La luce al neon di una stazione di servizio nell’Iowa non mente.
Emette un ronzio sottile, quasi un lamento elettrico, mentre i numeri sul display scorrono troppo in fretta. Sei dollari al gallone. Poi sette.
C’era un uomo, martedì sera, con le mani segnate dal lavoro e un vecchio cappellino sbiadito, che fissava quella pompa come se gli stesse portando via il sangue dalle vene e pensava a come pagare le rate del pick-up e a come riempire il carrello il giorno dopo.
Ed è lì che Donald Trump ha perso l’America.
I numeri finali di queste elezioni non parlano di una semplice sconfitta, ma descrivono un’esecuzione.
I Democratici hanno spazzato via la mappa colorata di blu delle ultime presidenziali, tornando a controllare sia la Camera che il Senato con un margine che a Capitol Hill toglie il fiato.
Almeno 240 seggi blindati alla Camera. E poi il Senato, strappato con sette pugnalate al cuore dell’egemonia conservatrice: Texas, Kansas, Iowa, Ohio, North Carolina, South Carolina, Maine. Bastioni in cui il Partito Repubblicano sembrava eterno sono crollati come granai marci. In Kansas, l’era repubblicana durava da ben novantaquattro anni.
LE CENERI DI UN’ILLUSIONE: DAL TEXAS AL KANSAS
Ad Austin, James Talarico e Gina Hinojosa hanno fatto saltare il banco in uno Stato che i conservatori consideravano una proprietà privata, mandando a casa Greg Abbott e rompendo un sortilegio che durava dal 1988.
In Georgia, Keisha Lance Bottoms ha varcato la soglia del governatorato diventando la prima donna nera a guidare lo Stato.
E in Kansas, terra di pianure sconfinate e chiese battiste dove i democratici non toccavano palla al Senato dal 1932, Adam Hamilton, un pastore metodista dalla voce calma e lo sguardo dritto, ha convinto la gente comune che la decenza valeva più della retorica incendiaria, delle buffonate in tv, dei disastri a Hormuz e degli omicidi dell’ICE, con metodi da Gestapo, per le strade d’America.
La stampa europea si è svegliata ubriaca di entusiasmo. Titoli a caratteri cubitali parlano di “tsunami blu”, di riscossa della democrazia, di incubo scacciato, ma è la solita miopia provinciale di chi guarda l’oceano attraverso il buco della serratura, la superficie increspata, ma non i mostri che nuotano sotto.
Perché la verità è molto più cruda di quanto sembri. Questo non è stato un voto d’amore per i Democratici. Infatti, gli americani hanno ancora memoria dei disastri dell’Amministrazione Biden. Perciò, come il voto a Trump era stata una punizione al precedente governo, il risultato di oggi è una punizione inflitta a Trump.
IL CONTO DELLA SPESA E IL FANGO DEL GOLFO PERSICO
Tre quarti degli americani, secondo gli exit poll dell’Associated Press, hanno infilato la scheda nell’urna convinti che l’economia nazionale facesse semplicemente schifo. Otto su dieci hanno dichiarato di non farcela più contro un costo della vita che divora gli stipendi prima che i soldi arrivino sul conto.
Inoltre, lo sdegno per le esecuzioni dell’ICE contro cittadini inermi ha allontanato anche tanti convinti dell’area MAGA.
Poi c’è stata la scintilla definitiva, quella che ha fatto esplodere la polveriera: la guerra in Iran.
Quando le prime bombe sono cadute sugli impianti iraniani, l’amministrazione sventolava bandiere e prometteva una vittoria rapida. Invece, l’azione di Trump ha causato un blocco dei traffici marittimi nello Stretto di Hormuz.
I mercati petroliferi sono andati nel panico, le forniture di greggio e gas naturale liquefatto dal Golfo si sono prosciugate e il barile ha toccato vette che l’americano medio non può permettersi.
È difficile spiegare il patriottismo imperiale a una madre single di periferia quando fare il pieno d’auto equivale al budget per la cena di tre giorni.
Trump ha tirato troppo la corda. Ha spinto il pedale dell’acceleratore su una politica muscolare che ha spaventato persino chi lo aveva eletto.
Le minoranze gli hanno voltato le spalle; appena un terzo dell’elettorato ispanico ha confermato la fiducia ai repubblicani alla Camera.
I giovani tra i 18 e i 29 anni si sono messi in fila ai seggi con la determinazione di chi vuole sbarrare la porta prima che la casa bruci del tutto. Persino l’elettorato cattolico, tradizionalmente cauto, si è staccato dal presidente dopo che il Pentagono è arrivato a convocare il Nunzio apostolico e Trump ha aperto un fronte osceno di scontro verbale con il Papa, colpevole di aver condannato l’avventura bellica in Medio Oriente.
I miliardi riversati a cascata da Elon Musk e dai magnati della Silicon Valley non sono serviti a nulla. I dollari possono comprare spazi televisivi e algoritmi sui social, ma non possono convincere una famiglia operaia che la fame che sente nello stomaco sia un’allucinazione ottica.
LA TRINCEA DI “MR. VETO”: COSA SUCCEDE ADESSO
Chi pensa che Donald Trump adesso si ritiri a Mar-a-Lago a leccarsi le ferite in silenzio non ha capito nulla del personaggio.
In pubblico ha sussurrato parole di conciliazione, dicendo di voler “lavorare con l’opposizione”. Poi, a telecamere spente, ha tirato fuori il ghigno dei giorni peggiori: “Chiamatemi Mr. Veto”, ha ringhiato ai suoi fedelissimi.
Da gennaio si aprirà una guerra di posizione logorante, un Vietnam istituzionale dentro le mura di Washington.
I Democratici avranno il controllo delle commissioni parlamentari.
Hanno già pronti i mandati di comparizione per sventrare i conti della famiglia Trump, scandagliare gli affari opachi con Mosca condotti da emissari come Witkoff e Kushner, e mettere sotto la lente d’ingrandimento i falchi del Pentagono che hanno trascinato il Paese nel disastro iraniano.
Hanno il potere di bilancio: possono chiudere i rubinetti del denaro federale, congelare i fondi per le missioni militari e bloccare ogni singola nomina giudiziaria.
Ma il presidente conserva la firma più pesante. Può apporre il veto su qualsiasi legge passi dal Congresso. Per ribaltare quel veto, i Democratici avrebbero bisogno di una maggioranza qualificata di due terzi in entrambi i rami del Parlamento: numeri che, nonostante il trionfo, non hanno.
Il risultato sarà una paralisi totale. Un governo federale spaccato a metà, che avanzerà a colpi di decreti esecutivi, ricorsi alla Corte Suprema e serrate di bilancio.
Trump si comporterà come una bestia ferita, confinata all’angolo dello Studio Ovale, perciò ancora più instabile e vendicativa di prima.
L’INGANNO EUROPEO E IL DRAMMA DI KIEV
Da Berlino a Parigi si stappano bottiglie di spumante a buon mercato. Si respira quell’ingenua illusione secondo cui, una volta frenato il “mostro” repubblicano, tutto tornerà all’idillio atlantico.
Svegliatevi dal sogno, perché non accadrà.
Certo, esiste una legge del 2023 che impedisce a un presidente americano di ritirare formalmente gli Stati Uniti dalla NATO senza il consenso del Senato. Un bel sollievo sulla carta, ma la politica estera americana non si fa con i trattati notarili, ma con la volontà politica dell’inquilino della Casa Bianca.
Trump non può uscire dall’Alleanza Atlantica, ma può svuotarla dall’interno con una scrollata di spalle, lasciando intendere che non muoverà un dito se non vedrà i paesi europei sborsare fino all’ultimo centesimo per la propria difesa.
E mentre a Bruxelles sorridono, sul tavolo dello Studio Ovale ci sono già i dossier sui dazi al 100% per colpire chiunque osi applicare la digital tax alle multinazionali americane, oltre alle ritorsioni per i prestiti della Banca Europea degli Investimenti ad Airbus.
Se Trump ha le mani legate in politica interna, riverserà tutta la sua frustrazione all’esterno.
Per la Casa Bianca, l’Europa rimane un competitor economico compiacente, un bancomat da spremere per costringerlo ad acquistare gas liquefatto americano al doppio del prezzo di mercato.
A Kiev, intanto, l’aria si fa gelida.
Il presidente ucraino sa bene che il nuovo Congresso a maggioranza democratica vorrebbe sbloccare nuovi pacchetti di aiuti militari e impedire che il petrolio russo torni a circolare mascherato sui mercati, ma sa altrettanto bene che i colloqui di pace trilaterali sono gestiti dall’esecutivo, non dal Congresso.
Trump, politicamente zoppo in patria, cercherà con ancora più disperazione una “vittoria” rapida da sbandierare all’elettorato, costi quel che costi. Chiuderà la partita ucraina forzando concessioni territoriali a favore di Putin, perché ha bisogno di togliere quel dossier dal tavolo per concentrarsi sulla sua sopravvivenza.
E sulla Cina, l’illusione di una svolta è ancora più ridicola.
L’ostilità verso Pechino è l’unica vera religione bipartisan rimasta a Washington. I mercati asiatici dei semiconduttori, da TSMC a Samsung, sono colati a picco subito dopo il voto poiché sanno che la nuova maggioranza democratica aggiungerà regolamentazioni asfissianti sull’intelligenza artificiale e la componentistica avanzata.
LA NOTTE PIÙ LUNGA PER L’AMERICA
L’America si è svegliata diversa, ma non guarita.
Ha dato un colpo d’arresto formidabile alla deriva autoritaria di un leader che si credeva un monarca, ma lo ha fatto senza una visione alternativa per il futuro, spinta soltanto dallo sdegno, dal dolore al portafoglio e dalla stanchezza verso il caos permanente.
Fuori da quella stazione di servizio nell’Iowa, il vento freddo del Midwest ricomincia a soffiare sulle strade vuote.
Il display luminoso continua a segnare un prezzo inaccessibile.
Trump non è un ricordo. È ancora il presidente, incatenato al tavolo dei bottoni, con lo sguardo fisso verso la porta e il dito già pronto sul pulsante del veto.
Chi oggi canta vittoria nelle capitali europee non ha capito che un impero bloccato all’interno dei suoi confini è come una diga che si incrina.
Non si profila pace all’orizzonte, ma una tempesta di cui abbiamo visto soltanto le prime gocce.

