Il mondo non finisce con un’esplosione, come scriveva Eliot.
È finito con una firma. Una firma apposta su un foglio di carta, lontano dai nostri occhi, in una stanza in cui l’aria è satura di potere vero.
Trump e Putin hanno stretto un patto. Le due superpotenze nucleari.
Quasi cinque milioni di tonnellate di diesel russo arriveranno negli USA per abbassare i prezzi alle pompe.
E le sanzioni tanto care ai tecnocrati europei? Svanite come un fantasma al sorgere del sole, giusto in tempo per far scendere i prezzi negli USA, giusto in tempo per permettere alla macchina americana di continuare a correre, mentre noi, qui in Europa, stiamo cercando di capire come scaldare le nostre case senza accendere il riscaldamento.
Trump pensa agli americani e alla sua poltrona. I tecnocrati e i governi europei pensano alla poltrona di Zelensky e alle lobby delle armi. È brutale nella sua semplicità: loro il benessere, noi la penuria.
Ma c’è dell’altro. C’è sempre dell’altro, vero?
Reuters accenna a Kushner e Dmitriev. Si parla di Nord Stream. Sì, proprio di quel groviglio di acciaio sul fondale del Baltico che è stato fatto saltare in aria dagli ucraini, come ci dicono i mandati d’arresto spiccati per cittadini ucraini.
Ora, gli stessi che ne hanno subito il sabotaggio, o forse i loro eredi, potrebbero aprire le porte agli investitori americani. È un gioco di specchi che farebbe impazzire chiunque abbia ancora un briciolo di logica.
Intanto, in Europa, il 7% del gas è svanito. Hormuz è un tappo sigillato.
Ma niente paura, dicono i burocrati. “Non possiamo essere flessibili”, tuona Dombrovskis. La sostenibilità fiscale è il mantra. Flessibilità è diventata una parolaccia, come “diplomazia”, un insulto alla sacra chiesa del debito.
I ministri olandesi, belgi, tedeschi, sono “stanchi”. Stanchi di discutere, stanchi di noi, stanchi di una realtà che continua a bussare alla porta urlando che stiamo precipitando.
Sono stanchi persino dei giovani e delle associazioni che sfilano per le strade urlando slogan contro di loro. Sono stanchi dei popoli che li prendono a calci nelle urne.
E mentre ci dicono che il deficit deve restare sotto il 3%, noi paghiamo novanta miliardi di extracosti energetici. Novanta miliardi.
Sono cifre che non riusciamo nemmeno a visualizzare, una montagna di denaro che viene letteralmente bruciata in nome di una geopolitica che non ci appartiene né appartiene alla NATO, che non serve ai cittadini europei ed europei, ma serve solo a oliare gli ingranaggi delle lobby delle armi e dell’apparato di potere a Kiev.
Prendete Siena e la Beko.
Quello che un tempo era un tempio degli elettrodomestici, un luogo dove si costruiva la quotidianità delle famiglie, sta per essere trasformato da Leonardo.
Non più frigoriferi, non più la conservazione dei beni essenziali, ma missili. Strumenti di morte. È una metamorfosi che va contro la natura stessa della società italiana.
È la nostra Europa, una landa che dismette la vita per produrre la distruzione.
Stiamo industrializzando la nostra stessa fine, applaudendo mentre ci tolgono il pane di bocca per darci in cambio l’illusione di una difesa che non ci difende dai missili atomici e dalla morte, ma ci espone molto di più di adesso.
È una lucidità terrificante quella che guida le nostre élite. Perché, se non sono incompetenti formatisi in un manicomio, allora sanno esattamente cosa stanno facendo. Non c’è errore, non c’è ingenuità.
C’è solo una precisa, fredda, calcolata volontà di trasformare il continente in un avamposto desolato, un campo di battaglia dove i popoli sono solo carne da cannone e le casse pubbliche sono bancomat aperti per i mercanti di morte.
L’Unione Europea non è in crisi. L’Unione Europea è la crisi. È il soffitto di cristallo che impedisce ai popoli di respirare. È il boia che taglia la testa al futuro dei nostri figli.
Finché non capiremo che questi leader, questi tecnocrati che ci parlano di “austerità” mentre vendono il nostro futuro ai miglior offerenti, non sono qui per aiutarci, ma per fare gli interessi delle lobby delle armi, saremo destinati a questo inverno senza fine.
La storia non chiede il permesso per cambiare. La storia arriva, abbatte la porta e ci trova impreparati, al gelo, a contare le monete che non bastano più.
Svegliarsi è un dovere. Prima che sia qualcun altro, con molta meno pietà di noi, a decidere che è il momento di chiudere il sipario.

