LA FACCIA DELLA SCONFITTA DI TRUMP. E DELLA VERGOGNA.

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump ha firmato la sospensione, non un armistizio, non un trattato, ma una dilazione di pagamento: due settimane di tregua, poi si vedrà.

Il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell’esercito pachistano, e il primo ministro Shehbaz Sharif, hanno bussato alla porta della Casa Bianca chiedendo di fermare la “forza distruttiva” pronta a radere al suolo l’Iran e Trump ha concesso lo stop a patto che Teheran riapra lo Stretto di Hormuz.

Un dettaglio che il Pentagono definisce vitale per l’economia globale e un dettaglio che il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano accetta di gestire, quasi fosse una concessione benevola, mentre in piazza, davanti alle centrali elettriche, i giovani formano catene umane contro l’aggressore americano.

Il paradosso è che la superpotenza che voleva cancellare un regime “all’età della pietra” si ritrova a trattare con il medesimo regime su una lista di dieci punti dell’aggredito.

Il trionfalismo di Trump su Truth è grottesco. “Abbiamo superato tutti gli obiettivi militari”, scrive il Presidente.

Se gli obiettivi erano la distruzione delle basi americane nel Golfo, la chiusura dello stretto di Hormuz, la destabilizzazione e il rischio di un conflitto nucleare regionale, allora sì: missione compiuta.

Ma la realtà dei fatti, quella che emerge dai mercati e dalla cronaca, racconta un’altra storia.

Il petrolio scende, il WTI perde il 18%, ma rimane su livelli che di “pace” hanno poco.

Le infrastrutture iraniane non sono state ridotte in cenere, le trattative ripartono da Islamabad, e l’Amministrazione americana, tra proclami di vittoria e rinvii dell’ultimo minuto, ha mostrato al mondo le crepe di una strategia che si regge su un precario equilibrio tra minacce da bulli dell’asilo e passi indietro necessari per non finire definitivamente nella lista degli stati canaglia del mondo.

L’Amministrazione Trump, dopo mesi di iperbole, si è schiantata contro la geografia e la realtà.

La superficie dell’Iran non è un deserto da bombardare a suo piacimento, come nel copione di una panzana di Hollywood, ma un territorio più vasto di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi messi insieme.

Un territorio impervio. Un paese con millenni di storia e un apparato di sicurezza che non si piega con un tweet.

L’aver promesso l’apocalisse e aver ripiegato su un negoziato di due settimane, dopo la mediazione cinese, è il segno di una perdita di autorità che nessun comunicato ufficiale può nascondere.

Gli USA si sono fatti dettare i tempi dal Pakistan e dalla Cina, la vera regista di questa manovra, che ha costretto Teheran a un’apparente flessibilità per evitare il tracollo economico del mondo intero e per evitare a Pechino di dover dichiarare guerra a Washington per fermare il cancro del pianeta.

Mentre a Washington si decanta la tregua, Palazzo Chigi ha scelto la parte sbagliata della storia.

In una nota ufficiale, il governo riafferma la condanna delle “condotte destabilizzanti” dell’Iran, citando i missili, le intimidazioni e la repressione interna, ma dimenticando gli aggressori e le totali violazioni del Diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra di Israele e USA.

È il registro della diplomazia che ha smarrito la bussola: condannare l’Iran è un esercizio di stile a cui siamo abituati da parte del governo italiano e non ce ne meravigliamo, ma farlo nel momento in cui l’aggredito accetta una tregua per evitare la distruzione totale, mentre il suo popolo scende in strada, significa posizionarsi sul lato sbagliato di una cronaca che sta scrivendo il destino dell’intera regione.

Nessuna parola, nel comunicato del governo italiano, per le minacce americane. Nessun accenno ai crimini di guerra che l’attacco alle centrali elettriche e ai ponti civili comporterebbe.

Solo una condanna a senso unico, come se l’equilibrio del Medio Oriente e la chiusura di Hormuz dipendesse solo dall’intransigenza di Teheran e non anche dall’irresponsabilità di chi, da Oltreoceano, minaccia di “cancellare” una nazione di 80 milioni di persone.

Dall’altra parte, e fa rumore, c’è il Papa.

Leone XIV non ha usato la lingua della diplomazia da salotto.

“La minaccia di Trump contro tutto il popolo iraniano non è accettabile”, ha tuonato uscendo da Castel Gandolfo. “È una questione morale, per il bene di bambini e anziani innocenti”.

Parole che pesano come macigni. Un Pontefice che richiama all’etica mentre i governi occidentali si accodano alla narrazione della forza bruta e dei crimini di Israele e USA.

Le discrepanze tra le fonti sono abissali.

Axios riporta che il cessate il fuoco è condizionato alla gestione militare iraniana dello Stretto di Hormuz; dall’altra parte, il Supremo Consiglio di Sicurezza iraniano annuncia al popolo una “vittoria” basata su un piano in dieci punti che Washington avrebbe accettato.

Chi mente?

La verità è che non importa. La realtà è che, venerdì 10 aprile a Islamabad, i rappresentanti dei due “nemici mortali” si siederanno a un tavolo. Non perché la diplomazia abbia trionfato, ma perché la logica dell’ecatombe si è rivelata impraticabile.

Gli americani non possono vincere una guerra in Iran senza distruggere il mercato energetico globale, e Teheran non può reggere l’urto di un isolamento totale.

La Cina, intanto, osserva. Ha orchestrato la tregua, ha protetto i suoi interessi energetici e ha dimostrato che, dove l’America minaccia, Pechino negozia.

Pechino batte Washington 5-0. Non c’è partita.

L’influenza statunitense, che poggiava sulla presunta invincibilità navale e sulla deterrenza nucleare, oggi annaspa. Le “undici portaerei” americane, a cui tanto si appella la retorica dei falchi, nel Mediterraneo e nel Golfo sono diventate bersagli o strumenti di una diplomazia che deve muoversi con i piedi di piombo.

Il dato numerico che resta impresso è quel 18% di calo del petrolio. Un numero che non indica pace, ma che il mondo ha tirato un sospiro di sollievo per i quattordici giorni in cui non ci dovrebbero essere più interruzioni alle rotte commerciali.

Il condizionale è d’obbligo viste le piroette del bambino che vive alla Casa Bianca.

Siamo passati dalla minaccia dell’annichilimento alla gestione delle forniture energetiche.

Al termine di queste due settimane, che cosa accadrà?

Trump ha già promesso che, dopo il periodo di grazia, tornerà a “rifinire” l’accordo.

Ma la credibilità non è una merce che si acquista al mercato. La credibilità si perde in una notte, quando l’ultimatum viene spostato in avanti per l’ennesima volta, per dare tempo a un mediatore pachistano di evitare il peggio.

È possibile che l’unica alternativa alla distruzione nucleare sia l’accettazione passiva di una politica estera che naviga a vista tra minacce di genocidio e cinici accordi petroliferi?

O siamo diventati spettatori di un gioco in cui le vite dei civili in Libano, in Iran e nel Golfo sono solo variabili di un algoritmo che calcola il prezzo del barile, perché valgono meno di quelle ucraine?

La verità, per ora, è sepolta in quei dieci punti che l’Iran ha dettato e che nessuno ha ancora avuto il coraggio di leggere ad alta voce.

E mentre aspettiamo il primo round di Islamabad, rimane solo l’immagine secca di una bandiera iraniana che sventola su un ponte ad Ahwaz, pieno di uomini, donne, giovani e anziani.

Un’immagine che non parla affatto di resa, ma di una resistenza che, piaccia o meno a chi sta con la follia criminale di Tel Aviv e di Washington, non ha ancora finito di scrivere la sua pagina.

GERMANIA, USCITA VIETATA. BERLINO HA MESSO IN GABBIA I SUOI CITTADINI MASCHI

DAL 1° GENNAIO 2026 MILIONI DI UOMINI TRA I 17 E I 45 ANNI DEVONO CHIEDERE IL PERMESSO ALL’ESERCITO PER LASCIARE IL PAESE

di Pasquale Di Matteo

Per milioni di tedeschi maschi, la libertà di movimento, garantita dall’articolo 11 della Legge Fondamentale, la loro Costituzione, di fatto è sospesa.

Non da un golpe né da uno stato d’emergenza, ma da un comma, il paragrafo 2 del Wehrpflichtgesetz, la legge sulla leva, modificato nel silenzio quasi generale.

Ogni maschio tedesco tra i 17 e i 45 anni che intenda lasciare la Germania per più di tre mesi deve chiedere un’autorizzazione formale all’esercito.

Il Karrierecenter della Bundeswehr, l’ufficio di reclutamento, è diventato il nuovo guardiano della frontiera, come ai tempi della DDR o, ancora più indietro, del tizio con i baffetti e i capelli laccati che voleva fare il pittore, invece, devastò l’Europa.

LA VERSIONE UFFICIALE PARLA DI FORMALITÀ

Messa alle strette da Ippen.Media, la portavoce del Ministero della Difesa di Berlino ha dichiarato, tradotto dal burocratese orwelliano: «ci serve un registro militare “affidabile e significativo” per il “caso di necessità».

Una formalità, insomma, un dettaglio statistico. Il ministero, con la stessa faccia di bronzo, aggiunge che sta lavorando per “evitare burocrazia superflua” e che le autorizzazioni, in tempo di pace, saranno “generalmente concesse”.

Generalmente.

Questa è la parola chiave che racchiude tutto, il non detto che pende come una ghigliottina sulla testa di uno studente che progetta un Erasmus, di un ingegnere che trova lavoro a Zurigo, di un ragazzo che volesse farsi un anno in Australia, di una famiglia che voglia abbandonare la Germania del riarmo, dell’uomo di BlackRock, Merz, messo a capo del governo tedesco.

Ma cosa succede se il permesso non viene richiesto? Se uno se ne frega e parte?

Silenzio. Il Ministero della Difesa non si è espresso e non ha rilasciato dichiarazioni in merito, un silenzio che pesa più di qualunque minaccia esplicita.

LA REALTÀ: COSCRIZIONE OMBRA

Una ricostruzione inquietante della realtà arriva da testate come InsideOver e rimbalza sui blog specializzati in Difesa, come Augen geradeaus! del giornalista Thomas Wiegold.

L’impossibilità di lasciare la Germania senza il permesso dell’esercito non è semplice burocrazia, ma una “coscrizione ombra”. È la creazione dell’infrastruttura legale e amministrativa per bloccare nel Paese l’intera popolazione maschile abile al combattimento con un semplice clic.

Per evitare ciò che è accaduto in Ucraina, dove un terzo della popolazione maschile ha abbandonato la nazione e ora Zelensky ipotizza di arruolare le donne perché gli uomini sono fuggiti, morti o mutilati.

La Germania, che ha sospeso la leva obbligatoria nel 2011, mantiene un esercito di professionisti volontari, eppure, impone un obbligo che sa di caserma a milioni di civili che con l’esercito non vogliono averci nulla a che fare.

Il governo del Cancelliere Merz punta a un esercito di 270.000 soldati entro il 2035, ma i numeri attuali sono fermi a 184.000. Se la matematica non è un’opinione, mancano uomini e, se gli uomini non arrivano con le buone, lo Stato si assicura di non farseli scappare.

È una logica da pre-conflitto, in perfetto stile primi anni del ventesimo secolo.

Si applica una misura da stato di guerra, con il controllo degli espatri, mascherandola da procedura amministrativa in tempo di pace, usando la tecnica della Finestra di Overton, comunemente nota ai più come tecnica della rana bollita.

LA RABBIA: “PRIGIONIERI NEL LORO PAESE”

Mentre i ministeri parlano di “aggiornamenti” delle liste, l’opinione pubblica tedesca ha esploso la rabbia sui forum online e sui social media.

C’è chi la chiama “follia autoritaria”, come la leader politica Sahra Wagenknecht, chi urla al ritorno della Guerra Fredda e c’è chi, con meno giri di parole, descrive la realtà, parlando di giovani uomini trasformati in “prigionieri potenziali della Bundeswehr”, costretti a “implorare un permesso” per vivere una vita normale, lontana dalla follia guerrafondaia di leader svenduti alle lobby delle armi.

La narrazione governativa della “formalità” crolla di fronte alla vita reale, a quella di un ragazzo di 25 anni che deve presentarsi a un “Einberufungsamt”, un ufficio di reclutamento, per spiegare a un burocrate in divisa perché il suo master a Copenaghen è più importante del “caso di necessità” creato a tavolino.

Magari inventando che la Russia è un pericolo perché viola il Diritto internazionale, mentre per Israele e Stati Uniti d’America, che stanno polverizzando ogni norma di quel diritto e ogni Convenzione di Ginevra, non si applica neppure un misero pacchetto di sanzioni.

Umiliante, quanto terrificante.

Perché tutti sanno che il “caso di necessità”, con la Russia spinta a riarmarsi per l’avanzamento della NATO ai suoi confini, non è più un’ipotesi, ma un’opzione nata al Washington già ai tempi del Nuovo Secolo Americano, e finita sul tavolo della cancelleria tedesca già dai tempi del predecessore dell’attuale Cancelliere, opzione a cui manca solo un decreto attuativo.

E le donne? Escluse, per ora.

La Legge Fondamentale tedesca prevede la leva solo per gli uomini, così, mentre si discute di parità di genere, il patriarcato militare riemerge intatto, lasciando gli uomini come unico bacino a cui attingere, agnelli al macello e carne da cannone, secondo i critici più feroci.

Vite sacrificabili, secondo la logica di chi fa soldi a palate grazie alle armi consumate nelle guerre.

UN CONTAGIO DELLA GUERRA EUROPEO

Ma attenzione, perché Berlino non è un’isola lontana; la mossa tedesca è solo il sintomo più acuto di una febbre che sta contagiando tutta l’Europa.

Infatti, in Francia, Emmanuel Macron ha già reintrodotto una sorta di mini-servizio nazionale e il dibattito su una leva vera e propria non si è mai spento. In Polonia, che scambia missili e droni ucraini per russi un giorno sì e l’altro pure, le campagne di reclutamento sono martellanti e si discute apertamente di obbligatorietà.

Persino in Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ammesso che i 60.000 soldati pienamente operativi non bastano più, aprendo alla creazione di una riserva di volontari e riaccendendo un dibattito che sembrava sepolto durante il mondo pacifista ucciso dalla pandemia Covid, su cui i dubbi sono sempre più oscuri.

Il modello è chiaro: di fronte a una minaccia esterna, lo Stato riscopre il suo volto più duro, così, prima si crea il registro a cui attingere le vittime sacrificabili da inviare a morire al fronte, poi si limita loro ogni possibilità di fuga.

Il passo successivo è la chiamata alle armi e il conteggio delle bare.

Il governo tedesco giura che non accadrà, che il principio di volontarietà resta, ma la sua stessa legge dice altro.

Dice che lo Stato, oggi, si arroga il diritto di decidere se un suo cittadino può andarsene oppure lasciare la richiesta in un cassetto degli uffici della Difesa, in attesa di un timbro.

È lo Stato che decide se un uomo tedesco può lasciare la Germania o essere rinchiuso dietro le sbarre di una prigione, in attesa di essere spedito al primo fronte creato a tavolino.

Allora la domanda non è se lo Stato chiamerà, ma quando, visto che ha già chiuso, di fatto, i confini in uscita.

E quanto tempo passerà prima che anche in Italia i cittadini maschi tra i 17 e i 45 anni dovranno chiedere il permesso a polizia e carabinieri per un Erasmus, un lavoro all’estero o per andare a vivere dove gli pare?

E dove sono i paladini della parità di genere, di fronte a questo colpo di coda del patriarcato?

LA REALTÀ È ASSAI DIVERSA DAI COMUNICATI DEL PENTAGONO E PARLA DI GUAI SERI PER USA E ISRAELE

di Pasquale Di Matteo

Il 5 aprile, domenica di Pasqua, Donald Trump pubblica un post. È trionfale.

Dice che gli Stati Uniti hanno recuperato un drone abbattuto. Lo descrive come un’operazione chirurgica, un successo tecnico di cui vantarsi tra un uovo di cioccolato e una messa, in perfetto stile da rito mistico.

Pochi giorni prima, il Pentagono si era vantato del controllo totale dei cieli iraniani, di un dominio assoluto, indiscutibile. Eppure, incrociando i dati, risulta tutt’altro.

Due caccia americani sono finiti al suolo. I piloti sono stati recuperati, dicono, ma il segreto militare ha già iniziato il suo lavoro di insabbiamento.

La narrazione di Washington procede come se nulla fosse accaduto: successi, audacia, superiorità, eppure, la realtà sul campo, quella che non finisce nei tweet, è fatta di rottami fumanti nel territorio iraniano.

LA MENZOGNA SI CONSUMA IN FRETTA

Mentre Trump si vanta della tecnologia, Planet Labs, azienda che fornisce immagini satellitari, oscura improvvisamente le aree del conflitto.

Washington ha bussato alla loro porta, chiedendo di spegnere gli obiettivi, perché Trump e i suoi non vogliono che il mondo veda cosa resta dei velivoli abbattuti.

La trasparenza, a quanto pare, è un lusso che il Dipartimento della Difesa non può permettersi quando la propaganda rischia di scontrarsi con la verità.

Il colonnello in pensione Douglas Macgregor, una voce che raramente si allinea ai comunicati ufficiali, espone il punto.

La verità sulla chiusura dello Stretto di Hormuz non riguarda l’Iran, ma le compagnie assicurative di Londra.

Quando è diventato evidente che quello spazio era diventato una zona di guerra, sottoposta a rischi di missili, nessuno ha voluto più sottoscrivere i costi per la navigazione.

Il commercio si è fermato perché il rischio, in termini di dollari, era diventato insostenibile, portando a un calo del 95% del traffico che è il termometro di un fallimento che Washington cerca disperatamente di nascondere sotto il tappeto di un “successo operativo” che esiste solo nei tweet di Trump.

LE INFRASTRUTTURE SONO IL VERO FRONTE DI UNA GUERRA SILENZIOSA

L’Iran non sta solo combattendo con i missili, ma sta mettendo sotto scacco le fondamenta della sopravvivenza in Medio Oriente. Gli impianti di desalinizzazione, quei giganti di metallo che trasformano l’acqua di mare in vita per milioni di persone, sono i nuovi bersagli.

Se le infrastrutture che dissetano Riyad o Dubai venissero rase al suolo da un attacco, l’evacuazione delle capitali non sarebbe più un’ipotesi remota, ma un obbligo per evitare centinaia di milioni di morti.

La vulnerabilità di Israele è totale.

È un paese minuscolo, che punta tutto su una superiorità tecnica che però non può proteggere le sue infrastrutture vitali dall’esaurimento delle scorte.

La storia di Israele, dei suoi dodici giorni di guerra, si ripete in una forma distorta.

La speranza di un cambio di regime rapido a Teheran è svanita di fronte alla realtà.

Hanno cercato di soffocare il paese, di isolarlo, di colpirne i nodi nevralgici, ma il risultato è stata un’escalation in cui il regime iraniano resiste mentre le risorse economiche e militari israeliane si assottigliano sotto il peso di un conflitto che la propria popolazione non vuole più combattere.

LA CENSURA È LA PRIMA ARMA DI CHI HA PERSO LA PARTITA

All’interno di Israele, la censura è una coltre di piombo; non si parla degli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche né del malumore diffuso tra i cittadini, stanchi di una guerra che non garantisce più sicurezza.

Il governo israeliano ha blindato ogni informazione, cercando di proteggere un’immagine di invulnerabilità che, nei fatti, non esiste più ed è più falsa dei soldi del Monopoli.

IL PARADOSSO DELLE ALLEANZE: CHI PAGA IL CONTO DELLA GUERRA

I media in Italia, in Europa, si interrogano sulla tenuta del rapporto tra Washington e i suoi alleati, ma bisognerebbe interrogarsi sul perché l’Europa segua una politica che non serve gli interessi degli europei.

L’autonomia è una parola che circola nei corridoi di Bruxelles, ma le azioni dicono il contrario. Gli aiuti militari, l’invio di risorse, le sanzioni… tutto serve a prolungare conflitti, come in Ucraina e in Iran, che stanno logorando le economie europee mentre gli Stati Uniti si limitano a gestire il peso della propria geopolitica.

L’Europa è spettatrice, o peggio, complice.

Si parla di difesa europea, di cooperazione industriale, ma la realtà è che senza una politica estera indipendente, ogni tentativo di costruire infrastrutture proprie, di rendersi autosufficienti nella fornitura di materie prime, dal litio al cobalto, dai semiconduttori all’energia, resta un esercizio di stile.

Il fatto che il 95% delle terre rare venga lavorato altrove, in gran parte sotto l’influenza cinese, dimostra che la dipendenza non è una fatalità, ma una scelta politica che è stata reiterata per decenni.

IL PREZZO DEL PETROLIO E IL SILENZIO DI CHI GOVERNA

Il prezzo del barile torna a correre e le borse europee tremano.

Gli investitori, in preda al panico, si rifugiano nell’oro. Il messaggio è chiaro: il mercato non crede più alle rassicurazioni dei governi. E, quando i capitali scappano verso i metalli preziosi, non lo fanno per speculazione, ma per paura.

La paura che il sistema finanziario globale, costruito sul dollaro e sul debito, sia arrivato alla sua fine.

L’Iran ha capito che per colpire il cuore del sistema non servono centinaia di migliaia di soldati, ma bastano pochi droni, una posizione strategica e la capacità di interrompere il flusso di risorse che nutre le economie avversarie.

La Cina e la Russia, intanto, osservano.

Non hanno bisogno di intervenire direttamente, perché piene di petrolio, di gas e di terre rare. La Cina, il cui petrolio arriva prevalentemente dal Golfo, negli ultimi anni ne ha acquistato in quantità di gran lunga superiore al fabbisogno, proprio in previsioni di scenari come quello che stiamo vivendo, perciò, può permettersi mesi di stasi di Hormuz senza alcun problema.

Mosca e Pechino, pertanto, si limitano ad aspettare che l’architettura finanziaria dell’Occidente collassi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, prima di raccogliere lo scettro di padroni del mondo dai cocci rotti dell’impero americano.

LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE PORRE

Perché, dopo anni di fallimenti, l’Occidente continua a insistere sulla strada della sanzione e dell’attacco?

Se il regime iraniano è così instabile, perché ogni attacco ne ha solo rafforzato la presa sulla popolazione?

Se la strategia della “massima pressione” è stata un successo, perché il prezzo dell’energia è tornato a livelli critici e l’isolamento diplomatico colpisce più chi sanziona che chi viene sanzionato?

Non c’è una risposta razionale. O meglio, la risposta sta nel fatto che la guerra è diventata un’industria, un meccanismo di profitto che si autoalimenta.

Gli investimenti nella Difesa, le commesse miliardarie, il continuo bisogno di nuove armi, tutto questo muove capitali enormi, ma non produce sicurezza.

Produce profitti. E mentre i profitti crescono, la sicurezza di tutti scivola via.

Il quadro che emerge non è quello di un mondo che corre verso un nuovo ordine, ma quello di un sistema che sta perdendo i freni e in cui regna sempre di più il caos.

Le alleanze storiche, dalla NATO in giù, non sono più scudi, ma sempre di più catene e palle al piede.

E quando la corda si spezzerà, come avverte il colonnello Macgregor, a cadere saranno le nazioni che si sono dimenticate come gestire la propria sovranità, lasciando che fossero altri, come i burocrati a Bruxelles o potenze straniere a Pechino, a decidere il loro destino. O, nel caso dell’Italia, la sicurezza informatica svenduta a Tel Aviv nel 2023.

Il tempo della retorica di Hollywood si sta sgretolando e la realtà sta tornando a dettare legge.

E la legge, oggi, è scritta con il sangue di chi non conta nulla in questa scacchiera.

Secondo voi, la classe dirigente occidentale si renderà conto che il costo di questa guerra non è più misurabile in dollari, ma nella stabilità delle nostre nazioni? O forse la verità è che, per loro, il crollo è solo un’altra opportunità di investimento?

L’ETÀ DELLA PIETRA DI TRUMP E LA CRISI DELL’OCCIDENTE

di Pasquale Di Matteo

Teheran scrive all’Organizzazione Mondiale della Sanità e alla Croce Rossa Internazionale, mentre le macerie dell’Istituto Pasteur fumano ancora.

Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra e le ultime settantadue ore dimostrano che l’intenzione è letterale.

Peccato che gli USA stiano violando ogni norma del Diritto internazionale e diverse Convenzioni di Ginevra, così come i loro padroni di Tel Aviv.

Infatti, mentre Washington distrugge l’istituto Pasteur, un importante ospedale e centro vaccinale, Israele introduce al pena di morte per i prigionieri, dimostrando al mondo intero chi siano i veri barbari e il vero male sul pianeta.

Il Pasteur Institute of Iran non è una clinica di quartiere. Fondato nel 1920, membro secolare dell’International Pasteur Network, è la culla della ricerca medica nazionale, dai vaccini contro il colera a quelli contro il Covid-19.

Una pioggia di ordigni di precisione lo ha cancellato dalla mappa di Teheran.

Ventiquattr’ore prima, la stessa sorte era toccata alla fabbrica farmaceutica Daro Bakhsh. Qualche giorno addietro, l’obiettivo designato era stata l’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia (IUST).

Insomma, per trovare una tattica di guerra simile, bisogna cercare tra i dispacci di Hitler e di Stalin. Non certo personaggi democratici.

Scuole. Centri di ricerca. Fabbriche di medicine.

L’apparato comunicativo della Repubblica Islamica ha subito denunciano l’orgia di violenza nichilista, la furia distruttrice di un presidente americano allergico alla scienza e la violazione palese delle Convenzioni di Ginevra.

Leggendo i comunicati ufficiali di Teheran, sembra di assistere al martirio di una gigantesca onlus assediata dai vandali, ma la realtà, sfogliando i registri societari e i fascicoli dell’intelligence militare, ha contorni decisamente meno umanitari.

LA DOPPIA VITA DEI BERSAGLI CIVILI

Incrociamo le fonti.

La fabbrica Daro Bakhsh è il più grande produttore di farmaci dell’Iran.

Vero. Ma chi siede nel consiglio di amministrazione?

La Daro Bakhsh è un tassello fondamentale della Tamin Pharmaceutical Investment Company (TPICO), a sua volta controllata dalla SSIC (Shasta), il braccio finanziario del sistema previdenziale statale e delle Guardie della Rivoluzione.

In Iran, la separazione tra welfare civile e apparato militare è una finzione per i burocrati di Ginevra.

I Pasdaran controllano la filiera logistica, i prodotti chimici di base, le importazioni di reagenti. Colpire la Daro Bakhsh significa paralizzare la fornitura di medicinali per la popolazione civile, certo. Ma significa anche recidere una vena finanziaria e chimica del Corpo delle Guardie della Rivoluzione.

Un politico occidentale accorto avrebbe desistito e rispettato le norme internazionali, perché democratico e perché dotato dell’intelligenza minima per intuire le conseguenze a breve e, soprattutto, a lungo termine, ma in Trump e Netanyahu, di democratico e di intelligente non c’è neppure l’aria che respirano, e i fatti lo dimostrano.

Passiamo all’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia.

L’indignazione globale piange la distruzione di un luogo di sapere e di cultura. I registri accademici dicono altro.

La IUST non è un’accademia di belle arti, ma il vivaio ingegneristico del programma balistico e aerospaziale iraniano.

È l’università dove ha insegnato l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, il laboratorio a cielo aperto dove i ricercatori, regolarmente sanzionati dal Dipartimento del Tesoro americano negli ultimi dieci anni, sviluppano i sistemi di guida per i missili ipersonici che attualmente piovono sulle basi americane nel Golfo.

Che poi il Dipartimento del Tesoro americano non sia il Vangelo e non abbia alcuna autorità sul pianeta, non ci piove, ma all’antidemocratico Trump volete che importi qualcosa? A uno che lascia i miliziani dell’ICE liberi di ammazzare cittadini americani per le strade d’America?

E l’Istituto Pasteur?

Un pilastro della salute a livello mondiale, secondo il Ministero della Salute iraniano. Un potenziale sito di ricerca batteriologica dual-use, secondo la dottrina del Pentagono.

Da decenni l’intelligence israeliana e americana monitorano i centri di ricerca virologica iraniani, sospettati di fornire copertura civile allo sviluppo di agenti patogeni per la guerra biologica.

Certamente, poi, questi sospetti somigliano a quelli per le armi batteriologiche di Saddam, che erano solo una balla inventata da quegli stessi servizi segreti, per giustificare l’ennesima aggressione contraria al Diritto internazionale portata avanti dagli USA.

LA DOTTRINA DELLA TERRA BRUCIATA

Le discrepanze tra la narrativa di Teheran e i dossier militari svelano il cinismo di entrambi i fronti.

Gli ayatollah blindano i loro programmi militari, balistici e chimici all’interno di strutture civili, ospedali e università.

Almeno, questa è la narrazione della propaganda israeliana e americana, per cui gli iraniani userebbero la ricerca medica come scudo umano e la Convenzione di Ginevra come polizza assicurativa, trasformando i ricercatori in bersagli legittimi per le regole d’ingaggio del nemico (ma non per le norme di Diritto e per le Convenzioni internazionali), per poi piangerne la morte davanti alle telecamere delle agenzie di stampa.

Dall’altra parte, c’è la strategia della coalizione israelo-americana.

L’amministrazione Trump ha smesso di fingere. Le “bombe intelligenti” e gli “attacchi chirurgici” sono reliquie retoriche delle scorse campagne criminali. La dottrina attuale è lo strangolamento totale.

Tuttavia, mentre sulla propaganda occidentale si deve usare il condizionale trattandosi di supposizioni, – e con tanto dubbio visti i precedenti con Saddam, – i crimini di guerra e contro la popolazione iraniana delle bombe americane sono reali e confermati dagli stessi carnefici.

Lo scenario tattico di questo aprile 2026 spiega la brutalità delle scelte nella disperazione di Trump, dopo il suo fallimento tattico.

Lo Stretto di Hormuz è di fatto inagibile per gli occidentali che appoggiano anche solo per la logistica gli invasori americani, mentre le navi russe, cinesi, spagnole e altre passano senza problemi.

Le difese aeree americane annaspano sotto gli attacchi a sciame dei droni iraniani, che costano poche migliaia di dollari e bucano scudi missilistici da miliardi, distruggendo basi americane nella regione e interi quartieri cittadini in Israele, nonché siti importanti nei paesi che ospitano basi degli aggressori.

Il blocco del traffico marittimo sta innescando una crisi energetica in Occidente che strangola le economie di parte dell’Asia, delle Americhe e, soprattutto, dell’Europa, mentre la Cina osserva immobile, seduta su scorte di greggio accumulate per anni e indifferente all’autodistruzione americana.

Washington e Tel Aviv non hanno il tempo per una guerra di logoramento che non avevano previsto.

Devono far collassare il fronte interno iraniano e, per far crollare un regime teocratico abituato a resistere alle sanzioni, non basta colpire i bunker sotterranei a cinque chilometri di profondità, facendo il solletico alle strutture iper-corazzate, o le basi di lancio mimetizzate nelle montagne.

Devi spezzare la spina dorsale della società civile. Devi distruggere le centrali elettriche. Devi far mancare la benzina. Devi far saltare in aria le fabbriche di antibiotici e i laboratori di vaccini.

In buona sostanza, devi rischiare anche di dimostrare al mondo che sei tu il vero cancro del pianeta, il nuovo Hitler, la nuova ideologia nazista, pur di non ritirarti e affrontare la furia del tuo popolo.

L’obiettivo non è uccidere il nemico in trincea, ma massacrare la popolazione nelle piazze. Lasciare milioni di iraniani senza cure mediche, senza istruzione, senza infrastrutture primarie, nella brutale speranza che la disperazione si trasformi in rivolta contro la Guida Suprema.

Ovviamente è pura follia. Ma i criminali non brillano mai per acume e buonsenso. E non mostrano mai umanità.

L’IPOCRISIA DELLE REGOLE DI GUERRA

Il portavoce iraniano invoca gli organismi sanitari globali. Chiede all’Oms di valutare i danni e finanziare la ricostruzione. È il cortocircuito perfetto di un sistema internazionale svuotato di senso, che condanna Mosca per ciò che fa a Kiev, ma non gli USA e Israele per il massacro di vite umane tra Gaza e Iran, al cui confronto, l’aggressione russa all’Ucraina è una lite condominiale.

A Washington, nel frattempo, incassano l’accusa di barbarie come una medaglia al valore, in perfetto stile hitleriano.

Trump sostiene di seguire la sua promessa elettorale con una coerenza glaciale, peccato che anche i suoi fedelissimi scappino dalla sua follia, per non finire travolti dalle elezioni imminenti per il voltafaccia a tutta la dottrina Trump durante la campagna, a cominciare da “mai più guerre”.

E peccato che ben 12 generali ai vertici dell’esercito americano siano stati sostituiti. Cosa che dimostra il caos a Washington, perché nessuno solleva tutti i vertici militari durante una guerra, a meno che quei vertici non ti abbiano urlato in faccia il tuo disastro.

Manca la pietà, manca il rispetto per i luoghi di cura, manca la distinzione tra civile e militare, ma l’America sa perfettamente che le istituzioni sanitarie internazionali produrranno solo comunicati stampa carichi di aggettivi, incapaci di fermare un singolo caccia F-15 e la superiorità militare della macchina di morte americana.

Le macerie dell’Istituto Pasteur certificano la fine di un’epoca. Quella in cui si fingeva che le guerre si combattessero solo tra eserciti, nei deserti o nei cieli, risparmiando i simboli della civiltà. Quella degli eroi americani buoni e del nemico sempre brutto, sporco e cattivo.

Oggi la propaganda hollywoodiana si è spostata nei dispacci della stampa controllata, così il sapere, la scienza, la medicina diventano estensioni dell’apparato bellico. Chi le finanzia le usa per armarsi. Chi le bombarda le distrugge per piegare una nazione. E i morti civili, i bambini, i trattati, le Convenzioni di Ginevra, il Diritto internazionale… diventa tutto un fastidio da raccontare a margine o da non raccontare affatto.

A Teheran contano le fiale di medicinali distrutte e preparano la prossima rappresaglia balistica, quella che la propaganda occidentale spaccerà per crimini, per inconcepibili violenze. Un po’ come i nativi americani erano selvaggi con archi e frecce.

A Washington spuntano la lista dei bersagli colpiti e calcolano quanto tempo manchi prima che le piazze iraniane esplodano per la mancanza di cure, anche se sarebbe il caso di contare quanto tempo manchi prima che la rabbia di quel popolo compia attentati e massacri per le strade d’Europa e d’America, ma per cervelli come quelli di Trump e dei suoi, è troppo difficile.

In mezzo, sotto chili di polvere di cemento, giacciono i microscopi e i registri di un istituto centenario. I morti non twittano sdegno, non invocano Ginevra, non pianificano attacchi.

Restano lì. Sotto le macerie di una guerra in cui hanno tutti ragione per le loro propagande.

Ma chi ha torto lo vediamo nei fatti. Almeno, lo vede chi è democratico e chi dà un valore all’umanità.

Per i pazzi e gli antidemocratici, ci sarà sempre un “ma…”

Ed è proprio in quel “ma” che si annida il DNA del male. Chiamatelo voi nazismo, fascismo, follia…

L’ITALIA OSTAGGIO DEL DISASTRO IN MEDIO ORIENTE CHE STA SOFFOCANDO L’ECONOMIA EUROPEA

di Pasquale Di Matteo

Quattro dollari al gallone.

È il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti. Ed è l’unico numero che conta davvero oggi alla Casa Bianca. Tutto il resto – le dichiarazioni ufficiali, i comunicati della NATO, le conferenze stampa a reti unificate – è scenografia a uso e consumo dei telespettatori europei.

Dietro le quinte, la realtà procede documentata da cifre, rotte marittime e decreti bloccati nei cassetti di Bruxelles.

Donald Trump ha inviato a Teheran un ultimatum in quindici punti. Quindici richieste inaccettabili che pretendevano, di fatto, la resa incondizionata della Repubblica Islamica.

Gli ayatollah hanno riso, prima di cestinare il documento. La rappresaglia americana c’è stata, ma ha accuratamente evitato di sfiorare ciò che conta davvero: l’Isola di Kharg, il cuore dell’esportazione petrolifera iraniana. L’aviazione a stelle e strisce ha colpito la rete elettrica interna, lasciando intatti i terminali del greggio.

Il motivo è elementare. Distruggere Kharg significa far schizzare il prezzo del barile alle stelle. Significa far superare la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone negli USA.

Trump è talmente disperato sul fronte interno da aver ordinato una mossa passata sotto silenzio in Europa: la rimozione delle sanzioni sul petrolio russo e su quello iraniano.

Il sovranista che minacciava fuoco e fiamme in diretta tv, ora prega Mosca e Teheran di immettere greggio sul mercato per salvare i suoi sondaggi e il linciaggio in America.

L’AMICO CHE TI TOGLIE IL PANE

Il blocco dello Stretto di Hormuz è più devastante di una bomba atomica. Oggi, un terzo dei fertilizzanti mondiali passa da quell’imbuto d’acqua. Senza quei composti chimici, i raccolti crollano. Non l’anno prossimo.

Adesso.

Due miliardi di persone stanno entrando nella stagione della semina senza avere scorte sufficienti.

Le Nazioni Unite calcolano in 45 milioni gli individui a rischio di insicurezza alimentare grave a stretto giro, ma per capire il disastro non serve guardare al Corno d’Africa.

In Sicilia, i pescatori tengono le barche attraccate perché il gasolio costa troppo per uscire in mare. I produttori di ortofrutta non riescono a coprire le serre perché la plastica, derivata dal petrolio, ha prezzi fuori mercato, e i fertilizzanti sono introvabili.

Cuba è al buio. L’Egitto stacca l’elettricità alle nove di sera per risparmiare. I paesi asiatici tagliano i consumi e circolano a targhe alterne.

L’America, nel frattempo, continua a produrre più petrolio di quanto ne consumi, al riparo dalla tempesta che ha innescato.

IL FRONTE DELLE ILLUSIONI E I DRONI “RUSSI”

Spostando lo sguardo a Est, il copione si ripete con accenti grotteschi. L’Europa ha svuotato i propri arsenali e bruciato miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, bypassando le proprie regole democratiche e i vincoli di bilancio.

Sul campo, la Russia avanza, lentamente, al netto dell’inverno e delle distrazioni mediali, ma avanza, riprendendosi i territori nel Donetsk.

A Kiev, Volodymyr Zelensky chiede un “cessate il fuoco per Pasqua”. Un cortocircuito tattico: chi perde terreno offre una tregua a chi lo sta conquistando, presentandola come una concessione.

La risposta del Cremlino, per bocca del consigliere presidenziale Ushakov, è che se ne parla solo a truppe ucraine ritirate dal Donbass.

Nel frattempo, i cieli del Baltico si riempiono di rottami. Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia denunciano la caduta di droni sui propri territori.

Le agenzie battono la notizia a reti unificate: l’aggressione russa alla NATO è iniziata. Scattano i vertici d’urgenza, ma poi, inesorabili, arrivano i rilievi tecnici.

I droni non sono russi, ma ucraini.

Kiev perde il controllo dei propri apparecchi, che finiscono fuori rotta schiantandosi sui paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Le stesse nazioni, come la Finlandia, dove ne sono caduti tre in pochi giorni, si affannano a insabbiare la provenienza, perché non funzionale alla narrazione russofoba e pro guerra totale.

Il disastro militare di Kiev viene scaricato sui conti pubblici europei, mentre l’amministrazione Trump, con il Congresso spaccato e senza più soldi per finanziare il disastro in Iran, minaccia di tagliare definitivamente le forniture militari all’Ucraina, costringendo di fatto l’Europa a subentrare come cassiere unico del conflitto.

Gli americani non regalano più armi: ce le vendono. Noi le paghiamo, a debito, e le spediamo a Kiev.

LA BUROCRAZIA DEL SUICIDIO

L’Europa muore di regole mentre il mondo brucia. Di fronte all’impennata dei costi energetici, il governo italiano prova a correre ai ripari. Tenta di prorogare il taglio di 25 centesimi sulle accise della benzina, una misura inutile: il prezzo alla pompa ha già metabolizzato e superato lo sconto.

Per incidere servirebbe un taglio di almeno 50 centesimi o un euro. Ma lo Stato ha raschiato il fondo del barile. Non ci sono i soldi, ma non si vuole ammetterlo per non dover parlare del fallimento ucraino, del doppiopesismo tra Russia, da un lato, e Israele e USA dall’altro, in merito alle violazioni del Diritto internazionale.

C’è poi il Decreto Bollette. Cinque miliardi di euro stanziati per salvare le industrie energivore italiane dalla chiusura. Un’urgenza vitale, ma il decreto è bloccato.

I funzionari dell’Unione Europea lo stanno esaminando perché potrebbe configurarsi come “aiuto di Stato”.

Per armare un Paese extra-europeo, Bruxelles sospende il Patto di Stabilità e autorizza spese miliardarie in ventiquattr’ore, ma per salvare una fonderia a Brescia o una cartiera a Lucca dai costi del gas, richiede mesi di istruttorie. Perché, se non vendi armi, chi se ne fotte.

È l’Europa, baby. Le uniche deroghe finanziarie concesse dall’Unione Europea riguardano l’industria bellica. È l’economia di guerra permanente, pagata con la deindustrializzazione civile.

L’agenzia Standard & Poor’s ha appena dimezzato le stime di crescita per l’Italia, portandole da uno 0,8 a un misero 0,4 percento. Il rapporto deficit/PIL veleggia oltre il 3 percento, mentre il Fondo Monetario Internazionale certifica che l’Italia sarà la nazione europea più devastata dal contraccolpo di questa crisi energetica incrociata.

Insomma, ritirate contanti, fate scorte di scatolame e… preparatevi al peggio.

GLI APPLAUSI AL CARNEFICE

Anche perché a Roma si festeggia, nonostante il disastro imminente.

La presidenza del Consiglio italiano continua a tessere le lodi dell’amministrazione americana, anche dopo l’aggressione all’Iran contraria al Diritto internazionale e il disastro causato all’intero Occidente.

Giorgia Meloni si appunta sul petto i presunti successi diplomatici di Trump, congratulandosi per accordi di pace a Gaza che esistono solo nei comunicati stampa, mentre le bombe continuano a cadere e gli innocenti continuano a morire.

Si applaude al leader statunitense mentre costui, per calcolo elettorale, innesca la paralisi del Golfo Persico, taglia i rifornimenti di materie prime alla nostra agricoltura e ci obbliga a comprare le sue armi per girarle a un esercito ucraino in ritirata.

L’Europa è una faglia che si allarga. Da una parte ci sono 35 paesi che si riuniscono a Londra per decidere come scortare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz, replicando il modello fallimentare del Mar Rosso.

Dall’altra ci sono gli americani che dicono apertamente all’Europa che la guerra in Ucraina è un problema nostro, la gestione dell’Iran anche, perciò loro ci forniranno i missili, ma solo se paghiamo in anticipo.

A Washington, un consulente della Casa Bianca controlla il tabellone dei prezzi della benzina in Ohio.

A Bruxelles, un commissario redige la bozza per sanzionare l’Italia sugli aiuti di Stato nelle bollette delle imprese, intanto, a Siracusa, un agricoltore guarda il campo che non può fertilizzare.

Nessuno di loro sta decidendo il futuro. Lo stanno solo subendo.

PERCHÉ GLI STATI UNITI STANNO PERDENDO LA GUERRA CHE CREDEVANO DI AVER VINTO

di Pasquale Di Matteo

“Abbiamo decimato l’Iran. È finita. Andate allo Stretto e prendetevi il petrolio”.

Donald J. Trump parla alla nazione dall’East Room della Casa Bianca.

È l’una del pomeriggio del primo aprile 2026.

Non è un pesce d’aprile, ma la realtà parallela prodotta da un’amministrazione che ha scambiato la geografia per un plastico e la finanza per un videogioco.

Mentre il tycoon annuncia la vittoria imminente, il Brent schizza a 115 dollari al barile e l’intelligence di mezzo mondo osserva i satelliti: l’Iran non è decimato.

È arroccato. Ed è più lucido di chi lo bombarda. Di chi sosteneva di aver vinto già quattro settimane fa e ora ribadisce che colpirà duro come non mai per distruggere ciò che doveva già essere distrutto.

Trentaquattro giorni di conflitto e un bilancio che non torna.

Da una parte la narrativa della “decapitazione” imminente, dall’altra una sequenza di fatti che suonano come uno schiaffo all’ex superpotenza a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti e Israele sono finiti in una trappola che nei corridoi del Pentagono evoca fantasmi mai esorcizzati, dal Vietnam all’Afghanistan. Solo che stavolta il conto non si paga solo in bare avvolte nella bandiera, ma nel collasso del sistema economico occidentale.

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI

Trump evoca “tavoli negoziali proficui”. Racconta di un Iran in ginocchio che implora il cessate il fuoco. Peccato che il Ministero degli Esteri di Teheran non abbia nemmeno risposto al telefono.

Non ci sono contatti. Non c’è una via d’uscita diplomatica perché le condizioni poste da Washington, la rinuncia totale al programma nucleare e missilistico, sono scritte per essere rifiutate.

L’Iran è una fortezza naturale. Un milione e seicentomila chilometri quadrati protetti dalle catene montuose degli Zagros e dell’Alborz, con vette che superano i tremila metri.

Saddam Hussein, nel 1980, pensò di sfondare in pochi giorni con l’appoggio di tutto l’Occidente. Finì in un massacro durato otto anni.

Oggi Teheran ha novanta milioni di abitanti, non venticinque. Ha tunnel scavati nel granito che l’aviazione israeliana non può scalfire.

E, soprattutto, ha capito che non serve vincere una battaglia campale per sconfiggere gli Stati Uniti. Basta rendere il mondo invivibile per i loro portafogli.

L’ARMA ATOMICA DI TEHERAN SI CHIAMA HORMUZ

La vera bomba atomica dell’Iran è lo Stretto di Hormuz. Attraverso quel corridoio passa un terzo del petrolio mondiale, un quarto del gas naturale e, dato che i pianificatori di Washington sembrano aver ignorato, la metà dello zolfo e i due quinti dell’elio necessari all’industria globale dei microchip.

L’Iran non ha bisogno di schierare la flotta per chiudere lo stretto. Un drone da cinquemila dollari può paralizzare una petroliera che ne vale cento milioni.

Così, i premi assicurativi sono balzati al 10% del valore del carico. Le navi non passano più non perché Teheran abbia alzato un muro, ma perché il mercato si è auto-sospeso.

Nessun armatore sano di mente rischia il fallimento per fare un favore a Trump.

E qui scatta il paradosso che svela la disperazione della Casa Bianca: Trump ha dovuto togliere le sanzioni petrolifere alla Russia di Putin e allo stesso Iran per cercare di calmare i prezzi alla pompa.

Bombardi un Paese la mattina e gli chiedi di vendere petrolio il pomeriggio per non perdere le elezioni a novembre. È la politica estera ridotta a schizofrenica gestione del consenso interno.

IL CONTO ITALIANO: LA TASSA OCCULTA DELLA STAGFLAZIONE

Mentre a Washington giocano a compiere disastri, l’Italia si scopre nuda. Non siamo in guerra, ma siamo i primi a pagare.

Siamo il Paese europeo più dipendente dalle importazioni di gas. All’inizio del 2026, l’Istat e Moody’s scommettevano su una crescita moderata e un’inflazione in calo. Oggi quelle stime sono carta straccia.

La crescita è stata limata allo 0,7%. L’inflazione è risalita sopra il 2,4%.

È il peggior incubo degli economisti: la stagflazione. I prezzi salgono perché l’energia costa il doppio, ma i consumi calano perché le famiglie hanno paura.

La benzina al distributore è solo la punta dell’iceberg. Il gasolio muove la logistica, i camion, i supermercati, l’agricoltura…

Ogni volta che un cittadino italiano fa la spesa, paga una “tassa Trump/Netanyahu” che finisce dritta nelle casse delle compagnie petrolifere americane o, ironia della sorte, dei russi e degli iraniani.

Le imprese italiane hanno due scelte: assorbire i costi riducendo i margini – e quindi tagliando investimenti e assunzioni – o ribaltarli sui prezzi finali, sparendo dai mercati internazionali, perciò, ancora, meno assunzioni e meno investimenti.

In entrambi i casi, il sistema produttivo è destinato a fermarsi. L’alleato americano ci giura protezione, ma nel frattempo ci scarica addosso il costo energetico di una guerra che non possiamo vincere, se non con diverse bombe atomiche e la devastazione dell’Iran, che porterebbe al collasso occidentale.

AVVOLTOI IN DIVISA E IL SOGNO DI KHARG ISLAND

Ma c’è chi guadagna. E non sono solo i russi.

Un’inchiesta del Financial Times ha scoperchiato un verminaio che arriva fino ai massimi livelli del Pentagono. Pochi minuti prima degli annunci più bellicosi di Trump, in borsa si sono registrati movimenti anomali per 1,5 miliardi di dollari sull’indice S&P500 e vendite massicce di futures sul petrolio.

Il nome che ricorre nelle indiscrezioni è quello di Pete Hegseth, Segretario della Difesa. Speculazione pura. Insider trading sulla pelle dei soldati che vengono mandati a morire nelle basi in Kuwait o in Arabia Saudita.

E ora, fallita la campagna aerea, Washington valuta l’opzione “Kharg Island”.

L’invasione del terminal petrolifero iraniano. Un’operazione che il Pentagono definisce “limitata”, ma che per chiunque conosca la storia militare è il preludio al disastro.

Mettere “gli stivali a terra” in un’isola trasformata in una trappola esplosiva, circondata da mine e sorvegliata da sciami di droni, è l’ultima mossa di chi non ha più idee ed è disperato.

Trump ha bisogno di un trofeo da esibire prima delle elezioni di metà mandato. Ha bisogno di dire ai suoi elettori: “Ho preso il petrolio”. Ma Kharg non è un regalo. È l’inizio di un pantano che consumerà trilioni di dollari che dovrebbero servire alla sfida vera: quella tecnologica e navale con la Cina nell’Indo-Pacifico. Cina che, intanto, se la ride e osserva il suo avversario autodistruggersi.

Intanto, la guerra è un disastro economico, quantificato in oltre due miliardi di dollari al giorno, tanto che Trump annuncia in un video diventato virale che non ci sono soldi per gli asili e che dovrebbero occuparsene gli stati locali, non la Casa Bianca, come raccontato da Inside Over: https://it.insideover.com/guerra/alessandro-volpi-la-guerra-di-trump-in-iran-accelera-la-crisi-del-debito-usa-non-e-sostenibile.html

Il video è poi stato reso privato per non urtare troppo gli americani, sempre più distanti dall’attuale amministrazione.

L’OCCASIONE DI PECHINO E IL FUNERALE DEL DOLLARO

Mentre gli americani si dissanguano nel Golfo, Pechino osserva e incassa. La Cina si propone come il partner “prudente”. Non lancia missili, ma firma contratti.

Teheran ha già iniziato a formalizzare il controllo su Hormuz chiedendo pagamenti in Yuan per il transito delle navi. È l’inizio della de-dollarizzazione selettiva e dell’impero americano. Ecco perché Trump è così disperato.

I petrostati del Golfo. Arabia Saudita, Emirati, Bahrain, che per decenni hanno vissuto sotto l’ombrello di sicurezza americano, ora tremano. Vedono le basi statunitensi colpite dai missili iraniani e capiscono che Washington non può più proteggerli.

Se l’ombrello si chiude, a chi chiederanno aiuto? La risposta è già scritta nei viaggi diplomatici di Xi Jinping: verso est.

L’Iran ha trasformato la percezione della sicurezza in un’arma. Ha dimostrato che la supremazia militare americana è una buffonata che sta in piedi solo nelle panzane di Hollywood, vulnerabile a una guerra asimmetrica fatta di droni da pochi spiccioli e mine posate da pescherecci.

IL SILENZIO DI JD VANCE E IL DESTINO DI UN IMPERO

In tutto questo, il vice di Trump, JD Vance, tace.

L’erede designato del movimento MAGA si è defilato. Non concede interviste sulla guerra, non partecipa ai proclami. Sa che questo conflitto è il Vietnam di Trump.

Sa che legare il proprio futuro politico a un’invasione terrestre dell’Iran significa suicidarsi politicamente. Vance aspetta che Trump affondi nel pantano per presentarsi come l’unico repubblicano che non voleva la “guerra inutile”.

Israele, dal canto suo, scopre che l’Iron Dome non è impenetrabile. I danni a Tel Aviv sono reali e notevoli, anche se la censura militare cerca di coprirli.

La scommessa di Netanyahu di trascinare gli USA in una guerra per eliminare il rivale regionale rischia di produrre un Iran martire, radicalizzato e, stavolta sì, spinto inevitabilmente verso l’atomica come unica garanzia di esistenza.

Insomma, si poteva fare peggio? Io non credo.

Quanto siamo disposti a pagare per un’illusione di potenza che non produce più sicurezza, ma solo inflazione e caos?

Tra quanto tempo l’ultima portaerei americana lascerà il Golfo, inseguita da droni che costano meno di un’utilitaria?

Il documento che certifica la fine di un’era non verrà firmato in un ufficio del Pentagono, ma sul molo di una raffineria asiatica, dove il petrolio si pagherà in una moneta che non sarà più il dollaro.

E quel documento avrà la data storica della fine dell’impero americano.

Trump ha promesso di rendere l’America di nuovo grande, ma, al contrario, per ora l’ha resa solo più povera e più sola, intrappolata tra le montagne della Persia e un mare che non le appartiene più, e prossima al più grande disastro militare ed economica della sua storia.

L’EUROPA PAGA IL CONTO DEL DISASTRO IN MEDIO ORIENTE DI ISRAELE E USA

di Pasquale Di Matteo

Quattordici miliardi di euro.

È questa la cifra che l’Unione Europea ha dovuto sborsare in appena trenta giorni per coprire il sovrapprezzo delle importazioni energetiche dall’inizio delle ostilità in Medio Oriente.

Non sto parlando di una proiezione statistica, ma del costo di un’emorragia finanziaria che sta svuotando le casse degli Stati membri mentre i depositi di carburante segnano il passo.

A Washington si discute di strategie e a Teheran si ride dei tweet della Casa Bianca, intanto il vecchio continente ha già iniziato a pagare il conto di una guerra che non ha dichiarato e che nessuno sembra intenzionato a fermare.

LA TRAPPOLA DEL NEGOZIATO IMMAGINARIO

“Gli americani sono così nei guai che negoziano con sé stessi”.

La frase arriva da un portavoce militare iraniano ed è più di una provocazione: è la fotografia di un cortocircuito diplomatico.

Da una parte, Donald Trump annuncia ogni due ore che l’Iran è in ginocchio, che i negoziati sono imminenti, che la vittoria è a portata di mano, ma dall’altra, Teheran nega con disprezzo ogni contatto.

Gli analisti più accorti, quelli che non si accontentano dei comunicati stampa, leggono in questa disponibilità di facciata una manovra di logoramento.

Nella logica di Teheran, costringere la superpotenza americana a mendicare un accordo non è diplomazia, ma una vittoria militare ottenuta senza sparare un colpo, se non qualche missile.

Trump aveva promesso una soluzione in due settimane, poi in quattro.

Siamo alla quinta e gli Stati Uniti non sono mai stati così nei guai come ora, nemmeno in Vietnam.

Il “colpo rapido” si è trasformato in una palude. Washington finge di avere il controllo, ma i verbali interni raccontano un’altra storia: i Marines pronti a un’invasione di terra non sarebbero una forza d’occupazione, ma diecimila potenziali ostaggi nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione.

Un errore strategico che Alberto Bradanini, ambasciatore a Teheran dal 2008 al 2012, definisce “una nefandezza destinata al disastro”.

Eppure, la retorica del “tutto va bene” continua a pompare inflazione sui mercati.

IL CAPPPIO DI HORMUZ E IL SILENZIO DI SIGONELLA

Il vero fronte della guerra non è una linea di trincea, ma un corridoio d’acqua: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa tra il 20% e il 30% dell’energia mondiale.

La vulgata politica ci ha rassicurato per anni: “L’Europa importa poco petrolio dal Golfo”. Vero. Ma è una mezza verità che nasconde un baratro. Se il petrolio greggio arriva da altrove, i prodotti raffinati – diesel, benzina, Jet Fuel – dipendono dal Golfo per oltre il 40%.

Oggi lo stretto è bloccato e i risultati sono nei numeri delle borse: gas al +74%, petrolio al +48%, Jet Fuel raddoppiato. Lufthansa ha già iniziato a cancellare voli perché far decollare un Airbus costa più dell’incasso dei biglietti.

Non è un disagio temporaneo, ma il collasso di un modello industriale.

In questo scenario, la base di Sigonella tace, mentre i governi europei si affrettano a smentire ogni chiusura o blocco delle installazioni militari, sperando che il silenzio basti a calmare i mercati.

Ma non basta.

Mentre gli alleati europei affogano nei costi, Washington lancia il suo suggerimento, tanto cinico quanto trasparente: “Avete problemi di petrolio? Compratelo da noi”.

La guerra di aggressione, avviata senza avvisare i partner, sta producendo il suo effetto più lucroso per gli USA: la sostituzione dei fornitori mediorientali con quelli americani, a prezzi di crisi. L’alleato ti trascina nel conflitto e poi ti vende la soluzione a caro prezzo.

“Oppure andate a Hormuz a prendervelo, visto che non avete voluto aiutarci”.

Gli USA hanno chiuso lo stretto di Hormuz con la loro aggressione in violazione del Diritto internazionale e ora si atteggiano come gangster di quartiere.

Ma hanno ragione: un modo per andarcelo a prendere c’è.

Basta fare come Madrid, che ha negato non solo l’uso delle basi americane in territorio spagnolo, ma anche lo spazio aereo. Il risultato è che, in questo momento, l’unica nazione europea le cui navi passano tranquillamente da Hormuz è la Spagna.

Cosa aspettano le altre nazioni? E dove sono le sanzioni contro gli USA per l’aggressione a Teheran come quella della Russia a Kiev?

O ci sono violazioni e aggressioni a seconda di come tira il vento?

LO SCACCO MATTO DI NETANYAHU

Se Washington tentenna, Israele accelera.

Netanyahu, da perfetto dittatore che se ne infischia del Diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e di qualunque norma che distingua una democrazia da una dittatura nazista, non conosce i dubbi del Mid-term americano. La sua strategia è: espansione e controllo.

Il Ministro della Difesa Katz ha confermato la creazione di una zona cuscinetto di 30 chilometri all’interno del Libano. Non è una misura temporanea, ma una deportazione di massa che riguarda centinaia di migliaia di civili, un ridisegnamento dei confini che le Nazioni Unite guardano con la solita, inutile preoccupazione; inutile come le oltre 70 risoluzioni contro Israele che Tel Aviv ha ignorato e l’Occidente non ha mai voluto sanzionare.

Se, invece, la capitale di Israele fosse stata Mosca, forse…

Israele bombarda i siti produttivi iraniani e annuncia di aver paralizzato il nemico, ma la realtà è diversa: l’Iran è un territorio vasto quanto l’intera Europa occidentale. Pensare di neutralizzarlo con raid mirati è un’illusione da vendere a uso interno, per placare gli umori di quella parte di popolazione israeliana che non è pazza come i suoi leader.

Nel frattempo, l’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman (MBS) resta sulla linea del fuoco. Le infrastrutture petrolifere saudite e gli impianti di desalinizzazione sono bersagli facili per i missili balistici e per i droni Houthi, così, MBS spinge per chiudere la partita, conscio che un’escalation diretta trasformerebbe il suo regno in un deserto senza acqua e senza soldi.

E l’effetto a catena chiuderebbe i rubinetti del denaro anche a Washington, perché i petrodollari indispensabili alle spese folli americane per Silicon Valley e Difesa non ci sarebbero più.

L’ALBA RUSSA NELLO SPAZIO SOVRANO

Mentre Trump e Netanyahu rendono l’Occidente il nuovo terzo mondo, c’è chi ha capito che la dipendenza tecnologica è il guinzaglio del XXI secolo.

L’Europa discute di smart working forzato e domeniche senza auto per risparmiare carburante, un ritorno all’austerity anni ’70 che decreta tutto il fallimento degli attuali leader europei, intanto la Russia si blinda.

In un clima di segretezza quasi totale, Mosca ha lanciato il sistema Rassvet. La stampa lo chiama “lo Starlink russo”, ma Bureau 1440, la compagnia privata dietro il progetto, rifiuta il paragone.

Starlink è un’arma politica: Elon Musk può spegnere il segnale in Iran o in Ucraina a seconda degli interessi del Pentagono o dei propri umori. Rassvet nasce per essere “inattaccabile da qualsiasi sanzione”.

I dati tecnici mostrano un’accelerazione impressionante: architettura 5G NTN, comunicazioni laser inter-satellitari, produzione in serie che supera il vecchio modello del “pezzo unico” costoso e lento.

Entro il 2030, 383 satelliti copriranno l’intero territorio russo e i paesi della CSI (Comunità di Stati Indipendenti), con l’obiettivo di arrivare a 1000.

Non si tratta solo di internet, ma è l’infrastruttura necessaria per treni, aerei e, soprattutto, per il comando militare indipendente.

La Russia, insieme alla Cina e perfino al Canada con il progetto Telesat Lightspeed, sta smontando l’idea di una rete globale unica. Il mondo digitale si sta dividendo in blocchi sovrani, dove ogni potenza controlla il proprio cielo.

E questa divisione l’ha creata l’Europa, con le sue sanzioni secondo capriccio, non secondo il Diritto, come dimostra il doppiopesismo tra Russia da un lato e USA e Israele dall’altro.

L’EREDITÀ DI UN DISASTRO EVIDENTE

La verità che nessun leader europeo ha il coraggio di dire davanti alle telecamere è che la “normalità” non esiste più. Anche se la guerra finisse domani mattina, le infrastrutture danneggiate nello Stretto di Hormuz e la destabilizzazione dei mercati raffinati richiederebbero anni, se non decenni, per essere ripristinate.

Siamo entrati nell’era della stagflazione: crescita zero e prezzi alle stelle. Un vicolo cieco per le banche centrali, perché, se alzi i tassi per fermare l’inflazione, uccidi quel che resta dell’industria, ma se non li alzi, il potere d’acquisto dei cittadini evapora.

Christine Lagarde ha ammesso che gli effetti “vanno oltre ciò che possiamo immaginare”. È l’ammissione del vuoto.

Il paradosso resta lì, sotto gli occhi di tutti: l’Europa continua a dichiararsi fedele a una strategia americana che la sta portando alla deindustrializzazione.

Accettiamo il razionamento energetico mentre Washington ci offre il suo petrolio a prezzi folli; accettiamo l’instabilità nel Mediterraneo mentre Israele persegue i suoi obiettivi territoriali senza consultarci e senza rispettare nessuna norma di quel Diritto internazionale per noi così caro, da aver chiuso ogni via diplomatica e commerciale con Mosca. Roba da “Scemo e più Scemo”.

Mentre le fabbriche a Kemerovo iniziano a produrre bioprotesi valvolari e quelle a Sverdlovsk sfornano manufatti in titanio per il nuovo mercato russo autarchico, le industrie chimiche tedesche avvertono che non possono più riflettere l’aumento dei costi sui prezzi finali.

Oltre questo limite c’è solo la chiusura.

La Russia cresce, la Cina vola, l’Europa sta per spegnere la luce, le fabbriche, la sua stessa esistenza.

Allora, la domanda non è quando finirà la guerra, ma chi ha deciso che l’Europa dovesse essere il sacrificio necessario sull’altare di una visione geopolitica che non le appartiene.

Chi ha staccato quell’assegno da 14 miliardi senza chiedere il parere dei propri cittadini?

La risposta è nelle pratiche da messaggini nascosti di von der Leyen, nei premi ritirati a Kiev da Kallas, nel silenzio dei corridoi di Bruxelles, dove si continua a negoziare col nulla, mentre il mondo, fuori, ha già cambiato padrone, rendendoci randagi, in cerca di cibo e di riparo per l’inverno.

KHARG, SIGONELLA E CHI PAGA IL CONTO DELL’ULTIMA FOLLIA NEL GOLFO

L’Italia ha detto no. Un rifiuto secco, filtrato dai corridoi di Palazzo Chigi e rimbalzato nelle cronache di queste ore, dopo che il governo ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente.

Non è un’esercitazione e non è un equivoco diplomatico, ma sembra il fantasma di Bettino Craxi che torna a camminare tra i vicoli di una politica estera che, per una volta, smette di fare la valletta di Washington per ricordarsi di esistere.

Trentanove anni dopo lo strappo del 1985, quando i Carabinieri e la Delta Force si puntarono i fucili addosso sulla pista dell’aeroporto siciliano, la storia sembra ripetersi.

Allora era il sequestro dell’Achille Lauro, oggi è l’odore acre di un’escalation con l’Iran che rischia di incenerire l’economia del mondo intero.

Claudio Martelli, che quella notte dell’85 era accanto a Craxi, lo dice senza giri di parole: “gli americani non hanno mai perdonato all’Italia l’autonomia strategica. Soprattutto non hanno perdonato il rifiuto di usare le basi italiane per bombardare la Libia di Gheddafi nell’86.”

Oggi, la richiesta di Donald Trump di trasformare la Sicilia nel trampolino di lancio per l’ennesima avventura nel deserto ha trovato un muro di gomma, condito dalle solite note felpate di Guido Crosetto sulla “lealtà atlantica”, ma pur sempre un muro.

IL DILEMMA DI KHARG

Mentre a Roma si parla di sovranità, nel Golfo Persico il Pentagono ha già puntato il dito sulla cartina geografica.

Il bersaglio ha un nome preciso: l’isola di Kharg, un frammento di terra al largo della costa iraniana che, da solo, gestisce il 90% dell’export petrolifero di Teheran. Se vuoi mettere l’Iran in ginocchio, non devi conquistare Teheran. Devi spegnere Kharg.

Gli analisti americani, quelli che mangiano pane e tattiche di guerra, hanno due opzioni sul tavolo: la prima è il blocco navale, un muro d’acciaio in mezzo al mare per impedire alle petroliere di uscire.

Peccato che per il Diritto internazionale e per la dottrina militare iraniana, un blocco navale sia un atto di guerra totale. Punto.

Anche se l’intera aggressione partita il 28 febbraio viola il Diritto internazionale, senza che USA e Israele se ne importino.

La seconda opzione è l’invasione militare, un piano in tre atti: bombardamento per “preparare il terreno”, assalto anfibio dei Marines e occupazione delle infrastrutture petrolifere.

Qui, però, la teoria dei think tank si scontra con la realtà dei fatti.

Il Generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni, uno che le mappe le sa leggere non per caricare video su YouTube, ma per mestiere, definisce l’operazione su Kharg come una “missione quasi suicida”.

Kharg è letteralmente attaccata alla costa iraniana, perciò, ogni soldato americano che mettesse piede sull’isola diventerebbe un bersaglio mobile per l’intero arsenale di droni e missili di Teheran.

Tuttavia, se conquistare l’isola è difficilissimo, mantenerla è un incubo. È una trappola topografica che gli Stati Uniti sembrano intenzionati a ignorare, trascinati dalla furia di una presidenza che ragiona come un adolescente che scaglia la rabbia sui social.

L’ISFAHAN-GATE E LE BOMBE CHE NON ESISTONO

Mentre si discute di Kharg, la guerra è già iniziata nei fatti, anche se la propaganda cerca di coprire i boati.

Il Wall Street Journal ha riportato indiscrezioni su un attacco devastante a un deposito di munizioni a Isfahan; gli americani avrebbero usato le “bunker buster”, bombe da 900 chili progettate per perforare la roccia e il cemento armato prima di esplodere.

Trump ha rilanciato video sui suoi canali che sembrano confermare l’operazione.

Il paradosso è che Washington sostiene che i colloqui con l’Iran siano “positivi e produttivi”, mentre Teheran nega persino che ci siano stati contatti diretti. E il video di Trump sembra dare ragione all’Iran.

È la regola non scritta della diplomazia da trincea: quando qualcuno insiste troppo nel dire che sta vincendo e che l’avversario è pronto a cedere, significa che sta barando, perché sta perdendo.

Gli Stati Uniti devono trasmettere un’idea di controllo totale per evitare proteste interne legate al prezzo della benzina, ma la realtà parla di decine di migliaia di soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata che si ammassano nel Golfo.

Non mandi i paracadutisti a fare un picnic. Li mandi perché sai che stai per attaccare.

LA MATEMATICA DEI TOMAHAWK E IL CONTO PER GLI ARABI

C’è poi un dato numerico che suona come un verdetto. Nelle prime quattro settimane di questo nuovo conflitto, gli Stati Uniti hanno già bruciato 850 missili Tomahawk.

Il Pentagono ne produce circa 100 all’anno. Fate voi il calcolo.

Le scorte in Medio Oriente sono a livelli pericolosamente bassi. La macchina da guerra americana sta consumando più di quanto possa produrre, perciò, possiamo dire che gli USA sono in difficoltà come mai nella loro storia.

Perciò, delle due una: o gli USA si ritirano e ammettono la sconfitta, oppure tentano il tutto per tutto.

Ed è qui che emerge il lato più sferzante della strategia trumpiana: la guerra si fa, ma la pagano gli altri.

Trump starebbe valutando di chiedere ai paesi arabi del Golfo di finanziare l’operazione militare contro l’Iran, in quello schema già applicato all’Europa con l’Ucraina.

I paesi del Golfo si trovano in una situazione grottesca: non hanno iniziato la guerra, si sono visti piovere addosso l’instabilità causata dagli attacchi americani e israeliani, e ora dovrebbero anche staccare l’assegno per continuare il massacro e l’aggressione contraria a ogni norma di Diritto internazionale.

Non si capisce se sia più idiota Trump, a questo punto, o i leader arabi che dovessero accettare.

È il principio di chi ha poca marmellata e la spalma sottile per far credere di averne molta, perché Washington non ha più le risorse per fare lo sceriffo/gangster globale da sola, quindi, cerca sponsor tra le sue vittime strategiche.

CITTÀ SOTTERRANEE E MISSIONI IMPOSSIBILI

Il fronte si sta allargando a macchia d’olio.

L’Iran non è la Libia di Gheddafi e non è l’Iraq di Saddam.

Teheran ha passato decenni a costruire “città sotterranee”, bunker inaccessibili dove custodisce l’uranio arricchito e i centri di comando.

L’idea di Trump di “recuperare” l’uranio iraniano è un’allucinazione operativa.

Come pensano di trasportare materiale radioattivo sensibile fuori da un territorio ostile, circondato da un milione di uomini tra esercito regolare e milizie sciite?

In Iraq, 200.000 miliziani sono già pronti all’azione. In Yemen, gli Houthi hanno ufficialmente dichiarato guerra a fianco di Teheran e sono pronti a chiudere anche lo stretto di Bab el Mandeb.

Israele, dal canto suo, è un Paese piccolo e vulnerabile.

Il Generale Boni osserva che le forze armate israeliane (IDF) sono vicine al “culmine operativo”, ovvero al punto di rottura. Le operazioni in Libano non procedono secondo i piani e la popolazione civile inizia a sentire il peso insopportabile di un conflitto che non ha una soluzione politica all’orizzonte.

Il grande inganno di questa escalation è far credere che esista una vittoria “chirurgica”.

Ma non esiste. Esiste solo una scelta tra un disastro economico causato dalla chiusura di Hormuz e un massacro militare sulle spiagge di Kharg.

Nel mezzo c’è l’Italia, che per una volta ha guardato le navi americane e ha deciso che il porto di Sigonella non è un albergo per bombardieri.

Anche se, a onor del vero, il no italiano è arrivato dopo che tanti aerei erano già in volo…

Ma se ogni mossa sul tavolo porta alla catastrofe, chi ha davvero interesse a non rovesciare il tavolo?

Forse solo chi, tra un tweet e un annuncio di pace, sta già contando i soldi dei finanziamenti arabi e i barili di petrolio che non arriveranno mai nelle nostre pompe di benzina.

Il dossier è aperto, ma le bombe bunker buster hanno già iniziato a scrivere la risposta.

In attesa della risposta iraniana, che potrebbe fare ancora più male degli schiaffi presi dagli americani in queste quattro settimane di aggressione.

PERCHÉ L’UNICO VERO VINCITORE IN IRAN È LA CINA

La guerra lampo degli USA è diventata una palude di fango e petrolio, un nuovo Vietnam.

Così, il Presidente che voleva il Nobel per la pace sta preparando l’invasione di terra, mentre il suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, fa anticamera a Pechino sperando che Xi Jinping si degni di rispondere al telefono.

IL BLUFF DELLA GUERRA IN UN’ORA

“La guerra la sta vincendo la Cina”.

Non è il titolo radicale, ma la fredda constatazione che arriva dai terminali di Canton e Shanghai.

Mentre l’Asia barcolla, con le Filippine in stato di emergenza nazionale e la Thailandia che vede il prezzo del carburante schizzare del 18% in settantadue ore, Pechino osserva il traffico silenzioso dei suoi autobus elettrici, perché hanno investito dieci anni per non dipendere dai fossili del Golfo.

Hanno riserve strategiche per sei mesi, mentre l’Europa per novanta giorni. Poi, il buio.

Donald Trump ha dichiarato al Financial Times che il viaggio a Pechino è rimandato.

Ufficialmente deve restare a Washington come “Comandante in Capo”. In realtà, restare a casa serve a nascondere il fatto che non ha più carte da giocare.

L’operazione Epic Fury, lanciata a fine febbraio contro le basi iraniane, doveva essere un colpo chirurgico, invece, è stato un boomerang. L’Iran non ha risposto militarmente su scala globale, ma si è limitato a chiudere il rubinetto dove passa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa da risk manager, non da fanatici religiosi.

Una mossa che è solo un avvertimento. Se la situazione si facesse davvero tragica, chiuderebbe Bab el Mandeb, trasformando l’Occidente nella nuova Africa.

LE SEI CAMBIALI DI TEHERAN

Trump parla di accordi con l’Iran, ma basta ascoltare per capire che l’accordo è un miraggio, probabilmente dettato dagli stessi amici immaginari che salutava Biden.

Teheran smentisce la Casa Bianca e mette sul tavolo sei punti che suonano come una resa incondizionata per Washington.

La suddivisione dello Stretto di Hormuz (come se fosse un condominio privato), il ritiro totale degli Stati Uniti da ogni base in Medio Oriente, risarcimenti miliardari per i danni subiti e l’estradizione dei media occidentali che hanno osato criticare l’Iran.

Estradare una testata giornalistica è un’assurdità giuridica che però serve a Teheran per dire al mondo: “Poiché stiamo prendendo a calci in culo gli americani, siamo noi a dettare le regole, anche quelle del vostro diritto”.

Dall’altra parte, il Pentagono valuta l’invasione via terra perché non ha più carte in mano se non la disperazione di mandare i Marines tra le montagne iraniane, sperando che non muoiano a migliaia.

L’EUROPA TRA IL GAS E IL BTP

Mentre a Washington giocano ai soldatini, Christine Lagarde ha smesso di sorridere.

Lo shock attuale è paragonabile a quello del 2022, ma con una differenza fondamentale: allora c’era una speranza di diversificazione, oggi c’è solo il vuoto.

La BCE si prepara ad alzare i tassi mentre il sistema del credito privato scricchiola. JPMorgan sta già rivedendo al ribasso il valore dei collaterali, perciò, tradotto dal banchierese, significa che le garanzie che le aziende offrono per avere prestiti non valgono più la carta su cui sono scritte.

In Italia, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla di uno shock “devastante” e i numeri sono pugni nello stomaco: 15 miliardi di euro di rincari previsti su luce e gas per famiglie e imprese.

Il carrello della spesa è diventato un bene di lusso. L’inflazione non è più un numero da statistica, ma la ragione per cui nove milioni di italiani, pur avendo pianificato un viaggio per Pasqua, hanno deciso di restare entro i confini nazionali.

L’84% rimarrà in Italia, non per patriottismo, ma per paura. Paura di volare, paura dei costi, paura di non trovarsi l’accredito dello stipendio a fine mese perché l’azienda ha chiuso i battenti a causa dei costi energetici.

LA KILL LINE E IL SORRISO DI PECHINO

Intanto sul web cinese, per i blogger nazionalisti di Pechino, come Ren Yi (noto come Chairman Rabbit), gli Stati Uniti hanno superato la soglia di non ritorno.

Vedono l’America come un inferno capitalista distopico dove una bolletta non pagata o un licenziamento improvviso ti scaraventano in una tendopoli in meno di sessanta giorni.

Questa narrazione non è solo propaganda, ma è il carburante che permette a Xi Jinping di aspettare.

La Cina non ha fretta. Ogni settimana di ritardo nel summit con Trump è una settimana in cui il potere negoziale di Washington evapora sotto il sole del deserto iraniano.

Xi può permettersi il lusso della pazienza, apparendo come il leader stabile che difende il commercio globale mentre l’inquilino della Casa Bianca appare come il piromane che implora i vicini di aiutarlo a spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.

Eppure, la finzione dell’indipendenza totale è, appunto, una finzione.

Mentre i caccia cinesi effettuano manovre di accerchiamento attorno a Taiwan, NVIDIA annuncia che riprenderà la produzione dei chip H200 specificamente per il mercato cinese. Il divorzio tra le due superpotenze è una sceneggiata per i telegiornali: nei magazzini tecnologici, il matrimonio d’interesse continua, anche se con il coltello sotto il cuscino.

IL TERMOMETRO DELL’ORO

Se volete sapere quanto è profonda la fossa in cui siamo caduti, smettete di guardare i sondaggi e guardate il prezzo dell’oro.

Non sale perché gli investitori sono irrazionali, ma perché è l’unico asset che non ha bisogno della promessa di un governo o di una banca centrale per valere qualcosa.

L’oro è il termometro della sfiducia sistemica. Quando JPMorgan si protegge, quando la BCE ripete gli errori del 2008 alzando i tassi nel momento peggiore, quando i BTP perdono terreno e le aziende minerarie aurifere come Newmont diventano i titoli più performanti dell’S&P 500, significa che la situazione è tragica.

A Seoul, il mercoledì non si guida se la targa finisce con il 3 o con l’8, per colpa del razionamento del carburante, l’ombra di un passato che credevamo sepolto e che invece è il presente in Estremo Oriente e il nostro futuro prossimo. Probabilmente, già dopo Pasqua.

Vendere nel panico non è una strategia, ma restare esposti senza assicurazioni sul portafoglio è un suicidio. Il problema è che l’assicurazione costa sempre più cara.

IL PARADOSSO IRRISOLTO

Restano i fatti nudi. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra per dimostrare di essere ancora i padroni del mondo e si sono ritrovati a chiedere alla Cina di ripulire il pasticcio.

L’Europa ha delegato la sua sicurezza a Washington e la sua energia al mercato, scoprendo che nessuno dei due è affidabile quando le mine iniziano a galleggiare a Hormuz.

Mentre i Marines caricano i fucili e i banchieri svalutano i debiti, una domanda resta sospesa sopra le macerie diplomatiche di questo marzo 2026: se la “Kill Line” è stata superata e gli USA si preparano a passare lo scettro a Pechino, chi sarà l’ultimo a spegnere la luce in un’Europa, che ha autonomia fino a poco prima dell’estate?

I 30 GIORNI PIÙ FALLIMENTARI DELLA STORIA D’AMERICA

Abbiamo già scritto ieri di come gli USA abbiano buttato via ben ottocentocinquanta missili Tomahawk sull’Iran in trenta giorni.

Un dato che non servirebbe a molto, se non fosse accostato a un altro numero, decisamente più imbarazzante per gli strateghi di Washington: cento, che è la capacità di produzione annua degli stessi missili nelle fabbriche americane.

Il calcolo è da ragioneria elementare, di quella che si impara prima di frequentare le accademie militari: in quattro settimane Donald Trump ha consumato otto anni e mezzo di scorte strategiche, in quello che è il più grande fallimento americano di sempre, perché l’Iran non aveva la bomba atomica, come conferma l’AIEA, il regime iraniano è tutt’altro che caduto e la popolazione iraniana non è insorta.

Ora, l’obiettivo americano è di riaprire lo stretto di Hormuz, quello che, prima dell’aggressione americana e israeliana, era già aperto.

Se non fosse drammatico per l’economia occidentale, ci sarebbe da ridere a crepapelle.

È passato un mese dall’inizio dell’aggressione contro Teheran. Doveva essere un’operazione chirurgica, un “lampo” destinato a decapitare il regime degli Ayatollah e a neutralizzare la minaccia missilistica, invece, i fatti sono rimasti sulla terra, mentre le chiacchiere sono volate via insieme ai miliardi di dollari letteralmente polverizzati.

Il regime è ancora lì. Il governo iraniano non ha mostrato alcun segno di cedimento strutturale e, nonostante i rapporti trionfalistici che filtrano dal Dipartimento della Difesa, le stime più prudenti dell’intelligence indicano che solo un terzo dell’arsenale noto di Teheran è stato effettivamente colpito. Il resto è nascosto nei tunnel, sotto montagne invalicabili, pronto a essere lanciato.

LA GUERRA CHE SI ALLARGA MENTRE I MAGAZZINI SI SVUOTANO

Mentre Marco Rubio annunciava che il conflitto sarebbe durato “diverse settimane” – spostando in avanti un ultimatum che inizialmente si misurava in ore – la realtà sul campo ha preso una piega ancora più drammatica.

Gli Houthi hanno smesso di essere un fastidio locale per diventare un alleato dell’Iran, lanciando missili verso Israele e minacciando di chiudere definitivamente lo Stretto di Hormuz e, ancora peggio, quello di Bab el Mandeb.

La logica del Pentagono è entrata in un corto circuito che nessun comunicato stampa può nascondere, perché le scorte sono così esigue che si sta discutendo di dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica e, poiché i bombardamenti aerei non hanno ottenuto la resa sperata, ora si passa alla fase due: la carne da cannone.

Ventimila soldati, tra Marines, paracadutisti e fanteria, sono ammassati nel Golfo. Teheran risponde colpendo basi americane in Siria e Iraq, centrando una fabbrica strategica di materie prime per l’industria bellica statunitense e abbattendo un aereo sentinella, un asset fondamentale per il controllo dei droni. Se questo è il risultato di un mese di “supremazia tecnologica”, la parola “successo” va riscritta sul dizionario.

Perché tutto somiglia a una sconfitta tragicomica, una caricatura da serie Fantozzi.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLE BANCHE CENTRALI

Se a Washington si contano i missili, a Francoforte e New York si conta la paura. Il petrolio Brent ha sfondato quota 112 dollari al barile, nonostante le scorte strategiche a cui si è attinto per abbassare i prezzi.

Il gas e i fertilizzanti seguono a ruota.

Per l’Europa, che assiste al disastro con la solita passività di chi non ha una politica estera, ma solo una dipendenza atlantica, il conto è già arrivato.

È in questo scenario di “incertezza totale” che si inserisce la mossa – o meglio, la non-mossa – dei guardiani della moneta. Christine Lagarde e Jerome Powell sono rimasti immobili, lasciando i tassi invariati.

Le Banche Centrali sono paralizzate dal terrore di inviare il segnale sbagliato. Se alzi i tassi, ammetti che l’inflazione è fuori controllo a causa della guerra; se li abbassi, dichiari al mondo che sei terrorizzato dalla recessione imminente.

Così, BCE e FED hanno scelto di stare fermi mentre la casa brucia, sperando che l’incendio si estingua da solo prima di arrivare alle fondamenta dell’economia reale.

È la politica del “lavarsene le mani” in attesa di capire quanto durerà il massacro e quanto faranno male le conseguenze del disastro causato da Tel Aviv e Washington.

Ma i mercati non hanno la pazienza dei burocrati. L’aumento dei prezzi dell’energia sta già falciando il potere d’acquisto delle famiglie e il peggio deve ancora venire, perché, se gli Houthi dovessero davvero sigillare i passaggi marittimi, l’Occidente diventerebbe terzo mondo prima del prossimo inverno.

TRUMP E IL PARADOSSO DEL CONSENSO IN FRANTUMI

Gli USA sono una nazione spaccata in due, dove la logica ha ceduto il passo alla tifoseria. Donald Trump sta giocando una partita doppia e pericolosissima: da una parte, dichiara che “i negoziati stanno andando benissimo”, una frase che sembra rivolta al suo riflesso nello specchio, visto che Teheran ha smentito categoricamente ogni trattativa; dall’altra, firma gli ordini per l’invasione di terra.

Il paradosso è tutto interno alla sua base elettorale. Il mondo MAGA (Make America Great Again) è rimasto fedele al suo leader con una quota che sfiora il 90%, anche se nel 10% che gli ha voltato le spalle ci sono diversi esponenti di spicco e gli stessi sondaggi dicono che la maggioranza degli americani non giustifica l’intervento in Iran.

Come si tiene insieme la devozione a un capo con l’ostilità verso la sua politica? Con la narrazione del sabotaggio, messa in piedi dalla Comunicazione trumpiana.

Ogni fallimento, ogni coda chilometrica negli aeroporti, ogni centesimo in più pagato alla pompa di benzina viene venduto come colpa dei Democratici o di un Congresso ostruzionista.

Proprio gli aeroporti sono diventati lo specchio del disastro interno. Mentre i soldi fluiscono verso i missili Tomahawk, il personale aeroportuale americano resta senza fondi a causa di una rissa parlamentare sulle regole d’ingaggio degli agenti dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione).

Trump ha mandato agenti dell’immigrazione a gestire i check-in e la sicurezza dei voli: un’idea che ha la stessa efficacia di cercare di spegnere un incendio inviando piromani.

La benzina è aumentata di un dollaro al gallone in poche settimane. Per un cittadino medio del Midwest, questo conta più delle mappe del Pentagono e delle fesserie raccontate dalla propaganda.

L’UNICO VINCITORE E IL CONTO CHE NON TORNA

In questo teatro dell’assurdo, c’è un solo attore che sta incassando risultati concreti: Israele.

Benjamin Netanyahu ha ottenuto quello che cercava da anni, ovvero l’impegno diretto e massiccio degli Stati Uniti contro il suo nemico esistenziale, mentre prosegue indisturbato l’invasione del sud del Libano, mentre l’Occidente parla di Diritto internazionale solo in Ucraina.

Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo solo l’isolamento diplomatico e l’erosione del proprio prestigio militare, oltre a un danno economico le cui proporzioni potrebbero essere catastrofiche.

Accade quando chi comanda è tenuto per i testicoli da qualche foto e video di festini con donne e bambini, realizzati dal progetto Epstein, con cui Israele può permettersi di infrangere norme del Diritto internazionale e oltre 70 risoluzioni dell’ONU.

Intanto, l’Iran ha minacciato apertamente le università americane nel Golfo, promettendo di colpirle se Washington non fermerà i raid. È un segnale di escalation che punta dritto ai sentimenti dell’opinione pubblica occidentale. E anche all’opinione pubblica dei paesi arabi.

Nel frattempo, Mark Rutte, il Segretario Generale della NATO, parla di una “Coalizione di volenterosi” – un’espressione che evoca barzellette in Ucraina e i fantasmi della guerra in Iraq del 2003, con i suoi esiti catastrofici – per garantire la sicurezza della navigazione a Hormuz.

Peccato che lo faccia solo ora che il problema è già esploso e che le navi già bruciano. E quando intervenire per Hormuz potrebbe non servire a niente, se venisse chiuso anche Bab el Mandeb. O, magari, potrebbe servire a far piovere missili iraniani su Roma, Londra e Berlino. Mica male.

Abbiamo una superpotenza che consuma in un mese quello che produce in otto anni. Abbiamo banche centrali che non sanno se ridere o piangere e scelgono di restare ferme. Abbiamo un leader politico che annuncia vittorie mentre prepara l’invio di migliaia di bare.

“L’Iran è in ginocchio”, dicevano. “Il regime cadrà in tre giorni”, giuravano.

Dopo un mese, l’unica cosa che è caduta è la maschera sulla NON strategia americana.

Ma, se la produzione di missili è di cento all’anno e il consumo è di ottocento al mese, chi è che sta davvero finendo il tempo? Quale strategia sta davvero dando i suoi frutti: quella americana o quella dell’Iran?

Washington promette la pace attraverso la forza, ma, per ora, l’unica cosa che ha distribuito con generosità è il conto da pagare. E non ci sono agenti dell’ICE che possano gestire la fila di chi sta per chiedere spiegazioni.

Senza dimenticare che, una volta esauriti i missili, non ci sarà più la forza nemmeno per difendersi all’interno dei propri confini.

Altro che fare gli spavaldi in Medio Oriente.