HANNO CREATO IL MOSTRO E ADESSO MANDANO L’ESERCITO: IL RETROSCENA DELLA LEGGE CHE VUOLE RINCHIUDERE I VOSTRI FIGLI PRIMA DEL CORTEO

di Pasquale Di Matteo

Quando cede di schianto sotto un colpo ben assestato, il vetro temprato emette un tonfo sordo, simile a un pugno dato contro un sacco, poi si sbriciola in diecimila diamanti opachi che scivolano sull’asfalto bagnato di Corso Vittorio Emanuele.

Sabato scorso, a Milano, c’erano minorenni col cappuccio tirato così stretto da vedersi solo gli occhi, umidi e febbricitanti, con un paio di Nike consumate ai piedi.

Nelle mani, reggevano gli smartphone, puntati dritto davanti a sé, lo schermo che illuminava la faccia di una luce bluastra e spettrale.

Trasmettevano una diretta su TikTok. Quindici secondi di gloria digitale mentre la vetrina di una catena multinazionale veniva ripulita da altri cinque ragazzini veloci come ratti.

Se chiedete a chiunque abbia guardato un telegiornale nelle ultime ore, vi dirà che quello è il Male. Vi diranno che è arrivata l’invasione dei barbari, che le periferie stanno vomitando i loro demoni nel salotto buono della borghesia e che l’unica risposta possibile sono le camionette, i lacrimogeni e le celle di sicurezza.

Mentono. Non capiscono. O, peggio ancora, non sanno guardare l’orrore che loro stessi hanno covato sotto il tappeto per venticinque anni.

LA CITTÀ VETRINA E IL DIO DEL POSSESSO

Milano è una bugiarda meravigliosa.

Si trucca ogni mattina con i rendering lucidi dei grattacieli di Porta Nuova, si profuma di finanza e moda sostenibile, poi stampa i suoi scontrini con una clausola scritta a caratteri microscopici: per sopravvivere qui dentro devi averne ereditato il privilegio.

Perché, per affittare un buco di settanta metri quadri in questa città servono in media ventidue euro e quaranta centesimi al metro quadro. Nel 2024 ne bastavano diciassette.

Fate due conti al buio della vostra cucina, magari mentre guardate la busta paga sul tavolo: significa che l’affitto si mangia tra il cinquanta e il settanta per cento del reddito netto di un lavoratore normale.

Se sei giovane, se hai un contratto a termine mascherato da tirocinio formativo, se fai il cameriere o l’insegnante precario, tu a Milano non puoi esistere. Sei biologicamente ed economicamente incompatibile con il territorio.

Eppure, a quegli stessi giovani esclusi, la nostra società sussurra all’orecchio una sola preghiera dall’istante in cui aprono gli occhi: “tu sei quello che hai”.

Se non indossi trecento euro di giubbotto, non esisti. Se non ostenti il borsello griffato, sei invisibile.

L’ha riassunto Marracash con la precisione che nessun ministro dell’Interno avrà mai: li abbiamo schiacciati contro una vetrina blindata a fissare status symbol che non potranno mai permettersi, bombardati dal mantra che chi non possiede è uno scarto, una nullità. E poi ci meravigliamo se, a un certo punto, quel vetro provano a sfondarlo.

Per anni, li abbiamo marchiati. Li abbiamo chiamati “maranza”, un insulto plastificato inventato per esorcizzare la paura della classe media verso i figli degli immigrati, verso i corpi scuri che occupano le piazze senza consumare lo spritz d’ordinanza. Perciò deviati, guasti, anormali.

Poi quei ragazzi hanno preso il marchio, se lo sono cucito addosso e ne hanno fatto un’armatura, un marchio di appartenenza. Hanno capito la regola del gioco dell’algoritmo.

Se la violenza e la rabbia fanno visualizzazioni, allora la violenza diventa moneta. Si filmano mentre distruggono perché il loro odio è l’unico capitale che il mercato gli ha lasciato da spendere. È ‘unica moneta, l’unico mondo in cui non siano considerati sbagliati o difetti sociali.

È una trappola atroce, perché monetizzano la propria marginalità, confermando lo stereotipo che li condanna a restare per sempre ai margini.

Anche perché basta osservare un fast food di oggi e confrontarlo con quelli di trent’anni fa. All’epoca, facevano a gara per offrire giochi, sale divertimento e altro intrattenimento per i più piccoli e giovani. Li avete visti adesso?

Strutture futuriste anonime. Raramente, spunta un gioco.

I bambini non possono giocare perché disturbano. I giovani non possono radunarsi perché la cittadinanza non tollera la loro presenza, come vestono, la musica che ascoltano e come si comportano.

Non hanno più luoghi di aggregazione se non il bar o altri negozi in cui acquistare qualcosa. Perché, appunto, se non consumi, non conti. Non sei normale.

Se non vesti alla moda, sei uno sfigato. Se non hai il cellulare figo… che, ovviamente, è quello costoso.

Se guidi un’utilitaria, non sei nessuno.

LA VETRINA CHE CANCELLA LA FAME

Stabiliamo subito un fatto: chi ruba, chi incendia, chi spacca la testa a un passante va fermato. Punto. Non ci sono giustificazioni poetiche per chi distrugge il furgone di un idraulico o saccheggia la bottega di un commerciante che fa fatica a pagare le bollette.

Le vittime esistono, hanno nomi, cognomi e la schiena spezzata dal lavoro. Si alzano la mattina presto e si spaccano la schiena per mandare i figli a studiare.

Ma c’è un secondo crimine, più sottile e silenzioso, che si consuma il mattino dopo nei palazzi del governo e nei talk-show ed è il furto dell’inquadratura.

Nel momento in cui un bidone della spazzatura prende fuoco, la questione sociale evapora nel fumo. Scompare.

Guardate da sabato scorso. Non si parla più di salari fermi da trent’anni, crollati del sei per cento in termini reali mentre l’inflazione continuava a mordere la carne viva delle famiglie. Non si parla più di spesa alimentare aumentata del trenta per cento. Non si parla degli studenti che dormono in tenda perché una stanza singola costa quanto lo stipendio di loro padre.

Non si parla degli slogan, “più soldi alla scuola, non alle armi”. Slogan che qualcuno ha pensato bene di rettificare con l’AI, sostituendo l’ultima frase con un attacco al governo Meloni.

Basta una vetrina rotta e la piazza diventa all’istante una questione di questura. I ragazzi non sono più cittadini che chiedono un futuro, ma tornano a essere bestie da gabbia. Difetti sociali da riparare o sopprimere.

Prima li chiamavano pigri, sdraiati sul divano con lo smartphone, ed era una diagnosi confortante perché un pigro ha solo un vizio da correggere. Oggi li chiamano mostri, ed è ancora più comodo: contro i mostri non serve aprire tavoli sulla redistribuzione della ricchezza né devi affrontare i tuoi sbagli, ma basta schierare i blindati.

Mostrare una divisa in prima serata garantisce consensi immediati, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni; toccare le rendite catastali e gli affitti selvaggi significherebbe toccare gli interessi di chi finanzia le campagne elettorali di chi trae enorme vantaggio da temi scottanti come la remigrazione.

E allora il decoro diventa la maschera mortuaria della giustizia sociale.

Ovviamente, esiste un problema legato al numero massiccio di persone con culture diverse dalla nostra. È indiscutibile. Ma non è solo un fenomeno “maranza”. E non si può risolvere schierando l’esercito o sperando nella remigrazione, visto che tanti di quei “maranza” sono italiani.

Bisognerebbe rivalutare i nostri rapporti con le politiche europee di immigrazione, istituire tetti per gli ingressi. Ma bisogna anche rendersi conto che in Italia non si fanno più figli. Perciò, anche i tanti borghesi a cui le manifestazioni rovinano l’aperitivo in Duomo rischiano di non avere più nessuno che paghi loro la pensione.

Sono tutti elementi che andrebbero affrontati senza il tifo di una parte politica o la divisione partitica.

L’ODORE DI BRUCIATO ARRIVA DA LONTANO

Se pensate che questo incendio sia scoppiato per caso o per colpa di una manciata di adolescenti nichilisti, siete fuori strada. Guardate oltre i confini della circonvallazione milanese.

L’Italia reale sta scivolando verso il fondo con una lentezza da incubo. Al Sud gli autotrasportatori incrociano le braccia perché il gasolio costa più del carico che trasportano. I pescatori lasciano i pescherecci ormeggiati perché uscire in mare è un lusso a perdere.

Le autostrade vengono bloccate, gli scaffali dei supermercati cominciano a mostrare buchi vuoti, la benzina schizza verso l’alto mentre il petrolio balla sui centodieci dollari al barile.

E da dove arriva questo disastro? Dai soliti comodi colpevoli? Dallo stretto di Hormuz? Da un tweet di Trump? Da Mosca? Dalla guerra in Ucraina e le sanzioni europee alla Russia?

Da tutte queste cose.

Arriva dalle firme messe in calce ai trattati nei salotti europei negli ultimi quattro anni.

Ci hanno spiegato che dovevamo sacrificarci sull’altare della “sicurezza”, quella con la esse maiuscola. Hanno preso centinaia di miliardi di euro di denaro dei cittadini europei e li hanno dirottati verso l’industria bellica, verso il riarmo, verso l’invio infinito di armamenti a Kiev.

Hanno tagliato l’energia a basso costo per comprare il gas liquefatto americano a prezzi da usura, piegando la schiena a ogni diktat di Washington. Compreso il fatto che gli USA hanno cancellato le sanzioni contro Mosca.

Hanno svuotato le casse dello Stato togliendo l’ossigeno a scuole che crollano a pezzi e a ospedali dove per una visita oncologica devi aspettare mesi.

L’Europa ha deciso scientemente di farsi del male in nome di una crociata geopolitica, e ora che l’economia entra in coma e la gente non riesce a comprare il pane, i governi fingono stupore davanti alla violenza che hanno alimentato con le loro scelte scellerate.

In Francia si impone il coprifuoco come in tempo di guerra. In Germania l’esasperazione della classe operaia fa volare partiti che promettono di spazzare via il sistema. In Italia, la gente si raduna dietro sigle nate dal basso, esasperata, minacciando di marciare sui palazzi del potere.

La rabbia sta salendo dalle campagne, dai porti, dai caselli autostradali.

Di contro, il ministro Crosetto, in una recente intervista, afferma che l’opinione pubblica non va ascoltata. Sa bene che la maggioranza del Paese non vuole più inviare armi all’Ucraina né le sanzioni contro Mosca, ma non bisogna ascoltarla.

Un insulto ai fondamenti cardini della Costituzione italiana su cui Crosetto dovrebbe aver giurato. Viste le esternazioni deliranti, quanto pericolose sotto il profilo giuridico, del ministro, il condizionale è d’obbligo.

LA NOTTE DELLA DEMOCRAZIA

Ed eccola, puntuale, la risposta dello Stato. Quella che dovrebbe far gelare il sangue nelle vene a chiunque conservi un briciolo di memoria storica.

Quando un governo non ha più soldi da dare ai propri cittadini, non ha più risposte per fermare la loro caduta, né ha intenzione di cambiare rotta politica, ha a disposizione una sola carta da giocare: la paura. E la repressione.

La risposta alla crisi non è il salario minimo. Non è un calmiere per le bollette. Non è un piano straordinario per l’edilizia popolare. Non è una più saggia strategia di rapporti internazionali.

La risposta è un nuovo, feroce, claustrofobico Decreto Sicurezza.

Manderanno cinquecento soldati a pattugliare le strade di Milano, equiparati per legge a pubblici ufficiali con poteri di polizia. Ragazzi dell’esercito, addestrati per la guerra e per sparare a un nemico, messi all’angolo delle strade a gestire il tessuto fragile e infiammabile di una metropoli ferita.

Cosa potrà mai andare storto? Ammesso che non si stia cercando che qualcosa vada storto.

Ma l’orrore vero si annida nei dettagli tecnici, in quelle righe scritte in burocratese che demoliscono l’articolo 13 della nostra Costituzione senza che nessuno scenda in piazza a gridare allo scandalo: il fermo preventivo per i minori tra i quattordici e i diciassette anni.

Trattenere un ragazzino in questura fino a ventiquattr’ore prima di una manifestazione, non perché abbia spaccato qualcosa, non perché abbia commesso un reato, ma sulla base del semplice “sospetto”.

In base a come è vestito? Agli amici che frequenta? Al quartiere da cui proviene? Al colore della sua pelle o al fatto che indossa un passamontagna nello zaino per ripararsi dal vento?

È la fine dello Stato di diritto. È la legalizzazione dell’arbitrio. È la trasformazione del dissenso sociale in una malattia da contenere preventivamente con le manette per difendere un sistema che è molto più pericoloso.

Ci siamo ridotti a questo.

Hanno alimentato per anni il veleno della divisione, del “prima gli italiani”, togliendo la mensa ai figli degli stranieri e negando loro una cittadinanza che spettava di diritto, e ora pretendono di sedare la rivolta minacciando di espellerli. Dove esattamente, se sono nati a Quarto Oggiaro, a Rozzano o a San Siro?

A chi non ha mai avuto un futuro non potete togliere niente, perché possiede già il nulla.

La verità è davanti ai nostri occhi, nuda e oscena. Stiamo scivolando a passo svelto dentro un regime autoritario che usa l’alibi della sicurezza per fare una cosa sola: difendere l’ordine esistente.

Come scrivevamo mesi fa, quando il sistema è alle corde, il passo successivo è fare di tutto per mettere in soffitta la democrazia con la scusa dell’ordine. Non l’ordine che protegge i deboli dai violenti, ma l’ordine che garantisce che chi è nato povero resti povero, chi ha fame impari a tacere e chi ha ereditato la città possa continuare a brindare sulle macerie.

In modo tale che chi comanda, chi ha interessi nelle vendite di armi, possa continuare a esercitare i propri comodi. Tanto, se tutto aumenta, aumentano anche i loro introiti dalle vendite di armi.

I soldati sono già alla stazione. Le camionette hanno i motori accesi.

Ascoltate bene il rumore degli stivali sull’asfalto. È lo stesso che riverberava un secolo fa.

E annusate l’odore. Perché quello che sentite non è l’odore della sicurezza, ma quello acre e bruciato di una democrazia che ha paura dei propri figli.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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