PERCHÉ IL POTERE HA BISOGNO DI UN MOSTRO SOTTO IL LETTO PER NON FARVI GUARDARE IL DISASTRO

di Pasquale Di Matteo

Quando la rabbia si scarica per strada, la politica ha già perso da tempo e nell’aria si respira un miscuglio acido di plastica bruciata, gas lacrimogeno e polvere di vetro.

Chiunque abbia mai camminato in una strada dopo che la folla si è dispersa conosce quel silenzio strano, innaturale, rotto soltanto dai passi pesanti degli anfibi e dal ronzio dei fari blu che tagliano il buio.

Come dopo una guerra.

A chilometri di distanza da quelle strade, dentro i palazzi del potere, dove l’aria condizionata cancella ogni traccia dell’esterno, la risposta di chi ha lo stesso spessore politico dell’involucro sottile di una caramella arriva sempre con la stessa puntuale inopportunità.

Arriva con il legno lucido dei banchi istituzionali, con il timbro scuro delle cartelle ministeriali e con un’ossessione quasi liturgica per la parola d’ordine del momento: sicurezza, ordine. Parole che si trovano nelle primissime pagine del vocabolario di qualsiasi dittatore che si rispetti.

Il copione non cambia mai, proprio come narrava una pellicola italiana degli anni Settanta: Sbatti il mostro in prima pagina.

Si infrangono le vetrine di boutique a Milano, vola una bottiglia, un blindato retrocede di qualche metro e, ventiquattr’ore dopo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fissa l’obiettivo di una telecamera a Palazzo Chigi.

Il tono è quello severo del preside che ha appena trovato un banco intagliato. Annuncia l’ennesimo decreto, l’ottavo, per la precisione, come se le leggi fossero incantesimi capaci di ricucire il tessuto strappato di una società sfilacciata. Come se ascoltare il risultato delle proprie politiche fallimentare fosse un delitto.

Guai a chi prova a capire. Nessuno deve minimizzare. Nessuno deve giustificare.

Ma c’è qualcuno che ha davvero giustificato quel disastro?

Non mi par proprio.

In questo Paese si è consumata una truffa semantica micidiale, un gioco di prestigio tanto subdolo quanto efficace, per cui spiegare è diventato sinonimo di giustificare.

Perché gli insegnanti che spiegano fanno paura a chi governa e a malapena può vantare un diploma.

Perché, se non hai le competenze, potrai anche tradurre dall’inglese come una madrelingua, ma non capirai una beata fava di come ti stanno intortando. E quando le tue politiche provocano disastri sociali, la tua mancanza di competenze umanistiche ti porta a vedere solo violenza.

Perciò, secondo la logica dell’attuale inquilina di Palazzo Chigi, se provi a chiederti da dove nasca il rancore cieco di un ragazzo che prende a calci una vetrina blindata, vieni arruolato d’ufficio tra i mandanti morali. Se cerchi il nesso tra il degrado delle periferie, l’assenza di prospettive e la violenza urbana, scatta immediato il dispositivo del ricatto morale.

Funziona come un riflesso pavloviano e devi prendere le distanze. Devi condannare e dirlo forte, altrimenti sei dei loro.

Pretendere che un cittadino o un cronista debba “prendere le distanze” da violenti mai visti prima equivale a imporgli di discolparsi di un reato inesistente.

Io non li conosco. Sono già a chilometri di distanza da loro. Perché dovrei esibire una patente di purezza a ogni piè sospinto, solo per risparmiarmi l’indice puntato dei custodi dell’ordine costituito?

Come se questi custodi dell’ordine fossero stati calati da uno spirito divino, poi.

La verità è un’altra. La verità è che cercare le cause fa paura a chi non sa come uscire dal disastro che ha contribuito a creare. La verità obbliga a guardare nel vuoto.

Pochi giorni dopo, nell’austera “Nuova Aula” dei Gruppi Parlamentari a Roma, la commedia dell’assurdo fa un salto di livello.

Non bastavano i soliti facinorosi, così la narrazione ufficiale ha cercato il capro espiatorio perfetto, un regista cosmico.

Se a nord si incendiano i cassonetti e a sud i camionisti bloccano gli svincoli autostradali, la colpa non può essere della benzina alle stelle, dei salari da fame, delle scuole che cadono a pezzi, dei soldi spesi per armi e guerra anziché per Sanità e Scuola, o di una disperazione che ribolle a fuoco lento. No.

C’è la camorra, dicono. C’è la mafia. E poi, immancabile convitato di pietra, Vladimir Putin.

E sti cazzi, direbbero a Oxford.

L’uomo che doveva essere morto due anni fa per quattro tipologie di cancro, quello in fuga dai russi che lo volevano far fuori perché il rublo era carta straccia, quello che doveva perdere la guerra nel 2022 in virtù delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti, ora si scopre che è il discendente di Totò Riina.

Andando a fondo, ci racconteranno che è stato il mandante degli attentati che hanno ucciso Falcone e Borsellino. O, perché no, persino le BR erano una sua idea.

L’uomo del Cremlino è diventato la scusa universale dell’Occidente smarrito, che, al di là di frottole grottesche e al livello di Zelig, non è più in grado di azzeccarne mezzo neppure per sbaglio.

Putin ha preso il posto del vecchio gatto che mangiava i compiti e della nonna morta tre volte per saltare l’interrogazione di matematica.

I leader europei stanno precipitando nei consensi?

È colpa di Putin.

Un referendum va storto?

Manovre russe.

Un ragazzino di undici anni si infila un cappuccio nero e tira un sasso? Chiaramente teleguidato da Mosca.

L’ingerenza russa è pericolosissima. Invece, diventa una manna dal cielo avere oltre cento basi americane sul territorio e, in questo caso, mica è ingerenza. Vuoi mettere?

È la morte del giornalismo, la fuga vigliacca di classi dirigenti che controllano l’informazione, monopolizzano i canali televisivi, muovono i fili dell’economia, eppure, continuano a domandarsi con terrore infantile perché la gente li detesti a tal punto.

Proprio non ci arrivano. E, per non ammettere il proprio fallimento, preferiscono dipingere un nemico lontano come un dio onnipotente capace di manipolare miliardi di persone con un battito di ciglia.

Una favola così grossolana che nessun editor degno di tal nome riuscirebbe a rendere credibile, una panzana che, per paradosso, finisce per far sembrare perfino la rozza propaganda russa più credibile delle nostre bugie di Stato.

Mentre a Roma si inseguono i fantasmi geopolitici, poco più in là, sul medesimo palco prende la parola un uomo che di terra, sangue e realtà ne capisce più di chiunque altro.

Quando prende la parola Nicola Gratteri non usa l’ironia e non ci sono metafore comode. C’è la sua vita a Locri, ci sono i cadaveri visti lungo la strada mentre andava a scuola in autostop, c’è la rabbia viscerale di un magistrato che sta in trincea dalle sette e mezza del mattino e che le proprie ferie le passa nelle aule scolastiche a spiegare ai ragazzi che delinquere è un suicidio esistenziale.

Gratteri non guarda al Cremlino per spiegare il malessere. Guarda le nostre infrastrutture che cadono a pezzi, a cominciare dalle tratte ferroviarie.

Parla della tratta tra Reggio Calabria e Taranto, un unico binario decrepito, percorso da treni a gasolio che sembrano usciti dagli anni Cinquanta, con vagoni soffocanti, senza aria condizionata dove pendolari e studenti viaggiano come merci dimenticate.

Altro che armi a Kiev!

Parla dell’acqua che nelle province di Agrigento e Caltanissetta sgorga dai rubinetti una volta ogni tre o quattro giorni, costringendo le famiglie a razionare la sete.

Altro che disinformazione russa!

Racconta degli agrumeti della Piana di Catania che disseccano sotto il sole perché non c’è una goccia per irrigare le campagne.

E a questa devastazione materiale, il governo risponde vagheggiando l’autonomia differenziata o sventolando il miraggio del Ponte sullo Stretto, un’opera faraonica che si realizzerà nel mese di poi dell’anno di mai, ma che fa gola a tanti amici di amici, di altri amici.

«Facciamone due di ponti, non uno solo», sbotta Gratteri, «ma prima dateci le stesse infrastrutture del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. Prima portate l’acqua a chi non ce l’ha».

Insomma, prima si guarda ai propri figli, poi si aiutano gli altri. Un discorso da buon padre di famiglia, da persona di buonsenso.

Non serve per forza una laurea per governare, – anche se non guasterebbe, – basterebbero buonsenso e la logica del buon padre di famiglia.

Da una parte, un ministro della Giustizia come Carlo Nordio che, di fronte all’esplosione dei disordini giovanili, non trova di meglio da proporre se non l’allargamento delle celle delle carceri minorili, quasi che l’acciaio delle sbarre possa evaporare il rancore di una generazione lasciata ai margini.

Dall’altra, un procuratore che, avvicinato dai cronisti nei corridoi della Camera, rispedisce al mittente le chiacchiere da bar: se il governo ha notizie certe su presunte infiltrazioni mafiose dietro le proteste di piazza, le trasmetta alla polizia giudiziaria e apra i fascicoli d’indagine invece di usarle per fare titoli sui quotidiani e propaganda sui social media.

La magistratura lavora sui riscontri probatori, non sulle suggestioni di chi governa.

Il quadro che emerge, ripulito dal trucco televisivo della propaganda e dalle convenienze di partito, è spietatamente nitido.

C’è un’Italia reale che si sgretola, arsa dalla siccità, immobilizzata da trasporti da terzo mondo e stanca di promesse non mantenute, mentre i soldi vanno alle lobby della guerra.

E c’è una cittadella del potere che, terrorizzata da quel rumore sordo che bussa alle porte, promulga decreti penali a getto continuo, allarga le prigioni e inventa burattinai d’oltremare per non confessare l’incapacità assoluta di governare.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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