Il telefono a Princeton squillò in una giornata di primavera del 1998. Era maggio.
Dall’altro capo del filo, a Washington, Thomas L. Friedman aveva il taccuino aperto e cercava una dichiarazione per il New York Times. A rispondere fu un uomo di novantaquattro anni.
La voce era un filo di vento, incrinata dal peso degli anni, ma chiunque avesse un briciolo di memoria storica sapeva che quel respiro fragile apparteneva a un architetto del mondo contemporaneo: George Kennan.
L’uomo dell’articolo “X”. Il diplomatico che nel 1947, mentre le ceneri della Seconda guerra mondiale ancora fumavano nei campi desolati d’Europa, aveva codificato la dottrina del “contenimento”, tracciando la linea di demarcazione su cui l’America e l’Unione Sovietica si sarebbero scrutate per quasi mezzo secolo senza spararsi addosso.
Friedman voleva un parere trionfale.
Il Senato degli Stati Uniti aveva appena votato a schiacciante maggioranza la ratifica per l’allargamento della NATO a est, spalancando le porte a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Nei corridoi del Congresso si stappava champagne. La fine della storia era arrivata, dicevano.
Il bene aveva vinto, il capitalismo aveva trionfato e i confini dell’Alleanza Atlantica potevano finalmente spingersi verso il tramonto delle steppe.
Kennan non brindava.
Nel silenzio ovattato della sua casa, mentre il nastro del registratore girava piano, pronunciò sei parole destinate a diventare una lapide: «Penso che sia un tragico errore».
Lo ripeto: “tragico errore”.
Nessuna esitazione. Nessun calcolo politico. Solo la lucidità culturale di chi ha visto nascere i mostri e sa esattamente come vengono nutriti.
Una condanna senza appello, insomma.
«Credo sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda», disse il vecchio ambasciatore. E non lo disse con la rabbia di un oppositore partigiano o di un comunista, ma con l’amarezza di un medico che osserva un paziente sano ingoiare volontariamente una fiala di veleno.
«Non c’era alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessuno.»
Per Kennan, quel voto al Senato era un atto di sconsiderata leggerezza. Un capriccio compiuto da funzionari che non avevano mai trascorso una notte d’inverno a Mosca e che confondevano la geografia imperiale con un comizio elettorale nell’Iowa.
Scrivere garanzie di sicurezza automatica per una dozzina di nuovi paesi significava vincolare i soldati americani a una terra di cui la maggioranza dei senatori ignorava perfino i nomi dei fiumi. Spesso, persino i nomi delle capitali.
«I Padri Fondatori di questa nazione si rivolterebbero nella tomba», sibilò al ricevitore.
C’era un punto, soprattutto, che toglieva il sonno al vecchio diplomatico. Una distorsione logica che nessuno a Washington sembrava in grado di cogliere.
L’America stava confondendo il nemico.
La Guerra Fredda non era stata combattuta contro il popolo russo, ma contro l’apparato totalitario sovietico.
E quell’impero immenso, carico di testate nucleari capaci di incenerire il pianeta dieci volte, non era stato raso al suolo dai missili della NATO, ma era imploso dall’interno. Si era dissolto senza una guerra mondiale, abbattuto dal coraggio disperato dei riformatori russi e da una transizione quasi miracolosamente non violenta.
Voltare le spalle a quella Russia che tentava faticosamente di darsi un volto democratico, trattandola come se fosse ancora l’Armata Rossa di Stalin pronta a invadere l’Europa occidentale, era per Kennan una bestemmia strategica.
Un insulto alla storia.
ILTRUCCO DEL LUPO E LA PROFEZIA CHE SI AVVERA
Stephen King ripete spesso che la cosa peggiore del male non è quando compare con gli artigli, ma quando si presenta travestito da banale stupidità.
Lo vedi goffo, sembra ingenuo, ed è allora che ti coglie disarmato.
E in quella telefonata del 1998, George Kennan mise a nudo proprio la stupidità dell’arroganza imperiale americana.
Raccontò, come un uomo giunto dal futuro, quello che sarebbe accaduto vent’anni dopo.
“Se spingi un’alleanza militare concepita per distruggere Mosca fin sotto le sue finestre, Mosca prima o poi reagirà male. Diventerà ostile, paranoica, vendicativa.”
La democrazia fragile di Boris Eltsin sarebbe stata soffocata dal risentimento nazionalista, dalla sensazione claustrofobica di un assedio ingiustificato.
E a quel punto, avvertiva Kennan con sarcasmo, i falchi di Washington avrebbero allargato le braccia dicendo trionfanti: «Visto? Ve lo avevamo detto che i russi sono fatti così!».
Una profezia che si autoavvera. Il piromane che grida al fuoco dopo aver rovesciato la benzina sul tappeto del salotto.
Quando riattaccò, Thomas L. Friedman doveva aver sentito un brivido gelido corrergli lungo la schiena. Nel pezzo che scrisse per il giornale, non si limitò a riportare le parole del patriarca, ma tracciò un confronto spietato tra due epoche.
L’ERA DEI NANI
Da una parte c’erano gli statisti del dopoguerra, George Marshall, Dean Acheson, Kennan stesso, giganti capaci di combinare immaginazione, freddezza analitica e un’intima conoscenza del dolore che una guerra mondiale lascia sui corpi delle persone.
Dall’altra c’era la classe dirigente di fine anni Novanta. Bill Clinton, Madeleine Albright, Sandy Berger. Uomini e donne seduti su un trono costruito da altri, convinti che l’unipolarismo americano fosse eterno e che la geopolitica si potesse gestire a colpi di comunicati stampa.
«Siamo nell’era dei nani», scrisse Friedman senza mezzi termini. Una generazione di burocrati che aveva messo insieme le teste per partorire un topo, convinta che il crollo di un impero non lasciasse mai detriti pronti a incendiarsi di nuovo.
Alla fine della telefonata, quando le domande formali erano esaurite e il silenzio tornava a farsi denso tra le mura di Princeton, George Kennan si concesse una sola confidenza privata. Non da analista, ma da uomo che vede scendere la sera sulla propria esistenza.
«Questa è stata la mia vita», mormorò al giornalista. «E mi fa male vederla rovinata così, alla fine.»
Aveva dedicato quarant’anni a tenere il mondo lontano dall’abisso nucleare, inventando un equilibrio delicatissimo per non trasformare la paura in scontro aperto. Aveva vinto. Aveva visto il Muro cadere senza che fosse necessario bombardare Berlino.
Ma ora, mentre il secolo stava per spegnersi, vedeva una classe politica di mediocri calpestare quel trionfo per inerzia, per miopia, per un banale calcolo di voti al Senato.
L’articolo venne stampato. Qualche diplomatico alzò le spalle, qualcun altro sorrise con sufficienza davanti all’ostinazione di un novantaquattrenne che apparteneva al passato. Il giornale finì a incartare il pesce o accumulato negli archivi di carta ingiallita delle biblioteche americane.
Il problema dei vecchi saggi, però, non è che sono vecchi.
Il problema dei vecchi saggi è che quasi sempre ci dicono la verità e hanno quella maledetta capacità di predire il futuro.
E noi, con la superbia di chi si crede eterno, continuiamo a pensare di poterne fare a meno finché non sentiamo il rumore dei cingoli sotto casa.

