GENTILONI HA SPIEGATO PERCHÉ MELONI NON PUÒ CAMBIARE IDEA SULLA POLITICA GUERRAFONDAIA E PERCHÉ LE ELEZIONI NON CAMBIERANNO NIENTE

di Pasquale Di Matteo

Nei romanzi thriller, arriva il capitolo in cui l’assassino smette di nascondere il pugnale e si limita a sorridere. Non ha bisogno di urlare. Gli basta un tono vellutato, da politico imbonitore, mentre sorseggia un bicchiere d’acqua minerale sotto le luci alogene di uno studio televisivo.

Paolo Gentiloni ha fatto esattamente questo.

Con quella sua compostezza peculiare, quasi sonnacchiosa, ha pronunciato una frase che avrebbe dovuto far tremare i vetri dello studio di La7 e scatenare un incendio nelle piazze di tutta Italia.

Invece è scivolata via, accolta da complici cenni d’assenso.

Parlando di una presunta impossibilità per l’Italia di sottrarsi alla fornitura eterna di armi a Kiev, Gentiloni ha detto: «È molto complicato che un Paese vada frontalmente contro l’orientamento europeo… Telefonare a Orban per chiedere com’è andata».

Riavvolgete il nastro e riascoltatela.

Non è una battuta di spirito. È una sentenza di morte per la sovranità. Gentiloni ha detto che è inutile che il popolo italiano si esprima nelle urne, tanto è l’Europa a decidere. Sempre e comunque.

Le parole di Gentiloni sono di una gravità inaudita, il rumore secco di una serratura che scatta dall’esterno mentre voi siete ancora convinti di avere le chiavi di casa in tasca.

E il presidente Mattarella dov’è?

Qualcuno lo ha sentito sul merito?

Quella frase non è un’opinione tra le tante che si esprimono nei talk show, ma è una confessione stragiudiziale.

L’ex Presidente del Consiglio, l’ex Commissario europeo agli Affari Economici, non ha parlato come un osservatore distratto, ma come chi quella stanza dei bottoni l’ha abitata e la conosce bene, perché ne ha lucidato gli ingranaggi giorno dopo giorno.

Il messaggio è semplice, ma non ammette repliche: il popolo può votare chi gli pare, ma non può scegliere dove andare. Se vinci le elezioni con un programma pacifista, o se osi sostenere che l’interesse della tua gente viene prima dell’atlantismo esasperato, la punizione è già scritta. Ti spezzano le gambe economicamente. Ti congelano i fondi. Ti isolano finché non impari a rimetterti in riga.

«Chiedete a Orban.»

Un ricatto, come qualsiasi dittatura.

Pensateci bene.

Per anni l’Unione Europea ci ha raccontato che i miliardi negati a Budapest erano una questione etica, una battaglia sacra per lo «Stato di diritto», la difesa dei tribunali indipendenti e la trasparenza democratica.

Gentiloni ammette che erano solo bugie. Ipocrisie da paravento.

Gentiloni, con una sola frase sbadigliata davanti alle telecamere, ha fatto crollare l’intero castello di carta, svelando il vero volto dell’Europa: l’Ungheria è stata sanzionata perché dissenziente sulla guerra.

Punto. Il meccanismo di condizionalità non è una bilancia di giustizia, ma una pistola puntata alla tempia di chiunque non batta il passo al ritmo dettato dalla NATO e dai falchi continentali.

Una dittatura, senza se e senza ma.

Costantino Mortati, uno dei padri dimenticati della nostra architettura costituzionale, spiegava che ogni nazione vive una scissione perenne tra due entità: la Costituzione formale e la Costituzione materiale. La prima è quella stampata, quella che si fa leggere ai bambini a scuola: l’Articolo 1 recita che «la sovranità appartiene al popolo», l’Articolo 11 stabilisce che l’Italia accetta limitazioni di sovranità solo «in condizioni di parità con gli altri Stati».

Bella. Rassicurante, ma inutile, viste le parole di Gentiloni.

Poi c’è la Costituzione materiale, il mostro che vive nello scantinato, pronto a essere risvegliato dall’Europa, se non ci si allinea ai dettami della Commissione.

Nella realtà materiale descritta da Gentiloni, la parità non esiste. Esiste un protettorato che decide la rotta e una serie di vassalli che devono fingere di approvarla attraverso una farsa elettorale.

Il filosofo Norberto Bobbio lo scriveva chiaramente nel suo Futuro della democrazia: un sistema può definirsi democratico solo a patto che gli elettori siano posti di fronte ad «alternative reali» e abbiano il potere effettivo di scegliere.

Se l’alternativa è un’illusione ottica, se la politica estera è un binario unico blindato in cui il cambio di macchinista non modifica di un millimetro la velocità del convoglio verso il baratro, allora la parola democrazia diventa una bestemmia.

Hanno creato una linea di demarcazione quasi religiosa: se mandi munizioni a grappolo e firmi assegni in bianco per il complesso militare-industriale sei un «democratico»; se chiedi un negoziato, se osi mettere al centro l’Articolo 11 o il benessere economico delle tue famiglie stremate dall’inflazione, vieni etichettato istantaneamente come «sovranista», e dunque come nemico pubblico, lebbroso istituzionale, bersaglio da abbattere.

Questa non è politica.

È il «dispotismo mite» profetizzato da Alexis de Tocqueville: un potere immenso che non distrugge le volontà con la forza armata, ma le piega, le infiacchisce, le addormenta, rendendo la disobbedienza semplicemente troppo costosa per poter essere anche solo immaginata. E, se non funziona, ti chiude i conti o ti sanziona, in modo che tu non abbia i soldi per vivere.

Il consenso non serve più e quando le masse non applaudono, basta mostrare i denti del ricatto finanziario.

E a chi era destinato, in fondo, questo siluro travestito da chiacchiera domenicale?

Non a Giorgia Meloni, che ha già ampiamente rassicurato i vertici internazionali indossando con zelante disciplina l’elmetto atlantista, sdraiata come uno zerbino ai voleri di von der Leyen & C.

Il messaggio di Gentiloni era un avvertimento preventivo per il fronte interno dell’opposizione italiana. Era la ghigliottina calata sulle teste di Giuseppe Conte e di quel Movimento 5 Stelle che ancora tentennano sull’escalation militare.

Dice loro: «Volete governare? Volete fare il cosiddetto “campo largo”? Allora dovete piegare la testa. L’arrivo al potere non si guadagna raccogliendo i voti della gente stanca del massacro; si ottiene genuflettendosi al dogma di Bruxelles e Washington. Se non lo fate, verrete trattati come paria.»

Mentre tutto questo si consuma nei telegiornali, il mondo reale là fuori va a pezzi a una velocità terrificante.

Nei cieli italiani, sopra le piste di Ghedi e di Aviano, i jet dell’alleanza si alzano per l’esercitazione Steadfast Noon, simulando attacchi con ordigni termonucleari che riposano nei nostri bunker, mentre la gente in strada nemmeno lo sa o pensa siano tutte invenzioni.

Sui fronti orientali, tra le rovine di Sumy, di Kupyansk e di Dobropillya, centinaia di droni oscurano il cielo in una pioggia di fuoco che divora un’intera generazione di ucraini, mentre nel Mar Nero le navi commerciali colano a picco sfiorando i confini della NATO e le intelligence occidentali minacciano di tagliare i radar a Kiev se non accetterà di colpire solo gli obiettivi concordati.

E mentre accade tutto ciò, vi hanno rubato la decisione sul vostro futuro.

Vi hanno convinti che la democrazia consista semplicemente nel fare la fila una domenica per infilare una scheda dentro un’urna, ignorando che le scelte cruciali sulla vita, sulla morte, sulla pace e sulla povertà sono già state prese altrove, da organismi che non potete revocare, protetti da una burocrazia che non risponde a nessuno.

Hans Kelsen diceva che la democrazia o tutela la possibilità per la minoranza di rovesciare la maggioranza e mutare il destino della polis, oppure non è nulla. Oggi quella minoranza non viene solo sconfitta, ma cancellata.

Chi dissente non è più solo un avversario politico con cui confrontarsi, ma un pazzo da curare o un traditore da punire. Come accade in ogni regime che si rispetti.

Se la sovranità non appartiene più al popolo, se chi vince le elezioni non può fare nulla perché i comandi rispondono soltanto a impulsi radio spediti da Bruxelles o da Washington, allora siamo solo passeggeri a bordo di un autobus senza autista, lanciato a fari spenti nella notte verso il burrone dell’inverno nucleare.

E quando qualcuno dal fondo chiede timidamente di rallentare, l’uomo elegante in prima fila si volta, accenna un sorriso e gli sussurra di tacere.

Perché «sapete già come è finita a Orban».

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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