Il declino dell’Italia ha un suono flebile.
È il fruscio metallico dello scontrino che esce dalla cassa automatica di un discount alle sette di sera. Lo guardi, stringi gli occhi come se la miopia potesse salvarti, ma ti rendi conto che quelle quattro cose valgono mezza giornata di lavoro.
I salari hanno perso l’otto per cento del loro potere d’acquisto, il carrello della spesa è rincarato del quaranta, eppure tu resti lì, immobile, con una strana tachicardia a farti compagnia mentre infili nello zaino una scatola di uova pagata come fosse caviale.
Poi arrivi a casa, accendi la televisione e la realtà viene strupata dalla propaganda.
Sullo schermo c’è Giorgia Meloni che fa la faccia feroce.
Si indigna, gesticola, batte i pugni sul tavolo. Non firmerà il decreto per adeguare gli stipendi dei magistrati, dice. Lo fa per noi.
Ci spiega che quei soldi sono «dieci volte quello che serve all’autotrasporto».
Meraviglioso, vero? Davide contro Golia. La pasionaria della Garbatella che toglie il pane ai parrucconi togati per darlo ai poveri camionisti con la schiena a pezzi sull’asfalto della Salerno-Reggio Calabria.
Peccato sia una colossale balla. E pure spaziale.
Se consoci il Diritto e il funzionamento dello Stato, sapresti che non c’è alcuna scelta politica, nessun atto di coraggio proletario.
Quei soldi sono il frutto di sentenze esecutive nate da errori di calcolo dell’amministrazione pubblica. Cioè, lo Stato ha sbagliato a fare i conti.
Non è un regalo ai magistrati, ma un debito dello Stato nei loro confronti.
Meloni lo sa benissimo. Almeno, ci si augura che un Presidente del Consiglio lo sappia.
I suoi uffici legislativi lo sanno fin troppo bene: l’Associazione Nazionale Magistrati farà ricorso per mancata ottemperanza, un giudice nominerà un commissario ad acta e quel funzionario, seduto al posto della premier, firmerà l’atto.
E noi, cittadini spettatori di questa farsa, pagheremo il conto maggiorato di spese legali, le parcelle e gli interessi di mora scaturiti dalla mossa di propaganda elettorale della premier.
La cosa buffa è che chi non ha nessuna conoscenza del funzionamento della cosa pubblica penserà che Meloni ha ragione.
È la regola aurea del potere: se non puoi risolvere il disastro, inventati un nemico e mettilo all’indice, contando sull’ignoranza delle masse.
Scatena una guerra tra poveri. Fai credere al camionista che se non arriva a fine mese la colpa è del giudice, mentre dietro le quinte la botola inghiotte cifre che farebbero tremare le vene ai polsi.
Perché la vera domanda è un’altra, e fa paura: dove sono finiti i soldi, Giorgia?
Se segui la pista del denaro, come insegnano i vecchi poliziotti disincantati dei romanzi neri, arrivi dritto nelle stanze dove si decide il nostro sacrificio.
Ci sono miliardi e miliardi che evaporano per gli interessi sul debito pubblico, ulteriormente aumentato con l’attuale governo.
Le banche hanno banchettato sui tassi d’interesse schizzati alle stelle, accumulando profitti osceni. Le assicurazioni, le multinazionali del farmaco, i colossi dell’energia hanno fatto registrare bilanci da capogiro. E la famosa tassa sugli extraprofitti sbandierata ai quattro venti è stata ridotta a un pietoso anticipo di cassa, un prestito che lo Stato dovrà persino restituire.
Non si toccano le lobby. Mai.
Perché le lobby garantiscono la sopravvivenza dei governi. Se provi a sfiorarle, cadi.
E allora si fa cassa dove non c’è resistenza: sulla pelle dei ragazzi che entrano la mattina in aule gelide, con gli intonaci che cadono sulla testa e i topi negli scantinati, mentre i ministri firmano assegni in bianco per la spesa militare, per inviare armi a Kiev, alimentando una guerra che manda a morire gli ucraini al fronte.
Siamo pronti a vincere subito la guerra, ci ripetono i generali NATO con la voce impettita e il petto coperto di mostrine. E allora perché ci chiedete di triplicare le spese per gli armamenti per i prossimi dieci anni se ce l’abbiamo più duro di Putin?
Perché la difesa inghiotte miliardi senza battere ciglio, mentre per un esame oncologico devi aspettare quattordici mesi a meno che non paghi duecento euro al privato?
Non c’è errore, non c’è fatalità. È un disegno.
Il governo firma in silenzio a Bruxelles un Patto di Stabilità che ci costerà tredici miliardi di lacrime e sangue all’anno, poi torna a Roma e recita la parte dell’orfano maltrattato dalla matrigna Europa. Un teatro dell’assurdo dove chi governa finge di fare l’opposizione a sé stesso.
Quando la corda si spezza, quando i ragazzi scendono in strada, quando gli studenti si uniscono ai lavoratori e gridano «Soldi alla scuola, non alla guerra», il potere trema sul serio.
Una folla pacifica, determinata, che cammina a braccia conserte e pone domande precise è letale per chi comanda. Non puoi caricarla senza mostrare la tua natura autoritaria. Non puoi zittirla senza passare dalla parte del torto.
Ed ecco che si apre il manuale della manipolazione: la Sindrome di Sherwood.
Teorizzata da un alto funzionario della polizia catalana, David Piqué, è una strategia che abbiamo visto e rivisto.
È una strategia paventata già da Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica, che in un’intervista rilasciata al Resto del Carlino il 23 ottobre 2008 disse: “Basta lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.”
Se la piazza ha ragione, devi toglierle la ragione.
Come? Con il sangue. Con il fuoco. Basta un manipolo di ragazzini incappucciati, i soliti disperati senza futuro, i cosiddetti “maranza”, cani sciolti pronti a spaccare tutto.
Non serve nemmeno pagarli, basta lasciar fare. Basta allentare i cordoni di sicurezza per dieci minuti, voltarsi dall’altra parte, lasciare che una vetrina vada in frantumi proprio davanti alle telecamere piazzate con precisione millimetrica.
Lo abbiamo già visto. Ricordate Roma, ottobre 2021?
Il corteo, il blindato e quell’agente in borghese filmato mentre aizzava la folla, giustificato dall’allora ministra Lamorgese con la surreale barzelletta della «verifica della forza ondulatoria del mezzo».
Lo abbiamo rivisto a Reims nel 2026, con un eurodeputato che smascherava un infiltrato della BAC col volto coperto mentre lanciava pietre sui manifestanti, dileguandosi alla vista della lente rossa dell’obiettivo prima che la Procura fosse costretta ad ammettere l’inconfessabile.
È un ingranaggio collaudato.
Nel momento in cui quella vetrina si spacca, il telegiornale della sera ha il suo mostro da sbattere in prima pagina. Non si parla più dell’inflazione che divora le famiglie. Non si parla più delle scuole senza riscaldamento. Non si parla dei miliardi donati alle armi mentre si negano i diritti basilari.
Si parla solo di violenza, di vandali, di sicurezza. La carica dei reparti mobili non appare più come una brutale repressione del dissenso, ma come un sollievo per la borghesia spaventata.
La colpa non è dei poliziotti di pattuglia, naturalmente, carne da cannone pagata millequattrocento euro al mese, costretta a prendere sputi e sanpietrini per difendere privilegi di cui non vedrà mai un centesimo.
Loro sono vittime esattamente come i ragazzi che hanno davanti. Come diceva quell’insegnante in mezzo ai lacrimogeni: «Siamo dalla stessa parte».
La colpa è di chi manovra i fili dall’alto e di un sistema informativo ridotto a megafono dei potenti, incapace di porre domande e prontissimo a gettare all’opinione pubblica la polpetta avvelenata della paura.
Ci stanno togliendo tutto: il salario, l’istruzione, la salute e persino il diritto di essere arrabbiati. E mentre ci sfilano il portafoglio dalla tasca, ci indicano una vetrina rotta per farci credere che il pericolo siano quei quattro sbandati con la felpa nera.
O non si firma un decreto che non è una scelta, ma un obbligo poiché lo Stato ha perso la causa.
Smettiamola di abboccare alle balle dei politici e alla propaganda dei loro megafoni scendiletto.
Smettiamola di azzannare l’osso che ci buttano per distrarci.
Guardiamo oltre la scheggia di vetro sul marciapiede e fissiamo negli occhi chi, da dietro una scrivania di mogano a Roma o a Bruxelles, ha già deciso di mettere a bilancio la nostra miseria per finanziare la loro prossima guerra.

