Mi domando spesso cosa veda davvero una persona quando guarda il telegiornale.
Vi siete mai seduti accanto a vostro padre, a vostra madre o a un vecchio amico mentre la luce bluastra dello schermo rimbalza sul loro viso stanco?
Hanno una forchetta sospesa a mezz’aria. Sullo schermo ci sono fiamme, caschi lucidi che riflettono i lampioni, urla indistinte. Il respiro di chi guarda accelera di colpo. Un battito cardiaco rubato e, in quell’istante, il patto tra la realtà e la percezione è già stato sigillato.
E voi avete perso. Perché la realtà ha perso.
La comunicazione di massa è una stanza buia con un’unica finestra. Chi controlla la maniglia, e la tiene chiusa, non ha bisogno di dipingere mostri sul vetro. Gli basta che decida dove puntare la torcia.
Per le Scienze della Comunicazione, questo meccanismo viene chiamato “protest paradigm”.
A teorizzarlo per primi furono Joseph M. Chan e Chin-Chuan Lee, nei loro studi pionieristici degli anni Ottanta.
Sembra una formula asettica per superare un esame da sei crediti e dimenticarsene il lunedì successivo. Invece, è la ragione per cui provate una rabbia cieca verso chi blocca una strada prima di aver compreso i motivi della protesta.
Per capire come funziona il giornalismo del mainstream, c’è una griglia di analisi che dovete imparare a usare, perché vi permette di strappare la superficie abbellita della retorica e vedere l’essenza della verità
LA GRIGLIA DELL’AUTOPSIA MEDIATICA
La prima incisione riguarda le fonti. Contatele. Non fatevi distrarre dal ritmo del montaggio.
Quante voci appartengono a chi marcia nel fango con le scarpe rotte, agli organizzatori, agli economisti capaci di snocciolare dati? E quante sillabe sono state invece concesse al prefetto, al questore, al portavoce con la cravatta intonata e il colletto inamidato?
Quando l’ottanta per cento dello spazio mediatico è occupato dall’autorità costituita, la narrazione non è cronaca, ma un bollettino di sicurezza pubblica.
L’asimmetria crea una gerarchia precisa nella testa della gente, per cui chi indossa una divisa o una giacca parla a nome dell’ordine razionale; chi tiene uno striscione balbetta nel regno del disturbo patologico. Non c’è proporzionalità.
La violenza è descritta come un episodio marginale o come il cuore dell’evento?
Se centomila anime camminano per quattro ore cantando slogan contro la privatizzazione della sanità, i prezzi alle stelle e le armi a Kiev, e trecento metri più in là dieci ragazzini incappucciati spaccano la vetrina di una boutique, cosa finisce nei primi quaranta secondi del servizio?
Il fuoco. La vetrina rotta, il cassonetto che brucia. Il fuoco brucia bene sullo schermo, buca la retina, ipnotizza e consente di non parlare delle rivendicazioni della piazza.
L’eccezione vandalica viene promossa a essenza dell’intera manifestazione. L’eccezione diventa la regola e la regola viene cancellata.
E qui casca… il contesto. È la prima vittima, sempre.
Il pezzo al tg vi spiega per quale dannata ragione quelle persone hanno lasciato la sicurezza delle loro case per farsi insultare sul selciato?
Vi parla di dieci anni di tagli ai bilanci, di contratti collettivi scaduti nel silenzio dei ministeri, di un’inflazione che corrode le ossa delle famiglie ordinarie? Di decine di miliardi di armi stanziati anche nell’ultima manovra, mentre alle scuole vanno le briciole?
No.
Il contesto costa fatica, richiede minuti di trasmissione e, peggio ancora, costringe chi ascolta a pensare e la politica a difendersi.
Molto più facile far credere che un sabato mattina qualsiasi, un gruppo di disperati sia impazzito simultaneamente, come in un romanzo apocalittico di quart’ordine. Senza un perché. Solo perché sono violenti.
Guardate il lessico, poi.
Le parole non sono gusci vuoti; sono ami da pesca che si agganciano all’amigdala. Trovate vocaboli descrittivi – un corteo composto da circa cinquemila persone ha sfilato lungo il viale – o etichette valutative progettate per scatenare un riflesso pavloviano?
Parole come caos, devastazione, tumulti, guerriglia urbana, assedio.
Se usate “guerriglia”, evocate lo spettro dei cecchini, di mitra, delle bombe a mano, della guerra civile. Il cervello non ragiona più: reagisce.
Ha paura.
E chi ha paura cerca rifugio tra le braccia del primo poliziotto che vede passare. E chiede pene più severe, fagocitando norme che, altrimenti, solleverebbero più di un dubbio.
Passiamo alle immagini.
Chi c’è nell’inquadratura? C’è la maestra in pensione con il thermos di tè e il cartello scritto con il pennarello nero, o c’è un primo piano stretto, ossessivo, sul cassonetto che fuma?
I teleobiettivi sono armi psicologiche straordinarie: comprimono lo spazio, fanno sembrare venti esagitati una legione sterminatrice pronta a sbranare la città. Mostrano la carneficina visiva del dettaglio per occultare la normalità disarmata dell’insieme.
Addirittura, elaborano immagini con l’Intelligenza Artificiale, come nel caso del vandalo immortalato nella medesima posizione in una boutique e in una libreria. Un evidente falso che suscita una domanda: se le devastazioni erano così numerose, perché inventarsi un’immagine per fare numero?

E come viene fabbricata l’opinione pubblica?
Vi mostrano dati statistici, campioni demoscopici stratificati, tendenze sociali certificate?
Raramente.
Molto più comodo piazzare un microfono sotto il naso del negoziante disperato mentre spazza i cocci di vetro.
«Non se ne può più, devono metterli tutti dentro. Devono remigrarli tutti.»
Quell’intervista, emotivamente devastante e insindacabile nel suo dolore individuale, viene venduta come la voce universale del Paese.
Ma questo non è giornalismo né è indagine; è propaganda sociale.
Infine, verificate la distinzione dei piani.
Il cronista è capace di tenere separati i fatti accertati, le dichiarazioni di parte e il proprio personale giudizio morale? O scivola viscidamente da un piano all’altro senza soluzione di continuità?
Quando una frase inizia con «I manifestanti sostengono che…» e la successiva diventa «La polizia ha invece ristabilito la legalità contro le provocazioni», il giudizio è già stato emesso.
La legalità è un fatto attribuito a una parte; la provocazione è la condanna inflitta all’altra.
Questa griglia non l’abbiamo inventata noi stamattina, ma è il precipitato di decenni di studi accademici sul protest paradigm: l’ossessione per i disordini, l’accesso asimmetrico alle fonti istituzionali, il tono costantemente allarmistico e la cancellazione costante delle ragioni del dissenso.
La realtà non è una serie tv con una stanza dei bottoni piena di vecchi corrotti che decidono come fregarvi il cervello. È più complessa e infinitamente più interessante.
La copertura mediatica tende a privilegiare i disordini e a proteggere lo status quo sistemico aggrappandosi alle fonti ufficiali. È un dato di fatto misurato in centinaia di ricerche in diverse parti del mondo occidentale. E non solo.
Il framing – l’atto di incorniciare una storia entro determinati confini – altera i processi cognitivi, modifica l’attribuzione di responsabilità e riduce la nostra capacità di empatizzare con chi protesta.
E no, non serve una regia occulta. Non c’è nessun burattinaio col sigaro dietro le quinte. Attenzione: non dico che non esistano, ma solo che non è necessario che esistano perché si verifichi quanto avviene sotto i nostri occhi.
Bastano le routine produttive, i ritmi assassini delle redazioni moderne, dove un redattore precario deve sfornare sei pezzi al giorno mentre risponde alle notifiche di agenzia.
La polizia ha uffici stampa h24, comunicati limpidi, gerarchie chiare, numeri di telefono sicuri.
I collettivi, i comitati di base, i lavoratori in sciopero spesso non sanno nemmeno chi mandare davanti alle telecamere. La dipendenza dalle fonti istituzionali è innanzitutto una pigrizia organizzativa elevata a sistema.
Prendiamo il famoso esperimento del 1999 condotto da Douglas McLeod e Benjamin Detenber, pietra miliare delle Scienze della Comunicazione.
I ricercatori mostrarono a spettatori universitari tre versioni di un telegiornale sulla stessa protesta anarchica: a basso, medio e alto livello di condizionamento da paradigma.
C’era una gradualità sfumata nell’uso del lessico e delle immagini.
E c’era un limite: il campione era composto interamente da studenti universitari statunitensi. Ventenni scolarizzati, per lo più bianchi, con un profilo socioculturale omogeneo.
Potete davvero spalmare quei risultati psicologici su un operaio di cinquant’anni di Taranto o su una pensionata di periferia a Lione? Assolutamente no.
La generalizzazione totale è una chimera di cui dobbiamo liberarci.
Inoltre, il protest paradigm non è una legge matematica, quindi, la risposta dei media dipende dalle tattiche messe in campo: scioperi bianchi, digiuni, occupazioni creative rompono il paradigma con esiti imprevedibili.
Dipende dalla risposta violenta o contenitiva delle forze di polizia, dall’allineamento politico della testata, dal clima culturale che si respira nel Paese in quel preciso periodo storico.
E smettiamola di ripetere la favoletta secondo cui chi condanna i manifestanti è solo una pecora che «guarda troppo la televisione».
Questa è la presunzione classista di certi intellettuali da salotto.
Le persone decodificano i messaggi attraverso la loro biografia, le loro convinzioni religiose, l’ideologia politica ereditata o conquistata, la propria diretta esperienza di vita, l’istruzione e la voglia che hanno di informarsi da più fonti accreditate o dall’amico al bar.
Se una persona lavora dodici ore su un furgone per consegnare pacchi e trova il traffico paralizzato da un blocco stradale, non ha bisogno della manipolazione del telegiornale per provare rabbia: la sua esperienza materiale entra in collisione diretta con la tattica della protesta. Dimenticarsi questo significa non capire nulla della psicologia umana.
COSA BISOGNA RICORDARE
Ma non è un problema di giornalisti cattivi, di editori miliardari né di lacrime sprecate davanti al tubo catodico, ma è più sottile ed è infinitamente più pericoloso per la vostra tranquillità.
Una notizia può essere inappuntabile sotto il profilo degli avvenimenti, certificata da cento agenzie, priva di una singola menzogna, ma risultare una mostruosa, calcolata falsificazione della realtà.
Non vi hanno mentito. La pietra è stata scagliata davvero. Il fumo saliva per davvero. La vetrina è andata in pezzi per davvero. Il sangue sull’asfalto era reale. Eppure, quel racconto vi ha mentito.
Vi ha ingannato perché ha selezionato ciò che meritava di esistere e ha condannato all’oblio tutto il resto. Come se quel resto non fosse mai avvenuto.
Perché ha trasformato un istante isterico di dieci minuti nell’essenza di una mobilitazione durata mesi. Perché ha concesso il diritto della parola a chi indossa le mostrine e ha tolto il diritto di spiegare a chi gridava nelle retrovie.
Ha fatto d una minima parte di teppisti il tutto, in modo che chi è a casa pensasse fossero tutti teppisti.
Il protest paradigm non è una gabbia che imprigiona chi fa informazione, ma la prigione invisibile in cui ci accomodiamo noi ogni volta che cerchiamo una risposta facile per placare il nostro bisogno di sicurezza.
La prossima volta che accendete la televisione o scorrete il feed del vostro smartphone, di fronte all’ennesima piazza che brucia, non domandatevi soltanto: «È vero quello che vedo?»
Domanda legittima e che va posta. Ma formulatene anche un’altra: «Cos’è stato lasciato fuori dall’inquadratura? E a chi può giovare il mio sdegno di fronte a queste immagini?»

