“I server di Yandex sono bruciati, la propaganda russa è morta”.
Che bella favola. Rassicurante, pulita, vendibile. Una storia che si legge d’un fiato mentre sorseggi il caffè del mattino, sentendoti un po’ più al sicuro in questo mondo in cui la verità è diventata una merce di scambio, un pezzo di carne che gli avvoltoi del giornalismo mainstream si spartiscono senza neanche prendersi la briga di verificare se sia davvero cotta.
Infatti, era l’ennesima panzana.
Ma andiamo a vedere cosa c’era di vero, al di là delle solite balle dei nostri illustri giornalisti e politici delle pale, dei muli e delle sanzioni dagli effetti dirompenti.
Yandex è il motore di ricerca russo. È il loro Google.
Quando un drone centra un data center, non colpisce un ufficio dove un manipolo di troll, con la sigaretta tra le labbra e gli occhi rossi fissi sullo schermo, sta inventando fake news, come, evidentemente, pensano Zelensky e tutti quelli che hanno dato corda alla panzana.
Quando colpisci quel data center, colpisci i server, colpisci l’infrastruttura. E sì, il traffico crolla. Ma non crollano i discorsi d’odio né la disinformazione; non crollano le campagne orchestrate ad arte. Crolla l’indicizzazione.
Mentre, come si evince, le campagne d’odio e di disinformazione occidentali vanno alla grande, continuando a spacciare panzane per notizie.
I giornalisti che hanno strillato alla vittoria non hanno la minima idea di cosa sia un bot, evidentemente. O, peggio, fingono di non saperlo.
C’è una differenza abissale, un oceano di ignoranza, in realtà, tra un bot di sistema, che scansiona il web per permetterti di trovare la ricetta della torta di mele o l’ultimo meme stupido, e il troll che semina zizzania su Facebook o X.
Quando i server di Yandex sono andati in tilt, si sono fermati i primi. I secondi hanno cambiato IP, hanno trovato un altro nodo, hanno continuato a inquinare il pozzo mentre noi, seduti comodi, brindavamo alla loro fine immaginaria sorseggiando le sciocchezze inventate dai nostri illustri giornalisti.
L’avevo già detto illustri, vero? Beh, vista l’aulica propaganda che veicolano, credo sia ancora poco.
È questo il male oscuro del giornalismo di oggi: la fretta. L’urgenza di essere primi, non di essere giusti, dopo aver verificato. Si prendono i dati di Cloudflare Radar, si guardano due grafici che scendono verticalmente, e si trasforma la realtà in un romanzo a lieto fine.
Non è giornalismo, ma pornografia dell’informazione.
Si mostra la parte che eccita, che spinge all’indignazione, che conferma i nostri pregiudizi, e si nasconde tutto il resto. Perché la complessità non paga. La complessità richiede tempo, richiede di sporcarsi le mani, di analizzare, di studiare, di capire come funziona davvero la macchina, non solo di guardare le scintille che fa quando prende fuoco.
Siamo diventati spettatori di un teatro di burattini, dove tutti tirano i fili, non solo il Cremlino, ma è anche il nostro bisogno disperato di credere che esista un pulsante “off” per il caos digitale.
Beh, non esiste.
La realtà non è un film di Hollywood, dove basta attendere l’arrivo degli americani, sempre buoni, giusti e super addestrati.
La propaganda, quella vera, quella che scava solchi nel terreno delle nostre democrazie, non vive nei data center, ma nelle teste. Vive in quella pigrizia mentale che ci spinge a credere che, se un giornale titola che i russi sono rimasti a bocca asciutta, allora è tutto finito.
Nelle teste di chi ha creduto ai microchip smontati dalle lavatrici ucraine, ai muli, alle pale dell’Ottocento, ai mille russi uccisi al giorno, ai quattro tipi di cancro di Putin, ai soldati senza calzini, al rublo carta straccia, alla Russia isolata nel mondo.
Guardate i grafici, per carità. Ma smettetela di leggerli come se fossero la Bibbia.
Dietro quei cali ci sono solo macchine che smettono di girare per qualche ora o per qualche giorno, non cuori che smettono di odiare.
E finché i nostri illustri giornalisti continueranno a confondere il fumo con l’incendio, saremo sempre un passo dietro chi, in questo incendio, ci sta cucinando.

