700 PISCINE DI GREGGIO: IL DISASTRO AMBIENTALE CAUSATO DAI BUONI CON IL NOSTRO APPOGGIO

Copertina articolo su disastro di Hormuz

di Pasquale Di Matteo

Mentre vi spiegano che i pericoli arrivano da Mosca e dalla gente incazzata in Germania, che spazza via le politiche guerrafondaie del governo e il disastro industriale causato dalle politiche green dell’Europa, il mare sta morendo e il benzinaio sta diventando una boutique.

È una verità scomoda, di quelle che ti si appiccicano addosso come catrame sulle piume di un gabbiano.

Lo Stretto di Hormuz è diventato il palcoscenico del più taciuto e mostruoso ecocidio del nostro secolo.

Tutto inizia sempre con i numeri, perché i numeri sono freddi, clinici, facili da digerire.

Il comando centrale degli Stati Uniti, il CENTCOM, distrugge cinque petroliere iraniane. I Pasdaran, per tutta risposta, scatenano l’inferno sulle basi americane in Giordania, mettendo nel mirino Kuwait e Bahrein.

Un botta e risposta chirurgico, si direbbe. Ma la guerra non è mai chirurgica. È un animale cieco e rabbioso. E, in questo momento, quell’animale sta sbranando un intero ecosistema, mentre noi ci preoccupiamo di ciò che accade in Germania, ma senza voler ammettere perché accada.

La realtà è che ci sono decine di petroliere bloccate all’ingresso dello Stretto. Ferme, come enormi bare galleggianti in attesa del loro turno, mentre centinaia di altre navi sono in trappola, prigioniere di un imbuto d’acqua dove transita un quinto dell’oro nero del mondo.

Ma il vero orrore non è l’economia globale che ansima. È l’ombra scura che si allarga sotto la superficie.

Pensate alla Caroline Bezengi. Fa parte di quella flotta fantasma usata per aggirare le sanzioni internazionali, partita ad aprile dal Mar Nero e finita incagliata. Oppure alla Minoan Pioneer, colpita da un proiettile senza nome, che da settimane sanguina idrocarburi davanti alle coste dello Yemen.

Le immagini satellitari scattate ad agosto vicino all’isola di Qeshm mostrano un cancro nero che si espande nell’acqua. Decine, forse centinaia di chilometri quadrati di idrocarburi che galleggiano, asfissiando ogni cosa. Dall’inizio del conflitto, parliamo di 75 navi respinte e/o bloccate e decine di incidenti. Settantacinque.

Riuscite a comprendere il disastro causato?

Sotto il tiro incrociato di Washington e Teheran ci sono circa 11 milioni di barili di greggio. Se finissero in mare, riempirebbero 700 piscine olimpioniche.

Il Golfo Persico non è l’Oceano Indiano. Non è un mare aperto dove le correnti possono sperare di diluire la follia umana. È una conca chiusa, poco profonda. Un ecosistema fragile fatto di barriere coralline, foreste di mangrovie intricate come vene, tartarughe marine e megattere.

Quando una nave viene sventrata da un missile, il petrolio non svanisce. Cola a picco. Soffoca il corallo. Brucia gli occhi dei cetacei. E nessuno può fare nulla per fermarlo.

Le Nazioni Unite non possono mandare task force di bonifica, perché si finisce trivellati dai proiettili. Lì in mezzo si muore, e si lascia morire.

Il bello è che qualcuno si vanta dei tappi di plastica attaccati alle bottigliette.

Parlo dell’Europa. La nostra vecchia, cara Europa.

Siamo i campioni del mondo della transizione ecologica. Mettiamo fuorilegge i motori a scoppio, piangiamo per lo scioglimento dei ghiacciai, ci stracciamo le vesti brandendo il diritto internazionale ogni volta che un nemico fa un passo falso, tanto da autodistruggerci pur di regalare soldi e armi all’Ucraina.

Ma ora? Dove sono i vertici d’urgenza a Bruxelles? Dov’è l’indignazione per un mare che sta diventando una palude di morte?

Ci sarebbe anche da chiedersi dove siano le sanzioni contro gli aggressori e le armi agli aggrediti, ma abbiamo capito da un pezzo che il diritto internazionale è solo un’arma che gli Stati Uniti utilizzano per colpire i nemici e che l’Europa è semplicemente una succursale a stelle e strisce.

Quindi regna il silenzio. Un silenzio tombale e complice.

Se a premere il grilletto che fa saltare in aria le petroliere sono i nostri alleati, improvvisamente l’ambiente non conta più niente. Il diritto internazionale, quello che invochiamo a gran voce contro i dittatori di turno, diventa un mucchio di scartoffie buone per i convegni.

“Vale solo fino a un certo punto”, dice Tajani.

Giriamo lo sguardo dall’altra parte, fingendo che il disastro ambientale sia solo un “danno collaterale” inevitabile nella grande scacchiera della geopolitica.

Ma la natura non fa sconti. Non le interessa chi indossa l’uniforme dei buoni e chi quella dei cattivi. Il greggio che sta soffocando Hormuz è un conto che ci verrà presentato, con gli interessi.

Stiamo avvelenando l’oceano per una guerra di potere, nascondendo la polvere nera sotto il tappeto delle nostre coscienze ecologiste e della nostra morale a orologeria.

E mentre continuiamo a discutere di bollette e speculazioni, laggiù, nel silenzio rotto solo dai missili, l’acqua continua a morire. Una marea nera alla volta.

Ma se muore l’acqua…

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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