Un attacco russo al Consiglio europeo. In sala stampa.
Decine di giornalisti con l’elmetto d’ordinanza, taccuino d’assalto e lo sguardo fiero dei paladini della civiltà occidentale attendono l’arrivo di Zelensky, il leader dei cessi d’oro. Il Churchill di oggi, lo statista degli statisti. Il fenomeno della politica mondiale… tutte citazioni dei giornali con l’elmetto di mezza Europa.
L’atmosfera è solenne, satura di tensione morale. E come potrebbe essere altrimenti per l’arrivo di un uomo di cotanta caratura.
Poi accade l’impensabile.
No, non esplode una bomba, ma un’onda d’urto invisibile. Un miasma denso, greve e putrescente, come una nebbia vomitata da una tomba scoperchiata in un cimitero.
Una zaffata primordiale che insulta l’olfatto morde le cornee, ti si incolla alla gola come miele amaro e ti costringe a lacrimare.
Tra i coraggiosissimi giornalisti con l’elmetto scoppia il panico.
I leoni della tastiera, gli stessi che ogni sera spiegano in prima serata come affrontare a mani nude le divisioni corazzate di Mosca, quelli che ci hanno raccontato dei russi allo sbando, descritti come samurai contemporanei, ma a dorso di muli anziché di cavalli e imbracciando pale ottocentesche come katane, nel giro di quaranta secondi netti si sono trasformati in centometristi olimpici a causa del devastante attacco ibrido russo.
Fuga disordinata, sedie rovesciate, occhi arrossati e fazzoletti premuti sul muso per non respirare la zaffata letale.
Una ritirata strategica senza precedenti, causata da quello che le agenzie hanno rubricato con suprema gravità come “il petomane fantasma della sala stampa”.
Ora, potevamo forse archiviare la faccenda come l’effetto di una banale colite?
Giammai. Con i russi non si scherza. Solo un putiniano potrebbe pensare con tanta superficialità.
Nell’Europa dei cervelli, dei grandi eroi pronti alla guerra, è scattata immediatamente la diagnosi dei sacerdoti dell’atlantismo da salotto: è chiaramente un’operazione speciale del Cremlino.
Uno spetsnaz del GRU paracadutato sotto copertura, alimentato per tre settimane nei sotterranei degli Urali a uova scadute, purghe e fagioli radioattivi, è stato incaricato di compiere un attentato batteriologico non convenzionale per sfiancare le difese psicologiche del continente.
Una flatulenza mirata a destabilizzare l’Occidente.
Mentre a Varsavia già si studiavano i parametri per invocare l’Articolo 5 della NATO per il devastante attacco portato al cuore della NATO e la Polonia valutava se alzare i caccia per disperdere la nube tossica con del deodorante, la Farnesina ha sfoderato la sua risposta più brillante e audace: “Apriamo le finestre”.
Una finezza tattica alla Cavo Dragone che Clausewitz e Machiavelli si sognavano la notte.
Il paradosso, tuttavia, è che quel miasma mefitico sprigionato nel quartier generale della tecnocrazia europea è la metafora più lucida e fedele di ciò che sta accadendo alla politica europea.
Entra Zelensky, si spengono le risate e si tira fuori il pallottoliere. La richiesta recapitata ai leader europei non ammette deroghe né risate: servono altri 70 miliardi di euro per il solo 2027. Settanta. Che vanno a rimpolpare i 45 miliardi già promessi e i 90 del fondo pluriennale.
La guerra, quella che per i nostri statisti era già finita prima di Natala 2022 grazie alle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti, brucia circa 155 miliardi all’anno, una fornace insaziabile che divora bilanci a una velocità spaventosa: l’Ucraina è riuscita a polverizzare in appena sei mesi l’intero budget stanziato per il 2026.
E a chi tocca colmare la voragine? Ai soliti noti. Agli europei.
Le vie d’uscita prospettate da Bruxelles farebbero arrossire Totò e Peppino alle prese con la vendita della Fontana di Trevi.
La prima è l’esproprio degli asset russi congelati, un’idea che piace tanto ai predicatori da talk-show, ma che gli economisti, e chiunque abbia superato almeno un esame di diritto, sanno essere una follia, perché gli oligarchi stanno già vincendo le cause legali in Lussemburgo per violazione del diritto di proprietà, e persino gli Stati Uniti hanno fatto sapere che toccare quei capitali significherebbe spaventare gli investitori globali e rischiare cause miliardarie di risarcimento che manderebbero l’UE a gambe all’aria.
La seconda opzione è il solito capolavoro dei tecnocrati: fare altro debito comune europeo. Vincolare le generazioni future a pagare a rate, per i prossimi trent’anni, le munizioni consumate sul fronte orientale.
Provate a raccontarlo a chi fa la fila nei nostri ospedali. Provate a spiegarlo al malato oncologico a cui viene fissata una risonanza magnetica a quattordici mesi di distanza, o ai medici di base costretti a prescrivere paracetamolo e “vigile attesa” perché non ci sono fondi per le cure ordinarie.
Provate a ripeterlo agli insegnanti delle nostre scuole, dove cadono i calcinacci dai soffitti e le supplenze vengono pagate con mesi di ritardo. O ai genitori degli alunni, costretti a donare risme per le fotocopie e carta igienica alle scuole.
A loro si risponde che i cordoni della borsa sono sigillati dall’austerità e dal Patto di Stabilità.
Ma se Kiev schiocca le dita, i miliardi sbucano magicamente dal nulla, catalogati come “voci a parte”, come se i soldi delle armi piovessero dal cielo e non uscissero dalle stesse identiche tasche dei contribuenti.
E come se salvare vite negli ospedali valesse meno di mandare i giovani ucraini a morire al fronte.
Nel frattempo, oltreoceano, l’alleato americano ci guarda e sorride beffardo.
Donald Trump, pragmatico e cinico come solo un palazzinaro di New York sa essere, ha già archiviato i dazi del Graham Act, concede deroghe sull’export di diesel russo per tenere bassi i prezzi della benzina a casa sua e prepara il terreno per intese economiche su data center e tecnologia nucleare con Mosca.
Perché Washington fa affari e guarda al proprio tornaconto. Ha sempre fatto così. Bruxelles, invece, fedele serva sciocca, continua a dissanguarsi per una vittoria militare che solo chi non ha la più pallida idea di ciò che dice può ipotizzare.
E per zittire chiunque osi suggerire una via d’uscita diplomatica, con la cessione del Donbass ormai militarmente perso e una sacrosanta neutralità ucraina lontana dalla NATO, scatta l’immancabile ricatto apocalittico: “Se non pagate, venti milioni di profughi ucraini invaderanno l’Europa”.
Perché il grande statista Zelensky, evidentemente, in matematica non era poi un genio.
In Ucraina, attualmente, si stimano circa ventotto milioni di abitanti. Prima del 2022 erano più di cinquantacinque.
Secondo il grande statista, fuggirebbero tutti. Resterebbero solo lui e i suoi amici a sorvegliare i loro cessi d’oro, – metti che li rubino i russi.
Ci si esalta per un drone che colpisce una cisterna della Gazprom a Surgut, a 2.500 chilometri dal fronte, producendo un’ottima fiammata per i canali social, ma lasciando l’avanzata russa a terra esattamente dove si trovava ieri.
Al più, trovi qualche tifoso della guerra a esultare.
Come il pugile che si vanti per aver sfiorato la guancia dell’avversario col guantone dopo aver preso un uno due devastante, o la squadra che segni un gran goal al novantesimo, sotto di sei reti.
Siamo governati da una classe dirigente che ha smarrito ogni contatto con la realtà, supportata da giornalisti che sono diventati megafoni di panzane e propaganda.
Hanno teorizzato che la Russia fosse finita a settembre 2022, poi in ginocchio, poi logorata: rublo carta straccia, pale, muli, microchip smontati dalle lavastoviglie, soldati senza calzini, senza divise, tutti morti, Putin con ben quattro tipologie di cancro e pure il diabete, perché, oh, uno malvagio va trattato male.
Oggi, questi leader da quattro soldi e i loro scribacchini scendiletto del mainstream si ritrovano isolati, senza gas, coi conti in rosso e con l’economia continentale trascinata verso il baratro.
Non c’era bisogno di un misterioso petomane per far scappare i giornalisti e svelare la loro pochezza.
La puzza che si respira a Bruxelles non è colpa di un sabotatore del Cremlino né di una spia nemica con problemi di aerofagia.
È semplicemente l’odore nauseante della propaganda occidentale che si sta decomponendo sotto il peso delle proprie menzogne. E per quella, purtroppo, non basterà aprire le finestre.
Perché se a mettere in rotta di collisione i falchi della democrazia basta un cecchino dell’aerofagia, la nostra strategia militare ha decisamente bisogno di un ricalcolo.

