MENTRE TUTTI DORMONO, L’ITALIA STA PER APPROVARE UNA LEGGE CHE METTE A TACERE ANCHE GLI EBREI

di Pasquale Di Matteo

A Milano, Moni Ovadia ha pronunciato le parole che molti non volevano sentire. Parole che pesano come macigni.

Piazza della Scala, Milano, primo ottobre. Duecento persone. Forse più. Cartelli, striscioni, bandiere palestinesi che sventolano contro un cielo velato. E in mezzo a loro, un uomo con la barba bianca e gli occhi di chi ha visto troppe cose, troppe volte.

Moni Ovadia non è un personaggio comodo. Non lo è mai stato.

Scrittore, drammaturgo, ebreo, antisionista. Tre parole che, messe insieme in questo preciso momento storico, bastano a farti etichettare come traditore. Come nemico. Come qualcuno da mettere a tacere.

Invece lui è lì, microfono in mano, e parla. Parla con la voce roca di chi ha passato una vita a raccontare storie, e ora si trova a raccontare la storia più assurda di tutte: quella di una legge che, per combattere l’odio contro gli ebrei, finisce per perseguitare gli stessi ebrei.

«Propongo di denunciare questa legge come liberticida, fascista e antisemita.»  

La frase cade nella piazza come un sasso in uno stagno. Nessuno respira. Poi, il silenzio si rompe. Applausi, urla, qualcuno piange. Qualcun altro stringe i pugni così forte che le unghie lasciano il segno nel palmo.

Il DDL S. 1004, già approvato dal Senato lo scorso marzo, con 105 voti favorevoli e 24 contrari, ora è alla Camera. Adotta la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, l’International Holocaust Remembrance Alliance.

Una definizione che, nelle intenzioni dei suoi estensori, dovrebbe servire a proteggere la comunità ebraica. Ma che, nei fatti, rischia di trasformare ogni critica al governo israeliano in un reato. Ogni parola contro Netanyahu in un atto di odio. Ogni solidarietà con i palestinesi in un’accusa di antisemitismo.

Mentre non si fa nessuna menzione contro il genocidio e i crimini.

«Questa è una legge antisemita», tuona Ovadia. «È una legge contro la libertà di pensiero, degna del Codice fascista Rocco».

Parole pesanti. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Perché il punto non è se l’antisemitismo esista.

Esiste. È una cosa seria. «L’odio per l’ebreo in quanto tale, non per quello che fa, ma per quello che è», spiega Ovadia, con la pazienza di chi ha ripetuto questo concetto mille volte e continua a farlo perché nessuno sembra voler capire.

E allora racconta di Bernie Madoff. Il finanziere che ha truffato migliaia di persone, ebrei compresi. «Se l’antisemitismo comprendesse anche il giudizio sulle azioni compiute da una persona ebrea», dice Ovadia, «lo stesso Madoff avrebbe potuto accusare di antisemitismo i giudici che lo condannarono».

È un paradosso. Ma è un paradosso che smaschera la logica perversa di una norma che confonde il giudizio sulle azioni con l’odio per l’identità. E che, in questo modo, «fa diventare l’antisemitismo una pagliacciata, oltre a essere un’oscenità».

Poi c’è il passato. Quello che una certa retorica vorrebbe cancellare. Quello che i sostenitori del DDL fingono di non ricordare.

Il 4 dicembre 1948, il New York Times pubblicò una lettera firmata da Albert Einstein e Hannah Arendt, insieme a un gruppo di intellettuali ebrei americani. Denunciava la visita negli Stati Uniti di Menachem Begin e del partito Herut, nato dalle file dell’Irgun, descrivendolo come una formazione «affine per organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale ai partiti nazisti e fascisti».

Oggi, dice Ovadia, quelle stesse parole farebbero scattare le manette. «Se fossero vivi, Albert Einstein, Sigmund Freud e Hannah Arendt sarebbero condannati da questa legge».

Non è un’esagerazione. Non è teatro. È la cronaca di un’Italia che sta scivolando, lentamente ma inesorabilmente, verso un regime di pensiero unico. Un regime in cui dire che il governo israeliano sta commettendo crimini di guerra a Gaza diventa un atto persecutorio.

Un regime in cui essere ebrei e antisionisti è una contraddizione che non può esistere, perché qualcuno ha deciso che esiste un solo modo di essere ebrei. Quello di Netanyahu. Quello dei coloni. Quello dei bombardamenti. Quello dei criminali che commettono genocidio.

Ma Moni Ovadia non ci sta. E non ci stanno i membri di Tikkun – Diaspora Ebraica Decoloniale, presenti in piazza con i loro striscioni. «Noi siamo contro il ddl antisemitismo perché lo riteniamo un ddl che in realtà non si occupa veramente di antisemitismo», dice Daniel Calò, del collettivo.

«Strumentalizza la lotta all’antisemitismo per scopi repressivi e di censura del dissenso e della solidarietà internazionale».

Parole che trovano eco in Amnesty International, che ha chiesto a gran voce di non adottare la definizione IHRA, definendola incompatibile con i diritti umani.

La piazza è viva. È un mosaico di sigle, di bandiere, di sigle sindacali e associazioni.

Coordinamento per la pace Milano, Bds Milano, Unione sindacale di base, Avs, Rifondazione comunista, Amnesty, Cambiare rotta. «Abbiamo già la legge Mancino. Non serve un altro testo solo sull’antisemitismo», dicono gli organizzatori.

Sui cartelli, il DDL viene definito senza mezzi termini: «bavaglio».

«Il dissenso non si silenzia. La critica a Israele non è antisemitismo. La solidarietà non si processa».

E poi c’è quella frase, appesa davanti a Palazzo Marino, che riassume tutto: «Antisionismo non è antisemitismo».

Sette parole che il DDL S. 1004 vorrebbe cancellare. Perché la definizione IHRA, con i suoi esempi, considera antisemite anche «applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele» e «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti».

Cioè: se dici che Gaza è un genocidio, sei antisemita. Se chiedi il rispetto del diritto internazionale per i palestinesi, sei antisemita. Se osi mettere in dubbio la legittimità dello Stato sionista, sei antisemita.

È una trappola. Una gabbia dorata che si chiude intorno alla libertà di espressione. E i sostenitori del DDL lo sanno così bene che hanno dovuto eliminare l’articolo sul possibile divieto di manifestazioni «per evitare ambiguità rispetto alla libertà di critica politica».

Hanno dovuto inserire ordini del giorno che impegnano il governo a distinguere tra antisemitismo e critica a Israele. Ma la sostanza non cambia. Perché la definizione IHRA resta. E con essa, resta il rischio concreto che basti una parola fuori posto per finire nel mirino.

Ovviamente, di questa porcata il sottoscritto se infischia, così come di altre porcate fasciste. Con o senza manette.

Moni Ovadia lo sa. Lo sa da quando era bambino, in Bulgaria, e ha imparato sulla sua pelle cosa significhi essere additato come diverso. Lo sa da quando ha scelto di vivere in Italia, in un Paese che ama e che oggi non riconosce più.

«L’Occidente, purtroppo, sta vivendo momenti bui», dice, con la voce che trema appena. «E vedendo ciò che accade nel mondo, possiamo dire che purtroppo i nazisti non hanno perso».

È una frase che gela il sangue e un concetto che io sottoscrivo. Perché non è un’iperbole. È la constatazione amara di chi vede, dietro le parole vuote dei politici, il ritorno di fantasmi che credeva sepolti.

E allora viene da chiedersi: chi protegge questa legge?

Chi protegge davvero la comunità ebraica?

Non certo chi la usa come scudo per difendere un governo che bombarda bambini, ospedali e campi profughi. Non certo chi trasforma il dolore di un popolo in un’arma per zittire il dissenso.

La verità è che il DDL S. 1004 non nasce per combattere l’antisemitismo, ma per difendere Netanyahu. Nasce per criminalizzare chi osa dire che un ebreo può essere antisionista. Che un ebreo può criticare Israele. Che un ebreo può solidarizzare con i palestinesi senza per questo odiare se stesso.

«Ci sono molti ebrei che sono antisionisti», ricorda Ovadia. E non è una novità. Non è una deviazione. È una parte della storia ebraica, una parte della diaspora, una parte di quella tradizione che il sionismo ha cercato di cancellare.

Ma cancellare una tradizione non è facile. Cancellare un popolo, ancora meno.

E cancellare la libertà di parola è il primo passo verso qualcosa di molto più oscuro.

La piazza si svuota lentamente. I cartelli vengono piegati. Le bandiere ammainate. Ma le parole restano. Restano nell’aria umida di Milano, restano nei telefonini che hanno registrato ogni istante, restano nei cuori di chi c’era e di chi, da casa, ha seguito tutto in diretta.

«Se passa, me ne fotto e continuerò a dire la mia», aveva detto Ovadia qualche ora prima, in radio. Ecco, forse è questa la vera resistenza. Non la retorica dei politici. Non i distinguo dei costituzionalisti. Ma la testardaggine di un uomo che, a settant’anni suonati, non ha ancora imparato a stare zitto e dà lezioni a un popolo di senzapalle.

Perché l’antisemitismo è una cosa seria. E chi lo usa per fare politica è complice di qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Milano, primo ottobre 2026. Una piazza. Un uomo. E una legge che, se passerà, segnerà per sempre il confine tra ciò che l’Italia era e ciò che l’Italia è tornata a essere.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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