A Petropavlivska Borshchahivka, una manciata di chilometri a nord-ovest dal centro di Kiev, l’inverno ti entra nelle ossa, passando attraverso i cappotti di lana pesante e la stanchezza di una guerra che l’Occidente giurava sarebbe durata poco, perché la Russia veniva descritta al tappeto nel 2022, invece, siamo nel 2026 e i fatti raccontano altro.
E il 2 novembre, una donna batteva le nocche nude contro la lamiera gelida per chiedere indietro suo marito. Gridava che glielo avevano portato via dalla strada, infilato a forza dentro un furgone e inghiottito in una cantina dietro a quel muro senza insegne.
Accanto a lei, c’erano madri, fratelli, padri, amici, vicini di casa. Tutti a chiedere dove fossero finiti i loro cari.
La folla continuava a crescere.
A un certo punto, dal cortile interno, qualcuno ha acceso un fumogeno. Poi sono partiti i petardi, il sibilo di un proiettile, sparato verso il cielo per disperdere la calca, e il tonfo delle pietre scagliate contro la recinzione.
La polizia ha negato la presenza di persone detenute illegalmente. Secondo il comando, l’edificio era un punto di dislocazione temporanea dell’unità militare n. 3121 della Guardia nazionale ucraina, appartenente al Primo Corpo “Azov”.
La struttura ospitava sia nuovi mobilitati sia militari ricondotti dopo essere scappati dalle proprie unità. Quattro uomini appartenenti a quest’ultimo gruppo sono stati trasferiti in una struttura sanitaria per lesioni le cui cause sono ancora oscure.
Il 3 novembre il DBR, l’Ufficio statale d’investigazione, ha annunciato un procedimento per possibile abuso di potere o di autorità da parte di militari.
C’è un motivo se quel cortile alla periferia della capitale è esploso in una fiammata di rabbia. Perché in Ucraina, prima che i social network trasformassero ogni tragedia in una farsa a colpi di algoritmo, c’è stato un tempo in cui la gente spariva davvero e la frase che sentiva sussurrarsi all’orecchio non ammetteva repliche: «Tu non esisti».
Nel maggio del 2016, Sir Malcolm Evans, a capo della delegazione del Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura, fece i bagagli e interruppe la sua missione a metà. Era accaduto solo un’altra volta nella storia delle Nazioni Unite.
Gli ispettori avevano bussato alle porte di alcune sedi dello SBU, i servizi di sicurezza ucraini, chiedendo di visitare i seminterrati. Gli risposero di no. Si inventarono che tra i funzionari ONU ci fosse una spia russa, circostanza poi smentita dai documenti, che elencavano esperti britannici, estoni, moldavi e filippini, ma la sostanza restava: l’accesso ai luoghi in cui si sospettava venissero rinchiusi illegalmente i civili era sbarrato.
Piuttosto sospetto, tipico di ha qualcosa da nascondere.
Poche settimane dopo, il 21 luglio 2016, Amnesty International e Human Rights Watch pubblicarono un dossier intitolato: «You Don’t Exist».
Non erano fandonie da bar né propaganda russa, ma fogli d’indagine, registri medici, verbali incrociati.
A Kharkiv, nei sotterranei dello SBU, i detenuti venivano ammanettati ai termosifoni, bendati con il nastro da pacchi, percossi fino a perdere i sensi e torturati con scariche elettriche collegate ai genitali.
Il rapporto si basava su 40 interviste a vittime, familiari, testimoni, avvocati e altre fonti, integrate, quando disponibili, da documenti medici, atti legali e fotografie. Raccoglieva testimonianze di percosse, scariche elettriche e altri maltrattamenti in diversi luoghi di detenzione. A Kharkiv documentava custodie non riconosciute all’interno della sede dello SBU, senza collocarle tutte nei sotterranei.
C’era “Vadim”, nome di fantasia utilizzato nel rapporto, fermato a un posto di blocco governativo, torturato per settimane, rilasciato, e poi arrestato di nuovo dai separatisti filorussi a Donetsk perché sospettato di essere una spia di Kiev, subendo una seconda sessione di supplizio nelle cantine del Donbass.
Perché il dolore non ha bandiera, e quando la legalità collassa, la ferocia diventa un linguaggio universale utilizzato da tutti, buoni o cattivi.
C’era Kostyantyn Beskorovaynyi, un dentista locale rimasto sepolto vivo per quindici mesi tra Kramatorsk e Kharkiv, a cui le guardie ripetevano che per lui lo Stato non stanziava nemmeno i soldi della minestra, perché burocraticamente lui era già morto.
E c’era Mykola Vakaruk, che raccontò di essere stato ripetutamente picchiato e rinchiuso in una cella tanto fredda da far gelare l’acqua. Secondo la sua testimonianza, le percosse gli danneggiarono un rene, poi asportato durante un ricovero ospedaliero nel marzo 2015.
Quegli uomini non erano formalmente arrestati. Non c’era un giudice, non c’era un avvocato.
Durante la custodia segreta, la loro detenzione non veniva riconosciuta e non potevano esercitare le normali garanzie di difesa.
In quasi tutti i diciotto casi studiati dal rapporto, nove per ciascun fronte, si discusse un possibile scambio; in nove lo scambio avvenne effettivamente. Le organizzazioni denunciarono il rischio che i civili fossero trattenuti come strumenti di negoziato. Anche i separatisti sostenuti dalla Russia gestivano luoghi di detenzione non ufficiali, nei quali furono documentati abusi.
Oggi, i risultati di quell’indagine bruciano ancora.
Nelle ultime settimane, frotte di canali Telegram e profili social hanno preso quei vecchi articoli del Times del 2016, autentici, firmati da Maxim Tucker, e li hanno incollati sulla faccia di Volodymyr Zelensky.
Hanno gridato all’esistenza di un «arcipelago di gulag» odierno, ideato per sterminare chi si rifiuta di andare a morire in trincea.
È una ricostruzione mendace costruita sull’articolo autentico del Times del 3 giugno 2016, firmato da Maxim Tucker.
Nel 2016 Zelensky recitava ancora nelle serie televisive; le prigioni clandestine di Kharkiv vennero progressivamente svuotate e chiuse tra la fine di quell’anno e l’inizio del 2017 sotto la pressione asfissiante degli osservatori internazionali.
I 18 prigionieri fantasma furono rilasciati nella neve, di notte, senza scuse e senza documenti, ma la rete fu smantellata.
Tuttavia, liquidare la faccenda come semplice disinformazione russa significa non voler guardare la realtà dell’Ucraina di oggi. Significa ignorare le accuse di maltrattamenti emerse a Petropavlivska Borshchahivka e la necessità di accertarle con un’indagine indipendente.
La verità è che la corda si sta spezzando.
L’Ucraina non è un film di guerra hollywoodiano dove la musica sale di tono prima del trionfo finale, in cui, ovviamente, vince l’occidentale di turno.
È un Paese fallito, dove il quaranta per cento del Prodotto Interno Lordo viene divorato dalle spese militari e la sopravvivenza dello Stato dipende interamente dalle iniezioni di liquidità di Washington e Bruxelles.
I porti sono soffocati, le acciaierie ferme, l’inflazione morde e le esportazioni di grano sono crollate.
Mentre nei governi europei si discute del prossimo pacchetto di aiuti, per le strade di Kiev, di Dnipro e di Odessa, gli ufficiali di reclutamento trascinano via gli uomini con metodi che somigliano sempre più a sequestri di persona.
L’addestramento dura poco. La linea del fronte, monitorata metro per metro dalle mappe di DeepState, nell’ultimo anno ha visto l’esercito russo inghiottire centinaia di chilometri quadrati attorno alle città fortificate, mentre le tanto sbandierate controffensive ucraine si sono tradotte in riconquiste territoriali microscopiche, pagate con cimiteri sterminati.
La popolazione lo sa. Lo vede nelle sedie lasciate vuote da chi viene mandato a morire. Lo sente nel freddo che entra nelle case ogni volta che i missili russi sventrano una centrale elettrica, lasciando intere regioni al buio per giorni.
La fiducia nelle istituzioni, che nei primi mesi dell’invasione era un collante granitico, si sta sbriciolando sotto il peso dell’angoscia, infatti, chi può scappa verso ovest, chi non può si nasconde nei condomini con le luci spente per paura di incontrare una pattuglia dell’esercito sul pianerottolo.
Quando le notizie delle violenze nella base 3121 si sono diffuse a Borshchahivka, la gente non ha pensato a un complotto di Mosca, ma ai propri figli.
Ha ricordato che l’impunità dello Stato, quando c’è una guerra in corso, tende sempre a divorare la giustizia; perciò, ha avuto paura che quel vecchio demone, quello del “tu non esisti”, fosse tornato a camminare per le strade di Kiev, cambiando solo uniforme e giustificazione morale.
La tragedia dell’Ucraina è questa, stretta tra gli interessi geopolitici di due superpotenze, di alcune aziende europee, e il rischio di trasformarsi, dall’interno, nello stesso mostro autoritario da cui sta disperatamente cercando di fuggire.
Mentre a Berlino o a Parigi i leader occidentali continuano a promettere una vittoria che i fatti polverizzano ogni giorno, il 3 novembre, la Guardia nazionale ha annunciato di aver trasferito il personale e di non voler più utilizzare l’edificio. Il DBR ha aperto un’indagine.
Restano da accertare le condizioni della permanenza dei militari, l’origine delle lesioni e le eventuali responsabilità.
D’altronde, una smentita ufficiale né un’accusa diventata virale possono sostituire un’indagine indipendente. Nella speranza che si faccia un’indagine vera e non di facciata.
E dietro quella lamiera, che sia un centro di smistamento o una prigione senza nome, c’è solo un silenzio che al governo ucraino fa molta più paura delle bombe.
FONTI
Rapporti, indagini e aggiornamenti di Amnesty International e Human Rights Watch
Amnesty International e Human Rights Watch, “You Don’t Exist”: Arbitrary Detentions, Enforced Disappearances, and Torture in Eastern Ukraine, 21 luglio 2016.
Amnesty International Italia, Rapporto congiunto di Amnesty International e Human Rights Watch sull’Ucraina: torture e detenzioni segrete su ambo i fronti, 20 luglio 2016. Presentazione italiana dell’indagine.
Amnesty International Francia, Ukraine : torture et détention secrète utilisées par les deux camps, 20 luglio 2016. Presentazione in francese delle conclusioni dell’indagine.
Human Rights Watch, Ukraine: New Research Corroborates Secret Detentions, 28 agosto 2016. Aggiornamento con nuove testimonianze dopo le prime 13 liberazioni dalla detenzione segreta di Kharkiv.
https://www.hrw.org/news/2016/08/28/ukraine-new-research-corroborates-secret-detentions
Amnesty International UK, Ukraine: New overwhelming evidence of secret detention centres emerges after 13 people released, 28 agosto 2016. Aggiornamento sulle liberazioni e sui riscontri forniti dagli ex detenuti.
Dichiarazione congiunta sulle ultime liberazioni, sulle detenzioni attribuite ai separatisti e sulla mancata assunzione di responsabilità.
Amnesty International Francia, Ukraine : l’impunité pour les violations en détention persiste, 29 gennaio 2017. Approfondimento sull’impunità per gli abusi commessi durante le detenzioni.
Human Rights Watch e Amnesty International, Ukraine: Justice Needed for Former Secret Prison Detainees, 19 marzo 2018. Aggiornamento sugli ostacoli incontrati dagli ex detenuti nelle richieste di giustizia.
https://www.hrw.org/news/2018/03/19/ukraine-justice-needed-former-secret-prison-detainees
Comunicato sulla sospensione della visita del Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura a causa del mancato accesso ad alcune strutture.
https://news.un.org/en/story/2016/05/530272
Resoconto della ripresa delle ispezioni e del miglioramento della cooperazione con le autorità.
https://news.un.org/fr/story/2016/09/343062
Rapporto annuale sui diritti umani, comprendente le accuse di torture e detenzioni segrete e gli sviluppi delle ispezioni ONU.
https://www.state.gov/reports/2016-country-reports-on-human-rights-practices/ukraine
Maxim Tucker, Kiev allows torture and runs secret jails, says UN, The Times, 3 giugno 2016. È l’articolo riprodotto nell’immagine da cui è partita la verifica.
https://www.thetimes.com/world/article/kiev-allows-torture-and-runs-secret-jails-says-un-vwlcrpsjn
Ripresa dell’articolo del Times, con le dichiarazioni attribuite a Ivan Simonovic e la posizione dello SBU.
https://en.lb.ua/news/2016/06/03/1011_kyiv_allows_torture_runs_secret.html
Riccardo Noury, Ucraina: sparizioni e torture da entrambi i lati del conflitto, «Le persone e la dignità», blog sul sito del Corriere della Sera, 21 luglio 2016. Presentazione italiana del rapporto Amnesty–Human Rights Watch. Il collegamento conduce all’archivio giornaliero che contiene il testo.
https://lepersoneeladignita.corriere.it/2016/07/21
Articolo sulle detenzioni segrete denunciate da Amnesty e Human Rights Watch.
Agence France-Presse, Beatings and a lost kidney: life in Ukraine’s “secret prisons”, pubblicato da Justice Info, 2 settembre 2016. Servizio con la testimonianza dell’ex detenuto Mykola Vakaruk e la smentita dello SBU.

