Donald Trump ha firmato la sospensione, non un armistizio, non un trattato, ma una dilazione di pagamento: due settimane di tregua, poi si vedrà.
Il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell’esercito pachistano, e il primo ministro Shehbaz Sharif, hanno bussato alla porta della Casa Bianca chiedendo di fermare la “forza distruttiva” pronta a radere al suolo l’Iran e Trump ha concesso lo stop a patto che Teheran riapra lo Stretto di Hormuz.
Un dettaglio che il Pentagono definisce vitale per l’economia globale e un dettaglio che il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano accetta di gestire, quasi fosse una concessione benevola, mentre in piazza, davanti alle centrali elettriche, i giovani formano catene umane contro l’aggressore americano.
Il paradosso è che la superpotenza che voleva cancellare un regime “all’età della pietra” si ritrova a trattare con il medesimo regime su una lista di dieci punti dell’aggredito.
Il trionfalismo di Trump su Truth è grottesco. “Abbiamo superato tutti gli obiettivi militari”, scrive il Presidente.
Se gli obiettivi erano la distruzione delle basi americane nel Golfo, la chiusura dello stretto di Hormuz, la destabilizzazione e il rischio di un conflitto nucleare regionale, allora sì: missione compiuta.
Ma la realtà dei fatti, quella che emerge dai mercati e dalla cronaca, racconta un’altra storia.
Il petrolio scende, il WTI perde il 18%, ma rimane su livelli che di “pace” hanno poco.
Le infrastrutture iraniane non sono state ridotte in cenere, le trattative ripartono da Islamabad, e l’Amministrazione americana, tra proclami di vittoria e rinvii dell’ultimo minuto, ha mostrato al mondo le crepe di una strategia che si regge su un precario equilibrio tra minacce da bulli dell’asilo e passi indietro necessari per non finire definitivamente nella lista degli stati canaglia del mondo.
L’Amministrazione Trump, dopo mesi di iperbole, si è schiantata contro la geografia e la realtà.
La superficie dell’Iran non è un deserto da bombardare a suo piacimento, come nel copione di una panzana di Hollywood, ma un territorio più vasto di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi messi insieme.
Un territorio impervio. Un paese con millenni di storia e un apparato di sicurezza che non si piega con un tweet.
L’aver promesso l’apocalisse e aver ripiegato su un negoziato di due settimane, dopo la mediazione cinese, è il segno di una perdita di autorità che nessun comunicato ufficiale può nascondere.
Gli USA si sono fatti dettare i tempi dal Pakistan e dalla Cina, la vera regista di questa manovra, che ha costretto Teheran a un’apparente flessibilità per evitare il tracollo economico del mondo intero e per evitare a Pechino di dover dichiarare guerra a Washington per fermare il cancro del pianeta.
Mentre a Washington si decanta la tregua, Palazzo Chigi ha scelto la parte sbagliata della storia.
In una nota ufficiale, il governo riafferma la condanna delle “condotte destabilizzanti” dell’Iran, citando i missili, le intimidazioni e la repressione interna, ma dimenticando gli aggressori e le totali violazioni del Diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra di Israele e USA.
È il registro della diplomazia che ha smarrito la bussola: condannare l’Iran è un esercizio di stile a cui siamo abituati da parte del governo italiano e non ce ne meravigliamo, ma farlo nel momento in cui l’aggredito accetta una tregua per evitare la distruzione totale, mentre il suo popolo scende in strada, significa posizionarsi sul lato sbagliato di una cronaca che sta scrivendo il destino dell’intera regione.
Nessuna parola, nel comunicato del governo italiano, per le minacce americane. Nessun accenno ai crimini di guerra che l’attacco alle centrali elettriche e ai ponti civili comporterebbe.
Solo una condanna a senso unico, come se l’equilibrio del Medio Oriente e la chiusura di Hormuz dipendesse solo dall’intransigenza di Teheran e non anche dall’irresponsabilità di chi, da Oltreoceano, minaccia di “cancellare” una nazione di 80 milioni di persone.
Dall’altra parte, e fa rumore, c’è il Papa.
Leone XIV non ha usato la lingua della diplomazia da salotto.
“La minaccia di Trump contro tutto il popolo iraniano non è accettabile”, ha tuonato uscendo da Castel Gandolfo. “È una questione morale, per il bene di bambini e anziani innocenti”.
Parole che pesano come macigni. Un Pontefice che richiama all’etica mentre i governi occidentali si accodano alla narrazione della forza bruta e dei crimini di Israele e USA.
Le discrepanze tra le fonti sono abissali.
Axios riporta che il cessate il fuoco è condizionato alla gestione militare iraniana dello Stretto di Hormuz; dall’altra parte, il Supremo Consiglio di Sicurezza iraniano annuncia al popolo una “vittoria” basata su un piano in dieci punti che Washington avrebbe accettato.
Chi mente?
La verità è che non importa. La realtà è che, venerdì 10 aprile a Islamabad, i rappresentanti dei due “nemici mortali” si siederanno a un tavolo. Non perché la diplomazia abbia trionfato, ma perché la logica dell’ecatombe si è rivelata impraticabile.
Gli americani non possono vincere una guerra in Iran senza distruggere il mercato energetico globale, e Teheran non può reggere l’urto di un isolamento totale.
La Cina, intanto, osserva. Ha orchestrato la tregua, ha protetto i suoi interessi energetici e ha dimostrato che, dove l’America minaccia, Pechino negozia.
Pechino batte Washington 5-0. Non c’è partita.
L’influenza statunitense, che poggiava sulla presunta invincibilità navale e sulla deterrenza nucleare, oggi annaspa. Le “undici portaerei” americane, a cui tanto si appella la retorica dei falchi, nel Mediterraneo e nel Golfo sono diventate bersagli o strumenti di una diplomazia che deve muoversi con i piedi di piombo.
Il dato numerico che resta impresso è quel 18% di calo del petrolio. Un numero che non indica pace, ma che il mondo ha tirato un sospiro di sollievo per i quattordici giorni in cui non ci dovrebbero essere più interruzioni alle rotte commerciali.
Il condizionale è d’obbligo viste le piroette del bambino che vive alla Casa Bianca.
Siamo passati dalla minaccia dell’annichilimento alla gestione delle forniture energetiche.
Al termine di queste due settimane, che cosa accadrà?
Trump ha già promesso che, dopo il periodo di grazia, tornerà a “rifinire” l’accordo.
Ma la credibilità non è una merce che si acquista al mercato. La credibilità si perde in una notte, quando l’ultimatum viene spostato in avanti per l’ennesima volta, per dare tempo a un mediatore pachistano di evitare il peggio.
È possibile che l’unica alternativa alla distruzione nucleare sia l’accettazione passiva di una politica estera che naviga a vista tra minacce di genocidio e cinici accordi petroliferi?
O siamo diventati spettatori di un gioco in cui le vite dei civili in Libano, in Iran e nel Golfo sono solo variabili di un algoritmo che calcola il prezzo del barile, perché valgono meno di quelle ucraine?
La verità, per ora, è sepolta in quei dieci punti che l’Iran ha dettato e che nessuno ha ancora avuto il coraggio di leggere ad alta voce.
E mentre aspettiamo il primo round di Islamabad, rimane solo l’immagine secca di una bandiera iraniana che sventola su un ponte ad Ahwaz, pieno di uomini, donne, giovani e anziani.
Un’immagine che non parla affatto di resa, ma di una resistenza che, piaccia o meno a chi sta con la follia criminale di Tel Aviv e di Washington, non ha ancora finito di scrivere la sua pagina.




