Ha vinto Iliana Yotova.
Lo ha fatto scavando un solco profondissimo tra sé e il suo avversario, quasi diciotto punti percentuali di distacco.
Un abisso tra lei, sessantadue anni e un passato trascorso prima dietro le telecamere dei notiziari, poi tra gli scranni parlamentari europei, e Andrey Gyurov, l’economista dal profilo rassicurante, già capo di un governo provvisorio, perfetto per le fotografie istituzionali con le bandiere a dodici stelle sullo sfondo.
I numeri non ammettono repliche e dicono che quasi sei elettori su dieci hanno barrato il nome di Yotova. La prima donna a sedere sulla poltrona presidenziale del Paese.
Per capire come si sia arrivati a questo punto, è bene tornare a quel freddo 23 gennaio, quando Rumen Radev decise di togliersi la giacca da capo dello Stato per fondare il suo movimento e conquistare, ad aprile, la guida del governo.
Yotova, che gli copriva le spalle come vicepresidente, si ritrovò al timone ad interim.
Quella che per molti osservatori distratti sembrava un cavillo burocratico si è trasformata in una morsa d’acciaio: ora la presidenza della Repubblica e la presidenza del Consiglio marciano a braccetto, sostenute dal blocco socialista e progressista.
Un asse granitico.
La campagna elettorale era stata resa incandescente dal rombo lontano del fronte ucraino.
Alcuni mercantili nel Mar Nero sono stati centrati da attacchi condotti con velivoli senza pilota a poca distanza dalle coste bulgare. Marinai dispersi inghiottiti dalle onde, fiamme visibili all’orizzonte, allarmi improvvisi. La grande stampa internazionale ha affilato immediatamente i titoli di testa: il pericolo di Mosca bussa alla porta di casa, la sicurezza delle rotte è compromessa.
Il messaggio implicito sembrava chiarissimo: chiudete i ranghi, scegliete il candidato che garantisce l’allineamento assoluto, non voltatevi indietro.
È accaduto l’esatto contrario.
Perché la gente, quando avverte il fiato freddo della minaccia sul collo, non sempre reagisce secondo i manuali della propaganda della paura. Soprattutto quando il gioco va avanti da troppo tempo.
Gyurov incarnava la fermezza atlantista, l’intransigenza, il dovere di mandare equipaggiamenti e mantenere il pugno duro.
Yotova ha presentato al popolo un’altra partitura. Non ha proposto strappi suicidi, cioè non ha mai messo in discussione la permanenza nell’Alleanza Atlantica né l’appartenenza all’Unione Europea.
Ma ha puntato i piedi per terra, ribadendo due concetti che oggi, a ovest del Danubio, suonano come eresie: fermare l’invio di armi all’esercito di Kiev, linea che il governo Radev aveva già fatto scattare a inizio estate, e rifiutare a priori ulteriori sanzioni economiche che finiscono per impoverire chi le vara. Compreso il popolo bulgaro.
Soprattutto, ha preteso che si spalanchi la porta a un tavolo di trattativa diplomatica con il Cremlino, riportando l’Europa a essere un faro di diplomazia nel mondo e non una succursale delle lobby delle armi.
I corrispondenti stranieri che da quattro anni ci parlano di microchip smontati dalle lavastoviglie, di pale, muli e sanzioni dirompenti, ci hanno messo un secondo a bollarla come «filorussa», secondo quella pigra abitudine contemporanea per cui chiunque rifiuti l’escalation militare viene immediatamente arruolato nell’esercito del nemico.
Perché, ormai, il giornalismo non è più riflessione, dubbio, punti di vista e dibattito, ma fede tra bianco o nero, sì o no, noi o loro, con la banalità di analisi da bar.
Ma a guardare da vicino i problemi della popolazione bulgara, la questione appare spogliata da ogni ideologia. Si tratta di sopravvivenza, di bollette del riscaldamento che quadruplicano mentre lo stipendio resta fermo, di ospedali di provincia al collasso e di un senso diffuso di impotenza di fronte a una guerra che sembra non avere una via d’uscita razionale.
Tuttavia, c’è poco da cantare vittoria.
Al primo turno, si era presentato alle urne poco più del ventidue per cento dei cittadini; al ballottaggio la cifra si è alzata a malapena attorno al ventinove.
Significa che sette bulgari su dieci sono rimasti a casa. Né con l’Europa della guerra né contro.
Hanno guardato i manifesti con le facce sorridenti dei candidati e hanno preferito andare a passeggiare nei parchi, cucinare il pranzo della domenica o semplicemente chiudere le persiane, convinti che votare non serva a niente, tanto, alla fine, i politici non mantengono mai le promesse.
Una frattura profondissima tra popolo e istituzioni. Un popolo che non crede più che una croce su un pezzo di carta possa deviare la traiettoria di decisioni prese altrove.
Eppure, proprio quell’astensionismo brutale ha funzionato come una lente d’ingrandimento, perché chi aveva paura del coinvolgimento diretto nel conflitto è andato a votare con una determinazione feroce, regalando alla vincitrice un trionfo travolgente e indiscutibile.
Chi non ci credeva più, lasciando il campo libero, ha indirettamente firmato la condanna di Gyurov.
Ursula von der Leyen ha inviato le sue congratulazioni formali attraverso i social network, evocando la necessità di lavorare insieme per la competitività, l’energia e la difesa comune. Ma dietro quelle frasi di circostanza si percepisce un nervosismo palpabile.
Perché Sofia non è un’anomalia isolata nell’Unione, ma lo specchio anticipatore di qualcosa che serpeggia già nelle piazze della Germania, nei quartieri operai francesi, nelle grandi città italiane, tra le pieghe del malcontento dell’Europa centrale e meridionale.
Quando le risorse per la sanità pubblica e l’istruzione vengono prosciugate per finanziare i depositi di armi, il patto sociale si incrina. La gente comincia a cercare chiunque pronunci parole diverse, anche a costo di rompere l’Europa. Anche a costo di votare per il demonio.
La sensazione dominante non è quella di un trionfo di parte, ma di una diga che comincia a mostrare crepe sempre più marcate.
Ora, i soliti soloni possono provare a usare la tattica di etichettare le voci discordanti come pedine di una cospirazione straniera, ma l’acqua, prima o poi, trova sempre la sua strada.
E quando comincia a filtrare, non c’è comunicato stampa né strategia di distrazione messa in atto dalla propaganda che possa fermare la piena.

