Nel mondo dell’arte circola da anni una versione netta della vicenda: Jannis Kounellis, figura centrale dell’Arte Povera, avrebbe rifiutato di esporre perché nella mostra compariva Pietro Annigoni, celebre ritrattista.
Le fonti consultate consentono però una conclusione più circoscritta. Il rifiuto di Kounellis è documentato, così come la sua critica al modo in cui Italics rappresentava l’Arte Povera; meno solido è il nesso esclusivo e diretto con Annigoni.
Il caso resta interessante perché pone una domanda più ampia: chi decide come si racconta l’arte italiana?
DUE ARTISTI, DUE MONDI
Jannis Kounellis nacque al Pireo nel 1936 e si trasferì a Roma nel 1956. Figura centrale Dell’Arte Povera, sviluppò una ricerca basata su materiali comuni e sulla relazione fra opera, spazio e presenza reale.
Pietro Annigoni nacque a Milano nel 1910 e si formò a Firenze. Rimase legato alla pittura figurativa e divenne noto a livello internazionale soprattutto come ritrattista, anche grazie al ritratto di Elisabetta II.
Due percorsi difficilmente sovrapponibili, dunque, che nel 2008 furono inclusi nella medesima ricostruzione curatoriale.
VENEZIA, 2008: LA MOSTRA
Nel settembre 2008 Palazzo Grassi, a Venezia, presentò Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008, mostra curata da Francesco Bonami e dedicata a quarant’anni di arte italiana.
Il progetto riuniva più di cento artisti e circa 180 opere, accostando esperienze che la storiografia aveva spesso collocato in ambiti separati. Fra gli artisti inclusi figurava anche Annigoni. Le fonti consultate attestano la compresenza nella mostra, ma non permettono di affermare con sicurezza che le opere di Annigoni e Kounellis fossero destinate alla stessa sala.
L’impostazione di Bonami mirava a rimescolare gerarchie e categorie consolidate. Proprio questa scelta suscitò obiezioni: per alcuni osservatori e protagonisti, la pluralità del racconto rischiava di attenuare le differenze storiche e teoriche fra esperienze artistiche molto lontane.
Il rifiuto
Prima dell’inaugurazione emersero defezioni significative. Una recensione pubblicata da Frieze riferì che Kounellis aveva rifiutato di partecipare perché riteneva che Italics offrisse un’immagine distorta dell’Arte Povera. La stessa fonte segnalò il mancato prestito di opere da parte degli eredi di Fausto Melotti. Questo è il nucleo più chiaramente documentato della controversia.
L’Espresso descrisse la vicenda come un “giallo”: secondo quella ricostruzione, l’opera di Kounellis fu dapprima ritirata, poi nuovamente considerata attraverso l’intermediazione di una galleria e infine esclusa dalla mostra. La sequenza documenta un conflitto fra l’impostazione curatoriale e la volontà dell’artista, senza però chiarirne in modo definitivo tutte le motivazioni.
Alcune ricostruzioni critiche hanno collegato la polemica anche all’inclusione di Annigoni e, più in generale, all’accostamento fra Arte Povera e pittura figurativa tradizionale. Nei materiali verificati, tuttavia, non emerge una dichiarazione primaria di Kounellis che identifichi Annigoni come causa unica del rifiuto. È quindi più prudente considerare Annigoni come uno dei simboli del dissenso sul racconto proposto da Italics, non come una motivazione esclusiva definitivamente provata.
Perché quel “no” conta
Il rifiuto può essere interpretato come una difesa del contesto in cui l’opera viene presentata. Nel lavoro di Kounellis materiali e spazio espositivo partecipano infatti alla costruzione del significato. Da questo punto di vista, l’inserimento in una narrazione curatoriale non condivisa poteva apparire all’artista come una trasformazione del senso del proprio lavoro. Si tratta, però, di una lettura critica coerente con la sua pratica, non di una motivazione testualmente attestata nelle fonti qui citate.
Il caso apre una questione più ampia: quale autonomia ha il curatore nel costruire una storia dell’arte, e quale margine resta all’artista per sottrarsi a quella lettura? Bonami rivendicava un racconto trasversale dell’arte italiana; il rifiuto attribuito a Kounellis segnala, almeno nei fatti, il limite che un artista può opporre a un contesto interpretativo non condiviso. La tensione fra queste due posizioni spiega perché la vicenda abbia suscitato attenzione.
Lo scandalo era davvero tale?
Le reazioni alla mostra non furono uniformi. In un articolo del 3 ottobre 2008, Simona Maggiorelli concentrò la critica sull’impostazione complessiva di Italics, accusata di revisionismo e giudicata poco capace di restituire le fratture dell’arte italiana. Questa posizione documenta il clima critico intorno alla mostra, ma non costituisce una prova diretta delle motivazioni personali di Kounellis.
In questa prospettiva, Annigoni conta soprattutto per ciò che poteva rappresentare all’interno della mostra: la possibilità di riunire sotto un’unica cornice linguaggi e genealogie molto differenti. Che tale operazione producesse un confronto fertile oppure appiattisse le differenze resta una questione interpretativa, non un fatto dimostrabile con le sole cronache della polemica.
Che cosa resta
Annigoni morì a Firenze nel 1988; Kounellis morì a Roma nel 2017. Il loro accostamento dentro la cornice di Italics, più che un incontro fisico documentato in una sala, rimane un episodio utile per comprendere le tensioni fra tradizione figurativa, avanguardia e costruzione curatoriale della storia dell’arte italiana.
Non occorre aggiungere telefonate o frasi a effetto. Il dato verificabile è già significativo: Kounellis non partecipò a una mostra di grande visibilità perché contestava il modo in cui essa rappresentava l’Arte Povera. Interpretare quel rifiuto come gesto artistico è possibile, purché lo si presenti come lettura e non come fatto certo.
La vicenda mostra soprattutto che anche l’assenza può diventare parte del dibattito sul significato e sulla ricezione di un’opera.
Fonti
Sonia Campagnola, “Italics”, Frieze, 1 aprile 2009. Fonte per il rifiuto di Kounellis e per la posizione degli eredi di Fausto

