IL 25 NOVEMBRE E LA RIVOLUZIONE ROSSA DI ELINA CHAUVET

Oggi è il 25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come ogni anno, i governi snocciolano statistiche che sanno di fallimento e le aziende si tingono di rosso per un marketing della coscienza spesso effimero.

Ma ci sono le scarpe. Sono scarpe rosse. Centinaia. E sono vuote.

È “Zapatos Rojos”, l’opera d’arte pubblica più politicamente devastante del nostro secolo.

DALLA POLVERE DI JUÁREZ ALLA COSCIENZA GLOBALE

Per comprendere la potenza comunicazionale di questa installazione, non devo indossare le vesti del critico d’arte, ma quelle dell’analista di geopolitica.

Perché di questo si tratta. Si tratta di una guerra asimmetrica, silenziosa, combattuta sui corpi delle donne.

Elina Chauvet, artista e architetto messicana, non ha creato quest’opera in un atelier asettico per una mostra importante, ma l’ha concepita nel 2009 a Ciudad Juárez, una città di frontiera che per decenni è stata un macabro laboratorio del femminicidio.

Un luogo dove il deserto inghiotte i corpi e le istituzioni fagocitano le denunce, che, il più delle volte, non portano a niente.

Tutto nasce da un dolore privato che diventa politico.

La morte della sorella dell’artista, uccisa dal marito a soli 32 anni, è stata la scintilla.

Ma Chauvet, con una grande forza d’animo e con una visione sociologica fuori dal comune, ha capito che il lutto individuale, se isolato, è sterile. Non porta a niente, se non a metabolizzare la perdita. Invece, se collettivizzato, può diventare esplosivo.

Le scarpe rosse non sono solo un’istallazione e nemmeno sono soltanto un monito. Sono un esercito immobile, ma molto più pericoloso di tanti eserciti di soldati in carne e ossa, armati fino ai denti.

IL FALLIMENTO DELLO STATO E IL REGNO DELL’IMPUNITÀ

Il Messico, nazione in cui è nata l’installazione, è un caso studio terrificante sull’economia della violenza, perché il costo penale di un omicidio tende allo zero, con tassi di impunità che superano il 90%, e dove il corpo femminile viene declassato a bene sacrificabile. Spesso addirittura merce sacrificabile.

Lo Stato fallisce nel suo mandato primario di proteggere la vita dei suoi connazionali.

La definizione legale di “femminicidio”, introdotta formalmente in Messico nel 2012, doveva essere uno spartiacque. Doveva garantire pene più severe, indagini specializzate.

Invece ci ritroviamo, ancora oggi nel 2025, a parlare di femminicidio. Ci troviamo ad ascoltare gli stessi comizi, le stesse parole, a dare il contentino, ingannare con false promesse, girare a vuoto.

Le scarpe di Chauvet occupano lo spazio pubblico, come piazze, strade, palazzi del potere, proprio perché alle donne quello spazio è stato negato due volte: prima con la violenza, poi con l’oblio giuridico.

Ogni paio di scarpe rappresenta un fascicolo impolverato, una madre che invecchia cercando giustizia per la figlia, un sistema giudiziario che spesso colpevolizza la vittima.

IL SIMBOLISMO DEL ROSSO

Perché il rosso?

Beh, Chauvet ha compreso che siamo in un mondo che comunica per immagini, perciò ha scelto il colore più primordiale.

Il rosso è l’allarme, è il sangue versato sui marciapiedi. Ma attenzione a non cadere nella trappola del vittimismo passivo. Per l’artista, il rosso è anche l’energia vitale che continua a pulsare. È l’amore delle famiglie che non si arrendono. È la speranza. È vita.

L’installazione funziona perché è un “monumento partecipativo”. Non c’è una statua di marmo, ma ci sono scarpe donate, dipinte, posizionate da altre donne, da cittadini, da passanti.

È un rituale di guarigione collettiva in cui il pubblico diventa artista, realizzando parte dell’installazione.

Le scarpe sono vuote, sì, ma è proprio in quel vuoto che si trova l’assenza insopportabile di chi le indossava.

Camminare in mezzo a “Zapatos Rojos” significa camminare in un cimitero a cielo aperto, ma significa anche marciare a fianco di chi non può più farlo perché un altro essere umano ha deciso di eliminarla.

UN ALGORITMO UMANO CONTRO L’INDIFFERENZA

Oggi, 25 novembre 2025, mentre l’installazione si replica in decine di città nel mondo, dovremmo domandarci se sia cambiato qualcosa. Perché i numeri continuano a essere una condanna.

Ma la percezione è mutata. Elina Chauvet ha creato un linguaggio universale. Ha bypassato le barriere linguistiche e culturali ed è arrivata alla gente comune. Una scarpa rossa è leggibile ovunque.

È un “algoritmo analogico” che hackera la nostra indifferenza e non ha bisogno di sottotitoli o traduzioni.

La sua installazione parla una lingua universale, come un pentagramma.

Perciò, non possiamo più dire di non sapere o di non comprendere.

Quando vediamo quelle scarpe, vediamo una bambina di sette anni ritrovata in un sacchetto di plastica.

Vediamo le studentesse, le lavoratrici, le madri, le sorelle, le mogli, le fidanzate che non ci sono più.

L’ARTE COME ULTIMA TRINCEA

Non guardate Zapatos Rojos come un’opera d’arte uguale a tante altre, ma guardatela come un atto di accusa formale contro un patriarcato che si rifiuta di morire.

Elina Chauvet non chiede ammirazione, ma azione, intervento, interessamento.

Il 25 novembre non serve a nulla se è solo una data sul calendario, se è solo occasione per qualche politico di dire tante belle parole a cui non seguono fatti.

Serve se diventa il giorno in cui il peso di quelle scarpe vuote diventa insostenibile per la nostra coscienza, costringendoci a riempirlo con una giustizia efficace, reale e immediata.

Il silenzio di quelle scarpe urla più forte di qualsiasi slogan politico di oggi.

Sta a noi, ora, decidere se ascoltare le scarpe o continuare a essere complici di chi, al più, dirà le solite belle parole.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’EUROPA STA SACRIFICANDO KIEV SULL’ALTARE DELLA RETORICA

Mentre nei salotti climatizzati di Bruxelles, si parla di “resilienza democratica” e di “pace giusta”, in un triste festival di ipocrisia, nel Donbas, il fango si mescola al sangue dei tanti, troppi ucraini mandati a morire in battaglia.

C’è una dissonanza cognitiva assordante, quasi patologica, tra la narrazione che scorre sui feed di Twitter dei burocrati europei e la realtà, sporca, disperata del fronte.

L’ARCHITETTURA DELL’INGANNO: I PIANI DI PACE E IL LEGALESE DELLA SCONFITTA

In queste ore, sul tavolo della diplomazia internazionale ci sono due documenti.

Il primo è il piano di Trump: 28 punti che sanno di ultimatum. Il secondo è la risposta dell’Europa, una maldestra fotocopia sbiadita del primo, infarcita di quel “legalese” che serve a salvare la faccia dei burocrati europei.

Il piano europeo promette l’adesione alla NATO, ma la vincola al “consenso di tutti i membri”. È un assegno a vuoto. Sappiamo tutti che quel consenso non esiste. Perciò è solo un modo per dire la stessa cosa di Putin, senza ammettere di dirlo.

Ancora più grottesco è il punto sulle truppe dell’Alleanza: non stazioneranno in Ucraina in maniera “permanentemente” in “tempo di pace”. Un giurista alle prime armi smonterebbe queste clausole in un nanosecondo.

Cosa significa “permanente”? Due anni? Dieci? E soprattutto, definire il “tempo di pace” in un’area che sarà instabile per decenni è un esercizio di pura fantasia. Una scusa per lasciare lì le truppe comunque.

Zelensky, stretto tra l’incudine del realismo americano, che minaccia di chiudere i rubinetti dell’intelligence e delle armi, e il martello dell’avanzata russa, sta lentamente scivolando via dalla sua retorica della vittoria totale.

Sta preparando il suo popolo all’amaro calice del compromesso, mentre l’Europa applaude ancora a uno spettacolo che è finito da un pezzo con la sconfitta dell’Ucraina e, soprattutto, della stessa Europa.

IL MITO DELLA CONQUISTA E LA REALTÀ DEL RULLO COMPRESSORE

L’errore macroscopico dell’Occidente è stato confondere il Risiko con la dottrina militare russa.

Per mesi, i talk-show ci hanno venduto la favola di una Russia che voleva dipingere la mappa d’Europa del suo colore, ma fallendo miseramente perché la sua economia era stata annientata nel 2022 dalle nostre sanzioni dirompenti e il suo esercito combatteva solo armato di pale ottocentesche. E tante altre sciocchezze da propaganda pura.

La verità è infinitamente più cinica. Mosca non cerca la conquista territoriale rapida in un ambiente ostile; applica la dottrina storica del “rullo compressore”.

È una guerra di attrito, non di movimento.

L’obiettivo del Cremlino non è occupare Kiev domani, ma macinare l’esercito ucraino oggi, domani e dopodomani, fino a quando non rimarrà nulla da opporre.

E lo fanno trincerati in un sistema difensivo che, per densità e complessità ingegneristica, fa impallidire la Linea Maginot, costruito meticolosamente in dieci anni di guerra, dal 2014, mentre noi guardavamo altrove per non intervenire contro l’Ucraina.

Pensare di sfondare queste linee con qualche carro armato occidentale è delirante.

L’IMPLOSIONE DI UNA NAZIONE: SOCIOLOGIA DEL CROLLO

Ma la tragedia vera, quella che i nostri media “mainstream” si rifiutano di indagare, è interna.

L’Ucraina sta morendo da dentro. Non è solo una questione di linee del fronte che si spostano, ma una questione demografica ed esistenziale. I giovani e meno giovani fuggono. Chi resta, diserta. La fiducia nel contratto sociale si è spezzata.

Mentre Zelensky invoca la democrazia sui palchi internazionali, a Kiev esplodono scandali di corruzione che farebbero impallidire una repubblica delle banane: forniture militari gonfiate, miliardi di aiuti volatilizzati, cerchie ristrette che si arricchiscono mentre la generazione Z ucraina viene mandata a morire perché qualcuno possa acciuffare qualche soldo e regalarsi cessi d’oro.

Un popolo può resistere alle bombe, ma non può resistere alla sensazione di essere usato come pedina sacrificabile dalla propria leadership e dai propri presunti alleati.

La coesione sociale è il vero carburante della resistenza, e quel serbatoio è ormai vuoto.

IL SUICIDIO GEOPOLITICO DELL’EUROPA

Intanto, l’Europa è il passeggero che riordina le sdraio sul ponte del Titanic, lamentandosi per il disordine.

Abbiamo reciso i legami energetici con la Russia, suicidando la nostra competitività industriale, per legarci mani e piedi alle forniture americane pagate a prezzo d’oro.

Ma il re è nudo. Se domani il conflitto dovesse allargarsi, le nostre scorte militari, svuotate per sostenere una guerra per procura ormai persa, durerebbero forse una settimana.

Non abbiamo un’industria bellica, non abbiamo una visione comune, non abbiamo la capacità di proiettare forza.

Siamo un ex gigante economico (in declino) e un nano politico e militare. Totalmente inutili a livello geopolitico.

Negli Stati Uniti, scottati dai deserti dell’Iraq e dalle montagne dell’Afghanistan, l’elettore medio non ha alcuna intenzione di morire per il Donbas, facendo la stessa misera fine.

E noi europei, intrappolati nella nostra “dimensione onirica” fatta di “sanzioni dirompenti” e sciocchezze veicolate dall’informazione mainstream, infarcita di valori astratti e zero pragmatismo, stiamo spingendo un popolo allo sfinimento totale pur di non ammettere il nostro fallimento.

L’IMPERATIVO DEL REALISMO

Possiamo continuare a negare la realtà ed essere complici di una carneficina inutile. La “pace giusta” è un concetto teologico, non politico. Antistorico e anche un po’ idiota, perché è irrealizzabile e, nella sua attesa, la gente continua a morire inutilmente.

In geopolitica esiste solo la pace possibile. E oggi, la pace possibile è brutta, sporca, ingiusta. È un accordo capestro. Ma è la classica pace di ogni conflitto della storia.

Significa congelare il conflitto sulle linee attuali. Significa accettare che diversi territori sono persi, forse per sempre. Significa ingoiare il rospo della neutralità o di una sovranità limitata.

Ma significa salvare vite. E l’alternativa non è la vittoria, ma il collasso totale dello stato ucraino e la devastazione definitiva di una generazione.

L’intelligenza, quella vera, sta nel capire quando la storia ha preso una direzione che non si può più invertire con la sola forza di volontà. L’Europa deve smettere di drogarsi delle sciocchezze della propaganda e guardare in faccia la Realpolitik.

Meglio un accordo imperfetto che salva ciò che resta dell’Ucraina e degli ucraini di oggi, piuttosto che un funerale di stato celebrato domani sulle macerie di una nazione che abbiamo illuso di poter salvare con la sola forza della nostra retorica.

Non comprenderlo non significherebbe essere soltanto complici di ulteriori morti. Ma i veri colpevoli.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ECO DEL SILENZIO. ANATOMIA DI UN SUCCESSO SUSSURRATO

Maralba Focone a Cremona, dove l’arte è diventata specchio di una società afona.

Cremona non è una città abituata al silenzio, ma al vociare e al chiacchiericcio tra le sue strade medievali.

È una città di liutai, di vibrazioni, di archi che accarezzano le corde di un’anima di legno per farla cantare.

È la culla di un suono perfetto, cercato per secoli.

Eppure, per settimane, la città ha ospitato un’arte che del silenzio ha fatto la sua cattedrale, un’arte abitata da figure esili, introverse, piegate da un dolore composto, quasi liturgico. Le opere di Maralba Focone.

La mostra, inizialmente prevista fino a fine ottobre, è stata prorogata fino a metà novembre. Una decisione dettata da un’inattesa risposta di pubblico, dalla gente che ha continuato ad arrivare per visitare la mostra.

Le tele di Focone, con la loro emanazione quasi monocromatica e la loro materia pittorica densa, quasi un bassorilievo dell’angoscia, non hanno semplicemente decorato le pareti di Gabetti Arte, ma hanno veicolato sentimenti ed emozioni con prepotenza.

In un’epoca definita dalla performance obbligatoria, dalla comunicazione incessante e dalla felicità come imperativo categorico, l’opera di Focone ha offerto la legittimazione radicale del diritto alla fragilità, all’angoscia, alla tribolazione.

Il diritto al silenzio per riflettere.

Le sue figure allungate, che evocano la sintesi formale di un Modigliani, filtrata attraverso la cruda empatia di una Kathe Kollwitz, non sono ritratti di individui, ma archetipi della nostra condizione post-pandemica, della precarietà economica che si fa esistenziale, dell’isolamento che persiste nonostante l’iperconnessione che ci rende impossibile nasconderci agli altri.

L’artista non dipinge persone, ma mette in scena la distanza che c’è tra loro.

Ma l’analisi non può e non deve fermarsi qui. Un fenomeno di questa portata non si spiega solo con l’esegesi critica.

Si comprende ascoltando.

E durante le settimane di apertura, gli operatori della mostra hanno raccolto una serie di pensieri lasciati dai visitatori. Non critiche d’arte di esperti, ma le confessioni reali di persone comuni che hanno fruito della mostra.

Frammenti di un dialogo muto tra l’osservatore e la tela.

Questi commenti, provenienti da persone di ogni estrazione sociale e professionale, costituiscono il dato più rilevante di questa operazione culturale. Sono la prova empirica che l’arte, quando è onesta, cessa di essere un oggetto e diventa un’esperienza, un luogo di incontro. Un confessionale, persino.

Per comprendere l’impatto di Maralba Focone, dobbiamo cedere la parola a chi ha guardato e si è sentito guardato.

IL CORO MUTO: VOCI DALLA MOSTRA

Le prime voci a emergere sono quelle allenate a decifrare i codici umani, a leggere tra le righe del non detto.

Lucia, insegnante: «In questi volti e in queste posture c’è tutta la fragilità dell’adolescenza. Mi ricordano alcuni miei studenti, quelli più silenziosi, che portano dentro un mondo intero che non riescono a esprimere. C’è un grande rispetto per la vulnerabilità umana.»

Sabrina: «Un’incredibile esplorazione dell’inconscio. Le figure allungate sono la rappresentazione perfetta di come il dolore psichico si somatizzi. Le mani, sempre in primo piano, sono il centro dell’azione o della non-azione. È un’arte che non ha paura di guardare dentro l’abisso interiore.»

Ferdinando: «Mamma mia! Qui c’è del colore, e tanto. Mi piace come lo lavora, si vede che non ha paura di usare la spatola, di lasciare il segno. In certi punti è quasi un bassorilievo. Ha un gran mestiere, non c’è che dire.»

Simona, pittrice: «C’è un coraggio notevole nel lavoro di Focone. La sintesi formale è estrema, ma non perde mai il contatto con l’umano. Si sente l’eco di Modigliani, ma la sintesi è del tutto personale. Il gesto pittorico è viscerale, onesto. Si sta mettendo a nudo sulla tela.»

Luca: «Trovo affascinante la struttura di queste opere. C’è una geometria del dolore. Le linee dei corpi creano delle tensioni che guidano l’occhio. Nei paesaggi, poi, la tecnica è quasi scultorea, un approccio quasi architettonico al sentimento.»

Paola, musicista: «Ogni quadro è una melodia. I lavori monocromatici sono come un “adagio” da suonare con il violino. Il ritmo delle pennellate, a volte spezzato, a volte lungo e fluido, è una vera e propria partitura visiva. C’è un silenzio assordante.»

Angelica, fotografa: «La luce in questi quadri è tutta interiore. La composizione è superba, le figure spesso riempiono l’inquadratura, creando un senso di claustrofobia emotiva. È come se l’artista avesse usato un fuoco sull’emozione.»

Anna: «Vedo persone che portano un peso. Le schiene curve, le teste chine… sono posture che conosco bene. Sono i gesti di chi ha subito un trauma, di chi si sente sconfitto. Non c’è rabbia, però. C’è una rassegnazione dignitosa.»

Alberto, agente immobiliare: «Interessante… soprattutto i quadri con gli edifici. Quel borgo con i tetti rosa ha un potenziale enorme, mi trasmette un’idea di “luogo dell’anima”. Creano un’atmosfera, per chi non cerca solo “il bello” ma qualcosa che faccia pensare.»

Carlo, ristoratore della zona: «Questa è una cucina dell’essenziale. Pochi ingredienti, ma di una qualità assoluta. L’ingrediente principale è l’emozione cruda. C’è un sapore agrodolce in quasi tutte le opere, una malinconia che ti resta sul palato. Non è un’arte facile o consolatoria, ma ti nutre in profondità.»

L’ARTE COME NECESSITÀ SOCIALE

Cosa ci dice questo coro di voci? Ci dice che ogni visitatore ha proiettato sulle tele la propria sensibilità, il proprio vissuto, trovando non una risposta, ma qualcosa di molto più prezioso: una domanda condivisa.

Il successo di questa esposizione non è un mero evento artistico. È un sintomo. Un segnale potentissimo che la società, al di là del rumore di fondo, ha un disperato bisogno di spazi di decompressione emotiva, di luoghi dove la tristezza non sia un bug da correggere ma una parte legittima dell’esperienza umana.

L’arte di Focone è diventata un servizio pubblico non dichiarato.

L’esigenza di prorogare la mostra ha dimostrato l’esistenza di un bisogno tra le persone, un bisogno di comprendere la fragilità che oggi è vista come una devianza.

Cremona, la città del suono, ha dato voce al silenzio grazie all’arte di Maralba Focone e il pubblico, inaspettatamente, si è fermato ad ascoltare. Forse perché, in un mondo che urla, la cosa più rivoluzionaria è imparare di nuovo a sussurrare?

RT

LA FORZA DELLA TENEREZZA. DANIELA BUSSOLINO E LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA EMOTIVA

Viviamo una carestia in questa nostra era frenetica.

Una carestia che non è segnata dagli indici di borsa né monitorata dalle banche centrali, eppure è la più pervasiva del nostro tempo: una carestia di intimità autentica, di relazioni, di emozioni, di empatia.

Siamo connessi H24, ci è impossibile diventare irraggiungibili, eppure abbiamo paradossalmente ingegnerizzato la solitudine di massa.

Le nostre interazioni sono diventate transazioni, i legami sono fluidi fino all’evaporazione e il nucleo familiare, un tempo santuario sociologico, è un arcipelago di isole monadiche che condividono lo stesso tetto e la stessa connessione Wi-Fi, tant’è che è diventata consuetudine persino lasciarsi tramite un messaggio sullo smartphone.

È un fallimento di sistema. Un deficit del capitale empatico che genera instabilità sociale con la stessa certezza con cui un deficit di bilancio genera declassamento del rating sovrano.

Lo so, sembra un paragone brutale, eppure è così. Anzi, è addirittura peggio. Perché non si perdono soldi, ma pezzi di cuore e di anima.

Tuttavia, come un raggio di sole dopo la tempesta, a volte arriva un segnale. Un dato anomalo, un debole impulso controcorrente che suggerisce una via d’uscita. Uno spiraglio per nutrire una speranza.

Questo segnale, oggi, ha la forma di un libro senza pretese, scritto in punta di piedi, intitolato “Una storia d’amore a quattro zampette”.

L’autrice, Daniela Bussolino, non è un’economista né una sociologa di cattedra. Non è una letterata e nemmeno una psicologa, ma è qualcosa di più necessario: una donna con un vissuto profondo, autentico, a tratti intenso, che ne fanno una custode dell’anima, un’artista che, con la doppia sensibilità di pittrice e narratrice, percepisce e registra i nostri bisogni di affetti più profondi.

E ce li restituisce in una forma disarmante: la storia di un animaletto indifeso, una coniglietta.

Non commettete l’errore di archiviarlo come letteratura per l’infanzia. Sarebbe un errore analitico grossolano.

Il lavoro della Bussolino è, a tutti gli effetti, un trattato di ricostruzione sociale condensato in un micro-cosmo affettivo.

La protagonista, Cristal, non è semplicemente un animale da compagnia, ma è il “paradigma dell’Altro”: il diverso, il reietto, il silenzioso.

L’essere che, privo di parola, ci costringe a dismettere l’arroganza del nostro linguaggio verbale per apprendere di nuovo la grammatica primaria degli sguardi, della pazienza, della fiducia, del contatto reale. Del calore di un corpo che unisce, da anteporre al gelo della tecnologia che divide.

“A volte, l’anima gemella arriva… Su quattro zampette.” Una frase che non è uno slogan, ma una tesi sociologica.

In un’epoca in cui i patti sociali si sfaldano e i legami familiari tradizionali vengono rinegoziati fino alla loro essenza, Daniela Bussolino suggerisce che il “familiare” non è più un dato anagrafico, ma un atto di scelta radicale.

È la decisione consapevole di creare un legame di cura, per cui la famiglia diventa un ecosistema di responsabilità emotiva e chiunque, umano o meno, può esserne un membro se partecipa a questo patto.

Ecco il punto.

Il libro non parla di animali. Parla di noi.

Parla del nostro disperato tentativo di ricostruire porti sicuri in un mare di incertezza.

La storia di Cristal è il manuale d’istruzioni per un nuovo modello di famiglia post-moderna, non soltanto fondata sul sangue o sul contratto, ma sulla scelta irrevocabile di prendersi cura di un’altra vita.

È un’economia della tenerezza. Un modello di crescita che non si basa sul profitto, ma sul dividendo emotivo generato da un legame autentico e faticosamente costruito, senza badare troppo a che cosa avere in cambio, perché dare e darsi vale molto di più di quanto si possa ricevere.

È un antidoto omeopatico, ma potente, alla nostra carestia di sentimenti, emozioni e valori.

UN DIALOGO TRA ARTE E PAROLE: L’EVENTO DI CREMONA

Non è un caso che un’opera di tale densità trovi la sua cassa di risonanza in un contesto altrettanto significativo.

Il prossimo 7 dicembre, Daniela Bussolino dialogherà con il pubblico negli eleganti spazi di Gabetti Arte a Cremona, in Piazza Stradivari. L’occasione è la mostra-evento dal titolo emblematico: “E SE FOSSE NATALE TUTTO L’ANNO?”.

Un’iniziativa a numero chiuso, curata dalla Prof.ssa Daniela Belloni e dal Dott. Pasquale Di Matteo, che pone una domanda fondamentale alla nostra civiltà del consumo.

La presentazione del libro della Bussolino sarà il giusto corollario per la mostra, in cui 12 artisti proporranno le loro idee di mondo migliore, per mostrarci “come sarebbe se?”

Il libro di Daniela Bussolino sembra essere una risposta del tipo “ecco come si fa”.

In un mondo che ci chiede di essere perfetti, impeccabili, bellissimi, più veloci, più efficienti, più connessi, un libro come “Una Storia d’Amore a Quattro Zampette” ci chiede una cosa sola, ma che è diventata rivoluzionaria: ci chiede di tornare a essere umani.

E questo, oggi, non è solo un atto d’amore, ma è una dimostrazione di intelligenza per la nostra stessa sopravvivenza.

Una Storia d’Amore a Quattro Zampette è ordinabile in tutte le librerie tradizionali ed è disponibile su tutte le piattaforme online, da Mondadori a Feltrinelli.

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Redazione Tamago.

PERCHÉ L’EUROPA NON VUOLE DAVVERO CHE LA GUERRA FINISCA

A Ginevra sembrerebbe andare in scena una farsa.

Si parla di pace, eppure, un brivido di panico percorre le cancellerie europee. Un terrore freddo, poiché il piano di pace proposto dall’amministrazione Trump, pur con tutte le sue brutali imperfezioni, rappresenta un’uscita di emergenza da un edificio in fiamme, il cui incendio è stato provocato dall’incompetenza di tanti che ora temono di doverne pagare il conto.

Perciò l’Europa, invece di correre verso l’aria, sembra impegnata a sbarrare la porta dall’interno perché qualcuno resti tra le fiamme.

LA SINDROME DI GINEVRA E LA SPERANZA CHE DIVENTA MINACCIA

La reazione europea al vertice svizzero è pura dissonanza cognitiva.

Per due anni, l’intero apparato mediatico e politico occidentale ha costruito una narrazione monolitica, per cui la guerra è necessaria per arrivare alla pace.

Ora che una via d’uscita, per quanto impervia e sgradevole, si materializza, quella stessa architettura narrativa crolla, rivelando un’inquietudine profonda dei nostri leader belligeranti.

Non si tratta solo di contestare i dettagli del piano, come se nella storia ci fosse mai stato un piano di pace incontestabile.

La cessione di territori è una pillola amara, la limitazione delle forze armate è umiliante, ma queste sono le cicatrici che ogni guerra lascia sul corpo dei vinti.

Basta aprire un qualunque libro di storia per scoprire che non è mai esistita nessuna pace giusta, ma solo imposizioni dei vincitori ai vinti. Sempre e comunque. Vi sembra giusta la pace imposta al Giappone nel 1945? E quella alla Germania dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale?

L’agitazione febbrile, le contromisure affannose, le lettere di “perplessità” firmate da leader che fino a ieri non avevano un piano alternativo se non quello di fornire armi fino all’ultimo ucraino, non nascono dalla preoccupazione per Kiev, ma dalla paura di perdere il controllo della narrazione. E, con essa, il potere.

Il dialogo tra Stati Uniti e Russia, con l’Ucraina costretta a un ruolo da comprimaria, taglia fuori l’Europa. La rende irrilevante.

Un tweet in maiuscolo di Donald Trump, che accusa Zelensky di “zero gratitudine”, è sufficiente a gelare i “progressi enormi” decantati dal Segretario di Stato Rubio, perché l’Europa non ha ancora compreso che questo non è un negoziato tra pari, ma una dimostrazione di forza in cui l’Europa è semplicemente lo spettatore che pagherà il conto dello spettacolo, chiunque vinca.

Ed è solo questione di tempo. O con questa pace o con un’altra, più avanti, ma a un prezzo ancora più alto, proprio come quello di oggi è molto più elevato di quello della trattativa del 2022.

LA “PACE GIUSTA”: IL PIÙ NOBILE DEGLI ALIBI

Sentiremo ancora parlare, fino alla nausea, di “pace giusta”.

È l’alibi più nobile, la scusa più spendibile per giustificare l’inazione diplomatica. Una scusa che funziona con chi nelle ore di storie giocava a tris con il compagno di banco, perché la storia non conosce paci giuste, ma solo accordi dettati dai rapporti di forza sul campo.

La pace è sempre stata la firma apposta dal vincitore su un documento che il perdente è costretto a subire per non perdere molto più di quanto ha già perso.

Pretendere il contrario significa vivere in un mondo di fantasia. E, quando a vivere in un mondo di fantasia, è un leader a capo di una nazione europea, la cosa è preoccupante.

Perché tale fantasia ha un costo reale, misurabile in vite umane. Ogni singolo giorno in cui si procrastina un accordo in nome di una ridicola “pace giusta”, si aggiorna una contabilità macabra sui campi di battaglia ucraini.

Si aggiungono nomi a una lista infinita di giovani strappati per le strade e mandati a morire al fronte.

L’unica pace giusta è quella che ferma questo massacro in qualunque modo e a qualunque prezzo. Oggi. Non domani.

Tutto il resto è retorica sporca di sangue, una speculazione filosofica sulla pelle degli ucraini.

L’alternativa a una pace imperfetta non è una pace perfetta, che non è mai esistita e mai esisterà, ma la continuazione della guerra fino alla distruzione totale dell’Ucraina.

IL NEMICO NECESSARIO: L’ECONOMIA DI GUERRA COME NUOVO WELFARE

Perché, dunque, questa ostinazione degli europei?

La risposta segue il flusso del denaro e del potere.

La fine della guerra farebbe crollare il paradigma che l’élite europea ha faticosamente costruito negli ultimi due anni: l’esistenza di un grande e temibile nemico alle porte.

Questa narrazione non serve solo a compattare l’opinione pubblica, ma è il motore di un gigantesco progetto di riconversione industriale e sociale.

Giustifica il riarmo europeo. Permette di deviare miliardi di euro, che un tempo erano destinati a sanità, istruzione, pensioni e welfare, verso le industrie della difesa.

Non ci sono soldi per mettere in sicurezza scuole fatiscenti e ponti pericolanti, né per assumere più poliziotti e più infermieri e medici, ma si mandano miliardi in Ucraina e si spende fino al 5% in armamenti.

La guerra è diventata il nuovo, perverso, modello di sviluppo economico. Un’opportunità per ristrutturare le economie nazionali sotto la bandiera dell’emergenza securitaria, mettendo a tacere ogni dissenso interno.

Un’arma per rimettere in carreggiata il settore dell’automotive mandato a morire con le irresponsabili politiche green di von der Leyen, che hanno prodotto la cancellazione di 48.700 posti di lavoro in Germania solo nei primi nove mesi del 2025 e in gran parte proprio nel settore auto.

Se la minaccia del nemico alle porte svanisce, come si giustificheranno i tagli futuri?

Come si spiegherà ai cittadini che le loro pensioni sono a rischio mentre i bilanci militari esplodono?

La pace, per questi leader, non è la fine di un problema, ma l’inizio di un problema ben più grande: dover rispondere delle proprie scelte ai propri elettori.

L’Europa è già la grande sconfitta di questo conflitto. Si è privata dell’energia a basso costo russa per legarsi mani e piedi al più costoso gas liquefatto americano. Si è disarmata, svuotando i propri arsenali per riempire quelli ucraini.

E ora, mentre Washington e Mosca disegnano i contorni del futuro, si ritrova a discutere di come finanziare una ricostruzione che, in gran parte, arricchirà le multinazionali americane.

Il dramma non è solo la brutalità della guerra, ma l’ipocrisia di chi, pur avendone il potere, sceglie di non fermarla, perché, mentre a Ginevra si discute di virgole e si esprimono “perplessità”, sui campi dell’Ucraina si continuano a contare le croci.

Questa è l’unica verità che conta. E nessuno, in Europa, sembra avere il coraggio di dirla.

Né i politici né i tanti giornalisti che per quasi quattro anni ci hanno raccontato di pale, muli, sanzioni dirompenti e soldati russi senza calzini.

ZELENSKY IN TRAPPOLA, L’EUROPA IN SCACCO E IL GRANDE BLUFF OCCIDENTALE

Sei giorni. È il tempo concesso a Zelensky per scegliere tra due abissi.

Da una parte, la resa mascherata da accordo, una pace in cambio della perdita di sovranità e di dignità.

Dall’altra, la continuazione di una guerra ormai insostenibile, senza il respiro artificiale del suo alleato più potente.

Volodymyr Zelensky è inchiodato al centro di una morsa stretta da Washington e Mosca, con l’Europa a balbettare incredula.

Come abbiamo già scritto, si tratta della liquidazione di un conflitto diventato troppo costoso per l’America, di una strategia di uscita che Donald Trump, con la brutalità pragmatica che lo contraddistingue, ha imposto come farebbe un amministratore delegato che taglia un ramo secco dell’azienda.

Il documento in 28 punti, trapelato con chirurgica precisione e poi confermato con un ultimatum, è un capolavoro di Realpolitik che svela il grande bluff dell’Occidente: la sua presunta unità non era altro che una dipendenza strategica, e ora che il padrone ha deciso di chiudere la partita, i vassalli sono nel panico.

LA MORSA DELL’ULTIMATUM

“Zelensky dovrà farselo piacere” ha detto Trump. Non è un suggerimento, dunque.

È un ordine esecutivo mascherato da consiglio paternalistico. La semantica è tutto: l’ultimatum scade il giorno del Ringraziamento, un simbolismo quasi crudele che invita Kiev a essere “grata” per l’opportunità di sopravvivere, seppur mutilata.

Le opzioni sul tavolo sono inesistenti. L’alternativa all’accettazione non è la vittoria, ma “continuare a litigare”, come ha detto Trump, sapendo perfettamente che senza l’intelligence e le armi americane, “litigare” significa semplicemente scegliere un modo più lento e sanguinoso di perdere.

Di mandare altri ucraini a morire al fronte, di regalare altro territorio ai russi.

La cessione di Crimea, Donetsk e Luhansk è la ratifica di una conquista militare. Il ridimensionamento dell’esercito ucraino e la rinuncia alla NATO sono la demilitarizzazione imposta a uno stato sconfitto. Come ci insegnano i libri di storia, d’altronde, sulle pagine dei quali non esiste la fantomatica “pace giusta” venuta in mente ai leader europei, veri sconfitti di questa guerra. Commercialmente, industrialmente e geopoliticamente.

La concessione all’Ucraina dell’ingresso nell’UE è il contentino, una caramella offerta a un bambino a cui è stata appena sottratta la casa, utile soprattutto a scaricare sull’Europa il fardello economico e sociale di una nazione da ricostruire e sostenere per decenni.

E c’è ancora qualche giornalista che non comprende la genialità di Trump. Brutale, da elefante in una cristalleria, ma per gli americani è manna dal cielo: gli USA hanno incassato miliardi e miliardi per vendere armi, hanno annientato i competitor industriali europei, hanno spezzato i contatti commerciali dell’Europa con la Russia e limitato quelli con la Cina e hanno siglato contratti per vendere energia al Vecchio Continente a prezzi anche quadrupli rispetto a quanto ci faceva spendere Mosca.

E ora, anche i costi della ricostruzione saranno a carico dei leader europei, quelli che ancora non vogliono sentir parlare di pace. Quelli che ancora vorrebbero più guerra, per giustificare il piano di riarmo europeo.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELL’EUROPA

L’Europa si credeva protagonista e si scopre comparsa.

Il panico che serpeggia tra Berlino, Parigi e Bruxelles non è dovuto alla preoccupazione per l’Ucraina, ma alla terrificante presa di coscienza della propria irrilevanza. Della sconfitta netta e inequivocabile.

Per anni, i leader europei hanno interpretato il ruolo dei “volenterosi”, spingendo Kiev verso il baratro della guerra totale, sabotando ogni timido tentativo di negoziato, e promettendo un sostegno incrollabile che si è rivelato essere solo un assegno staccato sul conto corrente americano per acquistare armi.

Ora, esclusi dal tavolo dove si decide il destino del loro continente, balbettano ancora, come malati di mente, chiedendo una “pace giusta” e di essere coinvolti.

È un lamento patetico di chi non ha esercitato la propria influenza quando poteva, perciò non ha il diritto di parola quando le decisioni vengono prese.

L’Europa ha scelto di essere un protettorato e ora ne paga il prezzo. Ha rinunciato alla propria energia a basso costo per legarsi mani e piedi al GNL americano, ha svuotato i propri arsenali, si è indebitata per finanziare una guerra per procura e ora, come beffa finale, i miliardi che verserà per la ricostruzione andranno in gran parte a rimpinguare le casse delle multinazionali americane che gestiranno i lavori.

È un cappio economico e politico che si stringe, ed è stato tessuto con le stesse mani dei leader che oggi si dicono “spiazzati”.

Gli americani hanno un presidente a cui dire grazie, noi leader che entreranno nei libri di storia come il più grande fallimento politico del nuovo millennio.

IL REALISMO DI MOSCA E WASHINGTON

In questo teatro dell’assurdo, gli unici attori razionali, nella loro spietatezza, sono Trump e Putin.

Entrambi hanno compreso che la partita si giocava su un piano diverso da quello della retorica sui “valori”.

Putin, definendo il piano una “base per la pace”, accetta di buon grado di formalizzare le sue conquiste, come qualunque vincitore ha sempre fatto in passato.

Ha raggiunto i suoi obiettivi militari minimi, ha dimostrato la debolezza strutturale della NATO e ha accelerato la frattura del blocco occidentale.

Ora può permettersi di sedersi al tavolo, da vincitore di fatto. La sua minaccia di conquistare altri territori non è un bluff, ma la logica conseguenza di un eventuale rifiuto di Zelensky: se la guerra deve continuare, sarà una guerra di logoramento che la Russia, a questo punto, sa di poter vincere.

E i fatti, al di là della becera propaganda di pale ottocentesche, microchip delle lavastoviglie, muli e mancanza di calzini, lo dimostrano senza se e senza ma.

Trump, dal canto suo, chiude una partita che non ha mai voluto giocare, ereditata dall’Amministrazione Biden e considerata un cattivo investimento.

Il suo obiettivo non è una pace giusta, ma una pace rapida che gli permetta di concentrarsi sui veri avversari strategici e di presentarsi agli elettori come l’uomo che ha fermato una guerra infinita. Ha trattato direttamente con l’unica controparte che riconosce come pari, perché è l’unica che ha armi come le sue: la Russia.

L’Europa e l’Ucraina, in questa equazione, sono semplici variabili dipendenti.

L’ULTIMO ATTO: LA TRAGEDIA DELLA DIGNITÀ

Alla fine, tutto converge sulla figura tragica di Zelensky.

Nel suo discorso alla nazione, ha elencato ciò che era in gioco: “la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra terra, il nostro popolo”.

È un lapsus freudiano di straziante onestà che il “popolo” arrivi per ultimo, dopo i concetti astratti e il territorio fisico. È la sintesi di una guerra in cui la vita umana è diventata l’ultima delle priorità.

E visti quanti ucraini ha fatto rastrellare per le strade per mandarli a morire al fronte, quando poteva trattare tre anni fa, si capisce quanto gli stia davvero a cuore il suo popolo.

La sua scelta tra “perdita della dignità” e “perdita di un partner chiave” è la confessione di un fallimento che non è solo suo, ma soprattutto di un’intera generazione di leader occidentali.

La dignità è già stata persa nel momento in cui si è accettato di combattere una guerra senza comprendere che non si aveva la forza di vincerla e senza la saggezza di negoziarla.

Una sconfitta che è anche di tantissimi giornalisti italiani che hanno raccontato fake news e narrazioni irrealistiche e che ora devono fare i conti con la realtà che dimostra la loro colossale incompetenza.

Leader che hanno accettato l’attentato al Nord Stream continuando ad appoggiare l’esecutore. Che hanno tentato più volte la carta dello sconfinamento russo, con i droni, i missili in Polonia, con l’invenzione dell’attacco all’aereo di von der Leyen e altre sciocchezze prive di fondamento.

Tutto per orientare l’opinione pubblica a favore della guerra. E la cosa triste è che tanti sono convinti ancora che siano fatti veri e non fake news, come dimostrato dai fatti.

Perciò, in un mondo giusto e onesto, il minimo sindacale sarebbe le dimissioni in blocco degli attuali leader europei e dei direttori dei quotidiani per manifesta incompetenza.

Ora, a Zelensky non resta che scegliere quale tipo di sconfitta amministrare.

Questo piano non è la fine della storia, ma è solo la fine del racconto che ci siamo narrati per anni.

Perché che la Russia avrebbe vinto noi, e pochi altri, lo scrivevamo già nel 2022, quando i grandi quotidiani parlavano di sanzioni dagli effetti dirompenti, di pale, microchip e muli, dandoci dei putiniani e dei complottisti.

La verità è che erano solo degli sciocchi incompetenti o delle voci al soldo dei potenti. Quale delle due ipotesi vi sembra più corretta?

Il mondo multipolare è qui, ed è un luogo molto più freddo e pragmatico.

E ci dice che se gli accordi si fossero firmati nel 2022, migliaia di famiglie ucraine non avrebbero sedie vuote intorno al tavolo. Milioni di ucraini non sarebbero fuggiti all’estero. Kiev non sarebbe indebitata in maniera insostenibile.

E per cosa? Per giungere tre anni dopo a essere costretti a firmare trattati ancora più stringenti, ma, peggio, con la consapevolezza di una NATO molto meno forte di quanto tutti immaginavano tre anni fa.

La pace di Trump, se mai si realizzerà, non porterà giustizia. Porterà silenzio. E in quel silenzio, l’Europa dovrà finalmente fare i conti con i fantasmi della propria impotenza.

Se la pace non si realizzerà, ci saranno altre settimane, forse mesi, di morti e di territori ucraini conquistati dai russi, fino a quando non si arriverà comunque a una resa.

Zelensky può solo scegliere quale livello di fallimento accettare. L’Europa può solo osservare la sua misera irrilevanza.

Noi possiamo renderci conto di quante boiate ci hanno raccontato i “giornalisti accreditati”. Per scegliere da chi informarci in futuro. Da chi ha scelto di raccontarvi balle o da chi vi ha raccontato ciò che il tempo e i fatti hanno certificato?

HA RAGIONE LA FAMIGLIA O HA RAGIONE LO STATO?

Hanno circondato la casa con le auto blu e il filo spinato. Hanno portato via i bambini, non dalla sporcizia, ma da un’idea alternativa di vita.

Nell’aria dei boschi, dove il silenzio è una preghiera alla terra, lo Stato ha compiuto un’esegesi forzata, come un critico dell’esistenza, al di là dei diritti e delle libertà.

Ha interpretato un sogno e l’ha dichiarato incubo.

SE NON FAI PARTE DEL SISTEMA, SEI UN DIFETTO SOCIALE

Una famiglia anglo-australiana, una casa colonica senza acqua, luce e gas. Tre bambini immersi nei boschi, lontani dal caos della nostra realtà. Ma la verità indossa abiti complessi.

Se è un diritto scegliere come vivere e far crescere dei bambini immersi nella natura, può essere un diritto isolarli dal mondo e dalla socializzazione?

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha emesso una sentenza di eresia contro un modo di essere.

L’assenza del bagno diventa il simbolo dell’assenza di civilizzazione. La mancanza di corrente elettrica, perciò di Internet, dei social network, – e anche delle bollette da pagare, – metafora di un cortocircuito col Patto Sociale.

Qui non si discute di igiene, ma di ortodossia. Perché non si comprende come mai non si sia usato lo stesso metro di giudizio che si mette in atto quando si parla di certi campi rom, per esempio.

Lo Stato, nell’atto di proteggere, giudica la scelta di vita radicale di una coppia, ma pur sempre legittima, come negligenza e disadattamento.

Ma è lecito che un tribunale possa invadere fino a questo punto la sfera intima e le scelte di vita di una famiglia, oppure è corretta l’interpretazione dei giudici, per favorire i minori?

IL CONFLITTO DELLE LIBERTÀ: UNA TRAGEDIA GRECA MODERNA

Il filosofo Isaiah Berlin insegnava a distinguere tra libertà “negativa” e “positiva”. I genitori reclamano la prima: libertà dallo Stato, dalla scuola obbligatoria, dalla rete idrica. Il diritto di essere lasciati soli con il proprio ideale di purezza.

Lo Stato agisce in nome della seconda, libertà dei bambini di avere degli amici, un futuro, di accedere al mondo delle possibilità, di non essere irrevocabilmente determinati dalla scelta esistenziale dei genitori.

Chi ha ragione? Entrambi.

E in questo sta la tragedia.

Per garantire la libertà positiva dei figli, lo Stato deve calpestare la libertà negativa dei genitori.

Per affermare la propria libertà negativa, i genitori rischiano di compromettere la libertà positiva dei figli. È un circolo vizioso di nobile tensione. Un dilemma senza soluzione, dove soltanto il buonsenso può trovare una ragione. E il buonsenso, nell’incertezza, dovrebbe portare il genitore a scegliere il bene maggiore, o il male minore, per i propri figli.

L’UN-SCHOOLING COME ATTO RIVOLUZIONARIO E COME PRIGIONE

L’educazione parentale è legittima e perfettamente legale in Italia, purché i genitori abbiano titoli accademici idonei al percorso di studi dei figli. Ma quello della coppia in questione sembra più un rifiuto del monopolio statale sulla formazione delle coscienze, un colpo al cuore del dispositivo di riproduzione sociale.

Quei bambini non accumulavano “capitale umano” nel senso convenzionale. Accumulavano un altro tipo di sapere: botanico, ecologico, esistenziale.

Ma fino a che punto i figli possono essere il campo di battaglia per la realizzazione di un ideale genitoriale?

Il sociologo Zygmunt Bauman parlerebbe di “amore liquido”. Io vedo un amore troppo solido, troppo ideologico. Un amore che rischia di diventare una gabbia di significati preconfezionati, seppur alternativi.

E, per essere alternativi, si rischia di diventare il male supremo per quei bambini che si dice di voler proteggere.

I bambini stavano imparando dai boschi e dalla visione del mondo dei genitori, ma, se l’isolamento sociale può essere autenticità e una libera scelta, per quanto riguarda i genitori, per i figli è diverso perché i minori non hanno consapevolezza delle proprie scelte, non hanno la maturità e le competenze necessarie per scegliere. Per loro, l’isolamento è la privazione del “multiverso” relazionale necessario a forgiare un’identità complessa, matura, strutturata, equilibrata.

L’intervento dello Stato è stato di tipo militare, con assistenti sociali, forze dell’ordine, blocchi stradali.

E questo, forse, va oltre il legittimo intervento della legge a favore dei diritti dei minori, perché non si stava compiendo un semplice trasferimento, ma si stava riaffermando il monopolio statale sulla definizione di “vita dignitosa”.

Beh, a chi ama la filosofia sarà venuto in mente Michel Foucault, il quale avrebbe sorriso amaramente, perché quanto accaduto è biopolitica allo stato puro, per cui il potere si prende cura della vita dei corpi, normalizza, medicalizza ogni devianza dalla norma.

La mancanza di un water diventa sintomo di una patologia sociale da curare in una “comunità educativa”.

In quest’ottica, dunque, lo Stato non sarebbe intervenuto in favore dei minori, ma per tutelare la normalità sociale. E, se così fosse, sarebbe un dramma, perché significherebbe punire scelte di libertà. Quei bambini, infatti, se fossero adulti, avrebbero tutti i diritti di scegliere stili di vita alternativa.

Eppure, lo Stato non è solo un mostro burocratico, ma anche il garante, seppur imperfetto e contraddittorio, che un bambino non sia proprietà esclusiva dei genitori. Che sia un cittadino del mondo, non solo del bosco di famiglia.

Molti genitori, infatti, dimenticano che i figli non sono una proprietà, ma semplici adulti del futuro che bisogna guidare. I figli sono di sé stessi e di nessun altro. Perciò, soltanto i minori, una volta acquisita maturità e competenza, possono scegliere con consapevolezza se ritirarsi nei boschi. Non può essere un genitore a compiere una scelta così radicale.

L’ASCESI MODERNA E IL SUO PREZZO

La famiglia ha scelto un’ascesi che potremmo definire laica, o di stampo buddista, alla ricerca di un contatto più profondo con la natura, quasi alla ricerca di una illuminazione. Un ritorno a uno stato di natura che farebbe eco a Rousseau.

Ma il “buon selvaggio” non esiste. Esiste l’essere umano, animale culturale per eccellenza, che costruisce la sua identità nello specchio degli altri.

I bambini non possono costruirla isolati nei boschi.

La ricerca dell’autenticità, portata all’estremo, diventa una nuova forma di alienazione. L’utopia si trasforma in distopia quando, per sfuggire alla gabbia d’acciaio della modernità, ci si rinchiude in una gabbia di legno, per quanto bella e naturale.

Il padre che accusa il sistema italiano non ha tutti i torti. La madre che segue i figli nella comunità non ha tutte le colpe. Sono attori di un dramma i cui copioni sono stati scritti da forze più grandi di loro, come la globalizzazione, la crisi ecologica, la sfiducia nelle istituzioni.

Ricordiamo che esistono politici che vorrebbero imporre i trattamenti sanitari ai bambini, bypassando il consenso dei genitori, perciò il tema dello scontro tra Stato e famiglia è complesso e va al di là della vicenda capitata alla famiglia di Chieti.

Anche perché, un conto sono l’educazione, la socializzazione e lo sviluppo cognitivo del bambino, ben altra cosa è sottoporre il corpo a medicinali, vaccini e trattamenti, per cui prevale il dovere genitoriale di tutelare il corpo dei figli, fino a quando non avranno raggiunto la maturità per compiere scelte consapevoli sul proprio corpo.

IL FUTURO SOSPESO DELLA FAMIGLIA DI CHIETI

I bambini sono in una struttura protetta, con la madre.

Sotto osservazione. E il “periodo di osservazione” è la sospensione del dramma. È il limbo in cui l’utopia e la norma si studiano a vicenda, diffidenti.

Il ritorno a Palmoli, Comune in cui la famiglia viveva, in mezzo ai boschi, dipenderà dalla capacità della famiglia di tradurre il proprio sogno in un linguaggio che lo Stato possa accettare, uno stile di vita che consenta ai bambini la socialità e lo sviluppo più idonei.

Forse si giungerà a un compromesso: i boschi, sì, ma con un allaccio all’acquedotto. L’educazione familiare, forse, ma con qualche esame di validazione e con la possibilità che i bambini abbiano una vita sociale con i loro coetanei.

Ma dove finisce il diritto di sognare un mondo diverso per i propri figli e inizia il dovere di prepararli al mondo che, per ora, è il nostro?

Perché un mondo migliore sarebbe auspicabile, ma è lecito non preparare i propri figli al peggio?

Non lo sappiamo. Non c’è una risposta migliore di altre e non esiste una ragione più ragione di altre.

Sappiamo solo che in quei boschi, per un attimo, due umanità inconciliabili si sono scontrate, quella della realtà e dell’utopia.

Entrambe hanno a cuore lo sviluppo e il futuro di quei bambini. Entrambe, a modo loro, vogliono proteggerli.

Ed è proprio in questo scontro di amori e di doveri che emerge tutta la complessità della natura umana.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’INVERNO DELLA VERITÀ: MENTRE IL FRONTE UCRAINO SI SGRETOLA, A MIAMI E MOSCA SI DISEGNA IN SEGRETO LA PACE DEI VINCITORI

Il fango non mente. E non ammette sciocchezze su pale, muli e soldati russi senza calzini.

Sotto i cieli plumbei del Donbass, dove l’odore acre della cordite si mescola a quello della terra umida, la guerra scrive la sua unica, spietata verità. Una verità ben lontana dai racconti della propaganda occidentale.

Una verità fatta di logoramento, di vite spezzate, di una linea del fronte che, contrariamente alla narrazione ufficiale propinata per mesi alle opinioni pubbliche occidentali, non è affatto in stallo.

Si sta sbriciolando. E mentre il sangue continua a scorrere in un sacrificio che appare sempre più insensato, lontano, nelle stanze climatizzate di Miami e nei corridoi del Cremlino, si sta consumando l’atto finale, con la stesura di una pace che non sarà negoziata, ma dettata.

Le indiscrezioni, emerse da fonti autorevoli come Bloomberg, Axios e Reuters, non sono più semplici sussurri, ma i contorni sempre più nitidi di un brutale esercizio di politica reale.

Funzionari americani, presumibilmente legati alla sfera d’influenza dell’amministrazione Trump, e i loro omologhi russi stanno tessendo la tela di un accordo che esclude i principali attori del dramma: l’Ucraina e un’Unione Europea ridotta al ruolo di spettatore pagante.

E pagante un biglietto a caro prezzo.

Le condizioni sul tavolo sono quelle di una resa mascherata da trattato: cessione di territori, una rinuncia alla Crimea e al Donbass, e una drastica riduzione dell’arsenale ucraino. In altre parole, la neutralizzazione. La fine del sogno.

Un’offerta di pace ancora più stringente di quella di qualche mese fa. Nettamente peggiore di quella del 2022, a testimonianza di come ogni giorno che passa è una sconfitta per l’Ucraina sempre più drammatica.

Questo non è un tradimento inaspettato, ma la conseguenza matematica di un fallimento strategico e, soprattutto, comunicativo.

IL CROLLO DELLA NARRAZIONE: DAL MITO DELLO STALLO ALLA REALTÀ DEL COLLASSO

Per quasi tre anni, i burattini della propaganda hanno messo in piedi un castello di carte per sostenere il morale interno, giustificare un flusso senza precedenti di capitali e armamenti e, soprattutto, per mascherare l’asimmetria fondamentale del conflitto.

La parola “stallo” è stata il pilastro di questa costruzione, un termine rassicurante che evocava le trincee della Grande Guerra, suggerendo un equilibrio di forze che, nella realtà dei fatti, non è mai esistito.

La realtà, come sottolineato da analisti militari svincolati dalla propaganda, tipo Mikael Valtersson, ex ufficiale delle forze armate svedesi, è un’altra. La Russia non ha mai puntato a una guerra lampo, bensì a una metodica e inesorabile strategia di logoramento.

Non ha cercato lo sfondamento spettacolare, ma la morte lenta del nemico. Il fronte ucraino non è una linea Maginot, ma un colabrodo dove le forze russe, con pazienza, identificano i punti deboli, avanzano, creano “sacche” operative e strangolano le linee di rifornimento.

Le mappe che vediamo sui media mainstream sono fotografie statiche di un processo dinamico di erosione.

Pokrovsk, Myrnohrad, Lyman sono i prossimi capitoli di una tragedia annunciata.

IL PREZZO DEL DELIRIO: L’ULTIMO UCRAINO E IL MICROCHIP DELLA DISUMANIZZAZIONE

In questo teatro della percezione, il presidente Zelensky sembra aver smarrito il contatto con la realtà del campo di battaglia.

La sua ostinazione a difendere ogni metro di terra, trasformando città come Bakhmut in tritacarne simbolici, ha un costo umano che nessuna vittoria politica potrà mai ripagare. Il sacrificio fino all’ultimo ucraino non è una metafora iperbolica, ma una strategia politica.

La rimozione di un generale pragmatico come Valerij Zaluznyj, che per primo osò parlare di “stallo” per preparare il terreno a una necessaria rinegoziazione degli obiettivi, è stata la prova definitiva di questa deriva. Zaluznyj, rispettato dalle truppe e dagli alleati occidentali, è stato esiliato a Londra perché la sua lucidità era diventata un ostacolo alla narrazione del trionfo imminente.

L’ultimo, agghiacciante sviluppo è la proposta, discussa nel parlamento ucraino, di “microchippare” i soldati e i cittadini in età di leva per tracciarne i movimenti.

Al di là delle implicazioni etiche, questo delirio orwelliano rivela come, in Ucraina, l’essere umano, il soldato, sia stato ridotto a un asset da monitorare, una risorsa da spendere fino all’esaurimento.

Non più un cittadino che difende la patria, ma un numero in un database da inviare al macello. Quando un governo arriva a concepire i propri uomini in questi termini, la sconfitta morale ha già preceduto quella militare, perché l’umanità è già morta prima che muoiano uomini in carne e ossa.

LA PACE DEI CONTABILI: L’AMERICA TAGLIA LE PERDITE, L’EUROPA PAGA IL CONTO

L’investimento ha smesso di rendere.

Un’impresa, in questo caso, il progetto di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia attraverso l’Ucraina, è stata finanziata con un capitale politico ed economico colossale. Ma i ritorni sono negativi.

La Russia non è crollata, la sua economia si è riconvertita alla guerra e il suo esercito, dopo gli errori iniziali, impara e si adatta. L’Ucraina, al contrario, è un asset in via di esaurimento.

Milioni di ucraini hanno abbandonato il Paese, la sua economia è al collasso e la fiducia in Zelesky da parte degli ucraini è ai minimi termini.

L’amministrazione Trump, o chi per essa, ragiona con la logica del bilancio. È tempo di tagliare le perdite e uscire dall’affare prima che il passivo diventi insostenibile.

Il piano di pace segreto non è altro che questo: una procedura di liquidazione controllata.

Gli Stati Uniti salveranno la faccia, manterranno un’influenza sulla futura architettura di sicurezza europea e lasceranno all’Europa il “cerino acceso” in mano: la gestione di un’Ucraina smembrata, economicamente distrutta e socialmente traumatizzata.

Per Trump, sarebbe una vittoria su tutta la linea.

Il tour europeo di Zelensky, con le sue richieste disperate di armi che l’Europa non ha o non può dare, non è che la patetica passerella finale di un leader che si rifiuta di leggere il bilancio e di comprendere che è già un ricordo pronto per essere archiviato nel cassetto dei ricordi.

La guerra in Ucraina sta già finendo nei conciliaboli segreti tra le uniche due potenze che hanno realmente il potere di deciderne le sorti, al di là delle tante, troppe, balle partorite da chi doveva informare i cittadini, invece ha scelto di diventare megafono della propaganda.

La pace che si profila non sarà quella dei giusti, ma quella dei sopravvissuti. E, come in tutte le guerre, quella dei contabili.

Ma sarà pur sempre una pace che salverà vite umane. Quelle per Zelensky e per chi ha proposto il microchip sottocutaneo non contano, ma per le famiglie ucraine che hanno troppe sedie vuote intorno al tavolo, invece, sì.

IL PALAZZO SUSSURRA, LA STAMPA SOFFRE. IL DOPPIO PESO DEL COLLE NELL’AFFARE GAROFANI

L’incidente che coinvolge il consigliere presidenziale Francesco Saverio Garofani non è solo una crisi politica, ma un termometro della reale situazione politica italiana, al di là delle strette di mano di circostanza.

Non è la frase a definire lo scandalo. È il frastuono selettivo che ne consegue.

Una cena privata, qualche parola di troppo attribuita a un uomo chiave del Quirinale, Francesco Saverio Garofani, e l’architettura istituzionale italiana trema.

L’auspicio di un “grosso scossone” per archiviare il governo Meloni, riportato da La Verità, ha innescato una reazione a catena che va ben oltre la normale dialettica politica.

Ha aperto una crepa nel rapporto, sempre delicato, tra il Governo e la Presidenza della Repubblica, trasformando quello che è un semplice sussurro in un boato che ora rischia di travolgere la credibilità del Garante della Costituzione.

Perché questa vicenda, più delle parole di Garofani, parla delle reazioni del Colle. E, soprattutto, dei suoi silenzi.

La cronaca è ormai nota. Garofani, stimato consigliere di Sergio Mattarella, avrebbe teorizzato la necessità di una nuova grande coalizione per sostituire l’attuale maggioranza.

Parole incendiarie, immediatamente trasformate in un’arma politica. Il quotidiano La Verità le ha pubblicate, il centrodestra, per bocca del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, ha chiesto conto di una presunta “macchinazione”, evocando fantasmi di trame e interventi esterni.

La risposta del Quirinale non si è fatta attendere: una nota ufficiale, secca e sdegnata, ha liquidato il tutto come “un attacco costruito e ridicolo”, declassando le esternazioni a “chiacchiere da bar”.

Lo stesso Garofani ha parlato di “libere discussioni tra amici”, mostrando amarezza per una strumentalizzazione feroce.

D’altronde, in democrazia, potrai anche essere consigliere del Presidente della Repubblica, ma hai tutto il diritto di avere un’opinione sul governo. Contraria o a favore che sia. Soprattutto se la tua opinione non la esprimi in un contesto istituzionale, ma tra amici.

Ma il mistero si è infittito con la comparsa di una mail anonima, che ha fatto circolare le medesime dichiarazioni, alimentando il fuoco del sospetto.

L’ANATOMIA DI UNA CRISI

L’incidente Garofani è un perfetto caso di studio di sociologia della comunicazione politica, perché è un cortocircuito dove il confine tra privato e pubblico si dissolve, dove l’informalità diventa atto politico e l’interpretazione supera il fatto.

Da un lato, l’ipotesi delle semplici “chiacchiere da bar” è plausibile nel contesto di una Roma dove i destini della nazione si discutono spesso a tavola.

Ma dall’altro, la posizione di Garofani non è quella di un cittadino qualunque. I suoi pensieri, anche se espressi in privato, assumono un peso specifico, un valore simbolico che la politica non può ignorare.

Perciò, bisognerebbe stare attenti a ciò che si dice, soprattutto nella forma con cui si parla.

L’accusa di “destabilizzazione”, brandita dalla maggioranza, è la naturale conseguenza della fragilità dei nervi istituzionali.

In un sistema politico cronicamente instabile, in un’Italia perennemente in campagna elettorale, ogni parola fuori posto proveniente da un centro di potere percepito come “altro” – e il Quirinale lo è, per definizione – viene letta come una potenziale minaccia.

La vicenda, dunque, non misura tanto la volontà del Colle di interferire, quanto la perenne insicurezza di una classe politica che teme di essere delegittimata da un’entità superiore.

Anche perché il caso Berlusconi del 2011 è ancora vicino.

La reazione veemente del Quirinale, a sua volta, è un grossolano errore di comunicazione, perché non solo tradisce la volontà di proteggere la propria imparzialità, ma mostra anche il fastidio per un’erosione della propria sacralità, scadendo nell’arena del pettegolezzo politico.

IL SILENZIO ASSORDANTE SULL’ARTICOLO 21

La difesa, per quanto dovuta, dell’onorabilità di un collaboratore e della Presidenza è lecita?

Il Quirinale si è indignato. Giustamente, dirà qualcuno, per tutelare un’istituzione che deve apparire al di sopra delle parti. Ed è qui che la vicenda smette di essere un pettegolezzo e diventa un sintomo grave, quasi patologico.

Perché quello stesso sdegno, quella stessa levata di scudi, quella stessa difesa appassionata dei principi fondanti della Repubblica sono mancati, evaporati, mai nati, quando a essere colpito non era un uomo del Palazzo, ma l’articolo 21 della Costituzione: la libertà di stampa, di opinione e di espressione.

Fa specie, anzi, sgomenta, che il Garante della Carta Costituzionale si sia sentito in dovere di intervenire per delle “chiacchiere da bar”, ma non abbia sentito il medesimo imperativo morale quando il giornalista Gabriele Nunziati è stato licenziato per aver osato porre una domanda sgradita al potere. Un giornalista licenziato per aver compiuto il suo dovere di porre domande. Licenziato non a Mosca o a Pyongyang, ma a Roma.

Un atto di epurazione che ha il sapore di quelle latitudini, come Russia o Corea del Nord, che dovremmo guardare con preoccupazione, non con emulazione.

E fa ancora più specie che un silenzio tombale sia calato dal Colle sull’attentato subito da Sigfrido Ranucci, un giornalista la cui unica colpa è continuare a fare inchiesta anziché propaganda.

Non una sillaba da parte di Sergio Mattarella. Non un gesto di solidarietà. Non un richiamo solenne al valore sacro di una stampa libera, senza la quale una democrazia smette di essere tale e diventa un regime di apparenze.

OLTRE LE CHIACCHIERE: LA POSTA IN GIOCO

La vicenda Garofani, quindi, cessa di essere una banale contesa politica per diventare una cartina di tornasole della salute democratica del Paese.

Il Presidente della Repubblica ha fatto bene a chiarire con il governo, a proiettare un’immagine di simbolo super partes.

Ma la sua indignazione a comando rivela una scala di priorità preoccupante: la reputazione del Palazzo viene prima della libertà di un giornalista. La quiete istituzionale conta più del diritto dei cittadini a essere informati.

La vera tempesta non è quella scatenata dalle presunte parole di un consigliere, ma il silenzio che ha coperto il rumore delle minacce alla stampa libera, il vuoto lasciato da un’autorità morale che avrebbe dovuto tuonare e invece ha sussurrato, ma solo quando ha sentito minacciati i propri confini.

E in quel silenzio, si misura la distanza tra un’istituzione che si protegge e una democrazia che si difende.

Una distanza che, oggi, appare pericolosamente ampia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL PATTO DEI DISILLUSI: I GABIBNETTI D’ORO DI KIEV STANNO SCRIVENDO LA PACE A WASHINGTON

La storia non viene scritta dagli eroi. Quelli fanno sempre una brutta fine.

La storia viene scritta dai contabili, dai cinici e, più spesso di quanto si ammetta, dai disillusi.

Mentre il fango delle trincee ucraine continua a inghiottire giovani ucraini e russi in un’atroce contabilità quotidiana, la vera pace, quella sporca e pragmatica che i leader europei non vogliono, sta prendendo forma a Washington, dettata da un’equazione spietata che ha più a che fare con i sondaggi elettorali in Ohio che con la sovranità dell’Ucraina.

Si mormora di un piano in 28 punti. Un documento fantasma, un accordo segreto negoziato lontano dagli occhi indiscreti di Macron, Merz, von der Leyen, sempre più irrilevanti.

Gli Stati Uniti e la Russia stanno definendo i termini della resa ucraina, e a Zelenskyy, come all’Unione Europea, verrà presentato il conto a cose fatte.

Perché la guerra è tra USA e Russia e l’Ucraina presta “solo” il campo di gioco e gli uomini da mandare al macero.

Ma perché adesso? Perché questo scatto verso la diplomazia del disimpegno?

LA GEOMETRIA VARIABILE DEGLI INTERESSI

La guerra, per l’Occidente, è stata un investimento. Un massiccio investimento finanziario, militare e, soprattutto, narrativo.

Abbiamo investito nella favola di Davide contro Golia, del baluardo della democrazia contro la tirannia. Ma ogni investimento richiede un ritorno, o quantomeno una sua giustificazione. E qui, il castello di carte crolla.

Notizie, sempre più insistenti, di corruzione sistemica a Kiev – i famigerati “cessi d’oro”, metafora grottesca di un sistema che marcisce dall’interno – hanno compiuto ciò che l’artiglieria russa non è riuscita a fare: hanno eroso la credibilità dell’investimento.

L’elettore medio americano, che paga le tasse e vede il costo della vita aumentare, inizia a percepire la guerra come un pozzo senza fondo in cui i suoi dollari scompaiono per arricchire un’élite straniera.

Una narrazione potente, quella della resistenza eroica, è stata soppiantata da una verità ancora più viscerale, quella dello spreco e del tradimento.

L’amministrazione americana, con un occhio alle prossime elezioni presidenziali, sa che non può permettersi questa emorragia di credibilità. Non si tratta più di fermare Putin, ma di non perdere il Michigan.

Senza dimenticare il caso Epstein, che vede Trump in grande difficoltà.

E così, l’exit strategy, un tempo un’eresia, diventa una necessità politica.

L’URLO DEL CONDANNATO: IL MISSILE COME MESSAGGIO

Come reagisce un attore politico quando scopre di essere stato escluso dal tavolo dove si decide il suo destino? Fa rumore. Fa più rumore possibile.

L’uso recente e spettacolare dei missili ATACMS da parte dell’Ucraina non è un evento militare, ma un disperato atto di comunicazione politica. È un messaggio urlato ai suoi stessi padrini a Washington: “Non potete fare un accordo senza di me. Guardate cosa posso fare ancora con le vostre armi. Posso ancora far precipitare gli eventi.”

Un gesto che arriva immediatamente dopo l’attentato ferroviario in Polonia, altro fatto che vede coinvolti due ucraini, sbrigativamente indicati come al servizio di Putin.

Sono gesti estremi di chi sa che l’unica sua leva rimasta è la capacità di sabotare una pace che lo annienterebbe per sempre a livello politico. E, forse, non soltanto politico.

Colpendo in profondità il territorio russo con tecnologia americana, Zelenskyy non cerca una vittoria sul campo, ormai un miraggio per chi ha solo spazio tra le orecchie, ma cerca di rendere politicamente impossibile una de-escalation negoziata da altri.

Vuole alzare la posta, costringere la NATO a entrare in guerra contro la Russia, legare le mani di chi, a Washington, vorrebbe semplicemente chiudere la partita.

È il ricatto del condannato, la cui unica speranza di sopravvivenza è trascinare tutti con sé nell’abisso.

È la dimostrazione del fatto che se Zelensky fosse stato Putin, l’atomica l’avrebbe già usata mesi fa. Altro che eroe!

BRUXELLES, IL GIGANTE DORMIENTE SENZA SVEGLIA

E l’Europa che fa?

L’Europa osserva, protesta, si indigna, perché i suoi piani di un grande riarmo perderebbero la scusa da dare in pasto agli europei.

La premier estone Kaja Kallas tuona che “l’accordo deve coinvolgere l’UE e Kiev”. Cioè quelle che l’accordo non lo vogliono. Parole nobili. Parole vuote. Parole che valgono meno di zero. Parole di chi non ha alcuna intenzione di salvare vite ucraine.

Siamo di fronte al più grande teatro dell’assurdo della politica internazionale contemporanea.

L’Unione Europea, che ha svuotato i propri arsenali, che non ha una capacità produttiva militare autonoma sufficiente, che dipende energeticamente e militarmente da attori esterni, che ha messo in ginocchio le sue imprese e tanti cittadini europei, che non parla di pace, ma di guerra alla Russia nel 2028, forse 2029, al più tardi nel 2030, pretende di dettare le condizioni.

È la quintessenza dell’incompetenza politica.

Lo sconfitto, perché sul piano strategico, commerciale, militare e industriale, l’Europa è la vera sconfitta di questo conflitto, si presenta al tavolo del vincitore, quella Russia che avanza lentamente, ma inesorabilmente, e del finanziatore stanco, gli USA, pretendendo di avere voce in capitolo.

Un po’ come quando i leader europei andarono a lezione da Trump. Ricordate Trump dietro la scrivania e i leader europei davanti a lui, su sedie anonime, come ad ascoltare un dibattito?

È la dimostrazione lampante di una leadership che ha perso ogni contatto con la realtà, credendo che la forza delle dichiarazioni possa sostituire la forza degli eserciti e delle economie.

LA LOGICA SPIETATA DEL CREMLINO

Dall’altra parte, il Cremlino osserva con una calma glaciale e ride dell’incompetenza degli europei.

La portavoce Maria Zakharova nega, ovviamente. La diplomazia ufficiale è una facciata. La vera partita si gioca altrove. Come si è sempre fatto e come chiunque abbia un briciolo di studi di diplomazia sa.

La Russia non ha fretta.

Sa che il tempo, le risorse umane e la capacità industriale sono dalla sua parte. Il piano dei 28 punti, per Mosca, non è una concessione, ma un’offerta al nemico sconfitto: “Potete darci ciò che ci stiamo già prendendo sul campo, risparmiando entrambi tempo e vite umane, oppure possiamo continuare a prendercelo con la forza, senza che voi possiate fare nulla se non continuare a strozzare le vostre economie come fatto finora.”

Non è una richiesta, ma la constatazione di un rapporto di forza.

Mosca non scenderà a compromessi sui suoi obiettivi strategici minimi, la Crimea, il Donbas, la neutralità dell’Ucraina, perché sa di non averne bisogno, al di là delle tante balle raccontate dalla propaganda occidentale di questi anni (1000 russi uccisi ogni giorno, armati solo di pale ottocentesche, a dorso di muli perché senza mezzi corazzati, senza divise e senza calzini, umiliati dalle nostre sanzioni dirompenti e in fuga per l’ennesima controffensiva ucraina).

L’unica variabile è il costo per raggiungere gli obiettivi fissati nel 2022.

L’accordo segreto, dunque, è semplicemente un tentativo americano di abbassare quel costo per tutti, prima che diventi politicamente insostenibile per l’Amministrazione Trump.

Perché Putin non ha elezioni alle porte da non perdere. Lui, invece, sì.

Il sipario sta calando sulle illusioni.

La grande narrazione della vittoria ucraina e dell’unità occidentale si sta sgretolando sotto il peso della corruzione, della stanchezza e del calcolo politico più cinico.

L’epilogo di questa guerra non sarà la ridefinizione dei confini sulla mappa, ma la consapevolezza che le vite di centinaia di migliaia di ucraini sono state sacrificate sull’altare di una favola a cui i leader europei hanno scelto di credere per fare dell’Europa una superpotenza militare, mentre l’hanno resa politicamente insignificante, commercialmente dipendente da altri e industrialmente al tappeto.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.