New York.
Johann Wadephul, uomo d’ordine della CDU, ha varcato una soglia che fino a due giorni fa sembrava sbarrata da un catenaccio con tanto di lucchetto. Dall’altra parte, un uomo che è diventato il volto dell’impenetrabilità russa: Sergei Lavrov.
Non ci sono stati baci e abbracci e nemmeno sorrisi di circostanza, ma è stato uno sguardo tra due predatori che sanno di essere in trappola.
La Germania, quella che fu la locomotiva d’Europa, sta iniziando a sentire il cigolio dei propri pistoni senza più olio né carburante.
Le fabbriche soffrono, l’energia costa come l’oro e il peso di una guerra che non finisce sta diventando un fardello insopportabile per chiunque sieda al potere a Berlino, perché il popolo si è stancato.
Infatti, mentre gli adulti votano chiunque, persino gli estremisti, pur di prendere a schiaffi le politiche guerrafondaie del governo, i giovani invadono le piazze gridando la loro contrarietà alle visite mediche per la leva.
Wadephul, atlantista convinto, non si è mosso per capriccio, ma perché Berlino è alle strette. Si è mosso per disperazione.
In politica, come in un romanzo, la verità non è mai quella che appare in superficie; è nascosta nei dettagli, in una parola pronunciata a mezza voce o in una stretta di mano che dura un secondo di troppo.
Il Cremlino osserva. Mosca non è stupida, non lo è mai stata.
Lavrov sa bene che ogni contatto, per quanto tenue, è una crepa nel muro di isolamento che l’Occidente ha tentato di erigere attorno allo Zar, ma che il resto del mondo non ha applicato. Anzi, le relazioni di Mosca con Asia e Africa non sono mai state così floride.
Accettare di parlare con un esponente di spicco della CDU, per la Russia, significa lanciare un segnale potente, gridando a tutti che Mosca è ancora in piedi, seduta al tavolo principale, che ci piaccia o no.
Non è stata piegata dalle sanzioni dagli effetti dirompenti, nel 2022. Non è stata piegata nemmeno dalla controffensiva del 2023, quella che doveva cambiare le sorti del conflitto. Non è crollata neppure a causa del rublo carta straccia.
I fatti e il tempo passato ci hanno mostrato tutte le panzane raccontate dalla propaganda di casa nostra, smontando, oltre alle sciocchezze appena elencate, anche l’idea che i soldati russi combattessero solo armati di pale, senza calzini e a dorso di muli.
Eppure, non illudetevi.
Non ci sarà nessuna firma su un trattato di pace domani mattina.
Berlino resta saldamente ancorata al suo sostegno per l’Ucraina, un legame forgiato nel fuoco degli eventi degli ultimi due anni di promesse e scelte strategiche drammatiche, per i tedeschi e per gli europei.
Ma sotto la cenere, qualcosa sta cambiando. È una sensazione sottile, quasi un brivido che corre lungo la schiena di chi chiunque sappia osservare le dinamiche geopolitiche con un occhio più attento di un qualsiasi guru da bar sport.
La necessità di sopravvivenza economica sta spingendo Berlino a esplorare percorsi che fino a sei mesi fa sarebbero stati considerati tradimento.
D’altronde, il male, – come la politica, che spesso si assomigliano – non muore mai davvero, cambia solo forma.
In questo caso, la forma è quella di un colloquio informale, un “sondaggio” esplorativo che somiglia a una scommessa pericolosa. La Germania sta testando il terreno, cercando di capire se il muro di Lavrov sia ancora solido o se, dietro la facciata, ci sia spazio per un negoziato capace di fermare la polverizzazione del continente.
Il mondo guarda. Washington storce il naso. Kiev trattiene il fiato.
In una stanza anonima di New York, in un tempo sospeso, il ghiaccio tra le due potenze ha iniziato a sciogliersi, goccia dopo goccia.
È l’inizio di una fine, o la fine di un’illusione? Nessuno lo sa con certezza. Ma in geopolitica, quando gli attori tornano a parlarsi, il pubblico sa che la trama sta per subire una svolta imprevista. E, in questa storia, nessuno è un eroe senza macchia.
Compresi quelli ancora convinti che la guerra in Ucraina sia scoppiata nel 2022, perché la storia, evidentemente, per loro è un concetto troppo aulico.
Siamo tutti, nel bene e nel male, prigionieri della stessa, complicatissima scacchiera.
E i nostri pezzi migliori sono già fuori dalla partita.

