C’è un cambiamento in corso che non fa rumore. Non riempie le prime pagine come i licenziamenti o le grandi scoperte, eppure tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui pensiamo.
Stiamo passando, quasi senza accorgercene, dallo sforzo di ragionare alla comodità di delegare. Una domanda, un clic, e la risposta arriva già confezionata. Succede a scuola, nelle redazioni, negli uffici, a casa. Succede a tutti.
Non è la prima volta che una tecnologia ci libera da una fatica. Pensiamo alla calcolatrice. Quando è entrata nelle nostre tasche, abbiamo smesso, poco a poco, di fare i conti a mente.
Chi oggi sa ancora calcolare al volo il 15% di una cifra senza prendere il telefono? È un piccolo esempio, ma dice molto: una capacità che non si usa si indebolisce. Come un muscolo.
La differenza, oggi, è la scala.
La calcolatrice toccava soltanto i numeri. L’intelligenza artificiale tocca le parole, il giudizio, il significato.
Non ci aiuta solo a fare un conto: ci aiuta a scrivere, a riassumere, a decidere, a interpretare. E ciò che rischia di indebolirsi non è più l’aritmetica, ma il pensiero critico.
Due modi di pensare. Anzi, tre
Gli psicologi descrivono da tempo due modi in cui funziona la nostra mente. Lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman li ha resi celebri. Il “Sistema 1” è veloce e intuitivo: ci fa frenare di colpo quando un pallone rotola in strada, o ci fa capire al volo se una persona è arrabbiata.
Il “Sistema 2” è lento e deliberato: lo usiamo per risolvere un problema, confrontare due offerte, scrivere una lettera importante. Il primo non costa fatica. Il secondo sì.
Nel 2024 un gruppo di ricercatori guidato da Giuseppe Riva, dell’Università Cattolica di Milano, ha proposto su Nature Human Behaviour di aggiungerne un terzo: il Sistema 0.
È l’intelligenza artificiale che lavora prima di noi, selezionando e ordinando le informazioni su cui poi ragioniamo. Una sorta di mente esterna, che prepara il terreno ai nostri pensieri.
Vorrei spingere questa idea un passo più in là. Il rischio non è solo che l’AI prepari il terreno, ma che finisca per percorrerlo al posto nostro. Che il Sistema 0 diventi non un supporto, ma una delega totale: non pensiamo velocemente, non pensiamo lentamente, lasciamo che pensi qualcos’altro.
Questa versione del Sistema 0 ha un fascino enorme, perché è comoda, rapida, quasi sempre gratuita. E proprio per questo è insidiosa.
Cosa perdiamo per strada
Il primo effetto è la scomparsa del percorso. Un tempo, per rispondere a una domanda, bisognava cercare: aprire un libro, consultare più fonti, confrontarle, magari sbagliare e ricominciare.
Era faticoso, ma quella fatica aveva una funzione precisa: ci costringeva a capire. Oggi non cerchiamo più, interroghiamo un oracolo. Saltiamo l’attrito, e con l’attrito saltiamo la comprensione.
Il secondo effetto riguarda la curiosità. Quando la risposta arriva subito e già pronta, viene meno il bisogno di chiedersi “perché?”, “come?”, “e se fosse diverso?”. La curiosità vive di domande aperte. Se ogni domanda si chiude in tre secondi, la curiosità smette di allenarsi.
Il terzo effetto è forse il più sottile: l’illusione di sapere.
Avere accesso immediato a un’informazione non significa possederla.
Leggere una buona risposta non vuol dire averla capita, né saperla difendere, né saperla mettere in dubbio. Rischiamo di confondere il “trovare” con il “conoscere”. È come pensare di saper cucinare perché si ha in mano un ottimo ricettario.
I più giovani, i più esposti
Questo rischio riguarda tutti, ma pesa di più su chi sta ancora imparando a pensare. Per un ragazzo o una ragazza, la fatica della ricerca non è un ostacolo: è la palestra stessa. È lì che si impara a muoversi tra fonti che si contraddicono, a dubitare, a verificare, a farsi un’opinione propria.
Se questa palestra viene saltata, il pericolo è una specie di anestesia cognitiva.
Non si soffre, non si fatica, ma non si sente più niente. E c’è un passaggio che preoccupa più degli altri: se non sai come si arriva a una soluzione, non sei nemmeno in grado di contestarla. Ti resta solo da accettarla. E alla lunga rischi di perdere anche la voglia di provarci.
Un insegnante può riconoscere un compito scritto con l’aiuto di una macchina. Ma il vero problema non è il compito copiato: è la capacità che quel compito doveva costruire, e che non si è costruita.
La meta e il viaggio
C’è un’immagine che riassume bene tutto questo. L’intelligenza artificiale ci consegna la destinazione, ma ci ruba il viaggio. In molti campi della vita conta soprattutto arrivare: se devo andare in stazione, mi interessa esserci in tempo, non godermi il tragitto.
Ma nel pensiero è diverso. Nel pensiero il viaggio è quasi tutto. È lungo la strada che si capisce, si collega, si dubita, si cambia idea. Arrivare a una conclusione senza averla percorsa è come vedere la foto di una montagna e dire di averla scalata.
Non si tratta di spegnere le macchine
Sarebbe sbagliato, e anche inutile, concludere che l’intelligenza artificiale vada evitata. È uno strumento potentissimo e può fare molto bene: può aiutarci a imparare più in fretta, a esplorare idee nuove, a liberare tempo per ciò che conta davvero. Il punto non è se usarla, ma come.
La differenza sta tutta in una parola: potenziare, non sostituire. Un buon uso dell’AI assomiglia a un allenatore, non a qualcuno che corre al posto nostro. Qualche abitudine semplice può aiutare.
Prima di chiedere, provare a formulare una propria risposta, anche approssimativa.
Dopo aver ricevuto una risposta, chiedersi se la si saprebbe spiegare a un’altra persona. Verificare almeno un punto in modo indipendente. E ogni tanto, deliberatamente, fare a meno della macchina: scrivere a mano una riflessione, risolvere un problema da soli, perdersi un po’ in una ricerca.
Sono piccoli gesti, ma tengono vivo il muscolo.
Spettatori o protagonisti
La vera posta in gioco non è il lavoro, come spesso si dice. È qualcosa di più intimo: la nostra autonomia di pensiero. Se smettiamo di esercitare il ragionamento profondo, rischiamo di diventare spettatori di un mondo che non sappiamo più leggere da soli. Pieni di risposte, ma incapaci di ragionare. Alfabetizzati nei risultati, analfabeti nei processi.
Il Sistema Zero non è un destino. È una scelta che facciamo ogni giorno, una domanda alla volta. La tecnologia può darci tutte le risposte che vogliamo. Ma la capacità di farci le domande giuste, quella, resta un lavoro nostro.
Riferimento: M. Chiriatti, M. Ganapini, E. Panai, M. Ubiali, G. Riva, “The case for human–AI interaction as system 0 thinking”, Nature Human Behaviour, 8(10), 2024, pp. 1829–1830.

