L’ULTIMO BLUFF DI KIEV: CASSE VUOTE, PIAZZE IN RIVOLTA E IL SILENZIO ASSORDANTE DEI LEADER EUROPEI

di Pasquale Di Matteo

Te ne sei accorto?

La giostra si è fermata, anche se la musica continua a suonare per pura inerzia.

Lo capisci fissando il display luminoso di una pompa di benzina in una periferia desolata, mentre l’odore acre di gasolio ti si attacca alla giacca e il totale da pagare sale a cifre che, fino a tre anni fa, sarebbero sembrate uno scherzo di cattivo gusto, mentre ora gioisci se lo trovi a meno di 2,2 euro al litro.

O, forse, non lo capisci, ma intuisci qualcosa di strano guardando gli occhi svuotati di chi esce da un supermercato stringendo una busta mezza vuota, consapevole che quel poco è costato quanto avrebbe pagato una borsa piena fino a pochi mesi fa.

La guerra in Ucraina non sta finendo con il fragore trionfale delle fanfare o con una parata della vittoria lungo viali lastricati di gloria, con Macron e Merz ad applaudire Zelensky e von der Leyen, come star di Hollywood.

Sta finendo come finiscono le peggiori sbronze del sabato sera: con le luci che si accendono all’improvviso, il pavimento appiccicoso e qualcuno che, con voce piatta, sbatte sul tavolo un conto insostenibile che nessuno ha più voglia di saldare.

A Bruxelles fanno finta di non sentire. Si presentano davanti ai microfoni con completi impeccabili, cravatte coordinate e quell’espressione di compunta determinazione che i leader europei riservano alle tragedie che non pagano di tasca propria. Parlano ancora di vittoria strategica, di resistenza a oltranza, di un fronte democratico che non arretrerà di un millimetro.

Ma è un disco rotto dopo il passaggio della tempesta. Un loop che equivale al silenzio.

Perché, se scendi le scale del palazzo dove stanno i leader e la loro follia, trovi la realtà. Quella che non concede interviste.

La Bulgaria ha detto no.

Un no secco, privo di fronzoli diplomatici.

Sofia si sfila dal nuovo pacchetto di aiuti finanziari dell’Unione Europea per Kiev, raggiungendo una pattuglia di dissidenti che ormai non è più un’anomalia marginale, ma una faglia sismica: Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca. Con la Bulgaria, siamo a meno quattro. Quattro tessere del domino che scelgono di non cadere nel baratro.

Zelensky è tornato a bussare alla cassa con la consueta lista della spesa: altri settanta miliardi di euro da aggiungere ai novanta già deliberati per tamponare un disavanzo che, nel 2026, si annuncia come una voragine senza fondo. E per il 2027, le cifre sono da capogiro.

Ma la verità è che il salvadanaio è vuoto. Non è una questione ideologica. È matematica elementare applicata all’economia: non puoi spremere sangue da una pietra, non puoi continuare a drenare miliardi da nazioni i cui cittadini stanno scendendo in piazza con le pietre in mano.

Le strade europee cominciano a ribollire di rabbia. Dalle banlieue francesi alle fabbriche tedesche strozzate dai costi dell’energia, la sensazione di essere stati presi in ostaggio da un’élite dittatoriale e sorda è diventata certezza.

Quando un camionista deve sborsare migliaia di euro solo per mettere in moto il proprio mezzo di sostentamento e si sente ripetere che quel sacrificio serve a difendere i valori occidentali, la reazione non è patriottica. È furia.

Perché di fronte all’idiozia del potere puoi solo mostrare il muso duro.

Una furia silenziosa che non trova spazio nei talk show, ma che esplode puntuale nelle cabine elettorali: il trenta per cento accreditato ad AfD in Germania o l’ascesa inarrestabile del Rassemblement National in Francia non sono nostalgia del passato, bensì le cambiali non pagate di un presente fallimentare.

Sono lo stesso fallimento dei moderati di allora compiuto da quelli che avrebbero dovuto essere moderati oggi, ma che hanno applicato strategie idioti e disastrose per i cittadini europei e per le stesse migliaia di ucraini che hanno mandato a morire inutilmente.

Leader incapaci, affetti da un’ideologia tossica, cioè dall’idea che la perseveranza bellica fosse un valore assoluto, autosufficiente, scollegato dalla brutalità dei numeri.

Dall’idiozia di poter mettere al tappeto il più grande Paese al mondo, dotato della potenza nucleare più forte sul pianeta.

Chiunque abbia mai messo piede in un pronto soccorso o abbia visto crollare un’azienda a conduzione familiare sa che il coraggio non basta quando finiscono le bende o mancano i soldi per pagare i fornitori.

Gli attuali leader europei, come si evince, non hanno mai messo piede in nessuna delle due strutture.

In Ucraina, mentre i comunicati stampa di regime continuano a celebrare l’eroismo indomito, le pattuglie di reclutamento devono rincorrere i giovani per strada, strapparli ai marciapiedi, ai bar, alle palestre, caricarli di forza su furgoni senza insegne.

Ci sono milioni di renitenti alla leva, centinaia di migliaia di disertori nascosti nei boschi o fuggiti in Europa. Altro che eroi patriottici.

Come biasimarli?

Mica vanno i figli di Zelensky, Merz, von der Leyen, Meloni e Macron al fronte. Altrimenti, la guerra sarebbe finita con l’accordo del 2022. Sicuro.

Il tempo, quello che gli strateghi da salotto consideravano un alleato delle democrazie occidentali, ha lavorato con metodica ferocia a favore del Cremlino.

Ricordo ancora Beppe Severgnini, quando disse, nel 2022, «quaranta democrazia contro una dittatura? Vinciamo noi, non c’è storia»

Io risi. Molti risero di me. Ma oggi non ridono più.

Più tempo passa, peggio finisce. L’equazione è spietata. L’Ucraina perde potere nelle trattative ogni settimana. Nel 2022 era una nazione, oggi è un Paese fallito economicamente e industrialmente. Tant’è che Zelensky ha bisogno dei soldi europei già solo per pagare i dipendenti pubblici. Senza quelli, Kiev resta un deserto.

Prima si accetta di guardare in faccia il disastro, minore sarà il prezzo da pagare in termini di macerie e vite umane.

Oltreoceano, il copione è già stato riscritto. A Washington il dossier ucraino ha smesso di essere una crociata per trasformarsi in un impiccio elettorale da liquidare il prima possibile.

L’attenzione si sposta altrove, verso l’Asia, verso il disastro del Medio Oriente, lasciando gli alleati del Vecchio Continente nudi sul bagnasciuga.

All’orizzonte non c’è una pace giusta, che non c’è mai stata nella storia. La pace favorisce sempre il più forte. Sempre.

Ma c’è il profilo spigoloso di una nuova Yalta. Un tavolo per tre – Trump, Xi Jinping e Putin – dove i confini del mondo verranno ridisegnati con un tratto di penna, mentre l’Europa siederà nello sgabuzzino delle scope, ridotta a osservare dal buco della serratura ciò che ha contribuito a distruggere senza mai avere la forza di governarlo. Tutto per colpa di politici incapaci che sono come un lutto nelle vene per gli europei.

In questo panorama desolante di governanti disastrosi, c’è una figura che stride con l’isteria collettiva. Un uomo anziano, fiaccato dalla malattia, che da un letto d’ospedale ha preso in mano la cornetta per chiamare Vladimir Putin.

Non una telefonata di circostanza. Una richiesta umanitaria e disperata per aprire un corridoio, fermare il massacro in una città assediata dove la gente è costretta a raschiare la neve dai cornicioni per non morire di sete.

Mentre le cancellerie europee continuano a rifiutare ogni forma di dialogo in nome di un massimalismo sterile, un’intransigenza che puzza di vigliaccheria morale per non dover ammettere di essere dei falliti, la diplomazia vaticana, con le missioni silenziose del cardinale Zuppi e di monsignor Gallagher a Mosca, è rimasta l’unico canale di intelligente comunicazione.

Il Vaticano non ha divisioni corazzate e non invia armi a Kiev. Eppure, proprio quella telefonata a Mosca è il più feroce atto d’accusa contro i leader della NATO. È il monito che smaschera l’ipocrisia.

Chi vuole davvero salvare delle vite parla con il nemico; chi vuole salvare la propria reputazione politica continua a ordinare munizioni con il denaro degli altri e continua a dire che a non volere il dialogo è il nemico.

Nel frattempo, la paranoia si allarga come una macchia d’olio sulle acque del Mar Nero. Droni abbattuti, rotte mercantili deviate, una nave della NATO inviata a pattugliare specchi d’acqua contesi con la scusa di incidenti mai del tutto chiariti.

Il rischio dell’incidente fatale, della scintilla che fa saltare la polveriera, non è mai stato così alto. Si grida all’aggressione russa a ogni sibilo nel cielo, omettendo con imbarazzo sistematico quando i frammenti metallici che cadono nei campi di grano rumeni o bulgari appartengono ai sistemi di difesa ucraini.

Cosa accaduto anche l’altro giorno, nel silenzio della propaganda di casa nostra.

Perché ammetterlo significherebbe rompere l’incantesimo del buono e del cattivo di comodo.

Non serve una sfera di cristallo per capire come andrà a finire questo capitolo della storia contemporanea. Lo scrivevo già nel 2022, quando quelli che ora non ridono più mi davano del folle.

Basta avere il fegato di ascoltare ciò che si dice nei bar, nelle officine, alle fermate degli autobus. O nelle piazze.

La gente non crede più alla favola della guerra vinta per procura.

I cittadini sentono sulla propria pelle il gelo della sconfitta, di un inverno economico che i palazzi del potere hanno finto di non vedere.

Presto, molto presto, quando le urne elettorali si apriranno in tutta Europa, la risposta sarà un boato che spazzerà via le finzioni diplomatiche e gli ardori marziali a buon mercato dei falliti travestiti da statisti.

Non sarà un voto dato per speranza, ma per disperazione.

E contro la disperazione di chi non ha più nulla da perdere, nessun discorso di Bruxelles, di Parigi, di Roma o di Berlino potrà mai fare da scudo.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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