Da ArtePadova al Padiglione della Tanzania: gli IMPACT di Julian T. e un incontro con l’arte che ha attraversato sette anni
Padova, novembre 2019.
Io e la mia ragazza stiamo visitando ArtePadova, la mostra mercato d’arte moderna e contemporanea.
Attraversiamo gli stand, osserviamo decine di opere, ci fermiamo davanti ad alcune e proseguiamo. Da tempo frequentiamo fiere e mostre, e sappiamo che, fra tante opere osservate, solo alcune continuano ad accompagnarci dopo la visita.
Poi entriamo nel Contemporary Art Talent Show, lo spazio dedicato agli artisti emergenti. E lì ci fermiamo davvero.
Davanti a noi c’è un quadro di grandi dimensioni, dominato dal rosso, con una macchia al centro. Nessun paesaggio, nessuna figura, nessun soggetto riconoscibile. Solo quel rosso e una forma che sembra essersi prodotta con un’energia propria.
Non ricordo le parole esatte che ci scambiammo. Ricordo però la sensazione: quell’opera ci aveva colpiti entrambi, nello stesso momento. Ci piaceva senza che sapessimo ancora spiegarne il motivo.
Scoprimmo poi che l’autore era Julian T., nome d’arte di Julian Tiscione, ideatore del progetto IMPACT. Quella macchia non era stata dipinta con un pennello. Era la traccia di un impatto: il risultato di un’azione fisica, progettata dall’artista e affidata, nella sua forma finale, anche alle forze della materia.
Non comprammo il quadro. Ma ci dicemmo una cosa che, con il passare degli anni, sarebbe diventata quasi un ritornello: prima o poi ne compreremo uno. E, prima o poi, compreremo proprio quel rosso.
Prima di noi: il gesto di IMPACT
Per capire perché quel quadro ci avesse fermati, vale la pena tornare al 2007, prima del nostro incontro. È l’anno della 52ª Biennale di Venezia, al quale è legata una delle azioni più emblematiche della ricerca di Julian T.: una performance con un dirigibile e la caduta del colore.
L’idea di IMPACT non consiste nel dipingere un’immagine e poi farla apparire spontanea. Consiste nel preparare le condizioni perché un’immagine nasca da un urto. L’artista sceglie i materiali, la superficie, le condizioni dell’azione. Ma non disegna ogni contorno della macchia che ne risulterà.
La gravità, la velocità, la densità del colore, la resistenza della superficie: tutte queste variabili partecipano alla nascita dell’opera. Il risultato non è replicabile con esattezza.
L’IMPACT è il gesto; ciò che resta sulla superficie è la sua testimonianza materiale.
Nella performance del 2007 il gesto viene portato in alto, fino a trasformare la caduta in un evento. La pittura non è più soltanto qualcosa che si osserva a posteriori: diventa un accadimento, con una preparazione, un’attesa, una traiettoria e un momento conclusivo.
È una differenza sostanziale. Julian T. non cerca di imitare la casualità: la introduce concretamente nel processo.
Non rinuncia alla propria intenzione artistica; decide dove questa intenzione debba fermarsi, lasciando che il resto accada.
Quando ci trovammo davanti al quadro rosso, nel 2019, non conoscevamo ancora tutta questa storia. La conoscenza arrivò dopo l’emozione. Ed è forse questo il modo più sincero in cui si può incontrare un’opera.
Sette anni di incontri
Dopo Padova, Julian T. non rimase il nome letto accanto a un quadro. Con il tempo lo conoscemmo personalmente, lo incontrammo in altre occasioni, andammo a vedere le sue esposizioni. E ogni nuovo incontro aggiungeva qualcosa a quel primo sguardo.
Conoscere l’artista non significa necessariamente trovare più bella un’opera. Significa però comprenderne il percorso: scoprire che dietro una forma apparentemente semplice ci sono scelte, esperimenti, domande e tentativi.
Nel suo lavoro mi ha sempre interessato proprio il rapporto fra controllo e imprevedibilità. IMPACT non è un incidente lasciato al caso. È un evento che l’artista decide di provocare, pur accettando di non poter stabilire in anticipo ogni dettaglio del risultato.
Nel tempo, tra le opere che osserviamo e quelle che scegliamo di tenere con noi, ho imparato che non è sempre l’incontro più programmato a lasciare il segno. E intanto la promessa Continuava. Quando lo rivedevamo, tornavamo spesso sull’argomento: un giorno avremmo comprato un suo lavoro. Lo dicevamo davvero. Eppure, rimandavamo. Non perché l’interesse fosse diminuito, ma perché a volte un desiderio rimane sospeso tra la convinzione e il momento in cui si decide di realizzarlo.
The Fragment, a Genova
Fra le esperienze che ricordo c’è anche l’incontro con The Fragment, visto a Genova.
Quel progetto mi fece osservare la ricerca di Julian T. da un’altra prospettiva.
Se IMPACT mette al centro l’istante in cui una forma nasce, The Fragment sposta lo sguardo sulla possibilità che una parte acquisti un significato autonomo. Un frammento, isolato dall’insieme, può chiedere di essere guardato come un’opera a sé.
L’idea mi affascina perché rovescia una consuetudine: siamo abituati a considerare il quadro come un tutto concluso, e ogni dettaglio come qualcosa che esiste in funzione dell’insieme. Ma basta cambiare inquadratura perché ciò che sembrava marginale diventi centrale.
È una riflessione che, per me, dialoga con IMPACT. Da una parte un gesto che produce una forma irripetibile;
dall’altra la possibilità di ritrovare altre forme, altri significati, in ciò che è già accaduto. In entrambi i casi l’opera
non è soltanto un oggetto fermo, ma il punto di arrivo — o di ripartenza — di un processo.
Anche qui preferisco distinguere ciò che ho visto da ciò che interpreto: questa lettura è mia, nata dall’esperienza
della mostra e dal rapporto costruito nel tempo con il lavoro dell’artista.
Venezia 2026: rallentare l’impatto
Nel luglio 2026 il percorso di Julian T. torna a Venezia con IMPACTFUL, un progetto presentato nell’ambito del programma collegato al Padiglione della Tanzania alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte. Non è corretto descriverlo semplicemente come una mostra di quadri: al centro c’è ancora il linguaggio performativo di IMPACT, il gesto che produce l’opera.
Il progetto comprende quindici tele e un video in slow motion. Il rallentamento permette di osservare il processo fisico che, nella realtà, si consuma in una frazione di secondo: la caduta, il contatto, l’espansione della materia, la forma che prende corpo.
Il confronto con il 2007 è suggestivo. Allora la performance amplificava il gesto nello spazio, attraverso il dirigibile e la caduta del colore. Nel 2026 l’attenzione si concentra anche sul tempo: l’istante viene dilatato, reso visibile, quasi studiato.
Non è una differenza soltanto tecnica. Quando guardiamo un IMPACT finito vediamo la traccia di qualcosa che è successo. Quando ne osserviamo la nascita al rallentatore, ci accorgiamo di quanto sia complesso ciò che a prima vista sembra soltanto una macchia.
La materia non obbedisce a un disegno prestabilito. Si muove, incontra una resistenza, si distribuisce, si arresta.
L’artista ha costruito le condizioni dell’evento, ma il risultato porta con sé l’imprevedibilità di quel preciso momento.
Per noi, che nel 2019 ci eravamo innamorati del grande rosso senza conoscere la tecnica, questo sviluppo della ricerca ha un significato particolare. È come passare dal vedere una conseguenza al poter osservare la causa. Dal quadro che ci aveva fermati, al gesto che lo rendeva possibile.
Parma, ottobre 2026
Arriviamo così all’autunno del 2026. Alla fiera di Parma incontro di nuovo Julian T. Lo saluto. Ormai ci conosciamo da anni; non è più soltanto l’artista di quel quadro visto nel padiglione degli emergenti a Padova.
Nel frattempo, abbiamo seguito il suo percorso, visto altri lavori, scoperto progetti differenti. Lui ha continuato a sperimentare. Noi, invece, continuiamo a non aver comprato un suo IMPACT.
La promessa è sempre lì. E dopo sette anni comincia ad avere un peso diverso. Alcuni entusiasmi si consumano in fretta; altri resistono anche quando non vengono trasformati immediatamente in una decisione.
Finisce la fiera. Passano alcuni giorni. E mi ritrovo a pensare che forse è arrivato il momento. Non per una quotazione, non per inseguire una tendenza, non perché la presenza veneziana renda improvvisamente interessante un artista che prima non lo era.
Il suo lavoro ci piace da sette anni. Questo basta.
La telefonata della domenica
È domenica quando decido di chiamarlo. Parliamo un po’, come si fa tra persone che si conoscono da tempo. Poi arriviamo al motivo della telefonata: questa volta voglio davvero acquistare una sua opera.
E la compro.
Scelgo uno degli IMPACT bianchi esposti pochi mesi prima a Venezia, nell’ambito di IMPACTFUL, il progetto legato al Padiglione della Tanzania. Non un quadro dipinto nel senso tradizionale, ma la traccia concreta di quell’azione che avevamo imparato a conoscere e a seguire.
Mi colpisce il percorso: nel 2019 eravamo rimasti fermi davanti a un grande rosso senza sapere esattamente come fosse nato. Nel 2026 scegliamo un bianco, consapevoli della ricerca e del gesto che lo hanno generato.
Dal rosso al bianco. Da Padova a Venezia, passando per incontri, mostre, conversazioni e una promessa ripetuta per anni. Non avevamo programmato nulla di tutto questo quando entrammo nel padiglione degli emergenti. Ci eravamo soltanto fermati davanti a un’opera.
Oggi ne possediamo finalmente una. Eppure, la storia non è conclusa.
Il rosso che resta
Il quadro acquistato non è quello che ci aveva fatto innamorare del lavoro di Julian T.
Quel grande IMPACT rosso di Padova non è più disponibile.
Ma continua a essere, in un certo senso, il più importante di questa storia. È quello che ci ha fermati, che ci ha spinti a conoscere l’artista, che ha dato origine a tutto il resto.
Quando un’opera entra in una collezione, è facile parlare di quotazioni, provenienza e mercato. Sono questioni legittime, ma per me non esauriscono mai il rapporto con l’arte.
Un lavoro può accompagnarci per anni senza essere appeso a una parete di casa. Può restare nella memoria, modificare il nostro modo di guardare, diventare il punto di partenza di una relazione con chi lo ha realizzato.
Per sette anni quel quadro rosso ha fatto esattamente questo. Oggi abbiamo mantenuto la promessa di comprare un IMPACT. Ne rimane però un’altra, quella originaria, nata davanti a una grande superficie rossa con una macchia al centro.
Quel quadro rosso, prima o poi, lo compreremo.

