ADDIO NATO, ADDIO PATRIOT: LA RESA DEI CONTI CHE IL REGIME MEDIATICO NON VUOLE FARVI VEDERE

di Pasquale Di Matteo

C’era il “percorso irreversibile” dell’Ucraina nella NATO. C’erano le rassicurazioni dei soliti noti, gli elogi ai sistemi missilistici miracolosi che avrebbero sigillato i cieli e la narrazione edulcorata di un fronte compatto.

Ma non è andata così.

LA DOCCIA FREDDA DI ZALUZHNYI E LA FIABA DELL’OMBRELLO ATLANTICO

A smontare anni di retorica bellicista non è stato un presunto “pacifinto” o un infiltrato del Cremlino, ma Valerii Zaluzhnyi, l’ex comandante generale delle forze armate ucraine, accantonato da Zelensky dopo il disastro della controffensiva del 2023 e spedito a fare l’ambasciatore a Londra.

“L’Ucraina nella NATO? Una favola.”

L’ex generale ha confessato senza troppi orpelli di aver lavorato dodici anni per conformare l’esercito agli standard atlantici, solo per sentirsi raccontare favole. Non c’è nessun ingresso all’orizzonte. Nessun ombrello protettivo.

Secondo l’ex comandante generale delle forze armate ucraine, la verità è che l’Occidente ha usato Kiev come un ariete per indebolire Mosca, sventolandole davanti alla testa la carota dell’integrazione europea e atlantica. Ora che l’ariete si sta esaurendo, la carota viene riposta nel cassetto.

E i miracolosi missili Patriot? Altra illusione.

L’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, lo ha detto chiaramente in TV: nessun accordo per la produzione congiunta o forniture imminenti all’orizzonte.

La tecnologia avanzata resta ben chiusa nei forzieri americani, tutelata da rigidi controlli sull’export. Alla leadership ucraina restano le preghiere; alla popolazione, i blackout e i missili russi che piovono sulla testa.

UCRAINA E RUSSIA: VITTIME DI SERIE A DI SERIE B

Ormai, sembra esistere una gerarchia del dolore che fa inorridire.

Quando un missile russo si abbatte sui civili ucraini, i titoli parlano di “nessun obiettivo militare”, “strage abominevole, con bambini tra le vittime”, e parte l’indignazione a reti unificate. Giusto, doveroso e ci mancherebbe.

Ma quando un drone ucraino si schianta su una spiaggia affollata di bagnanti nel Mar Nero, massacrando undici persone, tra cui tre bambini, o quando droni marittimi prendono di mira pescherecci e navi civili turche?

In quel caso scatta il rigido protocollo della minimizzazione. Si parla di “esplosioni improvvise”, di attacchi “dal movente incerto” o, peggio, ci si lancia in un balbettio giustificazionista. “Se la sono cercata, cosa ci facevano al mare?”

Un doppio standard orwelliano che mette i brividi.

Le vite umane non hanno il medesimo valore: ci sono i morti utili alla narrazione della guerra a oltranza e i morti “scomodi”, la cui unica colpa è trovarsi dalla parte sbagliata della barricata ideologica.

MESI DI RITIRATA CHIAMATI “INFILTRAZIONI”

Sul campo di battaglia, intanto, la realtà operativa spazza via i comunicati stampa della propaganda, perché l’esercito russo avanza a Pokrovsk, Kupiansk, Kostiantynivka e Huliaipole.

Ma per lo Stato Maggiore di Kiev e per i canali di informazione allineati non si tratta di avanzate: sono semplici “infiltrazioni”.

Un grottesco gioco semantico, per cui, se una città fortificata viene accerchiata e cade, per i bollettini ufficiali è solo un gruppetto di soldati nemici passato tra le maglie della difesa.

Come ha spiegato l’economista Stefano Fassina, l’Ucraina è ormai un Paese al collasso economico.

Sopravvive esclusivamente grazie alle trasfusioni finanziarie dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. La forza lavoro è prostrata e la caccia all’uomo per il reclutamento forzato ha spinto centinaia di migliaia di giovani alla fuga o alla clandestinità, prosciugando le fabbriche e i servizi.

Dall’altro lato della frontiera, la Russia subisce sì enormi perdite umane e attacchi alle raffinerie, ma la sua economia non è crollata come cantavano Draghi, von der Lleyen e tutti i protagonisti del circo delle sanzioni dirompenti.

Il rublo, definito carta straccia nel 2022, si è stabilizzato, le entrate petrolifere, anziché azzerarsi, sono addirittura cresciute grazie al disastro di Hormuz causato dagli USA e ai conseguenti picchi del greggio in Medio Oriente, così come le sanzioni europee si sono trasformate in un clamoroso boomerang per le tasche dei cittadini occidentali, che oggi non possono neppure rinnovare parchi auto con più di quindici anni d’età, strozzati dal caro vita.

Di fronte allo stallo e alla perdita progressiva di terreno, Kiev ha virato verso la guerra totale.

Non più solo obiettivi militari o raffinerie, ma attacchi mirati ai poli logistici dell’e-commerce russo, come i magazzini di Wildberries, l’Amazon locale, e incursioni di droni fino a Mosca e San Pietroburgo.

L’obiettivo è colpire il portafoglio e la tranquillità della borghesia moscovita, portando il conflitto dentro le case di chi finora si è sentito al sicuro. Una mossa che genera inevitabile nervosismo al Cremlino, testimoniato dalle strette repressive su piattaforme come Telegram e dall’attenzione spasmodica a evitare la leva nelle grandi metropoli.

Ma che non cambia l’inerzia brutale del fronte e ha l’effetto contrario tra i cittadini russi, che chiedono al governo azioni più devastanti in Ucraina, per finire la partita il prima possibile.

Chi vince, dunque, tra Ucraina e Russia?

Vince Washington, che ha venduto a caro prezzo il suo gas liquefatto a un’Europa docile e sottomessa. Vincono i colossi delle armi, le cui azioni schizzano alle stelle mentre i magazzini si svuotano di vecchi stock da rimpiazzare.

Perde l’Ucraina, svuotata dei suoi giovani e sventrata nelle sue infrastrutture vitali. Perde l’Europa, impoverita e ormai geopoliticamente irrilevante. Perdono i civili di ogni nazionalità, le cui vite vengono sistematicamente barattate sull’altare dei profitti e dei giochi di potere.

E vince la Russia, che ha stretto l’abbraccio con la Cina e reso i BRICS più numerosi e più potenti economicamente e geopoliticamente.

Sarebbe tempo di spegnere la grancassa della propaganda e fermare la carneficina prima che non ci siano più ucraini per alimentare quel film horror che continuano a venderci come una commedia.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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