LA NATO PROVOCA LA RUSSIA A KIEV. E ORA?

di Pasquale Di Matteo

Il 6 ottobre 2026.

Segnatevi questa data, perché non è solo un appunto su un taccuino di cronaca, ma è il giorno in cui l’aria a Kiev è cambiata. Dopo quattro anni e mezzo a giurarci che la NATO non era in guerra contro la Russia, la sceneggiata del mainstream è crollata miseramente.

Quando l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, alla testa del Comitato militare della NATO, ha varcato le porte della capitale ucraina, non c’erano sorrisi di circostanza a scaldare l’ambiente. C’era il peso di 32 nazioni che guardavano nell’abisso di un conflitto che sembra aver smarrito la via d’uscita.

Dopo tutte le armi, i soldi, i soldati inviati segretamente a istruire gli ucraini e a guidare le armi più sofisticate, l’intelligence…

Un conflitto che la nostra propaganda dava per vinto entro il 2022 perché il rublo era carta straccia, i russi combattevano armati solo di pale dell’Ottocento e a dorso di muli. Poi c’erano le nostre sanzioni dirompenti. Talmente dirompenti che abbiamo superato venti pacchetti di sanzioni e il risultato lo vediamo nelle nostre industrie, nelle bollette e alle pompe di benzina.

Ma quella della NATO a Kiev non era una passerella diplomatica. È stato un atto di presenza scenica, un’architettura di potere che si è materializzata in una stanza. Uno spot pubblicitario, insomma.

Ora, provate a mettervi nei panni di un osservatore dal Cremlino.

Quella delegazione non è un gruppo di ufficiali, ma la conferma definitiva di un incubo: l’Occidente non si limita a inviare munizioni o carri armati, ma sta ridisegnando l’Ucraina a propria immagine e somiglianza, per preparare una sua integrazione nell’Alleanza.

Mosca vede in questo una provocazione, un superamento di quella linea sottile che separa il supporto dall’intervento diretto. Ed è una lettura politica che, pur nella sua durezza, possiede una logica inquietante. Così com’è inquietante che nessun diplomatico di quei trentadue paesi ci abbia pensato.

Parlare di pace oggi è un esercizio di funambolismo. L’Occidente brandisce la formula magica della “pace attraverso la forza”, una panzana che rassicura i fan di Bruxelles, ma che, sul terreno fangoso del Donbass, suona come una condanna.

L’equazione è da terza elementare: rendiamo l’Ucraina così forte, così corazzata, che la Russia sarà costretta a cedere.

Beh, basta vedere la situazione economica, demografica e industriale dell’Ucraina del 2022 e quella di oggi per comprendere appieno il totale fallimento di quella strategia.

Mentre le diplomazie evocano il tavolo dei negoziati, le macchine da guerra si ingranano sempre più a fondo. Si discute di garanzie, di difesa, di deterrenza, e ogni parola in più è un mattone che allontana il compromesso e avvicina la guerra.

Per Mosca, questa non è la strada verso il dialogo, ma l’architettura di una guerra destinata a diventare eterna, una sorta di “guerra permanente” dove l’Ucraina è il perno di un meccanismo che non si può fermare.

E qui arriviamo al punto che nessuno vuole davvero affrontare.

L’Ucraina è più forte?

Rispetto al 2022, solo se guardiamo attraverso il mirino di un fucile. Ha imparato a combattere come un soldato NATO, ha integrato tecnologie d’avanguardia e la sua esperienza bellica è ormai una lezione per il mondo intero.

Eppure, se spostiamo lo sguardo dal campo di battaglia alle città, alle campagne, alla vita delle persone, il quadro si capovolge.

Il Paese si sta svuotando. Le infrastrutture sono scheletri di metallo contorto, la popolazione è diminuita, le fabbriche tacciono, l’economia è una pianta che fatica a ricevere acqua in un deserto di debiti.

195 miliardi di dollari di danni diretti. Quasi 588 miliardi per ricostruire un futuro che sembra allontanarsi ogni giorno di più.

Il 2026 corre veloce, ma la crescita economica è un battito d’ali flebile, tra l’1% e l’1,6%.

L’Ucraina è un paradosso vivente: militarmente una potenza in ascesa, ma socialmente ed economicamente un disastro di proporzioni bibliche.

Torniamo indietro con la mente al 2022.

I negoziati di Istanbul. Qualcuno li ha dimenticati, altri li hanno sepolti sotto strati di retorica guerrafondaia. Eppure, rileggere quelle bozze fa male.

Neutralità, rinuncia alla NATO, garanzie internazionali, confini da ridiscutere. Avrebbe fermato il tempo? Forse. Avrebbe salvato vite? Certamente. Decine, centinaia di migliaia di ucraini che non ci sono più.

Perché noi vogliamo salvare gli ucraini, vero? Non il sottosuolo e gli interessi economici e geopolitici di certi paesi occidentali, giusto?

Certo, non c’erano certezze di una pace eterna, perché la diffidenza tra Mosca e Kiev è un mostro che non dorme mai, ma l’Ucraina di allora aveva ancora la sua gente, le sue fabbriche, la sua terra fertile.

Aveva ancora un Paese sovrano. E avrebbe avuto una sovranità più stretta, forse, ma una base nazionale intatta.

Oggi, quella sovranità non esiste più.

L’Ucraina esiste giuridicamente, è un attore riconosciuto, ma la sua “sovranità materiale” è una costruzione assistita. Si regge sulle stampelle di miliardi di aiuti esterni; senza quel supporto, l’impalcatura crollerebbe in un battito di ciglia. L’Ucraina dipende dall’Occidente anche solo per pagare lo stipendio al suo apparato burocratico. Di fatto, è fallita.

Il punto non è se l’Occidente voglia la pace, ma quale pace sta costruendo.

Una guerra che si trascina non fa che accelerare la decomposizione del tessuto sociale ucraino. Più tempo passa, più il Paese si svuota di quella linfa vitale che serve a costruire un domani.

La visita di Cavo Dragone a Kiev è il simbolo di questa guerra che non ha nessun interesse a salvare le vite degli ucraini. È solo un sostegno che protegge, ma che allo stesso tempo definisce, delimita e vincola interessi economici e geopolitici esterni.

Dei giovani ucraini, dei cittadini di Kiev e delle altre città, non interessa una beata fava. Altrimenti la diplomazia sarebbe portata avanti ovunque e sempre, mentre la guerra sarebbe relegata in secondo piano. Invece, accade il contrario.

Siamo di fronte a un bivio dove la risposta non è più militare, ma esistenziale.

Quando arriverà il momento in cui le armi taceranno davvero, perché ogni guerra, prima o poi, si conclude, cosa resterà dell’Ucraina?

Chi sarà rimasto per raccogliere i pezzi?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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