinformatore.

Al tempo stesso, virologi che non ne hanno azzeccata mezza durante la pandemia possono tranquillamente pontificare in tv, senza contraddittorio, continuando a esprimere fake news smontate dal tempo e dai fatti.

In Cina si silenzia l’incompetente. In Europa si silenzia il dissenziente, anche e soprattutto se competente.

Quello applicato in Inghilterra e in Germania non è un sistema che protegge la “verità scientifica”, ma un sistema che protegge il “consenso del potere” e delle lobby, anche quando questo è palesemente antiscientifico o illogico.

Stiamo creando una società di cittadini a cui è permesso parlare di tutto, a patto che non abbiano le competenze per farlo davvero e che ripetano a pappagallo la versione ufficiale ottriata da chi comanda.

È la vittoria del dilettante conformista sull’esperto eretico.

LA GHIGLIOTTINA DIGITALE: DALLA CENSURA FINANZIARIA ALL’EURASIA

Ma la censura del pensiero è solo un lato della medaglia. Il vero potere, l’atto finale del controllo, è economico. La progressiva, inesorabile guerra al contante non è una semplice questione di modernizzazione o di lotta all’evasione, ma la costruzione dell’infrastruttura per la sottomissione totale.

I casi di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, o di Frédéric Baldan, sono il trailer del film che ci attende. Esprimi una posizione sgradita al potere? Ti vedi chiudere i conti correnti.

Un clic. Fine.

In una società completamente digitale, senza più contante, non potresti più comprare un pezzo di pane, un biglietto del treno, una bottiglia d’acqua. Non potresti neppure ingaggiare un avvocato per fare ricorso, non potendolo pagare.

Saresti un non-cittadino. Un fantasma digitale. La tua stessa esistenza biologica dipenderebbe dal tuo costante allineamento ideologico. È un ricatto perfetto, una ghigliottina invisibile pronta a calare su chiunque osi deviare.

Questa è la saldatura finale tra il modello di sorveglianza orwelliano e il capitalismo della sorveglianza. Non solo sanno cosa pensi, ma hanno il potere di spegnerti se ciò che pensi non è approvato. Per ora, solo con i social, poi con i soldi.

QUALE EUROPA? LA DOMANDA CHE NON POSSIAMO PIÙ IGNORARE

È questa l’Europa dei popoli sognata a Ventotene? Un’unione fondata sulla libertà che ora arresta i cittadini per un post e impone la verità del governo e di chi comanda delegandone la censura a multinazionali della tecnologia?

Un continente che si riempie la bocca di “diritti” mentre costruisce la più sofisticata gabbia che l’umanità abbia mai concepito?

Continuiamo a descrivere Russia e Cina come dittature illiberali, e non sono certamente delle democrazie, ma siamo così accecati dalla nostra presunta superiorità morale da non vedere che stiamo correndo nella stessa direzione, solo con una migliore campagna di marketing e un’interfaccia utente più amichevole.

L’Eurasia di Orwell non si formerà con trattati firmati in stanze piene di fumo, ai nostri giorni.

Si sta formando ora, nelle clausole dei termini di servizio che accettiamo senza leggere, nelle leggi approvate nel silenzio generale, nell’abitudine all’autocensura.

Forse l’Eurasia non è una destinazione geografica, ma uno stato della mente. La stanno costruendo giorno dopo giorno per noi.

E ci siamo già dentro.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CON I MICROCHIP SMONTATI DALLE LAVASTOVIGLIE, HANNO COSTRUITO IL MISSILE NUCLEARE

MENTRE I NOSTRI LEADER DECANTAVANO LE SANZIONI DIROMPENTI CHE AVEVANO RIDOTTO LA RUSSIA A CERCARE RIFIUTI TRA GLI ELETTRODOMESTICI, MOSCA HA TESTATO UN’ARMA A PROPULSIONE ATOMICA. UN TRIONFO DELLA STRATEGIA OCCIDENTALE E UNA LEZIONE PER IL PENTAGONO: BASTA MILIARDI PER LA DIFESA, ANDATE DA MEDIAWORLD.

Signore e signori, compagni di sventura, cittadini dell’Impero del Bene, gioite.

Avevano ragione i guru del mainstream, i leader, gli esperti. Tutti quanti.

I generali da salotto televisivo, gli analisti geopolitici con l’abbonamento a Topolino per conoscere la storia, i ministri degli Esteri con la profondità strategica di un tweet, i nostri leader, quelli che ci guardano negli occhi promettendoci un futuro radioso, di pace armata e pagato a rate con le nostre bollette.

Soprattutto, avevano ragione i grandi giornalisti, quelli che ci dicevano «vedete, la Russia non ha più soldi, tant’è che è costretta a smontare microchip dalle lavastoviglie ucraine e a combattere con i soldati armati solo di pale dell’800.».

Avevano tutti ragione: la Russia è al collasso. Le sanzioni, quelle “dirompenti”, quelle “devastanti”, hanno funzionato alla perfezione.

(Poi, non si spiega come mai abbiano avuto bisogno di altri diciotto pacchetti di sanzioni da allora, ma il motivo sarà certamente aulico e non raggiungibile per noi comuni mortali).

Noi ridevamo, ma avevano ragione loro.

Ce lo hanno ripetuto fino allo sfinimento. Ricordate? I soldati russi, poveri diavoli, costretti a saccheggiare le cucine di Mariupol per trovare i preziosi semiconduttori della Bosch e della Candy, unico modo per far puntare un cannone altrimenti fermo. Un’epopea commovente. La vittoria della nostra superiorità morale, tecnologica ed economica.

Poi, nel bel mezzo di questa festa, è arrivata la notizia.

Una bazzecola. Un dettaglio trascurabile che gli stessi guru dell’informazione tengono sotto traccia, come fosse cosa da niente.

Mosca ha appena testato con successo il “Burevestnik”.

Un nome esotico per un aggeggio piuttosto banale, un missile da crociera a propulsione nucleare, con una gittata praticamente illimitata. Roba da poco. Ha volato per 15 ore filate, coprendo 14.000 chilometri, giusto il tempo di un caffè e un cornetto, vero?.

Putin, con la consueta modestia, lo ha definito “invincibile”. Difficile da intercettare, grazie a una traiettoria di volo imprevedibile.

A questo punto, anche le nostre piccole menti vacillano.

Ma come? Se sono ridotti a frugare tra i cestelli delle posate, come diavolo hanno fatto a costruire un’arma che sembra uscita da un film di fantascienza hollywoodiano, ma che purtroppo vola davvero?

La risposta, cari miei, è di una semplicità disarmante, accessibile persino a un editorialista del Corriere della Sera.

È ovvio: quel missile funziona con i microchip delle lavastoviglie. In pratica, è grazie alle sanzioni europee che Mosca ha potuto inventare questa nuova arma invincibile.

È la quadratura del cerchio. Un capolavoro di ingegneria Whirlpool.

Mentre i nostri cervelloni del Pentagono bruciano trilioni di dollari per sviluppare tecnologie che faticano a intercettare un drone degli Huthi, i russi hanno trovato il modo di alimentare un reattore nucleare miniaturizzato con il processore del ciclo “lana delicata” studiando i manuali d’istruzioni della Miele.

È un trionfo. Dovremmo essere orgogliosi. Le nostre sanzioni non hanno solo messo in ginocchio l’economia russa, ma hanno anche stimolato una creatività degna di MacGyver.

La lezione per l’Occidente è straordinaria.

Biden dovrebbe immediatamente tagliare i fondi a Lockheed Martin e Raytheon e investire tutto in una task force per saccheggiare i magazzini di Euronics. I futuri caccia di sesta generazione potrebbero essere guidati dal chip di un frigorifero No-Frost, che ha il vantaggio di mantenere fresco anche il pilota.

LA PROPAGANDA È L’OPPIO DEI POPOLI (E DEI GIORNALISTI)

Ora, usciamo per un istante dal reparto elettrodomestici e torniamo nel mondo reale, per quanto sgradevole possa essere.

Quello che Mosca ha fatto non è una dichiarazione di guerra. È qualcosa di molto più sottile e, per noi, molto più umiliante: sta mostrando i muscoli.

È un gesto plateale, un atto di comunicazione strategica che serve a dire al mondo, e soprattutto a noi europei, pagliacci adoratori dello Zio Sam: «Vedete? Mentre voi vi raccontate la favola del nostro crollo, noi continuiamo a sviluppare armi di cui non potete nemmeno sognare l’esistenza. E lo facciamo mentre sosteniamo una guerra su larga scala e la nostra economia, secondo voi, dovrebbe essere in macerie. Tutto mentre le vostre industrie annaspano e il vostro costo della vita aumenta.»

Non è un messaggio per Kiev, ma per Bruxelles, per Roma, per Berlino. È un calcio negli stinchi a chi, per oltre tre anni, ha basato la propria intera politica estera su un’assunzione tanto arrogante quanto falsa: la nostra superiorità economica avrebbe schiacciato la Russia in pochi mesi.

Previsione sbagliata. Analisi fallita. Risultato disastroso.

Il punto, vedete, non è se il missile russo sia una minaccia. Certo che lo è, come lo è ogni arma nucleare.

Il punto è l’uso che i nostri governi fanno di questa minaccia. Perché la brandiscono come una clava per terrorizzarci, per convincerci che l’unica soluzione sia un riarmo folle e inarrestabile. Per farci accettare che i soldi per la sanità, le pensioni, le scuole, debbano essere dirottati verso l’acquisto di armi.

Armi che, guarda caso, compriamo in gran parte proprio da chi ci spinge a sentirci minacciati. Un affare perfetto.

Il missile di Putin non colpirà mai le nostre case, perché un minuto dopo la Russia sarebbe bersagliata da armi atomiche. Ma il suo “effetto annuncio” sta già colpendo i nostri portafogli, il nostro stato sociale, il nostro futuro.

Ci stiamo impoverendo non per difenderci da un’invasione imminente, che esiste solo nelle fantasie di qualche stratega da talk show che ci raccontava di pale e microchip, ma per alimentare un’industria bellica che prospera sul conflitto perpetuo.

L’ARTE DI SBAGLIARE TUTTO E DARE LA COLPA A PUTIN

È la commedia dell’assurdo.

Prima ci dicono che Putin ha i giorni contati. Poi ci dicono che sta per invadere l’intera Europa con sette soldati senza divisa al confine estone.

Prima ci assicurano che l’economia russa è a pezzi. Poi la stessa Russia testa un’arma che richiede un livello di ricerca e sviluppo che noi, evidentemente, non riusciamo più a sostenere se non a costi esorbitanti.

E noi? Noi cosa facciamo?

Invece di chiedere conto ai nostri leader di questo cumulo di fallimenti strategici, di questa sequela di previsioni ridicole, di rivedere completamente l’informazione mainstream, che non ne azzecca mezza da anni, ci accodiamo al coro.

«Visto? Putin ci minaccia!».

Certo che ci minaccia. È il mestiere di un leader di una nazione minacciata da chi parla di riarmi e di annessioni ai suoi confini. Il problema è che i nostri leader, invece di fare il loro di mestiere, cioè garantire la nostra prosperità e sicurezza attraverso la diplomazia e l’intelligenza, fanno solo gli interessi delle lobby delle armi.

La verità è che l’unica cosa veramente “invincibile” e a “gittata illimitata” che vediamo oggi è l’incompetenza di chi ci governa e dei professionisti dell’informazione, capace di attraversare continenti e generazioni. Loro ci hanno messo in questo pasticcio, raccontandoci che si poteva vincere una guerra contro una potenza nucleare senza subirne le conseguenze. Al più, rinunciando al condizionatore.

Forse dovremmo smettere di ascoltarli.

E mentre loro giocano a Risiko con le nostre vite e i nostri soldi, a noi non resta che controllare la lavastoviglie.

Anzi, oltre al condizionatore, potremmo rinunciare alla lavastoviglie, alla lavatrice e ai forni.

Così, voglio vedere se i russi riusciranno a costruire ancora armi così sofisticate.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’EUROPA SUL LETTINO DELLO PSICANALISTA: CALENDA, L’IGNORANZA STORICA E IL SUICIDIO CONTRO SACHS

Un frammento tossico quel video virale di un politico italiano che, in uno studio televisivo, dà del “bugiardo” e del “propagandista putiniano” a uno degli economisti viventi più influenti sul pianeta.

Circola, questo frammento, come un meme. Viene promosso, come un trofeo di caccia. Ma è lo spettacolo imbarazzante poiché è la radiografia spietata del collasso cognitivo di un intero continente.

Quel che è andato in scena tra Carlo Calenda e Jeffrey Sachs a PiazzaPulita non è stato un dibattito, ma la manifestazione palese di una malattia autoimmune che da anni infetta la sfera pubblica europea, l’amnesia storica volontaria.

La scelta deliberata di rimuovere la complessità, di cancellare le cause, di appiattire la tridimensionalità del reale per costruire una propaganda bidimensionale.

Perché è di questo che parliamo. Della creazione di una realtà parallela, come quella in cui vivono Calenda e anche tanti italiani. E i danni sono sotto gli occhi di tutti.

IL PALCOSCENICO DOVE RECITA L’IGNORANZA

Da un lato, Jeffrey Sachs. Un uomo di settant’anni, il cui volto tradisce un misto di sconcerto e incredulità quasi accademica di fronte alle tesi squinternate di Calenda.

Lui, il professore universitario, parla di fatti, di negoziati falliti, di ingerenze documentate, di una catena di eventi che lui non ha letto sui libri, ma ha vissuto in prima persona come consulente di Gorbaciov, di Eltsin, dello stesso governo ucraino.

L’altro, l’aggressore, è Carlo Calenda, l’archetipo del decisore post-storico.

A lui non servono i fatti, perché possiede una certezza morale. La sua aggressività è una strategia comunicativa. È il rumore che copre il vuoto di argomenti, l’insulto che funge da esorcismo contro la complessità.

Il suo non è un dialogo, ma, in assenza di argomentazioni, è bullismo semiotico. Interrompere, sovrapporre la voce, sfruttare la lieve latenza della traduzione simultanea.

Non potendo vincere un dibattito contro chi conosce i fatti meglio di lui, ha puntato tutto sull’impedire che un dibattito avesse luogo. Ha difeso la narrazione della propaganda occidentale, smentita da tre anni e mezzo di fatti e realtà.

E, per difenderla, ha sacrificato la verità sull’altare dello slogan “c’è un aggredito e c’è un aggressore”.

Una frase talmente ovvia da diventare un’arma di distrazione di massa, un mantra usato per invalidare qualsiasi domanda sulle cause che hanno portato all’aggressione.

È come descrivere un incendio, ma vietando di parlare dell’innesco, del combustibile e del piromane.

I FANTASMI DEL CURRICULUM: QUANDO L’ESPERIENZA DIVENTA UN’ACCUSA

Per capire l’abisso tra i due, basta mettere in fila le biografie.

Sachs era ad Harvard, poi alla Columbia. Ha consigliato tre Segretari Generali dell’ONU. Si occupava della transizione economica della Polonia post-comunista, della Russia di Eltsin e dell’Ucraina di Kuchma quando Calenda, con rispetto parlando, affrontava un percorso liceale accidentato.

L’esperienza di Sachs non è solo un titolo, ma un archivio vivente.

Lui c’’era nei fatti e negli eventi di cui narra. La sua conoscenza non è teorica, ma empirica. Ed è proprio questo a renderlo intollerabile per Calenda e per i tanti spacciatori di fake news.

Sachs è il fantasma delle responsabilità europee e americane, la coscienza sporca di un Occidente che preferisce raccontarsi la favola della propria innocenza.

Calenda, cresciuto nei salotti buoni di una Roma influente, rappresenta una classe dirigente che ha ereditato il potere senza ereditare la cultura storica e strategica. La sua carriera, da Confindustria ai ministeri, è quella di un manager, non di uno statista.

Per un manager, il problema si risolve. Per uno statista, il problema si comprende. E la comprensione richiede memoria e, soprattutto, conoscenza della storia. Di tutta la storia, non solo di quella raccontata dall’Occidente.

SMONTARE LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA: ENERGIA, MAIDAN E LE VERITÀ INDICIBILI

Calenda, come un disco rotto, ha riproposto lo stupidario ideologico che ha condotto l’Europa nel vicolo cieco.

La dipendenza energetica dalla Russia. La presenta come una colpa, un peccato originale di cui pentirsi.

Ovviamente, è una falsificazione storica, perché quella che Calenda chiama “dipendenza” era in realtà una “interdipendenza strategica” cercata e voluta, il pilastro del modello economico tedesco – e quindi europeo – per cinquant’anni.

Energia a basso costo dalla Russia in cambio di tecnologia e prodotti finiti dall’Europa. L’abbiamo chiamata Ostpolitik e ha garantito decenni di pace e una prosperità senza precedenti.

Rinunciarvi con un tratto di penna non è stato un colpo di genio, ma un’autoflagellazione economica. Un suicidio.

E oggi, lo stesso Mario Draghi che ci esortava a scegliere tra il condizionatore e la libertà, piange lacrime di coccodrillo sui costi energetici che stanno deindustrializzando l’Europa. Perché la coerenza è la prima vittima delle narrazioni ideologiche e mette in evidenza i cialtroni di fronte alle loro colpe.

Il momento in cui Calenda ha dato del bugiardo a Sachs è stato quando l’economista americano ha menzionato il ruolo degli Stati Uniti nel colpo di stato del 2014 in Ucraina. Calenda è esploso, affermando che furono “gli ucraini” a ribellarsi contro l’influenza russa.

Ma quella di Calenda è una menzogna storica.

I “maneggi degli americani” non sono una teoria del complotto, sono storia documentata.

Sono i 5,1 miliardi di dollari rivendicati dalla vicesegretaria di Stato Victoria Nuland per “promuovere la democrazia”. È la sua famigerata telefonata con l’ambasciatore Pyatt in cui, settimane prima della caduta del presidente Yanukovich, decidevano la composizione del futuro governo ucraino (“Fuck the EU”, ricordate?)

E “gli ucraini”? Erano un popolo spaccato in due. I sondaggi di istituti americani e ucraini (USAID, Gallup, Razumkov) di quel periodo sono incontestabili: il Paese era diviso quasi perfettamente a metà tra l’orbita europea e quella russa. Altro che rivolta contro la Russia!

L’Est e il Sud guardavano a Mosca, l’Ovest e il Centro a Bruxelles. Affermare che “gli ucraini” fossero un blocco monolitico anti-russo è un insulto all’intelligenza e alla Storia, nonché un’operazione di cancellazione di metà della popolazione di quel Paese.

Fu proprio l’interferenza esterna a far precipitare quella frattura in una guerra civile, iniziata nel Donbass nel 2014, otto anni prima dell’invasione su larga scala.

Dire queste cose, cioè raccontare la verità storica, non significa essere “putiniani”, ma essere storicamente e culturalmente onesti.

Calenda, invece offende la storia e veicola fake news in televisione. Atto gravissimo poiché, con le sue sciocchezze storiche, alimenta percezioni e idee che sono fondate su menzogne.

OLTRE IL VICOLO CIECO, O L’IRRILEVANZA

Ecco il punto. L’incidente Calenda-Sachs, amplificato da una stampa come “Il Foglio” che celebra la “messa in riga del propagandista”, rivela il meccanismo perverso: chiunque introduca dati, contesto o memoria storica nel dibattito viene marchiato come nemico.

L’etichetta di “putiniano” è la nuova scomunica, il marchio d’infamia che serve a non discutere nel merito. È l’arma che gli ignoranti hanno per non ammettere la propria ignoranza.

Ma le conseguenze non sono accademiche. Sono reali. Un’Europa senza memoria storica è un’Europa senza strategia. Un continente che non comprende come è arrivato nel vicolo cieco in cui si trova, non avrà mai gli strumenti per uscirne.

Continuerà a sbattere la testa contro il muro, raccontandosi di essere nel giusto, mentre la sua economia muore, la sua influenza geopolitica evapora e i suoi cittadini si impoveriscono.

Non sono idee o ipotesi, ma realtà he viviamo da quasi quattro anni.

Non stiamo solo bruciando i ponti con i nostri avversari, ma stiamo dando fuoco alla biblioteca della nostra stessa storia, sperando che il bagliore ci tenga al caldo per un’altra notte.

Ma dopo, raccontandoci le sciocchezze insieme ai tanti Calenda che parlano in televisione e non solo, verrà solo il buio. E il freddo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

SE CRITICHI IL POTERE, TI CHIUDONO I CONTI

C’è un uomo, a Bruxelles, che cammina con un vangelo nel taschino. Non è un testo sacro, ma un libro che scotta.

Si intitola “Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles” e racconta cosa accade quando il potere smette di vergognarsi.

Frédéric Baldan non è un ribelle di professione, ma un ex lobbista, un uomo che le istituzioni le conosce dall’interno.

Le sue credenziali parlano il linguaggio dei corridoi del potere europeo. Poi, ha deciso di parlare un altro linguaggio. Quello della denuncia. E il sistema ha premuto un interruttore.

Oggi, Frédéric Baldan è un uomo trasparente per il sistema finanziario. Non esiste più. I suoi conti personali sono evaporati. I conti aziendali chiusi.

Persino il conto intestato a suo figlio di cinque anni, cancellato.

Nagelmackers e ING, le banche belghe, non hanno fornito spiegazioni né hanno contestato illeciti. Hanno solo agito. Con una sincronia che definire sospetta è un eufemismo.

Ebbene, ciò che il caso Baldan rappresenta è la tomba finanziaria per i dissidenti scomodi.

È la prova vivente che chiunque osi sfidare il potere costituito può essere ridotto, in ventiquattr’ore, a una non-persona finanziaria. Senza contanti, non solo non potresti pagare un avvocato per difenderti, ma non potresti comprare neppure una bottiglietta d’acqua.

LA PROFEZIA DEL RICATTO DIGITALE

Per anni, siamo stati trattati come profeti di sventura che mettevano in guardia contro l’abolizione del contante. Ci tacciavano di complottismo, di arretratezza. Il futuro, ci dicevano, è digitale, è comodo, è tracciabile.

E non volevano sentire che fosse anche l’arma più potente per ricattare persone scomode.

Il denaro fisico è l’ultimo, umilissimo presidio di libertà individuale. È anonimo. È decentralizzato. È resistente. Non può essere spento con un clic.

Il denaro digitale, al contrario, è un’arma di controllo potenzialmente assoluta. È la leva perfetta per il silenziamento.

Baldan lo ha scoperto sulla propria pelle e, al pari di quanto accaduto a Francesca Albanese, Alto Commissario ONU, dimostra che avevamo ragione. Senza contante, il potere può ricattare chiunque dissenta.

Dopo aver denunciato la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per abuso d’ufficio, distruzione di documenti pubblici e corruzione, la vita di Baldan è diventata difficile.

L’isolamento professionale, la revoca dell’accredito. E infine, il de-banking.

La sua unica colpa è aver osato chiedere conto degli SMS spariti, delle trattative opache con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante la pandemia.

La Corte di Giustizia dell’UE gli ha dato ragione, stabilendo l’illegittimità del silenzio della Commissione. Ma quella vittoria legale si è trasformata in una condanna esistenziale, poiché, a quanto pare, von der Leyen sembra agire indisturbata, come se non dovesse rispettare niente, non le leggi, non le norme, e nemmeno il diritto.

IL MECCANISMO PERFETTO. IL SILENZIO AMMINISTRATIVO

Non servono più i manganelli, come si faceva un tempo. Basta una comunicazione bancaria standard. Un “la ringraziamo per averci scelto” che significa “la sua esistenza finanziaria è terminata”.

È una violenza pulita, asettica, inappellabile.

È il potere di escludere senza doversi sporcare le mani.

Baldan conosceva i meccanismi. Ora ne è vittima. E la sua storia non è un caso isolato, ma un protocollo. È il manuale d’istruzioni per neutralizzare chiunque rappresenti una minaccia narrativa al potere costituito.

Ti privano della piattaforma finanziaria, e quindi della capacità di agire nel mondo.

Sei libero di parlare, dicono, ma non di pagare un affitto, le bollette, un biglietto del treno, se ti permetti di criticare e dissentire in maniera pericolosa per il potere.

È una gabbia dorata e invisibile che chiamiamo democrazia.

Ciò che è capitato a Baldan potrebbe accadere a me, a te, a chiunque altro. Basta una denuncia, un articolo, una posizione scomoda.

Basta diventare un nome sulla lista di chi dissente.

Senza il contante come rete di salvataggio, come ultimo, disperato strumento di autonomia, il ricatto diventa totale. E, dalla sera alla mattina, anche un miliardario può diventare nullatenente.

Il potere dispotico non ha più bisogno di farti a pezzi, perché gli basta renderti invisibile al sistema dei pagamenti. È una morte civile iper-tecnologica.

La storia di Frédéric Baldan non è un campanello d’allarme, ma un’intera orchestra di fiati che suona a volume elevato. È la prova che i nostri timori non erano paranoici e che, ancora una volta, quanto previsto da Tamago si sta verificando.

L’abolizione del contante non è una questione di modernità, ma di libertà. È il diritto a esistere, finanziariamente, anche quando il potere decide che la tua voce è un disturbo da eliminare perché pretendi giustizia, buonsenso e verità.

Oggi tocca a un ex lobbista di Bruxelles. Ieri è toccato persino a Alto funzionario dell’ONU.

Domani potrebbe toccare a un giornalista, a un attivista, a un imprenditore, a un politico che ha osato sfidare lo status quo.

Perché, parliamoci chiaro: quando non resterà che il digitale, chi sarà abbastanza coraggioso da denunciare chi può premere un interruttore per cancellare la sua possibilità di vivere?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CHI SEGUE LA MODA NON SI ANNOIA MAI

di Danilo Preto

Niente di più affascinante di seguire la moda in tutte le sue sfaccettature. Mi riferisco non tanto alla moda indossata, vista nelle passerelle, letta nelle riviste, visualizzata nei programmi tv dedicati e nei telegiornali, bensì a tutto quello che ruota attorno a questo mondo.

Partiamo dall’alto: dalla politica (non sembri strano), dal mercato, dalle Maison, dalle tendenze, dai “creativi”, dai produttori, dagli addetti ai lavori della filiera, ai gestori e commesse dei negozi diretti o in franchising o nei multibrand. Ovviamente parliamo di grandi firme.

E cambia tutto in poco tempo. Perché altrimenti ci si annoia

Partiamo dalla politica. Come avevamo preannunciato, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, rappresentato dal ministro Adolfo Urso, ha messo in campo quello che era stato chiesto a gran voce dal comparto moda.

Il ministero informa che è stato introdotto “un innovativo sistema di certificazione della filiera su base volontaria da parte di soggetti abilitati alla revisione legale, che verificherà la regolarità contributiva, fiscale, giuslavoristica delle imprese lungo tutto il processo produttivo dalla capofila fino ai subfornitori verificando l’assenza di condanne o sanzioni per i titolari o amministratori in materia di lavoro e sicurezza”.

Inoltre, per rafforzare la difesa della assoluta trasparenza verrà istituito un registro pubblico delle certificazioni presso il Ministero e le aziende iscritte potranno così utilizzare la dicitura “filiera della moda certificata” nelle attività promozionali.

Almeno se si voleva un intervento legislativo a difesa del Made in Italy, ora c’è.

Vi ricorderete che sei Maison italiane erano state accusate dal Tribunale di Milano di non rispettare le regole sul lavoro in fatto di produzione dei loro capi ed erano state poste in amministrazione giudiziaria?

La richiesta di una normativa a difesa di chi si sentiva depauperato del loro corretto comportamento sulla filiera di produzione, era partita immediatamente e prontamente Adolfo Urso ha presentato un disegno di legge in difesa del comparto.

E come risponde il mercato?

Sul fronte del mercato, c’è tutta una lettura o riscrittura tendente ad avvicinare un nuovo approccio al consumo, alcuni dicono all’ingordigia, di possedere nuovi capi firmati.

Via quindi al nuovo poderoso mercato del riuso e del second hand milionario dove anche le grandi aziende della moda ricorrono per tentare di recuperare le perdite subite nelle loro abituali tranche di acquirenti.

Al di là delle Fashion Week europee, asiatiche, americane e Centro/Sudamericane, la parola d’ordine oggi sembra sia “stanchezza”.

Perché è cambiato il modo di vivere, di ragionare, di comportarsi, di relazionarsi, di rimanere al passo con i tempi sempre più veloci e imprevedibili.

Non ci pensa nessuno. O facciamo finta che…

Eppure la geopolitica è cambiata e con essa anche il consumo di moda. Forse sta arrivando una ondata di revisionismo positivo aspetto alla tracotanza comportamentale proposta dalla moda dagli anni ‘30 fino ad oggi.

Il mondo è cambiato, i consumatori sono cambiati. Che sia arrivato il momento di rivedere globalmente il nostro modello di vita? Meno sfarzo, più positività, più democrazia, più condivisione economica e finanziaria e di reddito pro-capite è ancora possibile?

Il numero di guerre dichiarate o latenti, di genocidi, di sopraffazioni imposte dalla religione o da lotte etniche, tribali che sembravano essere scomparse nel fumo del tempo, ci stanno ad indicare che nulla è cambiato, e i continui successi vantati in molti campi, niente hanno a che vedere/mitigare con l’attuale tragica situazione globale.

Le Maison: queste conosciute

I nomi sono sempre gli stessi, da una vita o quasi. Nomi nuovi? Beh, si. Se poi il mondo si divide in due grandi concentrazioni e molti piccoli/medi produttori, che comunque hanno il loro grande significato in termini di proposte nel tentativo di scrivere nuovi capitoli, capiamo bene come sembra sia tutto comprensibilmente ingessato.

LVMH e KERING la fanno da padrone in termini di fatturato e di confronto (anche fra di loro) rispetto al possesso dei brand più iconici e storici. Gucci, Prada, Valentino,..

Non sono tutte rose e viole

Anzi per la verità sembrano esserci più spine che polpa visti i risultati dichiarati, tant’è che spesso bisogna ricorrere a profondi cambiamenti strutturali o a qualche rinuncia importante all’interno dei bilanci delle griffe blasonate.

Vale soprattutto per gli immobili di prestigio e per le loro collocazioni sulle mainstreet della moda. Milano, Parigi, Londra, New York… Il ricorso a Luca De Meo, ex pupillo di Sergio Marchionne in Fiat ed ex AD di Renault ed ora amministratore delegato di kering la dice lunga.

De Meo ha dichiarato che bisogna dedicare molte più ore al lavoro e migliorarne la qualità.

Chiaro? Una ricetta, un richiamo?

Colpa degli stilisti? Pardon, marketing manager con la matita facile?

Un fragoroso rimescolamento di posizioni in tempi così brevi fra gli   stilisti della moda non si era mai vista. Ovviamente c’erano i nuovi, anche dei riciclati dei quali però ci si fidava inizialmente poco, ma non i riciclati di professione.

È solo un problema economico o va rivisto completamente il comparto moda in ambito globale?

La sensazione è quella, da parte del comparto, di non riuscire più a capire completamente dove va il mondo che si veste, che decide cosa comperare rispetto a quello che ha in tasca e ai valori, non solo estetici, espressi dai brand.

Il tutto bianco o comunque dello stesso colore imperante a Milano e a Parigi nelle ultime sfilate, lascia un po’ allibiti e un po’ sconcertati visto che si è ricorso abbondantemente a tutto quello che era stato creato negli anni del boom economico e quindi della moda.

Abbiamo pescato proprio nel profondo dello storico, negli esordi.

E cosa ci è rimasto ora di nuovo se non l’utilizzo di materiali diversi, di stravaganze poco gradite, anche da chi vorrebbe uniformarsi e diventare il protagonista per strada di quello che ha visto sui giornali o in televisione lustrandosi gli occhi e sperando che qualcuno noti la sua nuova mise.

Se poi incautamente abbiamo mangiato una pastasciutta abbondante e ricca o bevuto una birra di troppo, potremmo tranquillamente essere annoverati nelle/nei curvy. Non preoccupatevi.

Eppure tutto va bene se si vende qualcosa a qualcuno che ha ancora qualche soldo in tasca da spendere facendo contente le Maison, invidiare gli amici e appagando il proprio ego.

Il mondo va avanti in ogni caso. Griffe o non griffe. 

Guerre permettendo.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Un'analisi critica sull'industria della moda tra certificazione di filiera, leggi sul Made in Italy, mercato del riuso e lo stordimento di un settore in cerca di una nuova identità. Per chi non si accontenta delle superfici.

GLI IRLANDESI AFFOSSANO LE POLITICHE DI VON DER LEYEN E DEI GUERRAFONDAI DI BRUXELLES

Non è stato solo un conteggio di voti quello di Dublino, ma un verdetto quasi plebiscitario contro l’Europa della guerra.

L’elezione di Catherine Connolly alla presidenza dell’Irlanda, con una valanga di preferenze che ha polverizzato la candidata dell’establishment e vicina alle politiche guerrafondaie dell’Europa, non è un’anomalia locale o un capriccio celtico, ma il sismografo che registra il terremoto che sta scuotendo le fondamenta del progetto europeo.

Un terremoto silenzioso, ignorato dai palazzi del potere, ma assordante nelle urne di qualunque nazione, dalla Romania alla Germania, alla Francia.

Ovunque si voti, chi vuole questa Europa del riarmo perde o vince a fatica.

Connolly, 68 anni, avvocatessa, pacifista, fortemente critica nei confronti della NATO e della “militarizzazione” dell’UE, non ha vinto per il suo carisma o per un’abile campagna social, ma perché è diventata il megafono di un sentimento represso, ma dilagante in tutto il continente.

Un sentimento semplice, quasi primordiale.

La gente non vuole la guerra. E non vuole pagare il prezzo della follia di questa Europa.

Ad ogni elezione, da Bratislava a Parigi, da Berlino a Dublino, gli europei stanno inviando lo stesso, disperato messaggio ai loro leader. Un messaggio che viene sistematicamente frainteso, minimizzato o etichettato come populismo dall’autocrazia al potere.

Ma ignorare questo segnale non è più solo negligenza politica, bensì un suicidio che rischia di polverizzare il progetto europeo.

UN “NO” CHE ATTRAVERSA L’EUROPA

La vittoria di Connolly è l’ultimo capitolo di una saga che si sta scrivendo in tutta Europa, lontano dai riflettori puntati sulla leadership di Bruxelles.

Guardiamo alla Slovacchia. Robert Fico ha vinto promettendo di non inviare “un solo proiettile” in Ucraina.

Non ha vinto perché gli slovacchi sono filorussi, ma perché, mentre l’inflazione erodeva i salari, i suoi cittadini non capivano perché le priorità fossero i carri armati e non i loro conti in banca.

Guardiamo alla Germania, il motore economico e ora anche militare del Continente.

Mentre il governo Scholz, guidato da un Partito Socialdemocratico che ha tradito la sua storica Ostpolitik, stanziava 100 miliardi di euro per il riarmo, guadagnavano consensi gli estremi puntando su pacifismo, fine delle sanzioni e diplomazia.

Merz ha vinto le ultime elezioni, ma il suo governo ha una maggioranza da cardiopalma e il suo governo può crollare a ogni alito di vento.

Gli estremismi in Germania stanno crescendo vertiginosamente perché parlano alla Germania profonda, quella che ricorda le rovine del 1945 e che non vede alcun beneficio nel trasformare l’Europa in una fortezza armata fino ai denti.

La gente ha freddo. Il pane costa di più. L’energia è un lusso. Ma gli oligarchi pensano alle armi e alle guerre.

Questa è la cruda realtà economica che fa da sfondo al grande teatro geopolitico.

L’autocrazia che governa l’Unione Europea, un’alleanza non eletta di burocrati della Commissione e leader nazionali che agiscono in un “consenso di Bruxelles” a porte chiuse, lontanissimo dal volere dei popoli, parla un linguaggio incomprensibile per gli europei.

Parla di “autonomia strategica”, “pilastro europeo della NATO”, “economia di guerra”.

Ma le famiglie europee parlano il linguaggio dei bilanci domestici, della spesa e della pace.

E in quel bilancio, i miliardi spesi per l’industria bellica sono miliardi sottratti a sanità, istruzione, pensioni e ambiente.

LA DISSONANZA COGNITIVA DI UN’ÉLITE SCOLLEGATA

In pratica, esiste una voragine semantica, un abisso narrativo, tra l’élite europea e i suoi popoli.

L’élite vede il mondo attraverso il prisma di un conflitto esistenziale tra democrazie e autocrazie, una narrazione importata direttamente da Washington per evitare il crollo dell’impero americano ai danni degli europei, che pagano gas e petrolio quattro volte di più e non possono più esportare in Russia.

I cittadini europei lo vedono attraverso le loro vite. Vedono un’inflazione alimentata dalle sanzioni, una crisi energetica auto-inflitta e una retorica marziale che evoca i peggiori fantasmi del Novecento.

Insomma, questa Europa ha fallito e le elezioni diventano l’unico strumento, per quanto imperfetto, per esprimere questa che non è opinione, ma un dato di fatto: gli europei non vogliono la politica di guerra.

Catherine Connolly è stata votata non solo per le sue posizioni pro-Palestina o per la sua critica agli Stati Uniti, ma perché dice ciò che milioni di persone pensano, ma che nessun leader intorno a von der Leyen e nessun giornalista del mainstream ha il coraggio di affermare, ovvero che la neutralità non è codardia, ma saggezza.

Che la diplomazia non è resa, ma forza.

Che investire nel benessere dei propri cittadini è la forma più alta di sicurezza nazionale.

E, diciamolo, che la guerra è l’unica salvezza di leader che non ne hanno azzeccata mezza negli ultimi quattro anni.

Il 13% di schede nulle in Irlanda, un record storico, è un altro urlo nel silenzio. È il grido di chi si sente senza rappresentanza, intrappolato tra un establishment bellicista in cui non si vuole identificare e alternative considerate impresentabili. È il sintomo più grave della crisi di legittimità che attanaglia l’Europa.

IL VERO MOTORE DEL PACIFISMO POPOLARE

L’Unione Europea sta deviando risorse colossali verso il settore della difesa in un momento di stagnazione economica e debito pubblico record.

La Banca Centrale Europea alza i tassi per combattere un’inflazione in gran parte causata da shock esterni (energia, catene di approvvigionamento) e da scellerate scelte politiche (sanzioni), strangolando le economie nazionali e le imprese europee.

Un suicidio.

Nel frattempo, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che agisce più come un ministro degli Esteri e della Difesa che come la custode dei trattati, promuove piani di riarmo che arricchiscono un ristretto complesso militare-industriale.

Non è un piano per la sicurezza europea, ma un massiccio trasferimento di ricchezza pubblica verso interessi privati, giustificato da una paura che viene scientificamente alimentata.

È una politica che dovrebbe essere discussa nelle aule dei tribunali poiché si tratta di alto tradimento e di un furto nei confronti dei popoli europei.

Gli agricoltori che bloccano le capitali con i loro trattori e gli elettori che scelgono candidati come Connolly sono due facce della stessa medaglia ed entrambi dicono che le priorità di von der Leyen, Macron, Merz & C. non sono le nostre.

Gli autocrati al potere stanno sacrificando il nostro presente per un futuro di conflitto che non abbiamo scelto e che non vogliamo.

UNA SCELTA ESISTENZIALE PER L’EUROPA

La vittoria di Catherine Connolly non è la fine della storia, ma l’ennesimo avvertimento.

L’Europa si trova a un bivio esistenziale, poiché può continuare a seguire la strada tracciata da un’élite tecnocratica e bellicista, ignorando il crescente ruggito del dissenso popolare.

In questo modo, però, non farà altro che alimentare le forze centrifughe che già minacciano di disintegrare l’Unione, spingendo masse di elettori verso gli estremi.

Oppure, può ascoltare.

Può capire che la vera forza dell’Europa è nel suo modello sociale, nella sua capacità di garantire pace e prosperità. Può riscoprire la sua vocazione originale: essere un progetto di pace, non l’avamposto di un conflitto per procura.

Le valanghe iniziano con un piccolo crepaccio e l’elezione irlandese è quel crepaccio nel monolite del consenso bellicista europeo.

Altri seguiranno.

Non si tratta di domandarsi se questa valanga silenziosa travolgerà l’attuale leadership, ma quando.

E se, dopo, resterà qualcosa del progetto europeo da salvare se gli scellerati leader si aggrapperanno ancora alla poltrona pur di non ammettere l’evidenza della loro incompetenza e del reale volere degli europei.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL SILENZIO STRATEGICO DELLA RUSSIA E IL CAOS OCCIDENTALE

Il rumore della propaganda è assordante, ma chi non si informa da più fonti ne viene ammaliato.

Un frastuono di notizie, accuse, inversioni di rotta e propaganda che definisce la nostra percezione della guerra in Ucraina.

Pale, muli, microchip, droni, sconfinamenti, attacchi ad aerei inesistenti, sabotaggi al Nord Stream spacciati per attentati russi, poi rivelatisi attentati ucraini, e adesso, persino il divieto di vendere bidet alla Russia.

Sembra una barzelletta, ma è una sanzione dell’Europa a Mosca. La stessa Europa che non batte ciglio per la violazione palese del cessate il fuoco a Gaza da parte di Israele.

Perché quello della propaganda europea non è caos, ma un’architettura comunicativa progettata per confondere, per distrarre, per mantenere l’opinione pubblica in un perenne stato di reattività emotiva e per costruire un nemico indispensabile per giustificare la sottrazione di miliardi al welfare da investire nel riarmo.

Puntando e sfruttando quella parte di popolazione meno incline a usare lo spirito critico.

Ma dietro questa cortina fumogena, come emerge dalla tagliente analisi dell’ex ispettore ONU Scott Ritter in conversazione con il Prof. Glenn Diesen, si dipana una logica ferrea, brutale e inesorabile.

Una logica che l’Occidente, intrappolato nelle sue stesse narrazioni, si rifiuta di vedere.

QUANDO LA GUERRA PER PROCURA SMETTE DI ESSERE TALE

Ci sono spettri nella macchina da guerra ucraina che parlano inglese con accento britannico.

Per mesi, abbiamo assistito a una narrazione semplificata: l’eroica Ucraina contro l’aggressore russo, sostenuta da un Occidente unito, ma distante.

Ritter, con la precisione chirurgica di chi ha passato la vita a decifrare le menzogne di stato e non a scrivere panzane su pale e microchip, squarcia questo velo.

Il recente rapporto dell’FSB russo, che accusa Londra di orchestrare attacchi contro infrastrutture strategiche russe, è semplicemente la pubblicazione di un copione che Mosca legge da tempo.

L’MI6 non è un semplice consulente, ma il burattinaio.

Ritter sostiene, con agghiacciante plausibilità, che i servizi segreti britannici abbiano di fatto assunto il controllo operativo del Presidente Zelensky, coreografandone non solo la sicurezza personale, ma anche la sua immagine pubblica, trasformando un leader in tempo di guerra in un’icona mediatica per il consumo occidentale.

E la vicenda del milione di sterline a Johnson non fa che avvalorare tale tesi.

Ogni apparizione dell’attore diventato presidente, ogni discorso, ogni richiesta appassionata è un pezzo di un teatro meticolosamente costruito.

Gli attacchi con missili Storm Shadow, il sabotaggio del Nord Stream, le incursioni sul ponte di Kerch, non sono atti di disperata improvvisazione ucraina, ma operazioni pianificate, facilitate e forse dirette da un attore distante da Kiev che gioca una partita molto più grande, usando l’Ucraina come scacchiera e i suoi soldati come pedine sacrificabili.

L’ILLUSIONE OCCIDENTALE DI UNA GUERRA A SCADENZA

L’Occidente vive secondo l’orologio delle elezioni.

Donald Trump, in questo senso, è il sintomo perfetto della malattia strategica occidentale. Il suo recente voltafaccia – dall’affrontare le “cause profonde” a un semplicistico “cessate il fuoco” – non è incoerenza, ma il riflesso di un approccio transazionale alla geopolitica, una mentalità da “exit strategy” applicata a un conflitto esistenziale.

Trump, come gran parte dell’establishment che critica, non comprende la profondità delle rimostranze russe. Non afferra che per Mosca, questa non è una disputa territoriale da risolvere con un accordo immobiliare, ma la conclusione di trent’anni di promesse infrante e minacce percepite alla propria sicurezza nazionale per colpa dell’allargamento a Est della NATO.

La Russia non gioca contro il tempo; gioca con il tempo.

Il suo calendario non è scandito dalle elezioni di medio termine o dalle presidenziali, ma dalla demografia, dalla capacità industriale e dalla volontà politica. Proporre un “cessate il fuoco” senza affrontare le questioni della neutralità ucraina e dell’architettura di sicurezza europea è come mettere un cerotto su una ferita da arma da fuoco.

È un gesto performativo, utile per una campagna elettorale, ma strategicamente vuoto. Putin ha già esplorato questa via, per poi vedere gli accordi traditi. Non ci ricadrà.

La stupidità, come diceva Einstein, è fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.

OLTRE LA PROPAGANDA DEI NUMERI

Smettiamo di guardare le mappe. Iniziamo a guardare i cimiteri.

La vera natura di questo conflitto non si trova nelle frecce colorate che avanzano e si ritirano di pochi chilometri sui notiziari serali, ma nella guerra di logoramento.

L’Occidente, con la sua dottrina militare post-Guerra Fredda focalizzata su conflitti rapidi e tecnologicamente superiori, ha dimenticato la lezione fondamentale delle due guerre mondiali.

Una guerra di logoramento non la vince chi conquista più territorio nel breve termine, ma chi distrugge la capacità del nemico di continuare a combattere.

Ritter cita rapporti di perdite che, se anche solo parzialmente veri, sono catastrofici per l’Ucraina: 10, 20, a volte 30 soldati ucraini per ogni soldato russo.

Non sono numeri, ma generazioni ucraine perdute, il futuro di una nazione macinato in un tritacarne.

E il logoramento è duplice, perché la Russia non sta solo prosciugando la riserva di manodopera dell’Ucraina, ma sta metodicamente distruggendo le costose e limitate attrezzature fornite dalla NATO, costringendo l’Occidente a svuotare i propri arsenali.

In pratica, mentre le fabbriche di armi occidentali lottano per aumentare la produzione dopo decenni di de-industrializzazione, la base industriale della difesa russa è entrata in piena economia di guerra, producendo, secondo alcune stime, a un ritmo quattro volte superiore a quello dell’intero blocco NATO.

Stiamo inviando i nostri gioielli tecnologici a pezzi, così la Russia li sta trasformando in rottami a un costo irrisorio, usando proiettili d’artiglieria da poche migliaia di dollari, conservando i suoi arsenali di armi più avanzate e costose. È una strategia industriale, prima ancora che militare.

IL SIPARIO CHE CALA

La confusione, in ultima analisi, è un lusso che solo chi è lontano dal fronte può permettersi. Sul campo, la realtà è chiara. L’Ucraina sta collassando. Economicamente, demograficamente, militarmente.

L’Europa affronta una de-industrializzazione auto-inflitta e una crisi energetica che persisterà per anni. Gli Stati Uniti, guidati da un’élite politica che oscilla tra l’illusione ideologica e l’incompetenza manifesta, non hanno un piano B.

La Russia, al contrario, ha una strategia. Può non piacerci, possiamo demonizzarla, ma esiste.

È una strategia paziente, brutale, basata sulla consapevolezza della propria superiorità industriale e sulla volontà di sopportare un dolore che le società occidentali, abituate al comfort e alle soluzioni rapide, non possono più concepire e, prima o poi, si rivolteranno contro i loro padroni, quei leader che hanno dimostrato di essere nani politici.

Il rumore mediatico della propaganda continuerà. Ci saranno nuove “controffensive”, nuove “armi miracolose”, nuove ondate di sanzioni. Come la controffensiva risolutiva del maggio 2023, come gli F16, come gli ucraini dal perfetto inglese entrati in Russia, di cui non si parla più da oltre un anno.

Ma sono solo le convulsioni di un paradigma che sta morendo. Il vero dramma si svolge nel silenzio dei cimiteri ucraini e nella fredda logica delle fabbriche russe che lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Ci è stato detto che odiare Putin è una politica.

Abbiamo scoperto che è solo il sostituto di una politica europea che non esiste. E nel silenzio che seguirà, quando il rumore cesserà e la polvere si poserà, potremmo finalmente essere costretti ad ascoltare la verità che abbiamo sempre ignorato.

E, per i tanti che ancora credono alle sciocchezze di chi ha spacciato per veri pale e microchip, sarà un risveglio brutale.

Potete accedere all’intervista del Prof. Gleen Diesen a Scott Ritter, ex Maggiore, Ufficiale dell’Intelligence, Marine degli Stati Uniti e Ispettore per le Armi delle Nazioni Unite, cliccando sul seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=2eIk0FB3oYI&t=326s
Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

FARG² E LA POLITICA COME CURA. A ROMA L’ARTE SMASCHERA IL BULLISMO E INTERROGA L’EUROPA

di Redazione

C’è un’arte più alta della legislazione, più profonda della diplomazia.

È l’arte di avere cura degli uomini. Di tutti. Non è una massima filosofica da incidere nel marmo dei palazzi istituzionali, ma l’architrave su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, ogni comunità.

Martedì 21 ottobre, a Roma, questa verità si è manifestata allo Spazio Europa, il luogo che più di ogni altro rappresenta la promessa di un’unione di popoli soffocata dall’autocrazia europea.

Lì, dove campeggia una scultura blu che stilizza un cuore accanto alle lettere “EU”, l’arte ha costretto la politica a guardarsi allo specchio, a confrontarsi con le sue crepe e i suoi fallimenti più intimi.

A confrontarsi con il bullismo.

Perché il bullismo, nella sua brutale essenza, è un fallimento politico. È il collasso del patto sociale su scala microcosmica. È la negazione radicale del principio di cura.

Così, l’evento “Voci d’Europa – L’Arte contro il Bullismo” non è stato solo un convegno, ma una requisitoria. Un’assemblea costituente dell’anima, dove il dolore privato è diventato manifesto e la creatività si è fatta strumento di indagine e sutura.

SPAZIO EUROPA: IL PALCOSCENICO DI UNA PROMESSA

Angiolina Marchese, Presidente di Art Global, e la curatrice Rosanna Vetturini, hanno scelto proprio questo luogo come simbolo per portare il dibattito sul bullismo all’interno della sede del Parlamento e della Commissione Europea in Italia, evento che significa porre una domanda fondamentale: che se ne fa, l’Europa, della sua gioventù ferita? Cosa produce il grande apparato normativo e burocratico di Bruxelles quando un ragazzo viene annientato psicologicamente nel cortile di una scuola a Palermo, a Varsavia, a Lione?

Ma, in chiave ancora più dirompente, come può emergere l’Europa dei popoli se a comandare sono oligarchi che se ne infischiano di quanto emerge dalle elezioni?

I saluti istituzionali dell’On. Susanna Ceccardi e del Consigliere Fabrizio Santori non sono stati un rito formale, ma una presa d’atto. O, almeno, si spera.

La presenza delle istituzioni su quel palco era l’ammissione di una corresponsabilità, il riconoscimento che la cura dell’individuo, specialmente del più vulnerabile, è il primo, non l’ultimo, dei doveri di chi governa. La politica che non previene il bullismo è una politica che abdica alla sua funzione primaria.

IL DOLORE CHE DIVENTA MANIFESTO: LA TESTIMONIANZA PER PAOLO MENDICO

Il momento in cui ogni teoria sociologica, ogni analisi criminologica, ogni discorso politico si è dissolto di fronte alla nuda verità dell’esperienza umana è arrivato quando hanno preso la parola Giuseppe Mendico e Simonetta La Marra, i genitori di Paolo, una giovane vita spezzata dalla violenza del branco.

Non hanno urlato. Non hanno chiesto vendetta. Hanno parlato.

Le loro parole, portate in una sala dove il silenzio si era fatto denso, quasi solido, hanno compiuto un’operazione alchemica, trasformando il lutto più insopportabile in un seme di consapevolezza universale.

Hanno parlato del bisogno di ascolto, di quella disattenzione adulta che diventa complicità, di quel vuoto che si riempie di mostri. Ascoltarli non è stato assistere a una testimonianza, ma è stato partecipare a un atto politico di radicale umanità.

La loro dignità è diventata un atto d’accusa verso una società che spesso preferisce girarsi dall’altra parte.

In questo silenzio, l’opera “Wings of Love” dell’artista Fabiana Sepe, donata alla famiglia, non è stata un semplice omaggio ma la risposta dell’arte che, di fronte all’abisso, non offre spiegazioni, ma costruisce un ponte. Un paio d’ali per una memoria che deve continuare a volare, a farsi monito e speranza.

L’ARSENALE DELLA CURA: ARTE, ISTITUZIONI E CONOSCENZA

L’evento ha dispiegato, uno dopo l’altro, tutti gli strumenti di cui una comunità dispone per esercitare l’arte della cura.

La conduzione di Barbara Castellani ha tessuto i fili, creando un dialogo continuo. Le analisi lucide di esperti come la criminologa Stefania Cacciani e la psicopedagogista Maria Rita Parsi hanno sezionato il fenomeno, smontandone i meccanismi e rivelandone le radici culturali e sociali.

Figure come Maria Antonia Spartà hanno ricordato il ruolo imprescindibile della legalità, mentre l’esperienza di Massimiliano Ferragina ha portato la prospettiva cruciale della scuola, la prima linea di questa guerra silenziosa.

E poi, le voci di chi ha trasformato le proprie cicatrici in una bandiera. Raffaele Capperi, che ogni giorno combatte contro l’ignoranza e il pregiudizio legati alla sindrome di Treacher Collins. Nadia Rinaldi e Luigi Zeno hanno usato la loro notorietà per amplificare un messaggio che deve diventare virale: il rispetto non è un’opzione, ma l’infrastruttura della convivenza.

La musica stessa, con l’Ave Maria di Schubert offerta dalla soprano Sara Pastore, ha trasceso il dibattito per toccare una corda più profonda, quasi spirituale, ricordandoci la dimensione sacra di ogni singola vita umana.

IL CAPITALE CREATIVO: GLI ARTISTI COME AGENTI DI CAMBIAMENTO

Il vero filo conduttore, visivo e concettuale, è stata la mostra collettiva. Un’esplosione di linguaggi e sensibilità.

Dalle opere del duo Farg², Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, che con acume intellettuale esplorano le dinamiche relazionali, a quelle degli studenti della 5F Arti Figurative.

Ogni tela, ogni scultura, non era un oggetto decorativo. Era una tesi. Un’argomentazione visiva. Un frammento di un discorso collettivo che afferma che la dignità non è negoziabile.

Il riconoscimento al giornalista Francesco Marrapodi ha chiuso il cerchio, evidenziando il ruolo critico dell’informazione. Un’informazione che non si limiti a riportare la cronaca della violenza, ma che ne indaga le cause, promuove la cultura del rispetto e costruisce narrazioni alternative. Un’informazione che, in sé, è una forma di cura sociale.

DALLA CURA DEL SINGOLO ALLA SALUTE DELL’UNIONE

“Voci d’Europa” è stato molto più di un evento di successo. Ha dimostrato che la lotta a una piaga sociale come il bullismo non si vince con leggi calate dall’alto o con slogan vuoti. Si vince costruendo ecosistemi di cura. Reti in cui istituzioni, artisti, scuole, famiglie, media e cittadini collaborano, ognuno con i propri strumenti, a un unico scopo: assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro.

La vera arte del politico, oggi più che mai, non è vincere le elezioni, ma vincere l’indifferenza.

Non è gestire il potere, ma distribuire cura. È capire che un ragazzo umiliato in una classe è una crisi europea tanto quanto un trattato economico disatteso. Perché una comunità che non sa proteggere i suoi figli è una comunità che non protegge gli adulti di domani, una comunità senza futuro.

L’Europa, quella sera a Roma, ha smesso per qualche ora di essere un’entità astratta e si è fatta volto, lacrima, abbraccio e opera d’arte. Ha ricordato a se stessa la sua missione più vera. Avere cura di tutti gli uomini. L’unica politica che merita di essere chiamata tale.

Il duo Farg², rappresentato per l’occasione da Francesca Ghidini, ha portato il proprio contributo. D’altronde Ghidini e Alessandro Rinaldoni hanno iniziato il loro percorso insieme proprio grazie a un evento sociale e benefico, perciò è nel loro DNA sviscerare le incongruenze del nostro tempo.

Potete approfondire la loro dimensione artistica direttamente sul loro sito: https://www.farg2.it/

FIAMME E FINANZA, COME L’EUROPA SI STA DISTRUGGENDO CON LE SANZIONI

Mentre le sanzioni contro Mosca si rivelano un’arma autolesionista, che danneggia soprattutto il Vecchio Continente, una serie di misteriosi “incidenti” colpisce le sue stesse infrastrutture energetiche.

Un’inchiesta su una guerra economica combattuta su due fronti: uno dichiarato e uno nascosto.

TRE ESPLOSIONI NEL CUORE D’EUROPA

Un odore acre di petrolio bruciato si sta diffondendo sull’Europa orientale.

Non proviene dal fronte ucraino, ma dal nostro continente.

In una manciata di ore, tre fiammate quasi simultanee hanno squarciato la notte in Ungheria, Slovacchia e Romania. Tre raffinerie. Tre incidenti. Tre pilastri della nostra sicurezza energetica che vacillano.

La propaganda occidentale parla di coincidenze, di sfortunate fatalità industriali.

Ma quando le coincidenze si allineano con la precisione di un’operazione militare, un giornalista serio ha il dovere di porre domande, anche scomode.

Per esempio, si tratta di semplici incidenti o di altro?

Il filo rosso che unisce queste tre colonne di fumo è inequivocabile: tutte e tre le strutture processano greggio russo, arterie vitali che, nonostante la retorica bellica, continuano a pompare il sangue che tiene in vita la nostra economia. Anche l’Italia.

E sembra proprio che qualcuno abbia deciso che queste arterie vadano recise. Ma chi tiene in mano il bisturi?

IL TEATRO DELLE SANZIONI ALLA RUSSIA

Proprio mentre le sirene ululavano in Romania, a Washington e a Bruxelles andava in scena l’ennesimo annuncio di vittoria.

Gli Stati Uniti hanno varato nuove sanzioni contro i colossi petroliferi russi Rosneft e Lukoil.

L’Unione Europea ha approvato il suo diciannovesimo pacchetto di misure restrittive. I titoli dei giornali, con la consueta fanfara, hanno parlato di un colpo mortale all’orso russo, di un Putin ormai alle corde, di una vittoria quasi certa.

Una litania che doveva essere l’ultima tre anni e mezzo fa, invece siamo alla diciannovesima.

E, anche stavolta, i numeri, aridi e spietati, raccontano un’altra storia. Una storia di autolesionismo.

Le conseguenze di queste sanzioni non si sono fatte attendere, infatti.

Secondo Reuters, non certo al soldo di Putin, il prezzo globale del petrolio greggio ha registrato un’impennata “vertiginosa” del 5% in un solo giorno.

Perché se si limita l’offerta di un bene essenziale sul mercato globale, il suo prezzo sale. Per tutti. Soprattutto per chi, come l’Europa, ne è un acquirente disperato, non un venditore.

Gli Stati Uniti, esportatori netti di energia, osservano e traggono profitto. Noi, europei ed italiani, paghiamo il conto.

È la stessa miope logica che vediamo applicata ai nostri bilanci nazionali. In Italia, il governo si vanta di aver aumentato i fondi per la sanità, omettendo che l’incremento è nettamente inferiore al tasso di inflazione.

In termini reali, ciò significa che i nostri ospedali hanno meno soldi per acquistare medicine e pagare i medici, non di più.

Si propaganda un taglio come fosse un investimento. Allo stesso modo, festeggiamo le sanzioni che ci strangolano, illudendoci di strangolare il nemico.

La Russia, nel frattempo, aveva previsto tutto.

Come confermato da ex consulenti della sua Banca Centrale, da mesi Mosca ha riorientato i suoi flussi commerciali, stipulando accordi in Yuan e Rubli con partner come Cina e India.

Le sanzioni sul dollaro, che sarebbero state devastanti un anno fa, oggi arrivano tardi. Troppo tardi per Mosca. Ma in perfetto orario per far male all’Europa. Per far del male solo a noi.

L’IDEOLOGIA DEL SABOTAGGIO: QUANDO L’ALLEATO DIVENTA UNA MINACCIA

Coincidenze, si diceva.

Ma il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, primo atto di questa tragedia, ci ha insegnato a essere scettici.

Oggi sappiamo che gli attentatori erano ucraini. Non sappiamo se gli USA abbiano avuto un ruolo, ma certamente non è stata la Russia a provocare il peggior attentato a infrastrutture europee dal 1945, ma quelli che consideriamo nostri alleati.

E, anche questa volta, tra le tre capitali, solo due hanno vantaggi dalle esplosioni alle raffinerie, e di certo non Mosca.

Le dichiarazioni dei leader polacchi, come l’ex Ministro degli Esteri Sikorski, che ringraziò apertamente gli USA per la distruzione del Nord Stream, o quelle del Primo Ministro Tusk, secondo cui “sabotare un invasore non è un crimine”, non possono essere archiviate come semplici boutade.

Rappresentano, invece, la verbalizzazione di una nuova, spaventosa dottrina: la santificazione del terrorismo infrastrutturale, persino contro un alleato come la Germania, se serve a perseguire un obiettivo geopolitico superiore.

Se questa è la logica, allora le raffinerie in Ungheria e Slovacchia, paesi che hanno mostrato scetticismo verso la linea dura contro Mosca, diventano bersagli legittimi.

E gli “incidenti” smettono di sembrare tali. Diventano avvertimenti. Messaggi inviati non solo a Mosca, ma anche ai partner europei “titubanti”. Un promemoria brutale su chi comanda davvero l’alleanza.

LA DOPPIA PARTITA: GUERRA SUL CAMPO, DIPLOMAZIA NEI SALOTTI

Eppure, mentre l’aria in Europa si fa irrespirabile, da Washington giunge una melodia diversa, quasi surreale.

L’inviato speciale di Putin, Kirill Dmitriev, dopo un incontro con l’amministrazione americana, dichiara alla CNN che una “soluzione diplomatica è vicina”.

Come può essere? Come possono coesistere l’escalation delle sanzioni, i sabotaggi e i venti di pace?

Questa dissonanza cognitiva riflette la doppia realtà del conflitto. Sul campo, l’Ucraina è in affanno.

Lo stesso Zelenskyy, abbandonata la retorica della “vittoria totale”, parla ora di “congelare la linea del fronte”, un eufemismo per una tregua disperatamente necessaria. La guerra di logoramento sta erodendo le sue forze e lo stanno costringendo sempre di più all’angolo.

Ma sul piano della guerra economica, la partita è diversa.

L’obiettivo non è più solo la vittoria militare di Kiev, ma un indebolimento strategico e permanente di due potenze: la Russia come rivale globale e l’Europa come concorrente economico.

In questo gioco, le sanzioni e i sabotaggi non sono strumenti per finire la guerra, ma per prolungarla, per rendere il danno all’economia europea strutturale e irreversibile.

L’EUROPA COME CAMPO DI BATTAGLIA ECONOMICO

La scacchiera è chiara a chiunque non sia miope.

L’Europa si trova stretta in una morsa: da un lato, subisce le conseguenze delle proprie sanzioni, un boomerang economico che colpisce i suoi cittadini e le sue industrie; dall’altro, vede le sue stesse infrastrutture vitali diventare bersagli in una guerra ibrida condotta da attori che, sulla carta, dovrebbero essere suoi alleati.

In pratica, i veri nemici li abbiamo in squadra e i festeggiamenti per ogni nuova sanzione assomigliano sempre più a un ballo macabro sul ponte del Titanic.

Ogni misura che dovrebbe indebolire la Russia finisce per aumentare il costo della vita a Roma, Berlino e Parigi, rendendo le nostre imprese meno competitive e le nostre famiglie più povere, come dimostrano i fatti di questi ultimi quaranta mesi.

Stiamo finanziando la nostra stessa de-industrializzazione, applaudendo mentre lo facciamo, guidati da leader incompetenti e illusi da giornalisti che hanno smesso di fare il proprio lavoro per trasformarsi in megafoni del potere.

Abbiamo alleati che stanno sabotando l’Europa. Alleati che sono dentro e fuori dall’Europa.

Perché continuiamo a chiamarli alleati?

E perché leader e giornalisti fanno fina di nulla?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.