Venerdì sera, nell’aria c’era qualcosa di diverso a Varsavia. Qualcosa che sapeva di ferro surriscaldato, di dischi da taglio che intaccano le ringhiere e di tensione pura, di quella che si respira negli ospedali di provincia un minuto prima che suoni un allarme rosso.
La polizia è arrivata con i furgoni scuri, gli elmetti allacciati stretti sotto la gola e gli scudi in plexiglas che rimandavano i bagliori bluastri dei lampeggianti.
Ma di fronte a loro, non c’era una folla qualunque. C’erano parlamentari della Repubblica, militanti inferociti con la sciarpa biancorossa tirata sul naso e perfino un deputato d’opposizione che si era portato dietro un fabbro per forzare le serrature posteriori del palazzo.
Non stavano assediando una banca o un ministero qualunque. L’obiettivo era il Tribunale Costituzionale. L’organo supremo della democrazia polacca.
A diecimila metri d’altezza, quasi nello stesso istante, una carlinga fendeva il buio sopra il Mediterraneo, diretta verso il caldo umido del Senegal per una missione diplomatica programmata da mesi. Il Presidente Karol Nawrocki era a bordo.
È bastata una telefonata, un sussurro concitato attraverso la linea crittografata della sicurezza di Stato, per far compiere al jet una virata secca, innaturale, di centottanta gradi. «Torniamo indietro. Subito».
Quando un Capo di Stato fa invertire la rotta al proprio aereo nel cuore della notte per correre a piedi verso un tribunale assediato, il concetto di “colpo di Stato” smette di essere una formula da commentatori televisivi e diventa una fessura che si spalanca sotto i piedi di un intero continente.
L’ILLUSIONE DELLA DEMOCRAZIA IN EUROPA
Per capire come sia stato possibile arrivare a vedere uomini in giacca e cravatta che urlano al «colpo di Stato» mentre gli agenti respingono i deputati sui gradini di un’istituzione di garanzia, bisogna fare un passo indietro. Bisogna tornare a quel 15 ottobre del 2023, quando la Polonia sembrava essersi svegliata da un incubo durato otto anni.
Donald Tusk, l’uomo di Bruxelles, il liberale pragmatico con l’eterno sorriso affilato, aveva promesso di restaurare l’ordine.
Aveva promesso che le riforme illiberali del partito Diritto e Giustizia (il famigerato PiS), quelle che, secondo Tusk, avevano trasformato giudici e pubblici ministeri in una dépendance del governo nazionalista, sarebbero state spazzate via con un colpo di spugna istituzionale.
Ma la politica non concede mai colpi di spugna indolori.
Nel 2025, alle presidenziali, i polacchi avevano risposto con un beffardo 50,89%, consegnando il palazzo presidenziale a Karol Nawrocki: un conservatore puro.
Da quel momento, la Polonia è scivolata in una paralisi. Cinquanta veti presidenziali. Cinquanta.
Nawrocki, forte di ogni cavillo della costituzione polacca, ha bloccato riforme della giustizia, nomine di ambasciatori, decreti sulla sicurezza e persino i vertici delle forze armate, forte di una prerogativa che il parlamento può scavalcare solo con una maggioranza dei tre quinti che Tusk non possiede e non avrà mai.
Due uomini chiusi nelle rispettive stanze del potere a guardarsi in cagnesco, mentre il Paese reale si logorava.
Poi è arrivato il 2026. L’anno della scadenza.
Il Tribunale Costituzionale polacco conta quindici giudici, eletti per nove anni. Fino a poche settimane fa. era la cassaforte del PiS, la trincea da cui i fedelissimi dell’ex maggioranza potevano bocciare qualsiasi legge sgradita varata dalla nuova coalizione liberale.
Ultimo argine alle politiche guerrafondaie europee che Tusk cerca di imporre al Paese.
Quando otto seggi sono giunti al termine naturale del mandato, Tusk ha pensato di aver finalmente trovato la via d’uscita: la Camera ha votato in fretta e furia i sostituti per ribaltare l’equilibrio della corte.
Ed è lì che la macchina si è inceppata. Perché in Polonia un giudice non è davvero un giudice finché non giura davanti al Presidente della Repubblica.
Nawrocki ne ha fatti giurare tre. Gli altri cinque li ha rispediti al mittente per «vizi procedurali insormontabili».
I cinque esclusi, convinti della propria investitura democratica, sono andati a giurare davanti al presidente del parlamento, un alleato di Tusk.
Di fronte a questi comportamenti incostituzionali, la risposta della corte è stata feroce. Il presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, ha sbarrato le porte.
Finché, venerdì 30 ottobre, la miccia non è arrivata alla polvere da sparo.
Una giudice vicina alla maggioranza, Anna Korwin-Piotrowska, è entrata nell’edificio stringendo una cartellina.
In un comunicato da film comico, ha dichiarato decaduto lo stesso Swieczkowski, accusandolo di attentato alla legalità e ostruzionismo, e si è autoproclamata presidente pro tempore. Un po’ come se un giudice di pace italiano sollevasse dall’incarico il presidente della Corte costituzionale, per intenderci.
Con la procura che bussava per revocare l’immunità ai vertici conservatori e la polizia che circondava l’isolato per proteggere la nuova linea di comando, il palazzo si è spaccato in due.
IL PARADOSSO DEL DEMOCRATICO TUSK
È a questo punto della storia che la linea sottile tra restaurazione della democrazia e arbitrio di potere comincia a farsi paurosamente sfocata.
Donald Tusk ha twittato parole dure, quasi solenni: «Ripristinare lo Stato di diritto è il nostro dovere. È un processo difficile, a volte doloroso, e richiede azioni decise. Non c’è altra strada».
Il ministro degli Esteri Radosław Sikorski gli ha fatto eco dai microfoni internazionali, rassicurando gli alleati della NATO sul fatto che si stesse solo estirpando il cancro della politicizzazione giudiziaria lasciata in eredità dai populisti.
Perché tutto il mondo è paese, perciò i panni sporchi sono sempre di quelli che governavano prima.
Ma basta allontanarsi di poche centinaia di metri dal parlamento, entrando nei corridoi della facoltà di Legge dell’Università di Varsavia, per sentire un’aria del tutto diversa.
Marcin Matczak non è certo un amico del PiS. Ha passato gli ultimi dieci anni a denunciare dalle colonne dei giornali le derive autoritarie di Kaczyński. Eppure, la sua voce, in queste ore, trema di sdegno e preoccupazione.
La base giuridica utilizzata per sospendere d’imperio il presidente della corte non esiste nella costituzione polacca.
«Se per cancellare l’illegalità del passato usiamo strumenti illegali nel presente, allora non salviamo lo Stato di diritto. Cambiamo solo il colore politico dei suoi becchini».
La sensazione, acre e sgradevole come il fumo dei lacrimogeni, è che il governo abbia fatto un calcolo azzardato. Spinto dalla fretta di normalizzare il Paese in vista delle prossime elezioni parlamentari, Tusk potrebbe aver regalato all’opposizione l’argomento perfetto.
Karol Nawrocki, atterrato nella notte e piombato davanti ai cancelli del tribunale a favore di telecamere, ha recitato la parte del difensore della patria violata come un attore consumato.
Per un PiS che scivolava inesorabilmente nei sondaggi, e insidiato a destra dall’ascesa rabbiosa dei nazionalisti radicali, questo scontro frontale è ossigeno puro. È la polarizzazione che torna a mordere, che costringe ogni elettore a scegliere se stare con i «golpisti» o con i «patrioti».
Mentre a Varsavia ci si azzuffa sulle serrature, a cinquecento chilometri di distanza, verso est, infuria una guerra che non fa sconti.
Per l’Europa, la Polonia non è un Paese europeo qualunque che può permettersi il lusso di una crisi isterica permanente. È il perno logistico della NATO, il baluardo che investe quasi il 5% del proprio Prodotto Interno Lordo in caccia, missili e carri armati, il corridoio attraverso cui passa la sopravvivenza dell’Ucraina.
Vedere i due massimi vertici dello Stato comunicare solo tramite denunce penali e schieramenti di polizia mette i brividi ai leader europei del riarmo e della guerra.
Tusk guarda a Bruxelles, all’asse con Berlino e Parigi, alla politica del riarmo e alla guerra contro la Russia.
Nawrocki guarda oltreoceano, coltiva rapporti privilegiati con i circoli trumpiani, predica sovranismo e non fa mistero di tollerare le provocazioni di chi sussurra l’uscita da quell’Unione Europea considerata una matrigna autoritaria.
I cancelli sono stati rattoppati alla bell’e meglio.
Scontri nelle piazze di tutta Europa, popolazioni che insorgono contro le politiche della tecnocrazia europea e delle sue succursali, la sensazione è che si stia disintegrando quel patto silenzioso e fragile che tiene insieme le democrazie moderne, l’idea che la legge sia qualcosa di più del bastone con cui chi vince le elezioni decide di percuotere chi le ha perse.
Chi governa ha una paura matta del popolo, perché le politiche sono contrarie alla ricerca del benessere della propria gente e orientate solo sol profitto delle lobby delle armi e dei dettami del regime tecnocratico di Bruxelles.
Il problema è che, quando quella convinzione muore nella testa dei popoli, non c’è nessun fabbro al mondo capace di rimettere a posto cancelli e serrature.
Non lo dice un’opinione. Lo afferma la Storia.

