COME I GOVERNI TRASFORMANO I GIOVANI IN UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO PER NON DISTURBARE LE POLITICHE DI GUERRA

di Pasquale Di Matteo

Se avete mai camminato per il centro di una metropoli europea alle sette di una sera di tardo autunno, conoscete già quella sensazione sottile che vi scivola lungo la schiena, una specie di vibrazione sorda, come il ronzio di un telefono nella tasca dei pantaloni.

C’è odore di caldarroste bruciate, certo, ma sotto ristagna qualcosa di molto più aspro, come l’odore acre del gas che si è depositato nei pori dell’intonaco dei palazzi eleganti, l’odore di gomma bruciata e la condensa che sale dai tombini.

A Lione, qualche giorno fa, la prefettura ha deciso che il modo migliore per curare l’angoscia fosse cancellare la domenica. O meglio, cancellare il diritto di esistere in gruppo per le strade.

A Milano, le vetrine del quadrilatero della moda sono state schermate in fretta e furia mentre i blindati blu notte spezzavano la nebbia a colpi di idranti.

I telegiornali della sera vi dicono che si tratta di teppismo.

Vi parleranno di “infiltrati”, di “sciagurati che sfasciano tutto”, di allarmi e di decreti sicurezza pronti a essere calati come scuri sulla testa di chiunque alzi la voce.

È una bugia confortevole degna dei peggiori regimi.

Serve a farvi dormire la notte, ma la realtà, quella sotto la superficie lucida delle nostre vite ordinarie, ha denti molto più affilati.

LA CURVA DELLA DISPERAZIONE

Nel silenzio felpato degli studi televisivi, mentre i soliti opinionisti si scambiano battute ciniche sul «gettare benzina sul fuoco» in tempi di carburante inaccessibile, Piergiorgio Odifreddi, ospite di La7, ha tirato in ballo una cosa che in genere appartiene ai quaderni di matematica: la curva di Gauss. Quella campana simmetrica che governa la casualità dell’universo.

La maggioranza delle persone non vuole dare fuoco ai cassonetti e non indossa passamontagna né impugna sampietrini sbreccati. Sta nel centro della curva, quella gente.

E lì, al centro, ci sono madri che guardano la bolletta del gas sul tavolo di formica e fanno scorrere le dita sulle scadenze con il cuore che batte troppo forte.

Ci sono autotrasportatori che fissano la pompa del gasolio sapendo che il margine di guadagno di un intero viaggio da Bari a Francoforte si è polverizzato prima di innestare la prima marcia.

Ci sono studenti di vent’anni stipati in stanze da seicento euro al mese senza riscaldamento, ragazzi che guardano il diploma appeso al muro e ci vedono solo un biglietto di sola andata verso un lavoro sottopagato da rider o l’ennesimo stage mascherato da «opportunità formativa». Che, spesso, non sarà nemmeno retribuito.

Questi sono i milioni, gli esasperati di una frattura generazionale mai vista prima.

Se metti dieci milioni di esseri umani con le spalle al muro, la campana statistica inevitabilmente produrrà le sue estremità: ci saranno cinquanta disperati o fanatici pronti a spaccare una vetrina. Vero. Delinquenti che vanno arrestati senza “se” e senza “ma”.

Tuttavia, indicare la vetrina in frantumi per evitare di guardare il vuoto che si spalanca dietro gli occhi di una generazione è il trucco da prestigiatore più vecchio e disonesto della storia.

Una dissonanza cognitiva che toglie il fiato, se solo ci si ferma ad ascoltare.

Da un lato, la litania dell’austerità, per cui vi dicono che i vincoli di bilancio sono sacri, che l’inflazione morde, che il debito pubblico è una zavorra che affonda le nostre vite, che per abbassare gli affitti nelle città universitarie o per ristrutturare le scuole coi caloriferi rotti «mancano le coperture finanziarie».

Se serve un fondo per sostenere le famiglie schiacciate dai tassi sui mutui volati a doppia cifra, il governo scuote la testa desolato: non c’è margine, tocca stringere la cinghia, bisogna fare la gavetta.

Poi, d’improvviso, la musica cambia. La scena si sposta a Bruxelles.

Lì, con la rapidità con cui un mago estrae un fazzoletto di seta dal cilindro, compaiono miliardi su miliardi da mesi. Non spiccioli, ma decine di miliardi alla volta.

I prestiti dello strumento europeo SAFE, le linee di credito d’emergenza, gli stanziamenti speciali per il riarmo e il sostegno al fronte ucraino.

Ventiquattro, cinquanta, settanta miliardi. Chi offre di più?

Soldi che spuntano fuori dal nulla, creati per debito, sterilizzati fuori dai vincoli di Maastricht con una firma in calce a un comunicato notturno.

Fermatevi un attimo a pensare: in Italia lo Stato spende all’incirca ottanta miliardi all’anno per l’intero comparto dell’istruzione pubblica. Ed è esattamente la stessa grandezza di risorse che, sommando ministero della Difesa, colossi a partecipazione statale e impegni sovranazionali, viene dirottata verso l’industria degli armamenti.

Un Paese che assegna lo stesso valore all’insegnamento di un individuo e alla gittata di un obice da 155 millimetri non è solo un Paese cinico, ma è un Paese che ha già perso il proprio cervello.

Il meccanismo ha un’ironia degna del miglior Stephen King nei suoi momenti più amari: ci indebitiamo per acquistare le armi che dovrebbero proteggerci, ma le clausole dei prestiti impongono che una quota preponderante venga spesa all’interno del circuito dell’industria bellica comunitaria, compresa quella ucraina che abbiamo già sovvenzionato con le tasse dei contribuenti.

Cioè, paghiamo prima per finanziare la produzione e paghiamo dopo, indebitandoci, per comprare il prodotto finito.

E mentre il ciclo industriale dei blindati gira a pieno regime, la Germania scivola nella recessione dopo la distruzione silenziosa dei gasdotti del Nord Stream, con i depositi di metano che rischiano di non reggere il picco dell’inverno e le bollette tedesche che minacciano di mandare in corto circuito l’intera rete energetica continentale.

Nel frattempo, nel Regno Unito, i comandi della protezione civile stampano opuscoli per spiegare ai residenti cosa mettere nello zaino delle prime 72 ore in caso di emergenza nazionale.

Torce a manovella, compresse di iodio, riserve d’acqua. In cielo si alzano i caccia intercettori lungo il Baltico e le navi da guerra pattugliano le coste della Romania nel Mar Nero per blindare i mercantili dai droni.

La paura è diventata una merce, una strategia per fare soldi. E, come ogni merce ben pubblicizzata, paga dividendi straordinari.

LA RISPOSTA DEL POTERE: PUNIRE CHI NON CE LA FA PIÙ

Cosa fa la politica dinanzi a questo panorama d’apocalisse al rallentatore?

Fa decreti. Vuoi mettere?

Un decreto non si risparmia a nessuno.

Crea nuove fattispecie di reato. Inasprisce le pene per chi blocca una strada o chi manifesta senza l’autorizzazione del questore. Suggerisce di schierare i paracadutisti dell’esercito nei viali di Milano e Roma, come se i soldati con il basco amaranto potessero calmierare il costo del pane o insegnare matematica e filosofia nelle aule gelide dei licei.

Ebbene, rifiutare questo cortocircuito, questa sottospecie di politica, non significa giustificare chi spacca un lunotto o incendia una boutique.

La violenza cieca è un regalo servito su un piatto d’argento ai falchi dell’ordine costituito, una distrazione comoda che consente alle istituzioni di evitare l’unica domanda davvero pericolosa: perché?

Non a caso, in una celebre intervista del 2008, l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, suggeriva proprio di intrufolare agenti tra la folla per creare disordini e spaccare tutto, in modo che i cittadini fossero più propensi ad accettare contrazioni delle libertà e del dissenso, ch’egli vedeva piegato dal suono delle ambulanze.

Comprendere le cause del dissenso non significa assolvere. Comprendere le cause è l’unico modo per non farsi travolgere dall’ondata quando l’argine cede del tutto. È l’unica differenza tra una democrazia e una dittatura.

Se vi limitate a sbarrare i cancelli, a vietare le piazze il sabato e a trattare una generazione di giovani esausti come nemici pubblici, state solo costruendo una pentola a pressione su una fiamma viva, che, prima o poi, esploderà, quando il metallo non reggerà più la spinta del vapore, e non basterà nessun prefetto, nessun comunicato di Bruxelles, nessun decreto di Roma, per rimettere insieme i cocci.

Perché, se la risposta dei governi all’esasperazione dei popoli è quella di Maria Antonietta e Luigi XVI, studiare la Storia e conoscere l’esito di quella strategia potrebbe essere d’aiuto.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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