Il caffè ha quel retrogusto metallico che sa di sveglie mattutine e cattive notizie.
Guardi fuori dalla finestra e la nebbia sembra voler inghiottire ogni certezza, proprio come la cortina di fumo che avvolge, giorno dopo giorno, il racconto di questo maledetto conflitto. Ma benedetto per chi ha interessi nella vendita di armi.
Ci hanno insegnato che la verità è una linea retta, ma nella guerra moderna la verità è un labirinto in cui ogni uscita è un vicolo cieco progettato con cura.
Seduti davanti ai nostri schermi, siamo diventati spettatori di un dramma scritto da registi che hanno perso il senso della misura, o forse, al contrario, lo hanno trovato troppo bene.
LA TRAPPOLA DELL’ALLARME PERENNE
Avete notato?
C’è sempre un nuovo drone all’orizzonte. Una minaccia fantasma che fluttua nei cieli della Polonia, un sabotaggio che tocca il cuore pulsante della Germania. Il più delle volte, dati alla mano, i droni si scoprono ucraini e gli attacchi non erano tali.
Ma ogni volta che la tensione sembra scemare, ecco che qualcuno agita lo spettro della “guerra ibrida”. Un termine magico, un mantra che i potenti d’Europa recitano per tenerci in uno stato di allerta permanente.
È una tecnica narrativa vecchia quanto il tempo: se spaventi abbastanza il bambino, non si accorgerà che gli stai sfilando il portafoglio di tasca.
Ci trattano come fessi. La cosa buffa è che qualcuno pensa siano grandi statisti.
Perché parlare di riarmo, di miliardi di euro di tasse che volano via, di industrie al tappeto, di bollette che raggiungono il soffitto, se non puoi giustificarlo con la paura?
La paura è il collante della politica moderna. È una nebbia kinghiana che sale dal terreno, che ti avvolge le caviglie e ti sussurra che, se abbassi la guardia, l’orrore busserà alla tua porta.
Ma le prove?
Nel giornalismo, le prove dovrebbero essere l’ABC.
Solo che, nella propaganda di oggi spacciata per giornalismo, le prove sono come i fantasmi: esistono solo se hai voglia di crederci. Misteri della fede.
IL GIOCO PERICOLOSO DEI SEGRETI
Poi c’è il lato umano, quello dove la tragedia si fa farsa.
Prendiamo il caso di Zelensky e dei soldati nordcoreani. Qui non serve un esperto di geopolitica, basterebbe un briciolo di empatia.
C’è un accordo di riservatezza, un patto tra gentiluomini – o, per meglio dire, tra politici navigati.
E cosa fa Zelensky? Lo rompe. Lo fa a pezzi davanti alle telecamere dell’ONU.
Perché la verità, nuda e cruda, non fa abbastanza rumore. Serviva un colpo di scena per distrarre il pubblico dai fatti sul campo di battagli e nell’economia reale.
Ma nel farlo, ha umiliato un alleato. Ha calpestato protocolli che proteggono vite umane quelle dei prigionieri, dei loro cari, solo per una manciata di applausi.
È l’arroganza di chi pensa di essere il protagonista di un romanzo in cui può riscrivere il finale ogni volta che la trama diventa troppo complessa.
Perciò, smettetela di guardare le mappe che vi propinano. Sono disegni su carta straccia.
Ogni giorno ci dicono che i russi avanzano, poi che si ritirano, poi che vengono accerchiati.
Ogni giorno, da quattro anni, la Russia è nel baratro, isolata nel mondo, sconfitta militarmente, ma, al tempo stesso, pronta a invadere l’Europa e con un’industria capace di produrre il quadruplo di armi e munizioni dell’intera NATO. I suoi soldati sono morti al ritmo di mille al giorno, cioè ben oltre il numero di 1.250.000 unità, che era il dato ufficiale dell’intero esercito russo al 31 dicembre 2021.
Verrebbe da chiedersi con quali uomini conquisterebbe l’Europa, visto che sono morti tutti nel Donbass, ma non vorremmo che i nostri illustri giornalisti si sentissero in dovere di cercare, almeno per una volta, un’argomentazione che non faccia ridere.
La verità è che, quando spegnete lo schermo e il silenzio torna a regnare nella stanza, l’unica cosa certa è che la guerra si mangia il futuro di tutti noi per colpa dei fallimenti totali ed evidenti dei nostri leader.
La comunicazione non è più uno strumento per informare; è una nebbia, densa e tossica, che serve a nascondere il vuoto.
Ci stanno convincendo che la guerra sia una partita a scacchi, ma le pedine che muovono sono persone, e il sangue che scorre non è inchiostro digitale su un report dell’ISW.
E il problema è che ci sono tante persone, anche in Italia, convinte che gli Ucraini corrano in massa ad arruolarsi per difendersi dall’invasore, quando scappano e si nascondono per non essere rapiti dai reclutatori.
State attenti. State attenti quando le parole diventano troppo enfatiche, quando il nemico è sempre più oscuro e noi siamo sempre, irrimediabilmente, gli eroi senza macchia. Quelli buoni, quelli giusti. Quelli democratici.
La realtà, vi assicuro, è un libro molto più amaro, in cui ci sono capitoli per cui vergognarci: dalla balla delle armi chimiche di Saddam ai bombardamenti su Kosovo e Libia in violazione al Diritto internazionale.
Senza dimenticare le violazioni per le aggressioni a nazioni sovrane come Iran e Venezuela.
E senza dimenticare il genocidio commesso con metodi nazisti dagli israeliani. Cosa che, per la loro storia, rende questa strage di innocenti ancora più vergognosa e ignobile.
E questo libro è l’unico che dovremmo preoccuparci di leggere.
Allora, impareremmo a non accusare gli altri. Fosse anche solo per pudore.

