di Redazione
Palazzo Archinto, a Robecco sul Naviglio, non è solo una struttura storica. È un labirinto di cultura, libri e memorie.
Entrare nella personale di Sabrina Ceruti, “I sentieri dell’anima”, è un atto di coraggio. Non è un’esposizione per chi cerca la quiete domestica, ma un sussurro che si trasforma in un urlo di colori, dove ogni pennellata è una cicatrice, ogni sfumatura è un segreto che l’artista ha strappato al buio della sua mente per esporlo alla luce della realtà.

“Non dipingo ciò che vedo, dipingo ciò che sento”, recita il manifesto. È una dichiarazione di guerra contro la banalità della vista, della superficialità dell’immagine.
Sabrina Ceruti non ritrae donne, ma scava nei loro crateri interiori per tirarne fuori il trauma, la gioia, la disperazione, la nuda energia di chiunque si trovi davanti al suo cavalletto.
Il dottor Pasquale Di Matteo, critico d’arte internazionale e rappresentante italiano di Reijinsha Japan, ha tracciato una linea netta tra il pittore – colui che esegue, colui che copia – e l’artista, l’entità che trasmette un’emozione che non appartiene al mondo dei vivi, ma a quello dei sogni.
Di Matteo descrive il processo della Ceruti come una “scansione”. E ha ragione. Perché davanti alle opere di Sabrina Ceruti, ti senti nudo, osservato, interpretato.
C’è un’inquietudine vibrante in queste tele.
Michela Garavaglia, curatrice dell’evento, ha orchestrato un percorso che non lascia scampo: la cronologia della crescita artistica di Sabrina è un resoconto di una possessione. Si parte dalla forma, dal controllo, dalle prime idee, per finire in un’esplosione cromatica dove l’inconscio ha preso definitivamente il comando, manifestando un linguaggio e un’espressione artistica che sono peculiari.
Un linguaggio e un’espressione che sono un marchio di fabbrica, perché caratterizzano l’artista e le consentono di essere individuata tra altri mille, condizione indispensabile per qualunque pittore ambisca a diventare artista.
Ma perché la gente, a volte, ha paura dell’arte?
Perché la verità, quando ti colpisce allo stomaco, fa male. Perché l’arte non ha bisogno di essere studiata per comprenderne i messaggi. Lo studio serve, al più, per interpretare tecniche e “maniere”, ma i messaggi, la comunicazione, si accende attraverso l’anima.
E i messaggi di un’opera non necessitano dello studio di una lingua, ma sono universali, così come universali e potenti sono le emozioni che racconta Sabrina Ceruti attraverso le sue opere.
La mostra di Ceruti non mostra perfezione. Per fortuna. Altrimenti non sarebbe arte. La perfezione è una bugia che raccontiamo a noi stessi per dormire meglio ed è quella che tanti pittori senza idee e senza messaggi che valga la pena ascoltare si raccontano per non domandarsi perché dipingano.
La mostra di Ceruti è un trionfo di onestà brutale di un colore che rifiuta di stare al suo posto.
È la mostra di un’artista che ha talmente tanto da dire da riempire tre sale con opere disarmanti, che ti costringono a sviscerare ricordi che hai sepolto sotto strati di polvere perché, in un momento della tua vita, sei stato lì, con gli stessi tormenti delle figurazioni di Ceruti.
LA NOTA CRITICA RILASCIATA ALL’ARTISTA DAL DOTT. PASQUALE DI MATTEO
L’arte di Sabrina Ceruti fotografa il mondo e i colori sono elementi che assemblano la realtà. Nell’atto del dipingere, si nota una pulsione quasi klimtiana per l’uso di quei riverberi cromatici che sono vere e proprie cicatrici luminose, fratture che squarciano il grigio, quel fondo quasi industriale, su cui l’umanità di Ceruti sembra galleggiare in un eterno presente.
È un’arte che si interroga sul concetto di identità come mosaico. Le sue figure non sono mai finite, marmoree, bloccate in una posa accademica, ma sono figure costruite come un puzzle in cui ogni emozione è una tessera colorata.
Il colore, applicato con quella pennellata materica, quasi scultorea, genera, crea, e, contemporaneamente, dissolve.

È un’estetica della frammentazione che svela come l’uomo contemporaneo sia un puzzle incompleto, tenuto insieme solo dalla forza della propria emotività.
C’è il dolore della maschera, quel tema pirandelliano che ritorna nelle opere in cui il volto si spezza, dove la superficie si crepa per rivelare l’abisso sottostante, ma c’è anche la gioia, l’estasi, il trionfo della vita che si manifesta nel colore, in quel fluire inarrestabile che non conosce argini.
Quella di Ceruti è un’arte degli stati di coscienza. Non c’è nostalgia, ma la lucida consapevolezza che siamo fatti di frammenti di esperienze, di colori che si sovrappongono, di emozioni che ci hanno resi ciò che siamo. Per Ceruti, la materia si accumula, si stratifica, diventa bassorilievo, si fa vita che avanza su quel fondo che è spesso una landa desolata, silenziosa, mentre in primo piano l’umanità esplode in un caleidoscopio di tinte vivide, audaci, quasi cacofoniche nella lotta tra il nulla e l’essere.
L’arte di Sabrina Ceruti dice che l’identità non è un dato acquisito, ma una conquista quotidiana e ogni pennellata è un tentativo di ricomporre l’Io, ogni guizzo di colore rappresenta l’imprevedibilità dell’esistenza.
In un’epoca sempre più digitale e avara di pensieri, Ceruti ci restituisce la dignità dell’essere umano. E di questo abbiamo un disperato bisogno.
SABRINA CERUTI: L’ARTISTA CHE CURA L’ANIMA
Sabrina Ceruti non è solo una pittrice e nemmeno soltanto un’artista. Sono due definizioni riduttive per una donna con un’anima così grande da contenere i sentimenti e le percezioni di decine di altre.
Sabrina Ceruto mappa i sentieri di un’anima che non ha più confini. Se passerete per Robecco sul Naviglio in questi giorni di fine settembre, fatevi un favore; entrate negli spazi della Biblioteca civica.
Ma non aspettatevi di uscirne uguali a come siete entrati.
E se in futuro vedeste una locandina con sopra il nome di Sabrina Ceruti, non ponetevi domande. Entrate e lasciatevi ammirare dalle sue donne, da quelle tessere cromatiche che fanno parte anche di voi, in un’emozione, un ricordo, un vissuto che vi ha resi ciò che siete.
DUE DOMANDE A SABRINA CERUTI

